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sabato 30 novembre 2013

Produttività, salari, crisi, logaritmi, marziani, onestà.

A Pescara vi avevo fatto vedere due grafici, uno tratto da Rick Wolff (2010), "In capitalist crisis rediscovering Marx", Socialism and democracy, 24, 130-146 (se non avete accesso a una biblioteca universitaria online, il testo potete trovarlo sul sito di Wolff ma senza il grafico), e uno tratto da Carmen Reinhart e Belen Sbrancia (2011) "The liquidation of government debt", BIS Working Papers, 363. L'accostamento di questi due grafici mi sembrava abbastanza istruttivo, per capire la fase storica che stiamo vivendo. Ve li ripropongo nell'ordine:



Quale messaggio convogliavano queste due immagini?

Quello che le due principali crisi debitorie dell'ultimo secolo (quella del 1929 e quella del 2008) sono state precedute da periodi più o meno lunghi nei quali i salari in termini reali (il potere d'acquisto dei lavoratori) erano stagnanti, mentre la produttività media del lavoro (la quantità di prodotto per addetto) aumentava. Ora, pare che perfino Cuperlo abbia capito che il capitalismo funziona finché c'è domanda (la famosa metafora dei 100 caffè sul bancone del barista, che dobbiamo al buon Alessandro Guerani). Ma la "domanda" in macroeconomia non è un mero desiderio. La domanda aggregata della quale si parla in macroeconomia è domanda effettiva, domanda che si traduce in capacità di spesa. Se il potere d'acquisto dei lavoratori si sviluppa di pari passo alla loro produttività, la domanda potrà essere finanziata dai redditi dei lavoratori stessi. Ma se la produttività cresce più in fretta dei salari reali, allora ci saranno in giro più prodotti che redditi da lavoro per acquistarli. Il capitalismo questo ovviamente lo sa, e pone rapidamente rimedio. Come? Semplice! Col debito.

Quando la dinamica dei salari reali è compressa, il cuneo fra produzione da acquistare e redditi percepiti da spendere deve essere colmato dal debito: fino a qui la contabilità, alla quale non si sfugge.

L'ideologia comincia quando devi scegliere se usare debito pubblico o debito privato. Ma il problema comunque è a monte: nella decisione di adottare una distribuzione del reddito non conforme alle logiche teoriche dell'economia di mercato da libro di testo. Perché nei libri di testo è scritto che il produttore massimizza il profitto mantenendo la remunerazione reale del lavoro proporzionale alla produttività del lavoro stesso. Per i clerici, con rendimenti di scala costanti il teorema di Eulero garantisce in questo caso che il prodotto venga distribuito senza residui. Per i beati, basta che abbiate capito fino alla penultima frase. Se volete approfondire nel dettaglio quello che è successo negli States, c'è questo.

Visto che ultimamente vi ho tenuto un po' a stecchetto di tecnica, aggiungo a seguire due perle tecniche, che vi aiuteranno a capire meglio un certo tipo di economisti.

Produttività, salario reale, quota salari.

Il grafico di Wolff, se ci fate caso, riporta gli stessi dati della figura 37 del mio libro, corrispondende alla figura 7 di questo post. Forse ricorderete che nella mia lettera a Brancaccio citai lo stesso grafico per argomentare che la sua conclusione che la flessibilità del cambio sarebbe necessariamente tornata a svantaggio dei lavoratori era quanto meno avventata, non solo alla luce dei modelli teorici, ma anche dell'esperienza storica, in particolare di quella che tutti dovremmo ricordare perché a noi più vicina: quella dell'Italia. Negli anni in cui la lira perdeva terreno (gli anni '70) chissà perché il potere d'acquisto dei lavoratori cresceva...

Emiliano replicò con una garbata risposta nella quale mi dava sostanzialmente dell'incompetente (sempre con molto garbo, cosa che io apprezzo), sentenziando "Qualcuno forse ritiene che in fondo conti solo il salario reale, e che la quota salari non sia importante? Spero che nessuno si azzardi a pensarla in questi termini: la dinamica delle quote distributive è forse l’indicatore chiave del cambiamento nella struttura socio-politica di un paese."

Notate il simpatico atteggiamento da guardiano dell'ortodossia: "spero che nessuno ecc."! Ora, la domanda sorge spontanea: ma Rick Wolff, che scrive su Socialism and democracy, è anche lui, come me, un incompetente liberista "de passaggio"? Non lo so, ma a me pare di no. Dice di essere marxista, e ragiona anche da marxista (come poi vi mostrerò). Eppure il suo grafico riporta le stesse variabili del mio, e non quello che il nostro garbato guardiano dell'ortodossia ritiene sia l'indicatore chiave (nientemeno!).

Come si spiega questo mistero? Come si giustifca questa inspiegabile trascuratezza?

Semplice.

Col manuale di Acocella.

Vi spiego l'arcano usando appunto la terminologia di quel manuale: un manuale che uso nei corsi di laurea in economia aziendale, al terzo anno, per spiegare quello che evidentemente non tutti i partecipanti al dibattito hanno ancora interiorizzato.

Allora: se chiamiamo w la massa salariale in termini nominali e p l'indice dei prezzi, la massa salariale in termini reali è w/p (salario nominale diviso indice dei prezzi). w/p, insomma, indica il potere d'acquisto distribuito sotto forma di salari. Se chiamiamo N gli occupati, allora (w/p)/N è il salario reale per addetto, cioè, guarda un po', la riga rossa nel grafico di Wolff (Wolff divide per il numero di ore lavorate, che è una cosa più corretta e raffinata, ma la sostanza non cambia: basta pensare che l'occupazione N invece che in "teste" venga misurata appunto in ore lavorate e l'algebra resta la stessa).

E la produttività? La produttività media del lavoro è y/N, cioè il prodotto (in termini reali, cioè depurato dall'effetto dell'inflazione) diviso per gli occupati.

Ora, guardate cosa succede se dividiamo il salario reale per addetto per la produttività media del lavoro:


O poffarbacco poffarbacchissimo! Cosa abbiamo a destra dell'uguale? Ma il rapporto fra la massa salariale, w, e il prodotto in termini nominali, py. Quest'ultimo si ottiene moltiplicando la quantità di beni prodotti (y) per il loro prezzo medio (p). Ora, caso vuole che in una economia di mercato, nella quale si produce per vendere, il prodotto nominale coincida, guarda un po', col totale dei redditi nominali, e quindi a destra dell'uguale cosa abbiamo?

È lei o non è lei?

Ma cerrrrrrto che è lei: la quota salari!

Perché la quota salari è appunto il rapporto fra il monte salari (nominali) e il totale dei redditi (nominali), o, ciò che algebricamente è lo stesso, il rapporto fra salari (reali) unitari e produttività media del lavoro. Eh già! Quindi il rapporto fra la riga rossa e quella blu nel grafico di Wolff (o fra quella blu e quella rossa nel grafico mio) fornisce appunto la quota salari.

Ve lo dico in un altro modo.

Il mio grafico forniva il numeratore e il denominatore del rapporto che chiamiamo quota salari. Quindi il mio grafico, o se volete quello di Wolff, forniva più informazioni di quelle richieste dal mio gentile collega, non meno. Secondo voi, lui, di questo, se n'è accorto o no? E nel caso non se ne sia accorto, io cosa dovrei pensare di lui? E nel caso se ne fosse accorto, voi cosa dovreste pensare di lui?

In ogni caso, il punto sollevato era inconsistente, perché come poi ho mostrato qui certo, la svalutazione del 1992 non era stata una passeggiata di salute per i lavoratori italiani, ma era pressoché impercettibile se confrontata al crollo della quota salari che si era verificato dal 1976 in poi.

Aggiungo una osservazione.

Quando un rapporto (la quota salari) diminuisce, può essere che sia perché il numeratore (il salario reale per addetto) cala, o perché il denominatore (la produttività media del lavoro) cresce, o per una qualsiasi combinazione di questi fattori. Non è del tutto irrilevante capire cosa sta succedendo. Ad esempio, ormai sapete che dalla fine degli anni '70 a metà degli anni '90 il rapporto è diminuito perché i salari reali sono rimasti stazionari, mentre la produttività aumentava. Dalla metà degli anni '90 il rapporto è rimasto stazionario perché ha smesso di crescere anche il denominatore (la produttività, come abbiamo illustrato qui).

Non è strano che qualcuno ti confuti affermando che il tuo grafico non dà le informazioni giuste, quando in realtà le dà, e anzi ne dà di più? Sì, è strano, mi sembrava molto strano, all'inizio, ma mi ci son dovuto abituare, anche perché, andando avanti, comincio a comprenderne le ragioni.

Tutto comprendere è tutto perdonare. E forse anche voi avrete compreso, da questo semplice esempio, perché certe volte non mi soffermo a confutare certi argomenti. Fidatevi: se non lo faccio è perché non sempre ne vale esattamente la pena...

Marx, i logaritmi, e la crisi del capitalismo.

Alla conferenza di Pescara vi ho fatto notare un dettaglio del grafico di Wolff: non usa la scala logaritmica. Cosa c'entra, direte voi, e soprattutto cosa sono i logaritmi, a cosa servono?

Eh, ragazzi, qui son dolori! Ma visto che volete diventare tecnici, vi toccherà fare un salto indietro nel tempo, tornando sui banchi di scuola, o meglio, grazie all'INVALSI, di sQuola...

Allora, prendiamola un po' larga.

Il logaritmo in base x del numero y è l'esponente z al quale bisogna elevare la base per ottenere il numero dato.

Dio, che mal di testa. Sì, lo so. Però se volete capire quanto può essere furbetto un marziano, dovete affrontare questo doloroso passo.

Prendiamo tre numeri: 10, 100 e 1000, per esempio, e consideriamo la base 10.

Ora, succede questo:


Cioè: siccome 10 alla prima è uguale a 10, il logaritmo in base dieci di dieci è uno. Siccome dieci alla seconda è uguale a 100, il logaritmo in base dieci di 100 è 2. Siccome dieci alla terza è uguale a mille, il logaritmo in base 10 di 1000 è 3.

Notate bene: da una parte abbiamo dei numeri che crescono rapidamente, esponenzialmente: 10, 100, 1000. Ma i logaritmi di questi numeri sono numeri che crescono molto più lentamente, linearmente: 1, 2, 3. Notate anche un'altra cosa. I numeri 10, 100, 1000 crescono a un tasso di crescita percentuale costante del 900%. Esempio: (100-10)/10=9=900%, (1000-100)/100=9=900%. I numeri 1, 2, 3 crescono con un incremento (non percentuale) costante: 2-1 = 1, 3-2 = 1.

Poi vi spiego a cosa serve.

Prima, cerco di farvi intuire un'altra cosa. Supponiamo che una variabile y cresca a un tasso costante n. Succederà una cosa del genere:






Cioè: se al tempo zero la variabile vale un certo valore y soprassegnato, al tempo uno questo valore sarà moltiplicato per uno più il tasso di crescita, al tempo due per uno più il tasso di crescita elevato al quadrato, ecc. Insomma: la formula dell'interesse composto, avete presente? Volete un esempio? Ecco, ve lo fornisco qui:


Se il tasso è del 5% (cioè 0.05) e il valore iniziale è 1, al tempo1 y=1x1.05, al tempo 2 y=1.05x1.05=1.103, ecc. Ora, notate una cosa. Se una variabile cresce a un tasso percentuale di crescita costante, la sua crescita sarà esponenziale. Guarda caso, questo è quello che succede di norma alle variabili in economia (almeno nei modelli teorici, ma spesso anche in pratica). Guardate cosa fa la variabile del nostro esempio se andiamo avanti fino al tempo t=100:





Ma guarda un po'! Sembra proprio, a grandi linee, l'andamento della produttività media nel grafico di Wolff. È strano? No, perché, come vi ho detto, di norma in economia le variabili crescono a tassi percentuali più o meno costanti.

E ora applichiamo la magia dei logaritmi. Se noi, di questa serie che è esponenziale, prendiamo il logaritmo, cosa succederà? Lo abbiamo visto sopra. Il logaritmo trasforma dei numeri che crescono a tasso percentuale costante, e quindi hanno un andamento esponenziale, in altri numeri che crescono a incremento costante, e quindi hanno un andamento lineare. E quindi? E quindi il logaritmo (in base 10) della serie rappresentata qua sopra sarà questo:


Vedete? I conti tornano. Quando la serie originale vale 1, il logaritmo vale 0 (perché qualsiasi numero elevato alla zero dà uno: se non vi ricordate perché, ve lo spiegherà - male - uno dei tanti ingengnieri... e vi va ancora bene, perché se invece ve lo spiegasse un matematico...). Poi, quando la serie originale arriva a 10 (al tempo 48) il suo logaritmo vale 1 (e sopra vi ho spiegato perché), e quando arriva a 100 (intorno al tempo 95) il suo logaritmo vale 2.

I conti tornano, il che, ovviamente, non vi esenta, in linea di principio, dal chiosare questo mio sforzo didattico con un sentito: "Mastica!"

(per i non romani: "Mastica!" sta per "ma sti cazzi?", ovvero: "e che me ne cale?", mentre "Giamaica!" sta per "già m'hai cacato er cazzo!", ovvero: "cominci ad indispormi!")

Ma io, incurante del vostro sbigottimento, rincaro la dose, e vi faccio vedere un'altra cosa. Il logaritmo della nostra y preso in base e. Ora, cosa sia il numero e ve lo leggete qui. Io cerco di spiegarvi a cosa serve agli economisti. Guardate:


E a questo punto costernati penserete: "Ecco qua, se lo semo ggiocato! Ha lavorato troppo, so' ddue anni che sse fa er culo, e alla fine doveva succede: ha sbroccato. Ce fa vvede' ddu grafici uguali come si fussero diversi...".

Aspettate: io sono sbroccato, ma perché modestamente lo nacqui. Io due grafici però uguali non sono. Guardate l'asse delle ordinate (quello verticale, come caritatevolmente soggiungo ai miei studenti della specialistica onde far sparire dai loro volti quello sbigottimento che me li rende tanto cari...).

Nel grafico precedente (log in base 10) andava da 0 a 2 (i conti tornano, visto che la serie andava da 0 a un po' più di 100). Nel grafico del log in base e invece va da 0 a 5, e anche qui i conti tornano: siccome la base è più piccola (2 è più piccolo di 10) l'esponente cui è necessario elevarla per arrivare a 100 è più grande.

E fino a qui, ancora mastica.

Ok. Però... abbiamo 100 osservazioni, che vanno da 0 a 5 in modo lineare. L'incremento totale, sulle 100 osservazioni (dopo un secolo, se le osservazioni sono anni), è pari a 5. Se lo dividiamo per il numero delle osservazioni (cioè, sempre per fissare le idee, degli anni) riscontriamo che l'incremento fra t e t+1, cioè da un anno all'altro, del logaritmo in base e della nostra serie è 5/100=0.05.

Oooops!

Quindi il logaritmo in base e trasforma una serie che cresce esponenzialmente a un tasso percentuale del 5% in una serie che cresce linearmente con un incremento costante di 0.05. Insomma: se abbiamo un grafico logaritmico in base e, l'incremento della serie (la pendenza del grafico) corrisponde al suo tasso percentuale di crescita. Una cosa che in economia torna utile.

Ora vi faccio vedere un'altra cosa. Supponiamo che invece y cresca al 20%. Avete presente l'inflazzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzione a due cifre? Ecco, una cosa del genere. Potete pensare a y come a un indice dei prezzi che cresce con un tasso di inflazione del 20% all'anno. Cosa succederà, in questo caso? Guardiamo il grafico della serie:


Oibo'! Ma la serie non cresce più! Cresce solo alla fine!

Un attimo. Siccome una serie che cresce del 20% all'anno (partendo da uno) dopo un secolo supera gli 80 milioni, è chiaro che le osservazioni iniziali saranno tutte schiacciate sull'asse delle ascisse. Sembrano appiattite, perché il valore finale è molto alto, ma questo non vuol dire che all'inizio la variabile non cresca. Vuol dire solo che devi prendere i logaritmi. Se lo fai, vedi questo:


E così si capisce che la serie cresce a un tasso percentuale costante, di circa il 20% (vedete che dopo 100 osservazioni arriva a 0.2x100=20: il dato è approssimato, sarebbe lungo spiegarvi perché, ma accontentatevi, o studiate analisi 1).

Sapete quante volte, alla Sapienza, il "povero studente" veniva da me con un grafico come il penultimo, e mi diceva: "Professore, i dati non ci sono". E io: "Benedetto figliuolo (tradotto: povero coglione), ma se mi stai plottando l'indice dei prezzi al consumo dell'Argentina, con inflazione a quattro cifre, mi pare abbastanza chiaro che non vedrai nulla se non prendi i logaritmi, no?". Lui non capiva, prendeva i logaritmi, e pensava che io avessi poteri taumaturgici.

Se vi volete divertire a fare i conti, il foglio Excel è qui. Mettete nella casella gialla vari tassi di crescita (ricordando che non sono inseriti come percentuali, per cui 0.05=5%, quindi 5=500%), e divertitevi a vedere cosa succede.

Allora, ora che abbiamo la tecnica, possiamo passare all'ideologia. Perché anche del logaritmo si può fare un uso, o un non uso, ideologico.

Pensateci bene. Cosa vuole dimostrarci un marZiano (o meglio, un marZista, ma marZiano torna meglio)? Vuole dimostrarci che ha ragione lui, e fino a qui lo sentiamo nostro fratello: abbiamo un obiettivo comune. E in che modo vuole avere ragione? Semplice! Nel dimostrarci che il capitalismo sta alla frutta, che ormai le sue insanabili contraddizioni lo hanno portato sull'orlo del baratro finale, che la palingenesi si sta avvicinando.

Bene.

Qui scatta il non uso ideologico del logaritmo. Perché ovviamente se te ttu vvòi dimostrare che un fenomeno (ad esempio, il capitalismo) è inserito in una dinamica esplosiva, eviterai di utilizzare una trasformata (quella logaritmica) che linearizza gli esponenziali. Solo che in questo modo "schiaccerai" il fenomeno nella prima parte del grafico, quella più a sinistra, quella più antica. Il che ti torna anche comodo, perché così potrai verniciare la tua patacca con uno smalto che torna sempre comodo: lo smalto del "il mondo non è più quello di una volta, non ci sono più le mezze stagioni, e soprattutto c'è la Ciiiiiiiiiiiiiiiiiiina"...

Per farvi capire, mi sono ricostruito il grafico in casa. Non è stato semplicissimo e non ho trovato, nel poco tempo a disposizione, esattamente gli stessi dati di Wolff, ma le dinamiche son quelle, come vedrete, e vedrete anche che con i dati di Wolff il mio punto sarebbe ancora più evidente.

Dunque: questo è il mio grafico:


La serie della produttività coincide con quella di Wolff fino al 1969 ed è tratta da qui, poi dal 1969 al 1987 ho usato la serie del non farm business, perché non ho trovato il manufacturing, e poi dal 1987 a oggi ho usato il manufacturing, e i dati vengono da qui. Per i salari reali ho usato i dati del Two Charlie's paper, che non è l'articolo dei due vietnamiti, ma l'articolo di Nelson e Plosser, uno degli articoli più famosi nella storia della macroeconomia recente. I dati li trovate qui.

Ora, anche se le fonti sono diverse, il messaggio è lo stesso. Prima di dirvelo, vi faccio notare le differenze. Intanto, il mio indice di produttività arriva a 1600 anziché oltre 1800 come quello di Wolff, per due motivi. Il primo è che i miei dati partono dal 1900, anziché dal 1890 (i dati di Nelson e Plosser partono dal 1900 e non avevo voglia di ricostruire e caricare a mano dieci anni di salari reali: sì, sono un lavoratore pubblico improduttivo); secondo, dal 1969 al 1987 non ho trovato la produttività del manufacturing, e quindi in quel periodo la serie cresce leggermente di meno. Circa i salari, il comportamento è pressoché identico.

L'unica differenza sensibile è che coi dati di Wolff nel 1947 i due indici tornano a coincidere, mentre nei miei dati rimangono scostati, ma la caratteristica più rilevante, cioè lo stacco della produttività a partire dagli anni '70, rimane il medesimo.

Che succede, però, se rappresentiamo le serie prendendone i logaritmi naturali?

Succede questo:


Viste così, le dinamiche che stiamo vivendo, pur restando esplosive, sembrano un po' meno inusuali.

Intanto, una stagnazione del salari si era già avuta a partire dal 1920, ed era durata sostanzialmente fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale. In questo periodo, l'indice della produttività ha staccato quello dei salari fino a un massimo di circa il 60%, corrispondente a un po' più di una "tacca" sull'asse delle ordinate (nel 1935). Dopo la guerra i due indici sono cresciuti in parallelo (ma i salari sono rimasti un po' sotto, questo si vede sia nel grafico di Wolff che nel mio). La produttività ha preso di nuovo il "fugone" all'inizio degli anni '80, e da allora l'ulteriore stacco rispetto all'indice dei salari reali è stato di circa il 90% (corrispondente a un po' meno di due tacche sull'asse delle ordinate).

Certo, le dimensioni del fenomeno sono molto maggiori, questo è palese. D'altra parte, oggi il capitalismo non può sfogare le sue tensioni, come ai bei (per lui) tempi andati, scatenando qualche simpatica guerra mondiale, e poi la finanziarizzazione dell'economia è progredita, e anche il keynesismo ci ha messo del suo. La politica fiscale espansiva (di Reagan o di Craxi, con segno, colore e intenzioni diverse) ha messo una bella toppa al cuneo fra salari e produttività negli anni '80, portando a una discreta crescita del debito pubblico negli Stati Uniti e in Italia. Una cosa simili, in fondo, era successa anche negli anni '20, come fa vedere il grafico di Belen e Sbrancia (vedi sopra). Poi, dagli anni '90,  il testimone è passato all'indebitamento privato, sia negli Stati Uniti che da noi, e siamo andati avanti per un altro quindicennio. Questo anche concorre a spiegare perché gli squilibri distributivi, e quindi finanziari, accumulati, siano questa volta maggiori.

Ma da qui a dire che "this time it is different", mi dispiace, ma ce ne corre. Non è così "different" (in questo, purtroppo, hanno ragione loro), e quindi è piuttosto futile aspettarsi palingenesi, e piuttosto furbesco suggerire imminenti collassi del sistema, semplicemente usando unità di misura opinabili!


La soluzione è a portata di mano!

È anche piuttosto interessante andare a vedere quale sia la soluzione che Wolff propone per risolvere il problema. Dopo aver sacramentato per pagine e pagine contro Keynes, colpevole, a suo avviso, di aver aiutato il capitalismo a tenere insieme i propri cocci, l'amico Wolff giunge alla conclusione, alla proposta. E qual è, questa proposta? La transizione da un sistema "capitalista" (di Stato, cioè keynesiano, o privato, cioè neoclassico) sarebbe assicurata, "a livello microeconomico", dalla sostituzione dei tradizionali consigli di amministrazione con consigli di fabbrica. I lavoratori, diventando amministratori di se stessi, distribuirebbero il surplus (i guadagni di produttività, diciamo così - suscitando le ire dei puristi) in modo meno iniquo: cioè tirerebbero la coperta dalla parte loro (cosa giusta e sacrosanta). Naturalmente, se i lavoratori diventassero "their own board of directors", il tradizionale conflitto fra capitale e lavoro scomparirebbe, e questo sarebbe un passo decisivo verso una ulteriore democratizzazione della società. Tutto scritto qui, leggere per credere.

Ora, io, logaritmi a parte, con l'analisi di Wolff, come con quella di certi marZiani "de noantri" (che prima ti dileggiano e poi ce vanno in puzza), mi ritrovo, assolutamente.

La terapia mi lascia un po' perplesso, perché la vedo sottoposta a due ovvie obiezioni:

1) e se ci dicono di no?

2) e i soldi chi ce li mette?

Cioè, come funziona? Ci svegliamo un giorno, andiamo al lavoro, e diciamo agli amministratori: "Scusate, andatevene a casa, che ora decidiamo noi". Loro se ne vanno, e gli azionisti come la prendono? E le banche cosa fanno? Ah, certo, ma nel frattempo avremo fatto lo stesso anche nelle banche. In simultanea. Be', certo... Son quelle cose un po' così, come avere la luna in trigono con Venere, Mercurio in quadratura con Saturno e Giove in opposizione con Marte: opportunità che si presentano (se possibile) una volta nella vita, e che sarebbe in effetti stupido non sfruttare.

Ragazzi, non so come dirvelo: io vorrei tanto credere che sia possibile avere un mondo migliore... Ma se le proposte sono queste, alla fine preferisco rendere meno peggiore quello nel quale sono nato. Mi scuserete, oppure, deponendo linguaggio liturgico e puzza sotto il naso, mi direte dove sbaglio, e io cercherò di capirlo...


Sono i dettagli che fanno la delizia dell'intenditore.

Bene. Da oggi alcuni di voi sono meno beati: hanno appreso cos'è la quota salari, hanno appreso che non volevo nasconder loro nulla, hanno ricordato cosa sono i logaritmi, e si sono deliziati nell'apprendere che anche di essi può esser fatto un uso ideologico. Ogni tecnica rinvia a una metafisica, e sono sempre i dettagli a far la delizia dell'intenditore.

Ad esempio, ascoltatevi questo. Ich will den Kreuzstab gerne tragen: porterò con gioia la croce (che viene dalle mani del Signore). Anche se avete le orecchie devastate dalla musica cessica che ascoltate tutto il santo giorno, lo sentite che su Kreuz c'è una nota molto espressiva? Bach usa un intervallo strano, una seconda eccedente (si bemolle-do diesis, non sto parlando di tette ma di note). E anche qui, uno direbbe: "Bello, sì, forse, ma comunque mastica...".

E invece no, perché c'è il dettaglio (che fa la gioia dell'intenditore). Guardate com'è scritto:


Visto? Per aumentare la seconda, rendendola eccedente, Bach mette un diesis, che sarebbe questo segno # (er cancelletto), sul do che corrisponde alla parola Kreuz. Ora, siccome a quei tempi Twitter non c'era, difficilmente Bach avrà voluto creare l'hashtag #kreuz. Il fatto è un altro: il diesis in effetti è una croce. Insomma: Bach usa il segno grafico dell'alterazione per simboleggiare il concetto espresso dal testo, e sicuramente non lo fa per caso. Vi risparmio altri simboli, come il peso della croce, simbolizzato da un vocalizzo di otto battute sulla a di tragen, ecc. Dal che si evince che qualche volta le seghe mentali possono portare a risultati esteticamente appaganti. Un giorno in cui anche a voi, come a me, la croce che vi siete scelti comincerà a pesare un po' sulle spalle, ricordatevi di questo link, e poi ripartite di slancio.

Noi la croce la portiamo, gerne, ma non è detto che sia destinata a noi stessi.

Concludendo

Le conclusioni qui sono due, una moderna, e una antica.

La prima è che

La Nature est un temple où des vivants piliers
laissent parfois sortir des confuses paroles ;
l'homme y passe à travers des forêts de symboles
qui l'observent avec des regards familier.



e quindi, in queste circostanze,



...nihil dulcius est, bene quam munita tenere

edita doctrina sapientum templa serena,

despicere unde queas alios passimque videre

errare atque viam palantis quaerere vitae,

certare ingenio, contendere nobilitate,

noctes atque dies niti praestante labore

ad summas emergere opes rerumque potiri.


Con gli ambiziosi madre Natura sarà sempre matrigna, e ai superbi e agli incolti nasconderà i suoi rutilanti colori. Insomma: poveri piddini, non sanno cosa si perdono. E per chi non avesse, da madre Natura, ricevuto il dono incomparabile di leggere fra le righe, suggerisco sommessamente questa chiave di lettura.





(O miseras hominum mentes, o pectora caeca! Eppure Keynes ve l'ha detto che nel lungo periodo sarete tutti morti. Certo, certo, anch'io, si sa. Ma prima, col vostro permesso, voglio seppellirne un bel po'...).

Mi ri-faccio un regalo: la conversione del piddino

(il primo regalo me l'ero fatto qui...)


Pierpaolo D'Arpa ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "E adesso, povero euro?":

Gentile Prof. Bagnai,

ho terminato di leggere da un paio di mesi il Suo libro e, da allora, seguo con attenzione questo interessante spazio di discussione. Vorrei ringraziarLa per il Suo meraviglioso "Il Tramonto dell'Euro": nella vita di una persona esistono dei libri, di varia e diversa natura, che possono modificare il modo in cui si guarda al mondo che ci circonda. Ebbene, il Suo è stato per me un libro importante: al termine della lettura non ero più lo stesso. Come da Lei stesso scritto, durante la lettura sono passato dall'iniziale scetticismo allo stupore, fino alla rabbia più feroce, anche per quella sgradevole sensazione (certezza dovrei dire) di essere stato preso in giro (io sono uno di quelli che voi chiamate "Piddini" dal momento che provengo da una famiglia comunista ed ho sempre votato a sinistra). Caro Professore, da quando ho finito il libro in realtà il mio stato d'animo più frequente è lo scoramento: ascolto la Tv, leggo i giornali e mi chiedo di che parlano, perchè non intervistano Lei ed i Suoi collaboratori, del perchè insomma ci si continui a parlare di minuzie (l'IMU, le pur spregevoli ruberie della politica, etc.) e non ci si concentri sul cuore del problema. Spero di sbagliarmi, qualche segnale incoraggiante c'é come il vedere gli oltre 6 milioni di contatti del Suo blog, ma tendo ad essere complessivamente pessimista. Davvero c'è forse da sperare nella Francia, ai cui cittadini non si potrà certo dire che è colpa loro, come da vent'anni fanno con noi...

Gentile Prof. Bagnai, La ringrazio ancora di cuore: posso fare ben poco per "sdebitarmi" con Lei, se non contribuire a diffondere il Suo meritorio lavoro facendo attiva opera di pubblicità al Suo libro ed al Suo blog. In famiglia il papà comunista è stato gentilmente "costretto" ad abbandonare Scalfari per leggere Bagnai e adesso è più arrabbiato di me, con mia madre e mia moglie non ce n'è bisogno: loro fanno la spesa al mercato e certe cose le avevano capite prima di me.

Grazie ed in bocca al lupo per il futuro.


Postato da Pierpaolo D'Arpa in Goofynomics alle 29 novembre 2013 19:57



(diamoci del tu. Anch'io ho votato comunista finché ho potuto. Mi hanno espropriato di questo diritto quegli stessi cialtroni che oggi fingono di essere "critici" verso il regime fascista col quale hanno collaborato, e che ci diffamano perché abbiamo smascherato - non io da solo, tutti noi - la loro profonda disonestà intellettuale, mossa da una concezione distorta della politica e dal lecito, ma un tantino gretto, perseguimento di interessi personali. Sì, insomma, quelli che "Bagnai la fa facile", quelli che "il populismo", quelli che "bisogna fare il movimento dal basso" (e che è? Una colite?), quelli che "Bagnai è leghista", quelli che "la setta di Bagnai", ecc. Non essere pessimista. La Storia non è un processo rettilineo. Come vedi, il lavoro che stiamo facendo sta dando i suoi frutti. Tu sei fra i tanti il più gradito: Ita gaudium erit in caelo super uno peccatore paenitentiam agente quam super nonaginta novem iustis, qui non indigent paenitentia - Luca, 15, 7. E a chi parla di Norimberga, d'altra parte, vorrei ricordare che Si iniquitates observaveris, Domine, Domine, quis sustinebit?)

(...e così avete anche capito cosa manca ai mediocri. E visto che voi non lo siete, faccio un regalo anche a voi: ci sarà comunque un mondo migliore, anzi: c'è già.)

(P.s.: chi non riceve lettere così, invece di irridere chi le scrive, dovrebbe chiedersi perché non gliele scrivono. Ultimo avvertimento.)

venerdì 29 novembre 2013

E adesso, povero euro?

(da Mimmo Porcaro ricevo e pubblico con immenso piacere, ricordando altresì che questo documento è stato diffuso anche attraverso la newsletter 'rifondazione no-euro' di ieri, 28 novembre 2013. Forse non tutti si spiaggeranno...)




Lasciamolo dire al Sole 24 ore, un giornale che per la sua funzione non può permettersi di raccontare troppe frottole: “Chi si illudeva che il ritorno dei socialdemocratici al governo avrebbe ammorbidito le politiche di rigore di Angela Merkel si ritrova smentito su tutta la linea: niente allentamenti, né mutualizzazione dei debiti, né solidarietà finanziaria Ue nell’unione bancaria se non come ultimissima spiaggia. Silenzio sulla crescita europea (che non c’è). Invece contratti Ue vincolanti sulle riforme degli altri”. Così Adriana Cerretelli, addì 28 novembre.

Capito? Il PD ha sempre saputo che le cose sarebbero andate così, e farà finta che sia ancora possibile ottenere, assieme al rigore, la sospirata crescita. Non si tratta di illusioni, si tratta di fare il proprio mestiere, che è, per il PD, quello di tenere i lavoratori italiani dentro la gabbia del capitalismo euroatlantico. Ma che dire della sinistra sedicente radicale, che ancora continua a coltivare speranze analoghe? “Beh – mi si risponderà – ma noi non speriamo certo nel rinsavimento della Merkel, contiamo piuttosto sulla lotta dei lavoratori europei…” . Appunto: se la Grosse Koalition tra socialdemocratici e conservatori è tirchia sull’Europa, è invece più generosa sul fronte interno. I patti prevedono infatti l’instaurazione di un salario minimo ed un allentamento delle restrizioni in tema di pensioni. Poca cosa, certo: ma cosa rilevantissima perché in assoluta controtendenza rispetto all’andazzo attuale. Insomma, diciamola chiara: con i sovrapprofitti garantiti anche dal poter godere, grazie all’euro, di una permanente svalutazione della propria moneta (quella svalutazione che, chissà perché, per l’Italia dovrebbe essere peccato capitale), la Germania finanzia il rafforzamento dell’adesione dei lavoratori tedeschi al suo modello mercantilista. Cosicché lo “spazio europeo” dimostra ancora una volta di non favorire affatto l’unità dei lavoratori, e quindi la costituzione del fronte sociale che dovrebbe democratizzarlo. Anzi.

Ma che ne è dell’altro paladino della cosiddetta Europa sovranazionale, che ne è di quel Mario Draghi che dovrebbe difendere l’euro (questo presunto “spazio avanzato” della lotta di classe) contro la miopia della Germania? Vediamo, vediamo:... “Mario Draghi non  ha bloccato la proposta di alcuni membri dell’Esbr, l’autorità per i rischi sistemici, di prevedere una valutazione del rischio superiore a zero per i titoli di stato detenuti dalle banche. E, ovviamente, che tali rischi siano ponderati in modo diverso di stato in stato, con i titoli dei paesi virtuosi ad essere valutati più sicuri di quelli dei Piigs.” Se questa scelta venisse confermata – continua Investireoggi, un sito di consulenza finanziaria che, anch’esso, non può raccontare troppe frottole – ciò “equivarrebbe a dire agli investitori che anche per la BCE i BTp ei Bonos non sono così sicuri come i Bund tedeschi. E perché mai dovrebbero acquistarli, se la stessa banca centrale li declassa?”. 

Inoltre Weidmann, il presidente della Banca centrale tedesca, “avverte Draghi che se intende andare avanti sulla strada della supervisione bancaria unica e centrale, non sarà lui a guidarla. La Germania uscirà dal cilindro [chiedo scusa per il pessimo italiano, ma io non c’entro… M.P.] l’ennesimo organismo sovranazionale e ufficialmente super-partes, per evitare che i bilanci delle sue banche siano giudicati dal board della BCE, dove ormai i tedeschi sono finiti in minoranza, come ha dimostrato l’ultimo voto di novembre con il taglio dei tassi avversato dalla Bundesbank e da pochi altri. E la BCE potrà anche scordarsi nuove misure di stimolo monetario, perché il discorso del governatore tedesco era tutto improntato ad evidenziare i difetti di simili provvedimenti, che non sarebbero tollerati da Berlino, dopo il taglio dei tassi di meno di venti giorni fa”.

Capito l’aria che tira? Mario Draghi preferirebbe tenere in piedi la zona euro, forse per evitare che una sua disgregazione ostacoli il prossimo – e per noi micidiale – trattato di partnership euro-americana. Ma Berlino, nonostante possa lucrare molto dalla moneta unica, non le sacrificherà mai la propria autonomia strategica.

Non c’è niente da fare, dunque: la sinistra radicale (se davvero vuole essere sinistra e se davvero vuole essere radicale) deve rassegnarsi a deporre la vetusta retorica dell’Europa sociale, dei movimenti, della lotta di classe continentale, per affrontare con coraggio i propri compiti storici. Ossia la ridefinizione della posizione internazionale del Paese. L’elaborazione di un nazionalismo difensivo e democratico-costituzionale come base di un’alleanza del Sud, e poi di un’Europa confederale. La riscoperta dei pregi dell’economia pubblica contro le illusioni privatistiche (comuni anche a tanto “privato sociale”, a tanta “economia alternativa”). La costruzione di  un’alleanza trai lavoratori che oggi seguono il PD e quelli che oggi seguono il centrodestra, su un programma che mescoli pianificazione per i grandi gruppi e (vero) mercato per le PMI, innovazione scientifico-tecnologica e democrazia industriale, valorizzazione dell’immenso patrimonio paesistico-culturale dell’Italia ed espansione razionale del lavoro pubblico.

Capiamolo una buona volta: lo rompano i Piigs o lo rompa la Germania l’euro finirà. Saremo allora costretti a riscoprire la serietà, la difficoltà, la durezza di una effettiva posizione di sinistra, dunque socialista.











 (standing ovation!)






(sono in corrispondenza con Mimmo Porcaro da alcuni mesi. Prima di pubblicare l'insulsa articolessa che ricorderete, Riccardo Bellofiore mi aveva segnalato che Porcaro, ai seminari di Rifondazione, era stato l'unico economista "di area" a non esprimersi con risolini sprezzanti nei vostri riguardi - e in subordine nei miei. Ora, a me se qualche demente finge di non capire per tatticismo politico, sinceramente non fa né caldo né freddo. Ma che irridendo me il demente di turno irrida anche lui, o lui, o lui, o tanti altri, ecco, questo un po' mi infastidisce. Faremo tutto un conto. Un giorno saranno in tanti a volere il proprio nome iscritto sul muro dei giusti, cioè su questo blog, ma non tutti se lo saranno meritato. Mimmo sì, perché ci ha difeso in tempi non sospetti e rischiando l'ostracismo del suo partito. Me lo ero però dimenticato. Poi, il 15 settembre, mandai a Stefano Pezzotti, il compagno che aveva organizzato l'incontro di Casal Bertone, questo sms:

Te lo dico con affetto e disperazione: mi tocca veramente diventare fascista per tirare fuori l'Italia da 'sta merda? Qui chiamano tutti, il più a sinistra è Crosetto. Ma che aspettano/ate?

Stefano mi chiamò e mi disse che c'era un intellettuale "d'area" che si stava dando da fare per ricondurre alla ragione er Nutella. Io pensai: "Be', se c'è un'area, magari non ci sarà una grande base, ma potrebbe esserci una certa altezza...", e chiesi a Stefano di metterci in contatto. Lo scritto qua sopra dimostra che la geometria politica in effetti ha le sue regole, che però possono ammettere eccezioni: sono sicuro che nei tempi molto oscuri che si aprono riuscirà ad avere una grande base solo chi avrà dimostrato una certa altezza. Astenersi infimi.)

(...ah, ovviamente un plauso a Mimmo anche per essersi esposto sul blog di quel fascista di Bagnai. O ero un sellino? O un monarchico? O  un grillino? O un leghista? O un leccaculo di Fassina?... Non lo so. Una cosa la so, e la dico una volta sola. Avviso agli escrementi: non ho tempo per schiacciarvi tutti su questo blog, che merita contenuti più alti. Finora avete ragliato in pace. Ora ho un avvocato. Il prossimo che se ne esce con "Bagnai fascista", soprattutto se è un piddino da quattro soldi, cioè un difensore del più spietato progetto liberista portato avanti nella terza globalizzazione, mi darà tanti, ma tanti, bei soldini, che darò in beneficenza a me stesso per tutto il lavoro che ho fatto e che merita rispetto, come merita rispetto Mimmo per il lavoro che sta facendo e che mi restituisce un barlume di speranza. Chiaro?)

(...p.s.: l'uso del verbo uscire in senso transitivo è ammesso in alcune circostanze, vero Ro?)

(last but not least: Cerretelli forever...)

(anche se in effetti non è così strano che i giornali dei padroni dicano la verità più spesso di quelli dei servi. E a questi ultimi affettuosamente ricordo che da servi a schiavi è un attimo, ed è irreversibile... Non come l'euro!)