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martedì 30 aprile 2013

Home, sweet home...

Bergamo

(il calendario di maggio lo facciamo un pezzettino alla volta, se non vi dispiace, perché del doman non v'è certezza. Marx è morto, Keynes è morto, e io non mi sento tanto bene. Quindi calma e ordine. Per l'ostensione della salma del guru qualcuno, ahimè, dovrà attendere il funerale di Stato - o la fossa comune. Nel frattempo, appena adottata una policy più restrittiva sulle ostensioni, come per miracolo è arrivato - a mo di in hoc signo vinces - l'invito a un passaggio televisivo di un certo spessore, del quale sarete avvertiti a suo tempo. Come dire: Deus vult...)


Ed eccoci agli eventi di Bergamo, in compagnia di due economisti di classe (anche se non della stessa classe, a quanto credo di capire: un proletario e un capitalista, ed io tra di voi...). Sì, ho detto eventi, al plurale, perché ce ne saranno due. Meno male che verso la fine arriva la cavalleria...



Bergamo, lunedì 6 maggio ore 15:30



All’interno degli insegnamenti di “Economia monetaria” e di “Storia del pensiero economico” Università di Bergamo, lunedì 6 maggio 2013, dalle 15.30 alle ore 18.30, aula 1, via dei Caniana, 2, Bergamo, si svolgerà la lezione-seminario di Alberto Bagnai (Università Gabriele D’Annunzio di Pescara) Euro al capolinea? Una discussione, discussant: Riccardo Bellofiore (Università di Bergamo).

L’incontro prende spunto dai libri: Alberto Bagnai, Il tramonto dell’euro. Come e perché la fine della moneta unica salverebbe democrazia e benessere in Europa. Imprimatur, Reggio Emilia, 2012. Riccardo Bellofiore, La crisi globale: l’Europa, l’euro, la Sinistra. Asterios, Trieste 2012



Bergamo, lunedì 6 maggio ore 21

il caffè letterario
via S. Bernardino 53 - 24122 Bergamo

Lunedì 6 Maggio ore 21
presentiamo il libro:

IL TRAMONTO DELL'EURO.
COME E PERCHE LA FINE DELLA MONETA UNICA SALVEREBBE DEMOCRAZIA E BENESSERE IN EUROPA
di
ALBERTO BAGNAI
edizioni Imprimatur
 
Con l'Autore
ALBERTO BAGNAI, economista presso l'Università di Pescara
discutono del libro
RICCARDO BELLOFIORE, economista presso l'Università di Bergamo
CLAUDIO BORGHI, economista presso l'Università Cattolica di Milano

lunedì 29 aprile 2013

@Maria Cristina (Jesi)

maria cristina ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Vivere al disopra dei propri mezzi":

Ma che fine ha fatto il Professore...assente ingiustificato dallo scorso 11 aprile!!
Desidero conoscere i prossimi appuntamenti, in particolare quello di Jesi il 4 maggio; è confermato? Se si, dove e a che ora? Vorrei divulgare per una più ampia partecipazione per quel poco che posso fare.



Carissima,

salvo improbabili omonimie, ho come la sensazione che ci conosciamo da alcuni decenni (non sto a dire quanti perché suppongo che tu i decenni li porti molto meglio di me e quindi tenderai credibilmente a scalartene alcuni, e non voglio essere certo io a contrastare questa legittima strategia)!

Ora, caso vuole che esista nel tuo PC un signore che si chiama Google, e nel mio caso, però, si chiama Goooooooooogle, dove se tu scrivi "Alberto Bagnai" trovi subito la mia email.

(Dio quelli che ti dicono: "Come posso trovarla?" Ma cazzo, la mia email è sul web dal 1997, dal millenovecentonovantasette, da 5840 fottutissimi giorni - giorno più, giorno meno - e tu mi chiedi come puoi trovarmi? Ma non lo so, telefona alla Sciarrelli, rivolgiti a Tom Ponzi, chiama il 113, vedi tu...).

Quindi, se vuoi sapere che fine ho fatto, alcuni decenni dopo, feel free: scrivi pure! Fra tante email, la tua sarà sicuramente fra le meno sgradite. Gradite, per definizione, non possono essercene, poiché, come tu ben sai, io son misantropo, e anche un po' misogino (rispetto la parità di genere).

Venendo al punto.

A quanto ne so io, che però sono sempre l'ultimo a sapere le cose (tipo: se c'è un moderatore vengo a saperlo da Twitter...), l'evento di Jesi dovrebbe svolgersi alle 17:30 di sabato 4 maggio nell'Auditorium della Fondazione Colocci, ed è organizzato dall'associazione Club Occidente per iniziativa di un suo gentile socio, Claudio Piersimoni, che mi ha contattato al compleanno del blog, se non ricordo male. Devo dirvi che per avere i dettagli ho dovuto googlare anch'io, il che mi convince del fatto che questa volta, va bene, è la città di mamma, magari mi fa anche piacere rivederti, rivedere il cugggginetto, lo zio, ecc., ma da qui in avanti si cambia passo: bene intendenti pauca.

Contenti adesso?

La sala è da 100 persone, quindi... regolatevi, anche perché sarà una delle ultime volte che mi vedete in giro (vedi alla voce bene intendenti pauca). Se faccio il segretario non posso fare l'economista, e tutto sommato fra i due lavori preferisco quello per il quale sono pagato (nonostante sia dispostissimo ad ammettere che si tratta di un lavoro pubblico improduttivo)!

Yours.



Breaking news: per chi invece non sa usare Goooooooooooooooooogle, la Fondazione Colocci è a via Angeloni 3. Dovrebbe essere in centro vicino a Bardi, ma Goooooooooooooooogle Maps per Jesi non mi pare funzioni. Sapete che c'è?


Ri-breaking news: mi è arrivata adesso la locandina (che non posso postare perché è in un formato un po' oblungo) dalla quale risulta che l'orario sono le 18:00. Oggi solo per questo evento cinque email (con lo staff, va da sé). Che faccio? Voi in ogni caso arrivate prima...

QED 20: segare il ramo (souvenir dalla Germania e dall'Olanda)

(nel primo articolo, quello nel quale c'è scritto tutto e che 'in a perfect world' avrebbe reso inutili quelli successivi, c'erano alcune frasi che mi hanno attirato una serie di critiche da parte di espertoni e portatori di late visuali geopolitiche. Fra queste, una delle frasi incriminate era: 'la Germania segherà il ramo sul quale è seduta'. E quante ne hanno dette! 'Bagnai, non capisci che la Germania è fuuuuuuurba, non andrà mai contro i propri interessi, si arresterà in tempo, ecc.' Inutile tentare di far capire a queste persone ciò che è evidente, ciò che, per la prima legge della termodidattica, se potessero capire, non andrebbe loro spiegato, ovvero il fatto che la storia è un processo estremamente complesso ed aleatorio nel quale una molteplicità di attori agiscono in modo non sempre coordinato, guidati da una combinazione convessa di ignoranza e malafede. No, questo non si capisce. Per la maggior parte dei lettori, dei commentatori, forse, devo capire, degli italiani, la Storia è una specie di teatro dei pupi nei quali dei personaggi - la Germania, l'Italia, il Saracino - si affrontano a spade sguainate - quelle degli altri, certo non la nostra - in base a precise e razionali regole del gioco. Per un anno sono andati avanti a tritarmi gli zenzeri con questa storia. E a questa variopinta genia di imbecilli dedico con un affettuoso "a stronzi!" il post inviatomi da uno dei più sagaci, fra i tanti sagaci, commentatori del blog, l'uomo il cui nome è un codice fiscale, kthrcds.

Per inciso: non è che siano tutti sagaci, ma i non sagaci, come sapete, cui vengono accortamente accompagnati alla porta, perché questo non è né un confessionale, né una cabina elettorale: è un blog. Chi non fosse d'accordo è libero di aprire il suo, per spiegarci che la Germania è fuuuuuuuuurba. Come vedete, visto che questo non posso impedirvelo, non ha senso parlare di censura! Per ulteriore precisazione: non solo non posso, ma nemmeno voglio. Il successo di questo blog non è dovuto al fatto che io, o kthrcds (o porter, o Guerani, o istwine, o Mr N€uro, o...) diciamo talora cose intelligenti (come vedrete sotto, non siamo i soli), quanto al fatto che i media di regime dicono delle solenni stronzate! 

Quindi, amici, feel free: continuate a decantare il modello tedesco e i suoi successi. Basta che lo facciate a casa vostra: noi non siamo razzisti...)




kthrcds ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Souvenir dalla Germania (le voci di dentro)":

Souvenir dalla Germania e dall'Olanda.


In Germania l'indicatore dell'indice manifatturiero (Flash Pmi, che esamina circa l'85% delle Pmi su base mensile) di aprile è sceso sotto i 50 punti: 48,8 punti, contro i 50,6 punti di marzo, il valore più basso in sei mesi. Il che significa che la Germania è già in fase di contrazione, e che la volpe di Amburgo non è astuta come crede.

Come risulta da questi grafici relativi al debito lordo in rapporto al reddito delle famiglie, prossimamente sarà «l’Olanda a confermare l’evidenza che nella maggior parte dei Paesi mondiali la scintilla che ha scatenato la crisi è il debito privato e non quello pubblico [Inoltre, in Olanda] l'aumento della disoccupazione segue la contrazione dell'economia olandese, per cui il PIL si è contratto del 1,2% rispetto allo scorso anno. Il forte deterioramento dell'economia olandese preme sul governo centrale per abbandonare le misure di austerità perseguite negli ultimi due anni, e che sono in parte responsabili della contrazione della domanda».

I grafici mostrano che anche Canada, Australia, Norvegia, Svizzera e UK hanno problemi ben maggiori dell'Italia, nonostante Monti due giorni fa abbia ripetuto che senza di lui l'Italia era prossima al tracollo.



(be', però una differenza fra noi e i cinque paesi citati nell'ultimo capoverso in effetti c'è, ed è questa a rendere la nostra situazione più critica di quella di paesi oggettivamente più dissestati di noi in termini di finanza privata. Chi la vede, questa differenza?)

(dedicato a quelli che "l'Olanda - che è una signora olandese che abita in Olanda e parla fiammingo - è virtuosa, e la Germania - che è una signora tedesca che abita in Germania e parla tedesco - è fuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuurba, quindi Bagnai ecc." Bagnai? E io che c'entro? Pori cojoni!)

venerdì 26 aprile 2013

Comunicazione di servizio

Domani sabato 27 aprile alle 16:30 al circolo ARCI di Margine Coperta (Massa e Cozzile) per un incontro del quale non sono più tanto sicuro di capire bene il senso. Sarà l'allergia (ai piddini?).

Almeno, se passate ci si vede. Io sono fisicamente prostrato, oltre il limite della mia infinita misericordia. Se si parla di carriole e Stati Uniti d'Europa mi alzo e me ne vado. Non mi pagano abbastanza. Loro sono il male, ma io non posso essere la cura, perché, com'è noto, pe' malati c'è la china...

Prossimo appuntamento a Jesi il 4, poi a Bergamo il 6...

(Twitter no, eh?)

mercoledì 24 aprile 2013

Souvenir dalla Germania (le voci di dentro)

(mentre nei commenti al post precedente la feccia ortottera - largamente minoritaria - canta la canzoncina del "Bagnai non capisce le battute di Grillo ma io sono fuuuuuuuuuurbo" (ovviamente anche l'endorsement dell'Agenda 2010 era una battuta, e i risultati di questa Agenda sono qui) - e mentre l'anima del movimento - largamente maggioritaria - si pone delle domande e si dà delle risposte, mentre i soliti, beceri fessi, dimostrando di aver capito tutto, si indignano al Bagnai che obbedisce allo stereotipo del tedesco guerrafondaio ed è il solito economista incapace di approfondire le analisi - aspettiamo fiduciosi le loro - qui dobbiamo ricordarci di essere un'altra cosa, una cosa diversa. Ci aiuta in questo il nostro Paolo Gibilisco, dal quale ricevo e volentieri pubblico)




Preludio


Caro Alberto,

Il post di Neuro "La solitudine" mi ha spinto a interrogarmi sulla natura che ha assunto il tuo blog. Certo il blog è un luogo di riflessione critica sull'economia e la politica. Certo si tratta di un monumento innalzato al tuo smisurato ego di tetrarca d'occidente. Certo è uno spasso assoluto grazie alla tua penna e a quella di tanti altri: quante risate ci siamo fatti (come hai detto a Pescara per il primo anniversario "unanno vissuto umoristicamente"). Ma soprattutto ... beh, a questo punto è chiaro: si tratta del più grande esperimento di psicoterapia di gruppo mai tentato. Come hai detto, e come tanti hanno ripetuto, "volevo vedere se ero solo io a pensare, a sentire certe cose". Cosa cerchiamo quindi? il bene più prezioso del mondo, quello che fa scalare le montagne, che consente di rimanere dritti nelle tempeste della vita: cerchiamo condivisione.

E allora oggi è il mio turno, vediamo se quello che sento può servire anche ad altri.

Non voglio parlare della solitudine oggi, voglio parlare della paura e della Germania. Voglio parlare dei miei ricordi, dei miei sogni, della mia gioventù di baby boomer, dei miei libri. Perché c'è qualcosa di orribile in questi giorni, così cupi, così carichi di ombre. È orribile per me sentirmi dire, dopo una discussione con parenti, amici e colleghi a cui si cerca di mostrare le violente conseguenze delle scellerate politiche delle élite europee a guida tedesca: "Ma sei diventato un razzista antitedesco!". Signore, perdona loro perché non sanno quello che dicono ... Antitedesco (risate).

Eppure c'è qualcosa che mi fa paura perché, come dici tu, anche un agnello in una gabbia con angoli (non infiniti) può diventare un pericolo. Come diceva Terenzio? "Nulla di ciò che è umano mi è alieno".  Neanche l'odio ci è alieno, e io lo sento montare questo odio degli agnelli e mi fa paura, una paura tremenda. Perché negli anni '70 ce l'ho avuto un assaggio della violenza politica e non l'ho dimenticato. Cos'è il ricordo più brutto? Sì, c'era la paura di prenderle di santa ragione, ma non è questo la cosa più brutta che resta. La cosa più brutta è la sensazione che (magari per difendersi dall'aggressione delle squadracce) tu possa diventare come quelli che ti aggrediscono. La sensazione orrenda che una volta aperto il vaso di Pandora dell'aggressività ognuno di noi è alla mercé delle proprie pulsioni. Ed è la fine. Questo mi fa paura. Mi ha fatto paura la mia esultanza quando Mario Balotelli ha segnato il primo gol nella semifinale Italia-Germania degli ultimi campionati di calcio europei. Secondo Carmelo Bene "Il teppista è un tifoso coerente". Sante parole. Che cosa avevo da esultare? C'era dell'odio in quella festa, e il retrogusto che rimaneva in bocca era disgustoso.

E allora io oggi scrivo per ricordarmi la mia Germania, la mia Austria, il sogno della mia generazione. Perché noi vogliamo costruire veramente l'Europa, la principessa amata da Giove, perché vogliamo un futuro di pace e di giustizia sociale. Perché la Merkel, Weidmann e Schauble non sono la Germania, sono solo l'espressione di un mondo pulsionale privo di freni inibitori (scusate lo psicanalese) e io non voglio credere che l'avranno vinta, che ancora una volta dei violenti trascineranno il loro paese e il continente in un abisso di conflitti dall'esito imprevedibile. Perché io mi  sento come Bardamu nel Voyage, Bardamu che peregrina lungo il fronte franco-tedesco nella Grande Guerra e che al culmine della carneficina si chiede più stupefatto che spaventato: ma io non ho niente contro i tedeschi, ma da quale inferno arrivano tutto questo odio e disprezzo?

Libera nos a malo.

Lingua madre

Per prima cosa devo fare outing. Non so il tedesco. Estiqaatsi pensa ... La fate facile voi. Il problema è che ho fatto il matematico come inizio dei miei personalissimi studi di filosofia. Volevo fare il filosofo e sono rimasto intrappolato in questo paradiso delle forme dove gli oppiacei sono costituiti, o meglio sostituiti, dalla visione degli oggetti matematici. Volevo fare il filosofo e lo vorrò sempre. Esiste il libero arbitrio? Qual è la natura del tempo? L'universo è finito o infinito? Le domande sono sempre le stesse da circa 2500 anni. Le risposte cambiano e cambieranno sempre, ma le domande resteranno sempre là, a interrogarci ("La réponse est la malheur de la question"). E qual è la lingua di chi studia la filosofia se non il tedesco? Studiare filosofia senza sapere il tedesco ... si resta sempre con un vago disagio addosso, come uno che abbia fatto l'ingresso in società senza avere mai l'abito giusto per l'occasione. Le difficoltà della "Critica della ragion pura" sono ontologicamente legate ai processi mentali di Kant o la traduzione in italiano ci mette del suo? Avrò capito bene "Il mondo come volontà e rappresentazione" o avrò semplicemente letto quello che ha capito il traduttore-traditore delle parole di Schopenauer? Quelle pagine del Capitale così ostiche sono tali perché sono ignorante di economia o qualcosa dell'argomentazione di Marx è rimasta nell'originale in lingua tedesca? Lingua madre, lingua matrigna ... percepire bagliori in lontananza e sapere che non potrai mai veramente farli tuoi come potrà fare un qualsiasi cittadino di Amburgo o Norimberga.

E la letteratura? Interrogarsi sul significato del titolo "L'uomo senza qualità" fino a che qualcuno non ti spiega che una traduzione più adatta sarebbe forse "L'uomo senza proprietà" dove il termine "proprietà" va usato nell'accezione che danno al termine i matematici (d'altro canto il protagonista è un matematico): e tutto si illumina. Questo è il tedesco per me, quell'oscuro oggetto del desiderio, la lingua della più astratta e torrida carnalità di Musil, la lingua di Rilke, delle Elegie Duinesi.

"Ma se i morti infinitamente dovessero mai destare un simbolo in noi,
vedi che forse indicherebbero i penduli amenti
dei noccioli spogli, oppure
la pioggia che cade su terra scura a primavera.

E noi che pensiamo la felicità
come un ascesa, ne avremmo l'emozione
quasi sconcertante
di quando cosa ch'è felice, cade."

Che musica avranno questi versi nella loro lingua madre? Non lo saprò mai.

Sotto i tigli  

Io non lo sapevo.  Che Hitler non sopportasse Berlino l'ho imparato durante la mia prima visita. Era una città troppo viva, cosmopolita, la città della cultura. Non era proprio il posto dove il messaggio del Mein Kampf potesse attecchire senza sforzo. D'altro canto come si chiama il viale che conduce alla Porta di Brandeburgo (la strada principale di Berlino)? Viale della Vittoria? Corso della Nazione? No! Si chiama Unter den Linden. Unter den Linden. Sotto i Tigli. Qualcosa non torna. Dove sfilava l'infernale macchina da guerra teutonica? Sotto i Tigli. Adesso capite che la Love Parade sarebbe un tipo di sfilata più adatta per il luogo. Io ci sono passato e siccome soffro della sindrome di Stendhal in versione storica mi sono sentito mancare (quando comincerò a sentire le voci mi farò vedere da un bravo psicoterapeuta, non abbiate paura). Ho visto le divisioni corazzate della Wehrmacht sfilare, ho visto i soldati sovietici arrivare increduli e con il cuore fradicio dal desiderio di vendetta. E ho visto gli innamorati, di tutte le ere, passeggiare Unter den Linden bisbigliandosi piccole, dolci cose da nulla.

Orianienburger Strasse

E per caso mi sono trovato ad alloggiare in un alberghetto a Orianenburger Strasse nel quartiere di Mitte, il cuore della città. Bisogna passeggiare a Oranieburger Strasse per capire Berlino, la sera, d'estate. Ristoranti di ogni tipo, un centro sociale in piena città, donne che esercitano la più antica attività professionale del mondo in mezzo alle famigliole, una sensazione di tolleranza e libertà che non ho mai provato in nessuna altra parte del mondo. La sensazione che se sbarcassero gli alieni verrebbero fatti accomodare a un tavolo senza troppa difficoltà. Poi continui a passeggiare e anche qui qualcosa non torna. All'improvviso ti trovi davanti alla Neue Synagoge, la grande sinagoga moresca di quella Berlino ebraica che fu cancellata e dispersa. Il posto dove Einstein si esibì con il violino. Non ci sono gruppi di neonazisti che minacciano nessuno, tutto è tranquillo. Eppure in un angolo, due poliziotti, un po' pingui, sorvegliano l'entrata. Ecco come appaiono le tracce dell'angelo della morte che è passato in questi luoghi: attraverso la noia di due agenti che scrutano l'orologio nella speranza che il turno di guardia prima o poi finisca.

Corde vibranti nel cosmo  

La teoria delle stringhe è una teoria affascinante che ha come scopo ultimo la creazione di una teoria unificata delle interazioni fondamentali della fisica. Estiqaatsi pensa ... No, lasciatemi dire. Non ci sono ancora esperimenti che corroborino (come ci spiega Popper possiamo solo falsificare ...) la teoria. Ma l'idea è talmente bella e romantica che merita di essere conosciuta. Semplificando, senza tradire, possiamo dire che l'idea di base consiste nell'ipotesi che le particelle elementari non siano oggetti puntiformi ma stringhe. Meglio sarebbe tradurre "string" con corde. L'universo sarebbe quindi composto da corde vibranti e le interazioni fisiche verrebbero descritte come vibrazioni di tali corde. Non è meraviglioso? Si tratta sostanzialmente di una teoria musicale, la realtà sarebbe, in ultima analisi, un grande concerto. Gli amanti degli studi classici e di Pitagora avranno riconosciuto l'Armonie delle Sfere e avranno l'ennesima conferma che il progetto che stiamo portando avanti è stato buttato giù circa 2.500 anni fa da un valente gruppo di ricercatori ...  Ecco spiegata la fascinazione della musica per noi, piccola muffa parassita su un piccolo pianeta. Noi cerchiamo qualcosa che ci faccia vibrare (perdonate il panpsichismo).

Nikolaikirche

Ed eccomi quel giorno a Lipsia, di fronte alla Nikolaikirche. Era un caldo giorno di luglio e mi prendevo un'insalata nella birreria di fronte alla chiesa. Non una birreria qualsiasi, nientepopodimeno che l'ex scuola elementare di Leibniz, la Alte Nikolaischule. Come sarà stato Leibniz alla scuola elementare? Magari era distratto, magari guardava fuori dalla finestra e prendeva brutti voti perché pensava a come calcolare le aree, chissà. Un cameriere mi ridesta dal mio mondo di spettri: "Vinegar or Balsamico for the salad?". Ecco un'altra parola italiana che diventa mondiale, dopo "Mamma mia", "allegro", "prestissimo", ..., "balsamico"! E mi porta un balsamico di Modena buonissimo. Fra gli avventori tedeschi, turisti che si godono il sole. E rivado a quel 7 aprile 1724, la prima della Passione secondo S.Giovanni di Bach nella Nikolaikirche: saranno stati intonati gli interpreti? Ma nel mio piccolo Pantheon germanico c'è, in quella piazza, un'altra giornata importante, è il 9 ottobre 1989 la sera dell'inizio della "rivoluzione pacifica" quando la Stasi dovette arretrare di fronte a 70.000 candele accese. Cosa sognavano quelle persone? Libertà, pace, (vera) giustizia sociale? Cosa è successo da allora? Andiamo a cercare il pastore protestante che guidò le preghiere e le proteste, Christian Fuhrer (nomen omen, ma non sempre). Dal Corriere della Sera: "Le piace come è stata condotta la riunificazione? C.F: No. Avremmo dovuto scegliere un nome nuovo per il Paese, scrivere una nuova costituzione e cambiare l'inno nazionale, sequestrato dal nazismo. Invece, a Est è cambiato tutto, a Ovest non è cambiato nulla." Anche qui i conti non tornano. "A Ovest non è cambiato nulla". Già.

Fantasmi della mia Germania, della mia Europa. Troppo caldo per pensare. Ma Lipsia è la città della musica e questo significa che a ogni angolo del centro storico dilettanti allo sbaraglio infliggono tormenti inauditi ai passanti in cambio di pochi spiccioli. Se ci fosse Alberto li farebbe pagare per avere il privilegio di suonare di fronte a lui, ma Alberto non c'è ... Ed ecco che da un angolo della piazza sbuca un'armata Brancaleone mai vista. Cinque signori che sembrano usciti fuori da un romanzo di Gogol, vestiti alla meno peggio e carichi di strumenti. Infatti sono russi, di S.Pietroburgo. Tirano fuori degli ottoni tirati a lucido, su un lenzuolo malconcio dispongono dei CD di produzione artigianale, una breve presentazione e via con la musica. E' la Carmen, una storia spagnola, scritta da un francese ed eseguita da un ensemble russo di fronte a tedeschi e italiani. Se non è Europa questa. Sono intonati, perfettamente intonati. Niente battimenti, signori. Niente battimenti. Uno dei suonatori è veramente particolare, un ragazzo giovanissimo, in canottiera, shorts e infradito un incrocio etnico indefinibile, mezzo scandinavo, mezzo slavo, mezzo arabo (delle frazioni ce ne freghiamo), un perfetto europeo insomma. Suona la tromba assorbito completamente dallo strumento. Europa.

E mentre i musicisti cavalcano attraverso la tradizione musicale del continente per il piacere degli astanti io mi sento come quando sei a un funerale e, anziché essere assorbito dal dolore, banalità oscene attraversano la mente: "domani devo pagare le bollette ..." Ma a me viene in mente di peggio, le immagine dei burocrati europee, di Barroso, di Schulz, di Van Rompuy, di Draghi, i loro sconci sorrisi quando si incontrano come se fossero al club del golf, persone le cui politiche dissennate saranno premiate (qualche mese più tardi) con il Nobel della Pace. I musicisti russi si sono fermati adesso, si asciugano il sudore con i fazzoletti e si guardano negli occhi come chi si stia preparando al gran finale. Un respiro all'unisono e le note del secondo movimento del Secondo Concerto Brandeburghese di Bach invadono la piazza. Si può sentire questa musica senza essere travolti dalla forza del passato, dalla malinconia dei ricordi? Difficile. E infatti nella piazza ora si sente solo il perfetto accordo degli ottoni. Ognuno degli ascoltatori vibra all'unisono con la musica ricordando una pena segreta. Chi pensa a un amore perduto, chi all'ultimo saluto a un genitore morente, chi a quel giorno che tuo figlio è stato irriso e umiliato dai compagni di scuola e tu non hai potuto far niente per proteggerlo. Corde vibranti nel cosmo, ognuna con la sua nota, soli e insieme agli altri, come è la vita, in fondo.

E dunque, quando ricordo quel giorno di luglio, mi ritrovo a Oslo (autonominatomi Comitato per il Nobel della Pace) e assegno il premio al giovane musicista russo, con le infradito, la canottiera, la tromba e alla sua interpretazione di Bach, alle vibrazioni di quella piazza.

Non tutti i sogni sono uguali.

Dedica

Dedicato alle persone a cui ho voluto bene (presenti o assenti), ai miei studenti che mi hanno insegnato che l'amore per la matematica è una malattia trasmissibile, agli innamorati che hanno passeggiato "Sotto i Tigli", a tutti coloro che lottano e sperano e soprattutto alle persone più fragili che sono state travolte dalla violenza della crisi che viviamo.



(dal che si evince che l'infinita misericordia divina accoglie sotto le sue rutilanti ali anche i lettori di Céline. A degna chiusa di questo pezzo vorrei ricordare che i ricercatori che 2500 anni or sono dettarono l'agenda della nostra perenne ricerca venivano da un'università della Calabria. Insomma, erano dei Piigs. Ma tutto questo Angela non lo sa...)

martedì 23 aprile 2013

“Sarei contento di un’invasione tedesca in Italia”



(il giorno dopo l’elezione del Papa ero ancora a Parigi, bloccato dalla neve, come ricorderete. Verso le 9 vado a salutare Claudie, la padrona della mansarda di Linguini, che mi dice – guarda un po’ – che il papa mi somiglia. Le spiego che molti argentini vengono dall’Italia: una faccia, una razza. Mi chiede del mio libro, se verrà tradotto in francese. Rispondo che non lo so, ma che le ho portato il mio ultimo disco: la musica è un linguaggio universale, non c’è bisogno di traduzione (si fa per dire). Lei mi dice: “Attendez, j’ai aussi quelque chose pour vous...”)


Carissimi, vi trasmetto la trascrizione del diario che la mamma ha tenuto durante l’invasione del 1940. Un abbraccio, Claudie.

Tesori miei, siete tutti qui, intorno a me, a giocare tranquilli, senza sospettare che il mondo è sconvolto. Cercherò di ripercorrere le ore dolorose che abbiamo vissuto da tre mesi a questa parte. E quando leggerete queste pagine, più tardi, sarete stupiti di essere passati accanto a tante angosce senza alcun sospetto. Brigitte si ricorderà, forse, di quell’anno passato a Monceaux, nel quale ha imparato tante cose: a occuparsi dei conigli e dei polli, a seguire la falciatrice nei campi e spigolare...  A portare al pascolo le mucche e i maiali...
Claudie si ricorderà che in quell’anno amava tanto la sua mamma, e le gioie del monopattino.
Quanto a Benoît, si ricorderà forse della sfilata di cavalieri tedeschi, e delle moto e dei camion, che non ha abbandonato con gli occhi per tutto il tempo che hanno messo a passare sotto le nostre finestre? Cosa sarà la Francia di domani? Sarete voi ad approfittare della sua rinascita, perché non voglio crederla morta per sempre.

10 maggio
Facciamo colazione in quattro davanti al grande caminetto della cucina e i toast finiscono a mano a mano che vengono preparati. La radio, accesa coscienziosamente come ogni mattina, senz’altro non ci insegnerà nulla di particolarmente nuovo...
Ma... Sì! Zitto, Benoît, è interessante: la Germania ha invaso il Belgio e l’Olanda...
Nei giorni seguenti, è l’arrivo dei rifugiati belgi. Ma non si fermano. Per loro l’Anjou non è abbastanza lontano, e noi non capiamo, noi che qui ci sentiamo così al sicuro e che li accoglieremmo volentieri, il loro bisogno di continuare ad avanzare!
Una sera, tornando da Lutz, ne trovo otto a casa mia. Il giorno prima avevo telefonato al signor Durand Gosselin per dirgli che avrei accolto volentieri dei rifugiati per tutto il tempo che lo avessero desiderato, avendo una grande fattoria. Ho un attimo di smarrimento vedendo quanti sono, ma è solo per la notte e si sono portati materassi e lenzuola, e, ancor più utile, una governante. Ceniamo insieme. Parlano forte, sono eccitatissimi. Solo la sera prima dormivano nei fossati per evitare le bombe. Sono partiti in fretta, la moglie, la madre, una nipote e un amico. Sembra che a Amsterdam le granate volassero fianco a fianco, disseminando regolarmente le loro schegge, le case crollavano come castelli di carte. Queste persone hanno abbandonato in fretta le proprie case. La madre quasi rimpiange di essere partita, ma la giovane moglie vuole raggiungere la Spagna.
Pochi giorni dopo, ricevo una cartolina con la quale mi avvertono di essersi fermati a Carcassonne.

20 maggio
La mamma mi scrive che la vita a Vaux (sull’Eure) è diventata impossibile. L’accesso al bosco è impedito, a causa dei paracadutisti. Di notte, si sentono le cannonate. Le telegrafo di venire da noi il più in fretta possibile. Non posso telefonare perché l’Eure è diventata zona militare. Ricevo dopo quattro giorni dalla spedizione il telegramma che mi annuncia il suo arrivo. Mi telefona da Sablé per dirmi di venirle incontro a Miré. Salto sulla Simca con i bambini in pigiama e la aspettiamo. Vedo un taxi impossibile, strapieno di valigie. Vedo la mamma con Josette sepolta sotto i pacchetti: una vera automobile di rifugiati! L’autista sembra ubriaco!

26 maggio
La mamma e Josette si godono la calma ritrovata. Non pensiamo un solo istante che qualcosa possa turbarla in un avvenire più o meno distante. Voi siete pazzi di gioia per aver ritrovato la nonna e la portate subito a vedere i coniglietti appena nati, e le galline nella voliera. La mamma ha avuto notizie di Claude da un amico che è arrivato a Vaux alla vigilia della sua partenza. Il suo reggimento motorizzato si stava ricostituendo a Evreux; e ha visto Claude “Nella battaglia, vicino a Quesnoy”. L’amico diceva: “che casino!” Sembra che anche il suo reggimento stia ripiegando. A quanto pare, fanno a chi si salverà più in fretta. I tedeschi hanno degli aerei sirena che rendono completamente pazzi, i soldati non sentono gli ordini dei loro capi. Qui siamo molto ottimisti, li fermeranno sicuramente sulla Senna.

29 maggio
Giornata pesante. Al mattino, l’orribile Reynaud ci fa cuocere a fuoco lento prima di annunciarci la capitolazione del re del Belgio. Siamo confusi, non possiamo crederci. In quel momento abbiamo il presentimento della disfatta. Quei belgi che accoglievamo come fratelli solo otto giorni prima, quei belgi ci tradiscono. Di pomeriggio accompagno Josette in auto alla stazione di Sablé. Il suo fidanzato, comandato provvisoriamente a Fontainebleau, l’ha supplicata di raggiungerlo. Alla stazione, incontriamo una folla di ciclisti belgi. Sono atterriti: “Se l’avessimo saputo, non saremmo partiti”, mi dice uno di loro. Ma i più sono dignitosi e tristi, alcuni piangono. Ho visto una donna portare sulla propria bicicletta una specie di cassa nella quale dormivano tre bei bambini. Ha fatto chilometri così. E non è finita. Non è una follia far partire Josette?
Nei giorni seguenti è la ritirata di Dunkerque. Leggerete nei libri di storia il racconto di quelle ore dolorose nelle quali la Francia, il nostro esercito e la nostra marina francese hanno gloriosamente coperto la ritirata dei propri alleati.
Siamo sollevati quando apprendiamo che la ritirata è finita. Gli sventurati che sono rimasti sono stati uccisi o fatti prigionieri. Speriamo che Claude non sia fra loro!

10 giugno
Ceniamo nella piccola sala da pranzo, temendo sempre l’arrivo di cattive notizie. All’improvviso appare Mme Trutat, come un fantasma, sulla soglia della porta, gli occhi infossati, i vestiti coperti di polvere. Arriva direttamente da Vaux con la sua grossa Renault, rimorchiando la Simca guidata dalla sorella. Hanno due cani, un gatto, e tutte le anziane domestiche, una delle quali è quasi impazzita. Andiamo verso la strada, e lì Mme Trutat mi dà la terribile notizia della morte di Claude. Ha visto il telegramma a Vaux la sera prima. Ne ero certa dall’inizio della guerra... Del resto, in questo orrore generale, tutti devono essere morti come lui. Il generale Gamelin ha detto qualche giorno prima: “Fatevi uccidere sul posto”. È normale per un ufficiale. Facciamo l’elenco delle persone da avvertire e non realizziamo completamente quanto è successo. Ci sembra di vivere un incubo dal quale presto ci risveglieremo.

12 giugno
Ahimè, non c’è risveglio. Le notizie sono sempre peggiori, ma la radio non ce le annuncia che con 48 ore di ritardo. Non hanno ancora menzionato il bombardamento di Passy sur Eure, ma Mme Trutat l’ha lasciata due giorni prima, sotto le bombe. Sono partite in dieci minuti, lasciando in tavola la minestra che stavano mangiando, con gran disperazione della cuoca Mariette. Tralascio il modo poco caritatevole in cui hanno lasciato Vaux, caricandosi di cani e gatti, invece di portare con sé dei compaesani. Nel pomeriggio Mme Trutat attira la mia attenzione su dei rumori sordi che si sentono in lontananza. Stanno bombardando Sablé: così, decide di partire l’indomani, mentre prima pensava di invaderci per tre o quattro giorni almeno. Dovremo pensare di partire anche noi?
Josette arriva di sera con Mme Lionnard e le sue figlie. Hanno fatto un viaggio impossibile, passando da Tours, e non mangiano da 24 ore.
Le Trutat sono ripartite all’alba, vanno alla Rochelle, poiché le profezie annunciano che ci sarà una battaglia a sud della Loira e che solo un quarto della Francia sarà risparmiato. Un altro motivo è che il loro banchiere è a La Roche sur Yon...
Faccio come se dovessi partire, preparo la Simca con i materassi dei bambini sul tetto, coperte, argenteria, quasi tutte le nostre cose, benzina. Mi dirigerò verso Bayonne, mentre la mamma e Josette prenderanno il treno. Ma lo faccio senza convinzione... So bene che in fondo non partirò.
Domenica mi metto d’accordo con i Mailfert che partiremo insieme se occorrerà farlo. Mi avvertiranno, a qualsiasi costo.
Martedì, non avendo più notizie di loro, vado a Champigne per sapere a che punto sono dei preparativi, e cosa contino di fare. Arrivo, la ‘zdora mi viene incontro col viso sconvolto: “Signora, sono partiti a mezzogiorno in un quarto d’ora. Dicono che i ponti sulla Loira sono tagliati.” La mamma è indignata, io calmissima, sicura che ormai non mi toccherà più partire. Per strada incontriamo i bizzarri resti dell’esercito francese: dei senegalesi che viaggiano a fianco dei contadini! Un soldati che viene dalla Somme ci dice a Contigne “sono dei leoni, signora, ma dove sono finiti?”.
I francesi che passano hanno rassicurato le popolazioni “non sono poi così cattivi, basta lasciarli passare, e dargli quello che domanderanno”. Resta da sapere cosa domanderanno.

19 giugno
La mattinata passa in svariati preparativi, portiamo roba dalla cantina in soffitta, buttiamo le cartucce nello stagno, ma Mme Lionnard, trovando che non è sufficiente nascondere le armi, getta nello stagno un fucile del primo Impero e due pistole della stessa epoca. Sapendo cosa sono i Tedeschi (lei viene dall’Est), esplora i campi per precipitarvisi con le figlie appena arriveranno. Non capisce assolutamente la nostra calma. Abbiamo nascosto anche l’argenteria, una cosa molto Rivoluzione francese.
Il pomeriggio sentiamo passare per strada i primi motociclisti tedeschi, passano velocissimi trascurando la casa. Chiudiamo accuratamente le persiane sperando che crederanno la casa abbandonata. Che candore! Proprio questo li attirerà poche ore dopo!
È un tempo magnifico e, di colpo, sullo sfondo della vegetazione che fiancheggia la strada, vediamo stagliarsi i cavalieri tedeschi con le loro uniformi verdi. Li distinguiamo appena, cavalli splendidi, camion, poi ciclisti, vanno lentamente, lentamente, e guardano con attenzione la casa. All’improvviso, uno di loro si ferma e si apposta all’ingresso del sentiero, poi aspetta. I nostri cuori battono forte. Altri due lo raggiungono, e risalgono il sentiero; ci siamo... I bambini si sono rifugiati nella mia stanza. Le madri sono in basso, pronte a ricevere l’invasore. Quanto a me, vado degli uni alle altre. Bussano, nessuna risposta. Bussano ancora... Che volete fare? La mamma apre, non ha più paura. Il sottufficiale non sa una parola di francese. Visitano tutte le stanze, aprono armadi, cassetti, rivoltano i letti, che vanno cercando? Alla fine entrano nella mia camera, sembrano sorpresi di trovare tanta gente. Conta sulle dita: “Undici. Ja, ja. Tous Deutsch”, ci dice. I suoi occhi sono chiari, i capelli biondi. Non ha più di vent’anni. Ci recita un discorso imparato senza dubbio a memoria, parlando di Chamberlain e di Reynaud. Facciamo gesti di disapprovazione. Vogliono sapere se nascondiamo uomini o armi. “No, no, non ci sono uomini”. Armi, ce ne sono un po’ dappertutto: il fucile da caccia del nonno nel suo bagno, un altro fucile e una carabina nello sgabuzzino, la carabina di Pierre in un cassetto del comò. Ma io non lo so, ed è in tutta innocenza che ripeto “no, no”. Ci lasciamo quasi da buoni amici e gli offriamo una tazza di te quando passa davanti al vassoio del te. Accetta per cortesia. Dopo la sua partenza, Mme Lionnard propone di buttare la tazza, ma pensiamo che basti lavarla accuratamente. Una tazza si rompe così in fretta, è inutile romperla di proposito! I bambini non si sono persi niente della sfilata che si stava svolgendo sullo strada e Benoît, soprattutto, si è estasiato per i cavalli tedeschi. Si addormenta dicendo “domani, mamma, ce ne saranno ancora”.

20 giugno
L’indomani, in effetti, ce ne sono ancora. Ma questa volta è la cena che vengono a interrompere. Ancora una volta abbiamo molta paura. A quest’ora vengono sicuramente per requisire camere per dormire. Ma fortunatamente, vengono solo a cercare avena trovano solo orzo nel granaio, se ne accontentano e lasciano un buono di requisizione al contadino, che è tutto contento. Passando davanti alla pompa, chiedono di bere dell’acqua. Gli serviamo del sidro, fuori, nell’aia. Vedendo la mamma vestita a lutto, chiedono a Mme Lionnard, che parla tedesco, se la guerra ci ha colpito nei nostri cari. Quando sanno della morte di mio fratello, si alzano, corretti, e tendono la mano alla mamma con un’aria rispettosa e afflitta. Non si può che prenderla, la loro mano, e anche Mme Lionnard lo fa.

Non ho parlato del comportamento dei contadini durante questi giorni così densi di emozioni. Sono stati ammirevoli. Non hanno smesso di lavorare un solo giorno dall’arrivo dei tedeschi. Hanno falciato la grande prateria e la carretta del vecchio Bourbon, tornando dal lavoro, si è trovata faccia a faccia con l’armata tedesca. Non si è scosso per così poco ed ha aspettato tranquillamente che la sfilata terminasse. Ma è l’esercito tedesco che si è fermato per lasciarlo passare.

Duemila tedeschi si sono accampati nel borgo di Soeurdres a 1800 metri da noi. Non so a cosa sia dovuto il fatto di essere stati risparmiati: al nostro numero, alla scomodità della casa, non lo so. In ogni caso, lo abbiamo molto gradito, e abbiamo ringraziato la Provvidenza.


(vedete come sono i tedeschi? Corretti, non corrotti. Basta una vocale! Ma ne parliamo dopo. Prima facciamo un passo indietro.)

(come sanno i tuittaroli, oggi ho viaggiato sul Carlo Emilio Gadda della flotta Alitalia. E in questi giorni io penso sempre, sempre, sempre, a queste sue parole:

25 ottobre 1917
Lasciammo la linea dopo averla vigilata e mantenuta il 25 ottobre 1917 dopo le tre, essendo venuto l’ordine di ritirata. Portammo con noi tutte e quattro mitragialtrici, dal Krasii all’Isonzo (tra Ternova e Caporetto), a prezzo di estrema fatica. All’Isonzo, mentre invano cercavamo di passarlo, fummo fatti prigionieri. –
La fila di soldati sulla strada d’oltre Isonzo: li credo rinforzi italiani. Sono tedeschi!

Li credo italiani. Sono tedeschi.

Li credo italiani. Sono tedeschi.

Li credo italiani. Sono tedeschi.







(Grillo dice che preferirebbe un’Italia occupata dai tedeschi. Non ne siamo molto stupiti. Credo non sia la prima volta che lo dice, e poi, che volete, è così semplice fare le proporzioni, ricordate?

Minijob : salario di cittadinanza = Merkel : X

Dove per trovare l’incognita non è nemmeno necessario cliccare: noi lo sappiamo e lo sapevamo. Le sue ultime dichiarazioni non sono nemmeno un QED. Sono un repetita juvant. In questo blog abbiamo sempre avuto seri dubbi sulla proposta/non proposta economica del partito/non partito, definendola montiana, ma Grillo, il comico che non fa ridere, ci serviva a sbriciolare i piddini. Ora non ci serve più. Lasciamo che si sbricioli da solo. Il suo programma è quello che queste poche pagine riassumono. Combattere a fianco dei creditori incauti perché riabbiano indietro i soldi incautamente prestati. Capito ora perché lo spread non è andato su, dopo il suo successo? Capito perché ho sempre detto che il suo programma è montiano? Però Monti, oltre a essere presentabile – del che ci interessa poco – è anche un minimo accorto e non avrebbe mai pronunciato una frase di questo tipo, una frase che offende milioni di italiani (voi non vi sentite offesi?). Insistendo sulla inferiorità etnica dei suoi concittadini Grillo si conferma un araldo del vincolismo. Lanciando sconclusionati allarmi sullo stato della finanza pubblica italiana, regge il sacco al prossimo governo, che, come quello precedente, si lancerà in “salvataggi” della nostra finanza pubblica che non ci salveranno, perché sono destinati a salvare gli altri. Il tutto, ovviamente, con una spruzzatina di verde, e qualche richiamo sentimentale al debito (pubblico) "iniquo", mentre verremo munti per rimborsare debiti privati altrui.

Io non sono d’accordo. E voi? Cosa ne pensate di questo “italiano” che insulta i nostri morti?

Ah, ma certo, capisco, voi pensate che questo sia nazionalismo, e che l’euro ci abbia portato la pace. Cioè voi siete di quegli sprovveduti che invertendo il nesso di causalità, pensano che in Europa non ci stiamo - ancora - combattendo solo perché abbiamo firmato un pezzo di carta, e non, come è storicamente più logico e corretto, che abbiamo firmato un pezzo di carta anche perché abbiamo smesso di combatterci? Non lo dico io, lo dice Bruno Frey, proponendo un diverso e più razionale modello di integrazione europea, e la sua lettura mi pare molto più sensata e molto più in accordo con l’evidenza dei fatti, i quali mostrano che l’euro sta sbriciolando l’Europa, come Feldstein aveva ampiamente previsto.

Leggete, leggete nel suo diario quanto si sentiva al sicuro la mamma di Claudie, quanto fino al giorno prima fosse impensabile, per loro, che gli orrori dell’ultima guerra – che allora era la Grande Guerra, e oggi è la Seconda Guerra Mondiale – potessero ripetersi. Leggete, e rabbrividite al constatare che il fatto stesso che siamo in crisi denota l’assenza di volontà politica di cooperazione. La volontà che ci ha spinto a firmare quei trattati, cari amici, si è evidentemente estinta (e il comportamento non cooperativo della Germania ne è la prova), perché si è estinta, perché si è voluto estinguere, con l’antistorica costruzione di una risibile identità europea, la sacra memoria di certi orrori. La memoria, la dignitosa, misericordiosa memoria dovrebbe essere il cemento dell’identità europea, la base sulla quale educarci al rispetto e alla valorizzazione delle nostre diversità.

Non c’è pezzo di carta, non c’è accordo economico, soprattutto se intrinsecamente sbagliato, soprattutto se costruito per creare una fittizia identità nazionalistica paneuropea, antistorica, antieconomica, antipolitica, che possa sopperire all’assenza di volontà politica, che possa ovviare all’assenza di memoria.

E allora preparatevi all’annessione o alla resistenza. In ogni caso, nascondete l’argenteria. Il futuro è incerto, ma da oggi abbiamo un dubbio di meno: sappiamo da che parte sta il comico che non fa ridere, il nostro guitto poujadista. Dalla parte della callipigia, che vuol tentare il gran balzo in avanti. Riuscì male anche a Mao, che, per quanto animato da pulsioni nazionalistiche del tutto simili a quella della Merkel, era comunque meno zavorrato di lei. Non ci arrenderemo senza resistere.

Lo avrai
camerata Grillo
lo scranno che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.

Ti credevamo italiano. Sei tedesco.

Noi no. Quindi attento. Gli italiani ci hanno messo trent’anni prima di lanciare monetine ai piddini. Ora come si fa lo sanno: con te potrebbe volerci meno.)

(P.s.: per quelli che ancora si ostinano a non stare su Twitter, domani sono alle 11:45 su RadioRadio, e alle 18:00 a Radio Luiss, per un dibattito con l’eurista Messori, uno di quelli che “la colpa è della finanza pubblica allegra” – mi avevano detto che volevano intervistarmi, ma poi evidentemente hanno avuto ordine di stendere un cordone sanitario! Se si comincia a parlare di carriole e pallottole mi alzo e me ne vado, ve lo prometto. Streaming ecc. ve li cercate da voi, mi scuso, perché io sono sfatto...).