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sabato 30 novembre 2013

Produttività, salari, crisi, logaritmi, marziani, onestà.

A Pescara vi avevo fatto vedere due grafici, uno tratto da Rick Wolff (2010), "In capitalist crisis rediscovering Marx", Socialism and democracy, 24, 130-146 (se non avete accesso a una biblioteca universitaria online, il testo potete trovarlo sul sito di Wolff ma senza il grafico), e uno tratto da Carmen Reinhart e Belen Sbrancia (2011) "The liquidation of government debt", BIS Working Papers, 363. L'accostamento di questi due grafici mi sembrava abbastanza istruttivo, per capire la fase storica che stiamo vivendo. Ve li ripropongo nell'ordine:



Quale messaggio convogliavano queste due immagini?

Quello che le due principali crisi debitorie dell'ultimo secolo (quella del 1929 e quella del 2008) sono state precedute da periodi più o meno lunghi nei quali i salari in termini reali (il potere d'acquisto dei lavoratori) erano stagnanti, mentre la produttività media del lavoro (la quantità di prodotto per addetto) aumentava. Ora, pare che perfino Cuperlo abbia capito che il capitalismo funziona finché c'è domanda (la famosa metafora dei 100 caffè sul bancone del barista, che dobbiamo al buon Alessandro Guerani). Ma la "domanda" in macroeconomia non è un mero desiderio. La domanda aggregata della quale si parla in macroeconomia è domanda effettiva, domanda che si traduce in capacità di spesa. Se il potere d'acquisto dei lavoratori si sviluppa di pari passo alla loro produttività, la domanda potrà essere finanziata dai redditi dei lavoratori stessi. Ma se la produttività cresce più in fretta dei salari reali, allora ci saranno in giro più prodotti che redditi da lavoro per acquistarli. Il capitalismo questo ovviamente lo sa, e pone rapidamente rimedio. Come? Semplice! Col debito.

Quando la dinamica dei salari reali è compressa, il cuneo fra produzione da acquistare e redditi percepiti da spendere deve essere colmato dal debito: fino a qui la contabilità, alla quale non si sfugge.

L'ideologia comincia quando devi scegliere se usare debito pubblico o debito privato. Ma il problema comunque è a monte: nella decisione di adottare una distribuzione del reddito non conforme alle logiche teoriche dell'economia di mercato da libro di testo. Perché nei libri di testo è scritto che il produttore massimizza il profitto mantenendo la remunerazione reale del lavoro proporzionale alla produttività del lavoro stesso. Per i clerici, con rendimenti di scala costanti il teorema di Eulero garantisce in questo caso che il prodotto venga distribuito senza residui. Per i beati, basta che abbiate capito fino alla penultima frase. Se volete approfondire nel dettaglio quello che è successo negli States, c'è questo.

Visto che ultimamente vi ho tenuto un po' a stecchetto di tecnica, aggiungo a seguire due perle tecniche, che vi aiuteranno a capire meglio un certo tipo di economisti.

Produttività, salario reale, quota salari.

Il grafico di Wolff, se ci fate caso, riporta gli stessi dati della figura 37 del mio libro, corrispondende alla figura 7 di questo post. Forse ricorderete che nella mia lettera a Brancaccio citai lo stesso grafico per argomentare che la sua conclusione che la flessibilità del cambio sarebbe necessariamente tornata a svantaggio dei lavoratori era quanto meno avventata, non solo alla luce dei modelli teorici, ma anche dell'esperienza storica, in particolare di quella che tutti dovremmo ricordare perché a noi più vicina: quella dell'Italia. Negli anni in cui la lira perdeva terreno (gli anni '70) chissà perché il potere d'acquisto dei lavoratori cresceva...

Emiliano replicò con una garbata risposta nella quale mi dava sostanzialmente dell'incompetente (sempre con molto garbo, cosa che io apprezzo), sentenziando "Qualcuno forse ritiene che in fondo conti solo il salario reale, e che la quota salari non sia importante? Spero che nessuno si azzardi a pensarla in questi termini: la dinamica delle quote distributive è forse l’indicatore chiave del cambiamento nella struttura socio-politica di un paese."

Notate il simpatico atteggiamento da guardiano dell'ortodossia: "spero che nessuno ecc."! Ora, la domanda sorge spontanea: ma Rick Wolff, che scrive su Socialism and democracy, è anche lui, come me, un incompetente liberista "de passaggio"? Non lo so, ma a me pare di no. Dice di essere marxista, e ragiona anche da marxista (come poi vi mostrerò). Eppure il suo grafico riporta le stesse variabili del mio, e non quello che il nostro garbato guardiano dell'ortodossia ritiene sia l'indicatore chiave (nientemeno!).

Come si spiega questo mistero? Come si giustifca questa inspiegabile trascuratezza?

Semplice.

Col manuale di Acocella.

Vi spiego l'arcano usando appunto la terminologia di quel manuale: un manuale che uso nei corsi di laurea in economia aziendale, al terzo anno, per spiegare quello che evidentemente non tutti i partecipanti al dibattito hanno ancora interiorizzato.

Allora: se chiamiamo w la massa salariale in termini nominali e p l'indice dei prezzi, la massa salariale in termini reali è w/p (salario nominale diviso indice dei prezzi). w/p, insomma, indica il potere d'acquisto distribuito sotto forma di salari. Se chiamiamo N gli occupati, allora (w/p)/N è il salario reale per addetto, cioè, guarda un po', la riga rossa nel grafico di Wolff (Wolff divide per il numero di ore lavorate, che è una cosa più corretta e raffinata, ma la sostanza non cambia: basta pensare che l'occupazione N invece che in "teste" venga misurata appunto in ore lavorate e l'algebra resta la stessa).

E la produttività? La produttività media del lavoro è y/N, cioè il prodotto (in termini reali, cioè depurato dall'effetto dell'inflazione) diviso per gli occupati.

Ora, guardate cosa succede se dividiamo il salario reale per addetto per la produttività media del lavoro:


O poffarbacco poffarbacchissimo! Cosa abbiamo a destra dell'uguale? Ma il rapporto fra la massa salariale, w, e il prodotto in termini nominali, py. Quest'ultimo si ottiene moltiplicando la quantità di beni prodotti (y) per il loro prezzo medio (p). Ora, caso vuole che in una economia di mercato, nella quale si produce per vendere, il prodotto nominale coincida, guarda un po', col totale dei redditi nominali, e quindi a destra dell'uguale cosa abbiamo?

È lei o non è lei?

Ma cerrrrrrto che è lei: la quota salari!

Perché la quota salari è appunto il rapporto fra il monte salari (nominali) e il totale dei redditi (nominali), o, ciò che algebricamente è lo stesso, il rapporto fra salari (reali) unitari e produttività media del lavoro. Eh già! Quindi il rapporto fra la riga rossa e quella blu nel grafico di Wolff (o fra quella blu e quella rossa nel grafico mio) fornisce appunto la quota salari.

Ve lo dico in un altro modo.

Il mio grafico forniva il numeratore e il denominatore del rapporto che chiamiamo quota salari. Quindi il mio grafico, o se volete quello di Wolff, forniva più informazioni di quelle richieste dal mio gentile collega, non meno. Secondo voi, lui, di questo, se n'è accorto o no? E nel caso non se ne sia accorto, io cosa dovrei pensare di lui? E nel caso se ne fosse accorto, voi cosa dovreste pensare di lui?

In ogni caso, il punto sollevato era inconsistente, perché come poi ho mostrato qui certo, la svalutazione del 1992 non era stata una passeggiata di salute per i lavoratori italiani, ma era pressoché impercettibile se confrontata al crollo della quota salari che si era verificato dal 1976 in poi.

Aggiungo una osservazione.

Quando un rapporto (la quota salari) diminuisce, può essere che sia perché il numeratore (il salario reale per addetto) cala, o perché il denominatore (la produttività media del lavoro) cresce, o per una qualsiasi combinazione di questi fattori. Non è del tutto irrilevante capire cosa sta succedendo. Ad esempio, ormai sapete che dalla fine degli anni '70 a metà degli anni '90 il rapporto è diminuito perché i salari reali sono rimasti stazionari, mentre la produttività aumentava. Dalla metà degli anni '90 il rapporto è rimasto stazionario perché ha smesso di crescere anche il denominatore (la produttività, come abbiamo illustrato qui).

Non è strano che qualcuno ti confuti affermando che il tuo grafico non dà le informazioni giuste, quando in realtà le dà, e anzi ne dà di più? Sì, è strano, mi sembrava molto strano, all'inizio, ma mi ci son dovuto abituare, anche perché, andando avanti, comincio a comprenderne le ragioni.

Tutto comprendere è tutto perdonare. E forse anche voi avrete compreso, da questo semplice esempio, perché certe volte non mi soffermo a confutare certi argomenti. Fidatevi: se non lo faccio è perché non sempre ne vale esattamente la pena...

Marx, i logaritmi, e la crisi del capitalismo.

Alla conferenza di Pescara vi ho fatto notare un dettaglio del grafico di Wolff: non usa la scala logaritmica. Cosa c'entra, direte voi, e soprattutto cosa sono i logaritmi, a cosa servono?

Eh, ragazzi, qui son dolori! Ma visto che volete diventare tecnici, vi toccherà fare un salto indietro nel tempo, tornando sui banchi di scuola, o meglio, grazie all'INVALSI, di sQuola...

Allora, prendiamola un po' larga.

Il logaritmo in base x del numero y è l'esponente z al quale bisogna elevare la base per ottenere il numero dato.

Dio, che mal di testa. Sì, lo so. Però se volete capire quanto può essere furbetto un marziano, dovete affrontare questo doloroso passo.

Prendiamo tre numeri: 10, 100 e 1000, per esempio, e consideriamo la base 10.

Ora, succede questo:


Cioè: siccome 10 alla prima è uguale a 10, il logaritmo in base dieci di dieci è uno. Siccome dieci alla seconda è uguale a 100, il logaritmo in base dieci di 100 è 2. Siccome dieci alla terza è uguale a mille, il logaritmo in base 10 di 1000 è 3.

Notate bene: da una parte abbiamo dei numeri che crescono rapidamente, esponenzialmente: 10, 100, 1000. Ma i logaritmi di questi numeri sono numeri che crescono molto più lentamente, linearmente: 1, 2, 3. Notate anche un'altra cosa. I numeri 10, 100, 1000 crescono a un tasso di crescita percentuale costante del 900%. Esempio: (100-10)/10=9=900%, (1000-100)/100=9=900%. I numeri 1, 2, 3 crescono con un incremento (non percentuale) costante: 2-1 = 1, 3-2 = 1.

Poi vi spiego a cosa serve.

Prima, cerco di farvi intuire un'altra cosa. Supponiamo che una variabile y cresca a un tasso costante n. Succederà una cosa del genere:






Cioè: se al tempo zero la variabile vale un certo valore y soprassegnato, al tempo uno questo valore sarà moltiplicato per uno più il tasso di crescita, al tempo due per uno più il tasso di crescita elevato al quadrato, ecc. Insomma: la formula dell'interesse composto, avete presente? Volete un esempio? Ecco, ve lo fornisco qui:


Se il tasso è del 5% (cioè 0.05) e il valore iniziale è 1, al tempo1 y=1x1.05, al tempo 2 y=1.05x1.05=1.103, ecc. Ora, notate una cosa. Se una variabile cresce a un tasso percentuale di crescita costante, la sua crescita sarà esponenziale. Guarda caso, questo è quello che succede di norma alle variabili in economia (almeno nei modelli teorici, ma spesso anche in pratica). Guardate cosa fa la variabile del nostro esempio se andiamo avanti fino al tempo t=100:





Ma guarda un po'! Sembra proprio, a grandi linee, l'andamento della produttività media nel grafico di Wolff. È strano? No, perché, come vi ho detto, di norma in economia le variabili crescono a tassi percentuali più o meno costanti.

E ora applichiamo la magia dei logaritmi. Se noi, di questa serie che è esponenziale, prendiamo il logaritmo, cosa succederà? Lo abbiamo visto sopra. Il logaritmo trasforma dei numeri che crescono a tasso percentuale costante, e quindi hanno un andamento esponenziale, in altri numeri che crescono a incremento costante, e quindi hanno un andamento lineare. E quindi? E quindi il logaritmo (in base 10) della serie rappresentata qua sopra sarà questo:


Vedete? I conti tornano. Quando la serie originale vale 1, il logaritmo vale 0 (perché qualsiasi numero elevato alla zero dà uno: se non vi ricordate perché, ve lo spiegherà - male - uno dei tanti ingengnieri... e vi va ancora bene, perché se invece ve lo spiegasse un matematico...). Poi, quando la serie originale arriva a 10 (al tempo 48) il suo logaritmo vale 1 (e sopra vi ho spiegato perché), e quando arriva a 100 (intorno al tempo 95) il suo logaritmo vale 2.

I conti tornano, il che, ovviamente, non vi esenta, in linea di principio, dal chiosare questo mio sforzo didattico con un sentito: "Mastica!"

(per i non romani: "Mastica!" sta per "ma sti cazzi?", ovvero: "e che me ne cale?", mentre "Giamaica!" sta per "già m'hai cacato er cazzo!", ovvero: "cominci ad indispormi!")

Ma io, incurante del vostro sbigottimento, rincaro la dose, e vi faccio vedere un'altra cosa. Il logaritmo della nostra y preso in base e. Ora, cosa sia il numero e ve lo leggete qui. Io cerco di spiegarvi a cosa serve agli economisti. Guardate:


E a questo punto costernati penserete: "Ecco qua, se lo semo ggiocato! Ha lavorato troppo, so' ddue anni che sse fa er culo, e alla fine doveva succede: ha sbroccato. Ce fa vvede' ddu grafici uguali come si fussero diversi...".

Aspettate: io sono sbroccato, ma perché modestamente lo nacqui. Io due grafici però uguali non sono. Guardate l'asse delle ordinate (quello verticale, come caritatevolmente soggiungo ai miei studenti della specialistica onde far sparire dai loro volti quello sbigottimento che me li rende tanto cari...).

Nel grafico precedente (log in base 10) andava da 0 a 2 (i conti tornano, visto che la serie andava da 0 a un po' più di 100). Nel grafico del log in base e invece va da 0 a 5, e anche qui i conti tornano: siccome la base è più piccola (2 è più piccolo di 10) l'esponente cui è necessario elevarla per arrivare a 100 è più grande.

E fino a qui, ancora mastica.

Ok. Però... abbiamo 100 osservazioni, che vanno da 0 a 5 in modo lineare. L'incremento totale, sulle 100 osservazioni (dopo un secolo, se le osservazioni sono anni), è pari a 5. Se lo dividiamo per il numero delle osservazioni (cioè, sempre per fissare le idee, degli anni) riscontriamo che l'incremento fra t e t+1, cioè da un anno all'altro, del logaritmo in base e della nostra serie è 5/100=0.05.

Oooops!

Quindi il logaritmo in base e trasforma una serie che cresce esponenzialmente a un tasso percentuale del 5% in una serie che cresce linearmente con un incremento costante di 0.05. Insomma: se abbiamo un grafico logaritmico in base e, l'incremento della serie (la pendenza del grafico) corrisponde al suo tasso percentuale di crescita. Una cosa che in economia torna utile.

Ora vi faccio vedere un'altra cosa. Supponiamo che invece y cresca al 20%. Avete presente l'inflazzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzione a due cifre? Ecco, una cosa del genere. Potete pensare a y come a un indice dei prezzi che cresce con un tasso di inflazione del 20% all'anno. Cosa succederà, in questo caso? Guardiamo il grafico della serie:


Oibo'! Ma la serie non cresce più! Cresce solo alla fine!

Un attimo. Siccome una serie che cresce del 20% all'anno (partendo da uno) dopo un secolo supera gli 80 milioni, è chiaro che le osservazioni iniziali saranno tutte schiacciate sull'asse delle ascisse. Sembrano appiattite, perché il valore finale è molto alto, ma questo non vuol dire che all'inizio la variabile non cresca. Vuol dire solo che devi prendere i logaritmi. Se lo fai, vedi questo:


E così si capisce che la serie cresce a un tasso percentuale costante, di circa il 20% (vedete che dopo 100 osservazioni arriva a 0.2x100=20: il dato è approssimato, sarebbe lungo spiegarvi perché, ma accontentatevi, o studiate analisi 1).

Sapete quante volte, alla Sapienza, il "povero studente" veniva da me con un grafico come il penultimo, e mi diceva: "Professore, i dati non ci sono". E io: "Benedetto figliuolo (tradotto: povero coglione), ma se mi stai plottando l'indice dei prezzi al consumo dell'Argentina, con inflazione a quattro cifre, mi pare abbastanza chiaro che non vedrai nulla se non prendi i logaritmi, no?". Lui non capiva, prendeva i logaritmi, e pensava che io avessi poteri taumaturgici.

Se vi volete divertire a fare i conti, il foglio Excel è qui. Mettete nella casella gialla vari tassi di crescita (ricordando che non sono inseriti come percentuali, per cui 0.05=5%, quindi 5=500%), e divertitevi a vedere cosa succede.

Allora, ora che abbiamo la tecnica, possiamo passare all'ideologia. Perché anche del logaritmo si può fare un uso, o un non uso, ideologico.

Pensateci bene. Cosa vuole dimostrarci un marZiano (o meglio, un marZista, ma marZiano torna meglio)? Vuole dimostrarci che ha ragione lui, e fino a qui lo sentiamo nostro fratello: abbiamo un obiettivo comune. E in che modo vuole avere ragione? Semplice! Nel dimostrarci che il capitalismo sta alla frutta, che ormai le sue insanabili contraddizioni lo hanno portato sull'orlo del baratro finale, che la palingenesi si sta avvicinando.

Bene.

Qui scatta il non uso ideologico del logaritmo. Perché ovviamente se te ttu vvòi dimostrare che un fenomeno (ad esempio, il capitalismo) è inserito in una dinamica esplosiva, eviterai di utilizzare una trasformata (quella logaritmica) che linearizza gli esponenziali. Solo che in questo modo "schiaccerai" il fenomeno nella prima parte del grafico, quella più a sinistra, quella più antica. Il che ti torna anche comodo, perché così potrai verniciare la tua patacca con uno smalto che torna sempre comodo: lo smalto del "il mondo non è più quello di una volta, non ci sono più le mezze stagioni, e soprattutto c'è la Ciiiiiiiiiiiiiiiiiiina"...

Per farvi capire, mi sono ricostruito il grafico in casa. Non è stato semplicissimo e non ho trovato, nel poco tempo a disposizione, esattamente gli stessi dati di Wolff, ma le dinamiche son quelle, come vedrete, e vedrete anche che con i dati di Wolff il mio punto sarebbe ancora più evidente.

Dunque: questo è il mio grafico:


La serie della produttività coincide con quella di Wolff fino al 1969 ed è tratta da qui, poi dal 1969 al 1987 ho usato la serie del non farm business, perché non ho trovato il manufacturing, e poi dal 1987 a oggi ho usato il manufacturing, e i dati vengono da qui. Per i salari reali ho usato i dati del Two Charlie's paper, che non è l'articolo dei due vietnamiti, ma l'articolo di Nelson e Plosser, uno degli articoli più famosi nella storia della macroeconomia recente. I dati li trovate qui.

Ora, anche se le fonti sono diverse, il messaggio è lo stesso. Prima di dirvelo, vi faccio notare le differenze. Intanto, il mio indice di produttività arriva a 1600 anziché oltre 1800 come quello di Wolff, per due motivi. Il primo è che i miei dati partono dal 1900, anziché dal 1890 (i dati di Nelson e Plosser partono dal 1900 e non avevo voglia di ricostruire e caricare a mano dieci anni di salari reali: sì, sono un lavoratore pubblico improduttivo); secondo, dal 1969 al 1987 non ho trovato la produttività del manufacturing, e quindi in quel periodo la serie cresce leggermente di meno. Circa i salari, il comportamento è pressoché identico.

L'unica differenza sensibile è che coi dati di Wolff nel 1947 i due indici tornano a coincidere, mentre nei miei dati rimangono scostati, ma la caratteristica più rilevante, cioè lo stacco della produttività a partire dagli anni '70, rimane il medesimo.

Che succede, però, se rappresentiamo le serie prendendone i logaritmi naturali?

Succede questo:


Viste così, le dinamiche che stiamo vivendo, pur restando esplosive, sembrano un po' meno inusuali.

Intanto, una stagnazione del salari si era già avuta a partire dal 1920, ed era durata sostanzialmente fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale. In questo periodo, l'indice della produttività ha staccato quello dei salari fino a un massimo di circa il 60%, corrispondente a un po' più di una "tacca" sull'asse delle ordinate (nel 1935). Dopo la guerra i due indici sono cresciuti in parallelo (ma i salari sono rimasti un po' sotto, questo si vede sia nel grafico di Wolff che nel mio). La produttività ha preso di nuovo il "fugone" all'inizio degli anni '80, e da allora l'ulteriore stacco rispetto all'indice dei salari reali è stato di circa il 90% (corrispondente a un po' meno di due tacche sull'asse delle ordinate).

Certo, le dimensioni del fenomeno sono molto maggiori, questo è palese. D'altra parte, oggi il capitalismo non può sfogare le sue tensioni, come ai bei (per lui) tempi andati, scatenando qualche simpatica guerra mondiale, e poi la finanziarizzazione dell'economia è progredita, e anche il keynesismo ci ha messo del suo. La politica fiscale espansiva (di Reagan o di Craxi, con segno, colore e intenzioni diverse) ha messo una bella toppa al cuneo fra salari e produttività negli anni '80, portando a una discreta crescita del debito pubblico negli Stati Uniti e in Italia. Una cosa simili, in fondo, era successa anche negli anni '20, come fa vedere il grafico di Belen e Sbrancia (vedi sopra). Poi, dagli anni '90,  il testimone è passato all'indebitamento privato, sia negli Stati Uniti che da noi, e siamo andati avanti per un altro quindicennio. Questo anche concorre a spiegare perché gli squilibri distributivi, e quindi finanziari, accumulati, siano questa volta maggiori.

Ma da qui a dire che "this time it is different", mi dispiace, ma ce ne corre. Non è così "different" (in questo, purtroppo, hanno ragione loro), e quindi è piuttosto futile aspettarsi palingenesi, e piuttosto furbesco suggerire imminenti collassi del sistema, semplicemente usando unità di misura opinabili!


La soluzione è a portata di mano!

È anche piuttosto interessante andare a vedere quale sia la soluzione che Wolff propone per risolvere il problema. Dopo aver sacramentato per pagine e pagine contro Keynes, colpevole, a suo avviso, di aver aiutato il capitalismo a tenere insieme i propri cocci, l'amico Wolff giunge alla conclusione, alla proposta. E qual è, questa proposta? La transizione da un sistema "capitalista" (di Stato, cioè keynesiano, o privato, cioè neoclassico) sarebbe assicurata, "a livello microeconomico", dalla sostituzione dei tradizionali consigli di amministrazione con consigli di fabbrica. I lavoratori, diventando amministratori di se stessi, distribuirebbero il surplus (i guadagni di produttività, diciamo così - suscitando le ire dei puristi) in modo meno iniquo: cioè tirerebbero la coperta dalla parte loro (cosa giusta e sacrosanta). Naturalmente, se i lavoratori diventassero "their own board of directors", il tradizionale conflitto fra capitale e lavoro scomparirebbe, e questo sarebbe un passo decisivo verso una ulteriore democratizzazione della società. Tutto scritto qui, leggere per credere.

Ora, io, logaritmi a parte, con l'analisi di Wolff, come con quella di certi marZiani "de noantri" (che prima ti dileggiano e poi ce vanno in puzza), mi ritrovo, assolutamente.

La terapia mi lascia un po' perplesso, perché la vedo sottoposta a due ovvie obiezioni:

1) e se ci dicono di no?

2) e i soldi chi ce li mette?

Cioè, come funziona? Ci svegliamo un giorno, andiamo al lavoro, e diciamo agli amministratori: "Scusate, andatevene a casa, che ora decidiamo noi". Loro se ne vanno, e gli azionisti come la prendono? E le banche cosa fanno? Ah, certo, ma nel frattempo avremo fatto lo stesso anche nelle banche. In simultanea. Be', certo... Son quelle cose un po' così, come avere la luna in trigono con Venere, Mercurio in quadratura con Saturno e Giove in opposizione con Marte: opportunità che si presentano (se possibile) una volta nella vita, e che sarebbe in effetti stupido non sfruttare.

Ragazzi, non so come dirvelo: io vorrei tanto credere che sia possibile avere un mondo migliore... Ma se le proposte sono queste, alla fine preferisco rendere meno peggiore quello nel quale sono nato. Mi scuserete, oppure, deponendo linguaggio liturgico e puzza sotto il naso, mi direte dove sbaglio, e io cercherò di capirlo...


Sono i dettagli che fanno la delizia dell'intenditore.

Bene. Da oggi alcuni di voi sono meno beati: hanno appreso cos'è la quota salari, hanno appreso che non volevo nasconder loro nulla, hanno ricordato cosa sono i logaritmi, e si sono deliziati nell'apprendere che anche di essi può esser fatto un uso ideologico. Ogni tecnica rinvia a una metafisica, e sono sempre i dettagli a far la delizia dell'intenditore.

Ad esempio, ascoltatevi questo. Ich will den Kreuzstab gerne tragen: porterò con gioia la croce (che viene dalle mani del Signore). Anche se avete le orecchie devastate dalla musica cessica che ascoltate tutto il santo giorno, lo sentite che su Kreuz c'è una nota molto espressiva? Bach usa un intervallo strano, una seconda eccedente (si bemolle-do diesis, non sto parlando di tette ma di note). E anche qui, uno direbbe: "Bello, sì, forse, ma comunque mastica...".

E invece no, perché c'è il dettaglio (che fa la gioia dell'intenditore). Guardate com'è scritto:


Visto? Per aumentare la seconda, rendendola eccedente, Bach mette un diesis, che sarebbe questo segno # (er cancelletto), sul do che corrisponde alla parola Kreuz. Ora, siccome a quei tempi Twitter non c'era, difficilmente Bach avrà voluto creare l'hashtag #kreuz. Il fatto è un altro: il diesis in effetti è una croce. Insomma: Bach usa il segno grafico dell'alterazione per simboleggiare il concetto espresso dal testo, e sicuramente non lo fa per caso. Vi risparmio altri simboli, come il peso della croce, simbolizzato da un vocalizzo di otto battute sulla a di tragen, ecc. Dal che si evince che qualche volta le seghe mentali possono portare a risultati esteticamente appaganti. Un giorno in cui anche a voi, come a me, la croce che vi siete scelti comincerà a pesare un po' sulle spalle, ricordatevi di questo link, e poi ripartite di slancio.

Noi la croce la portiamo, gerne, ma non è detto che sia destinata a noi stessi.

Concludendo

Le conclusioni qui sono due, una moderna, e una antica.

La prima è che

La Nature est un temple où des vivants piliers
laissent parfois sortir des confuses paroles ;
l'homme y passe à travers des forêts de symboles
qui l'observent avec des regards familier.



e quindi, in queste circostanze,



...nihil dulcius est, bene quam munita tenere

edita doctrina sapientum templa serena,

despicere unde queas alios passimque videre

errare atque viam palantis quaerere vitae,

certare ingenio, contendere nobilitate,

noctes atque dies niti praestante labore

ad summas emergere opes rerumque potiri.


Con gli ambiziosi madre Natura sarà sempre matrigna, e ai superbi e agli incolti nasconderà i suoi rutilanti colori. Insomma: poveri piddini, non sanno cosa si perdono. E per chi non avesse, da madre Natura, ricevuto il dono incomparabile di leggere fra le righe, suggerisco sommessamente questa chiave di lettura.





(O miseras hominum mentes, o pectora caeca! Eppure Keynes ve l'ha detto che nel lungo periodo sarete tutti morti. Certo, certo, anch'io, si sa. Ma prima, col vostro permesso, voglio seppellirne un bel po'...).

81 commenti:

  1. Qualcosa ho capito. Ma mi e' venuto un mal di testa...

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    1. Io te l'avevo detto. Ma i logaritmi ci servono per definire le elasticità, che ci servono per definire il vincolo esterno, che ci serve per perculare alta gente. Mica posso capirlo solo io quanti scemi ci sono in giro: cerchiamo di fare un piccolo sforzo!

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  2. Io già partivo bene con il mal di testa, tu mi metti i logaritmi alle 23:30...
    Diciamo che ho capito tutto il senso e un buon 80% del testo con i numeretti e le letterine brutte e antipatiche (che per me è un risultatone e testimonia della tua capacità di insegnare...).
    Però l'esame lo do alla prossima sessione prof! :-)

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  3. Vabbè, Bach però è un'eterna ghirlanda brillante.. ;) AM

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    1. Stavo per suggerire io l'accostamento ad Hofstadter :) post meraviglioso, comunque.

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  4. Ma cosa dice, professore! C'è da distinguere tra i veri professori di matematica e quelli che vengono da ingegneria... in questi casi succede l'esatto opposto! Essendo abituato a studiare a memoria le formule matematiche, il povero ingegnere non riuscirebbe a rispondere a banali domande, mentre il matematico, avendo una mente più elastica di una corda di bungee jumping!

    Si, sono un fiero matematico (il macellaio mi invidierebbe in questo).

    Per il resto, standing ovation!

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  5. Bella spiegazione Professore. I numeri solo apparentemente sono neutrali. Bisogna vedere come li si mettono in fila, e quali si omettono. E poi la citazione di Sartre, "ogni tecnica rinvia ad una metafisica", diventerà un must.
    Chapeau!

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  6. Mi ci è voluta quasi un'ora ma penso di aver digerito quasi tutto, e in più ho imparato, aggrattttisss, due nuove parole nella lingua romana!
    L'argomento della simbologia anche numerica di Bach mi è molto meno ostico dei logaritmi, e a suo modo è estremamente affascinante, basti pensare alla fuga costruita sulle note corrispondenti alle lettere del suo cognome
    Grazie della bellissima spiegazione!

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    1. Due osservazioni. Come sai, anche a lui l'hybris portò sfiga. Come forse non sai, senza logaritmi la teoria dei temperamenti risulta più indigesta. Ci sarà modo di parlarne.

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    2. Diciamo che fu forse l'invenzione del figlio, che sul manoscritto appunto' "Über dieser Fuge, wo der Name B A C H im Contrasubject angebracht worden, ist der Verfasser gestorben" (quando apparve il nome B A C H nel controsoggetto di questa fuga, il Compositore mori'): il Compositore si trasferi' nella propria musica, diventando cosi' immortale. Una meravigliosa leggenda, pero'.

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    3. Sì, certo, essendo morto non poteva scriverlo lui, mica era un walking piddin! Di fatto quella fuga non venne terminata. Onestamente non conosco l'ecdotica dell'Arte della fuga, non ho preso abbastanza diplomi. A me m'ha fregato l'euro, sinno' a quest'ora ero a Eisenach...

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  7. Meraviglioso prof., non ci ho capito quasi un cazzo ma ... M E R A V I G L I O S O.
    Dico davvero. In particolare la digressione su Bach, che pure è chiaramente fuori dal quasi. "il diesis in effetti è una croce" ?!? Lei mi apre la vista sulle vastissime praterie della mia 'gnuranza. Ma come cazzo è possibile che lei NON insegni a Harvard o alla LSE ? Sia detto senza piaggeria, neh !

    P.s.: mi scuso per l'uso di parole come "digressione" e "praterie", ma vista l'ora ...

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    1. Non insegno a Harvard anche perché ho preso due diplomi in conservatorio (nuovo ordinamento, triennio di basso continuo e specialistica di flauto dolce). Ha anche aiutato il fatto che dell'economia me ne fregasse poco. E poi bisogna esser bravi, come Alesina dimostra e Krugman ci ricorda...

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    2. non insegna alla LSA perchè là sono banditi i tecnicismi

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  8. in che modo a JSB l'hybris porto` sfiga?

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    1. Non riuscì a completare la fuga sul tema BACH.

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  9. e chi lo avrebbe mai penZato che anche i logaritmi sarebbero serviti ad unire i puntini e a confermare (ancora una volta) che la risposta (rispetto al rumore esterno...) é dentro di noi ed é quella giusta!

    sicuramente tra i mejo post di sempre, grazie

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  10. Giuro che nunchocapitouncazzo!
    però ho compreso xchè preferirebbe parlare di altro.

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  11. Giuro non sapevo che i logaritmi si potessero usare o meno con fini propagandistici. L'incesto tra marketing e matematica è un mostro

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  12. E potranno essere pure solo note, ma dopo una così superlativa prestazione, non si può terminare il tutto con un tedesco, il quale poi mette le croci sulle croci per una striminzita seconda eccedente, si merita almeno almeno una abbondante quarta eccedente italiana, il diabolus in musica: http://www.youtube.com/watch?v=TXnda3aWtis, mi pare più appropriato, e in tutti i sensi.
    E adesso che ho dovuto parlare male anche di Bach, vado a sciacquarmi la bocca con l'acido muriatico; questa storia dell'euro fa arrivare a livelli inauditi.

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    1. Eh sì, penso che dovresti dare una risciacquatina, per un paio di motivi.

      Il primo è che Accardo mi sembra un po' stonatino, ogni tanto. Non so, sarà che io sono abituato a un altro temperamento.

      Il secondo è che se vuoi un diabolus in musica insistito, ostentato, lo trovi, guarda un po', qui. Questo preludio è l'apologia del "diabolus in musica", alla frontiera dell'affermazione della tonalità, dove il diabolus in musica sarebbe diventato l'elemento strutturante e caratteristico dell'accordo di settima di dominante. Insomma, Bach vuole farci capire che la musica sta cambiando. Sarebbe ora che noi restituissimo questo messaggio ai suoi pronipoti.

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  13. Mamma mia Prof!quanto lavoro!davvero impressionante,grazie mille!è stato molto istruttivo :-)

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  14. Infatti era proprio questo il post che aspettavo. Grazie.

    Avevo in realtà sospetto di due cose: una è che prima o poi sarebbe uscito un post su questo argomento, l'altra di non aver afferrato la tesi di fondo della prolusione di Pescara riguardo ai profitti crescenti: infatti mi aveva molto colpito che la forbice tra le due curve fosse *in sé* insostenibile senza un finanziamento terzo, privato o pubblico, ma estremizzavo riguardo l'insostenibilità a sua volta di questo terzo. Indubbiamente sì se privato, ma se il paese è, come è, l'America, forse riqualificheranno sempre di più il sottotetto, è comunque nelle loro facoltà.
    Inoltre a Pescara mi aveva colpito la questione del capitalismo che da un certo momento in poi non sta funzionando secondo il dover essere in un certo senso autosufficiente di modelli semplici ma, appunto, compatibili con rendimenti di scala costanti (che quindi alloggiano anche la quota importante di finanziarizzazione se non mi sbaglio). Se mi sbaglio ancora mi arriverà un colpo in testa col giornale.

    Sarebbe interessante applicare questo esercizio fatto sul capitalismo iuessei invece al provincialismo de noantri europei, non solo italiani (pochE capitali da noi dato che in ognuna è installato un fax solo ricevente, ma le provincie ancora non ce le tolgono), in prospettiva futura di un sostegno razionale ad una ritrovata libertà di politica economica e normativa. Cavoli, vorrei averle di ogni paese queste due curve, come strumento di indagine mi sembrano interessanti! Per l'Italia d'altra parte si ferma pure la produttività, e si leggono solo gli anni 80-90, però bene.

    A margine mi colpisce un'altra cosa: sono curve belle lisce! Sono filtrate, medie mobili o nascono così?

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    1. Nascono così. Sul dato annuale non hai molta varianza, sono movimenti di lungo periodo.

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  15. Da leggere all'alba, come ho fatto io. Rileggere prima dei pasti.
    Bentornato prof!
    Leggendo, mi è subito venuto in mente libro di Chris Martenson, (PhD, come indicato in copertina) "The crash course", pieno di grafici costruiti su base esponenziale anziché logaritmica (ho detto giusto?), che disegnano quello spaventoso andamento definito dall'autore "a mazza da hokey", molto confacente alla tesi palingenetica del libro.

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  16. Se ho capito bene la domanda aggregata era garantita in un primo tempo dai salari ( redditi), poi a causa della compressione di questi è stata garantita dalla spesa pubblica e successivamente dal debito privato(credito al consumo).

    La spesa pubblica è all'origine del debito pubblico, che è garantito agli occhi di chi lo finanzia dalla capacità dello stato di stampare moneta e dalla sua capacità di imporre tasse.

    Ma lo stato, in Italia e in Europa,si è spogliato della prima facoltà e la garanzia ora poggia solo sulla capacità impositiva.

    Ma questa va ad erodere la garanzia che i privati possono dare sul pagamento del loro debito, che abbiamo detto essere il secondo pilastro della domanda aggregata.

    Per cui si determina un cortocircuito di garanzie che determina una contrazione drammatica del credito
    ( sia verso gli stati giudicati meno solvibili, sia verso i privati), con crollo della domanda aggregata e innesco della trappola della liquidità.

    La soluzione di Wolff che garantirebbe domanda aggregata aumentando i salari viene ( a mio avviso giustamente) giudicata debole per mancanza di enforcement, quindi come si può superare l'impasse?

    A mio avviso solo riprendendo la facoltà dello stato di stampare moneta, come per altro stanno facendo la fed, la boj e la boe, riacquistando debiti tossici (pubblici e privati) che non potrebbero mai essere pagati, con denaro fresco di stampa, dando così ai creditori la garanzia che in qualche modo saranno pagati, e rimettendo in moto la ruota del credito.

    In Europa, invece la banca centrale non acquista i crediti tossici, si limita ad una fumosa garanzia di prestiti condizionati a cessione di sovranità (OMT) che nessuno stato in difficoltà osa accettare.

    La garanzia sui debiti pubblici resta la spremitura del contribuente e la domanda interna si contrae sempre più.

    A mio avviso il razionale di chi ha indotto questa situazione è forzare la dismissione di asset ( pubblici e privati), da acquistare a prezzo di saldo.
    Avvenuto questo la morsa come per incanto potrebbe allentarsi, e così si potrà dire "visto che era tutta colpa del debitopubblicobrutto?"



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    1. Dunque pare di capire che la ricchezza prodotta negli ultimi 40 anni...è andata a remunerare sempre di più il capitale e sempre meno il lavoro..la sinistra e i sindacati questo lo sanno (qualcuno che abbia una laurea in economia tra le loro fila dovrebbero avercelo per cui sono in malafede).. da ciò la domanda aggregata di beni e servizi è stata sostenuta sempre meno dai salari e sempre più dal debito privato in alcune economie e pubblico in altre... ora il capitale, volendo "giocare" sempre meno sui mercati reali dove i rendimenti, per effetto della globalizzazione e dell'entrata sulla scena di nuovi attori, sono diminuiti..il capitale dicevo è andato a "giocare" sui mercati finanziari..originando continue bolle speculative... e i lavoratori che fanno ?... cosa è credibile fare per ribaltare la situazione o comunque ritornare ad una situazione pre-anni ' 70 ? Sicuramente una nostra politica monetaria autonoma che sia attenta alle esigenze dei cittadini italiani dovrebbe, con un cambio svalutato, riuscire a tamponare la crisi e con una politica dei salari e degli investimenti accorta...rimettere in carreggiata lo sviluppo del nostro paese...

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  17. "1) e se ci dicono di no?

    2) e i soldi chi ce li mette?"

    Non saprei dir nulla sulla seconda domanda. La prima, però, (mi) sembra assai rilevante ...

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    1. Alle due domande si può anche dare una risposta congiunta: rivoluzione. Qualcuno ha voglia di farla? La risposta è stata efficace in passato? Il nocciolo del problema è tutto lì.

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    2. Come diceva Terzani, le rivoluzioni hanno ben raramente apportato benefici al popolo. Ma come dico io, qualcuna e' servita, anche se le sofferenze sono state inenarrabili. Mi sembra piu' probabile un lento declino, una rassegnazione al "fatto" che lavorare 60 ore la settimana per 1000 euro al mese sara' normale e onorevole. As a matter of fact, se il mio datore di lavoro mi riducesse del 40% lo stipendio, come cinquantenne razionale accetterei. L'alternativa sarebbe la disoccupazione o la galera, in caso di reazione scomposta per giusta causa. Mutuo e figli suggeriscono la calma - a meno che TUTTI reagiscano scompostamente all'unisono.

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  18. Per festeggiare questo articolo e non per italianità, preferisco suggerire l'ascolto di un tanto sorprendente quanto moderno Claudio Monteverdi, facendo un salto indietro di circa 100 anni rispetto a J. S. Bach.

    Claudio Monteverdi - Il ritorno di Ulisse in Patria:

    https://www.youtube.com/watch?v=CJeFcOqzdXc

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  19. Questi sono i post che preferisco (attenuano la mia ignoranza).
    Ma la cosa più dolce è il nuovo aroma di asfalto che, da qui in avanti, promanerà dai logaritmi, legati finora al faticoso compulsare delle tavole del Lanza negli anni giovanili

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  20. Molto bella l'interpretazione di Bach, che anche spiega che risolve sul si (la croce non e' l'ultimo passo anche se Sartre e chi per lui ha poi sempre negato) ma il terzo giorno e' resuscitato. Ho gia' deciso che in pensione (che non avro' mai) continuero' a studiare armonia per non sentire la fame e gli acciacchi non curati.
    Cmq, agli studenti d'economia un corsetto di fisichetta 1, con tanto di carta millimetrata, matita e gomma, invece che il foglietto excel? ;-)

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    1. Grande fisichetta... sì, tanto snobbata dagli studenti amanti della "teoria".

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    2. Ricordo ancora le ustioni durante l'esperimento (al primo anno) sulla propagazione di calore lungo una sbarra di metallo.
      Set-up:
      (1) un estremo della sbarra, piegata a elle, dentro un barattolo contenente acqua bollente, col barattolo sopra un fornelletto acceso;
      (2) una serie di buchini equidistanti lungo la sbarra;
      (3) un termometro per misurare la temperatura ad ogni buchino;
      (4) un'"oliera" per lubrificare ogni buchino e favorire aderenza con estremità del termometro (oltre che curare ustioni da sbarra arroventata o acqua bollente che esce dal barattolo);
      (5) carta semilogaritmica per graficare temperatura della sbarra in funzione della distanza del buchino dall'estremità immersa nel barattolo;
      (6) ricavare costante di "decadimento" della curva che descrive il fenomeno, che, grazie alla scala logaritmica, diventa una retta e non è più una curva (e basta in effetti matita e righello).
      Morale: se usi i corretti sistemi di riferimento e le corrette scale, ci vedi più chiaro e completi l'opera pure se sei (un po') bruciato dagli eventi.

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  21. Avrei una domanda, spero non troppo stupida. Ma gli indici di produttività tengono conto della forza lavoro delocalizzata e dell'automazione degli impianti? Cioè se una ditta USA (o italiana) mantiene nel paese 10 dipendenti, ma poi sposta la produzione in Cina (o fa venire dalla Cina dei prodotti semilavorati o già completi), mettendo sul mercato TOT prodotti all'anno, quell'indice tiene conto dei lavoratori cinesi o solo dei 10 addetti della ditta USA (o italiana)? Inoltre l'automazione degli impianti (anche in sede) è in un qualche modo contemplata? Cioè se 20 anni fa (o anche di meno) servivano 100 dipendenti per produrre TOT, mentre oggi con macchinari moderni ne occorrono soltanto 10, c'è un modo per considerare questa "variabile"?
    Poi avevo una considerazione da fare. Lei dice, in merito alle soluzioni:
    1) e se ci dicono di no?
    2) e i soldi chi ce li mette?
    Ora però, mi pare che quando si tratti di "riformare" il lavoro, tagliare le pensioni, finanziare le delocalizzazioni, ci si potrebbe porre le stesse domande, viste dall'altra parte, ma mi pare che tutti questi quesiti siano del tutto irrilevanti, dato che redditi e ricchezze vengono bellamente trasferiti dalla maggioranza alla minoranza dei cittadini, pur se questi dicono no, e pur se i soldi ce li devono mettere loro.
    Non capisco per quale motivo non si possa fare il contrario.
    Perché è lecito (non dico che sia lei ad affermarlo) che un individuo (o pochi individui) possano arricchirsi vergognosamente senza che nessuna legge li obblighi a porre un freno a certe dinamiche o a "metterci i soldi", mentre dall'altra parte si fanno leggi, non soltanto per prendere i soldi delle classi medie e basse, ma se occorre per reprimere il dissenso, a volte anche in modo violento?
    Occorre rassegnarci a tutto questo?

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    1. L'aumento della produttività del lavoro è evidentemente legato al progresso tecnologico. È anche ovvio che potrebbero "dire di no" anche i lavoratori: si chiama conflitto distributivo, lotta di classe. Perché in Italia non lo hanno fatto? Forse perché alcuni economisti e sindacalisti "de sinistra", mentre plaudevano all'euro, che è un'arma di distruzione dei diritti sociali di massa, tenevano buoni i lavoratori dicendo che stava per levarsi il sole dell'avvenire di un proletariato internazionale?

      Credo sia proprio per questo motivo.

      Quindi che "non si possa fare il contrario", amico mio, non l'ho detto io, l'hanno detto LORO. E se non hai capito questo, perdonami, non hai proprio capito niente.

      Yours.

      (Torna da SEL, va, che ti aspettano a braccia aperte).

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    2. Veramente io mi riferivo al mainstream, al pensiero dominante, che ritiene democratico manganellare lavoratori, pensionati e cittadini che hanno qualcosa da ridire sulle leggi fatte contro i loro interessi, mentre sarebbe problematico fare il contrario.
      E nel mainstream ci metto tranquillamente politici di "sinistra" e i vari intellettuali embedded al seguito.
      Se sono qui da quasi due anni forse l'avevo già capita da un po', ma va bene così.

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    3. Sulle soluzioni i miei dubbi derivano dall'osservazione di un campione di dati che non so quanto sia rappresentativo, comunque:
      1) cooperativismo - per quanto sia storicamente caro alla sinistra, la sua attuale fenomenologia mi pare piuttosto distorta. I fenomeni distorsivi non si limitano a quelli che erano gia' classici 20 anni fa (dipendenti fatti diventare soci a forza e costretti allo straordinario non pagato, per fare un modesto esempio), ma attualmente si estendono a territori inesplorati, se e' vero quel che si dice sulle attivita' finanziarie di unicoop firenze tirate su col prestito soci - e finora non mi pare che ci siano state smentite.
      2) Il subentrare da parte di cooperative dei lavoratori nelle aziende fallite rilevandone le attivita' puo' essere un fenomeno interessante (una forma della mitica riappropriazione dei mezzi di produzione) ma fatto come viene fatto ora (finanziamento bancario, di base, e una manciatina di incentivi, forse) rischia di avere il respiro non corto, ma cortissimo, rebus sic stantibus.
      3) non vorrei, ma piu' che odore di modelli argentini sento tanfo di standard tedesco (enti locali e sindacati nella proprieta' e nei CDA) o addirittura americano (Chrysler, avete presente?). Cioe' il lavoratore entra nelle segrete stanze per essere ancor piu' disciplinato. No grazie.

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    4. Se mi hai capito tu, allora non ti ho capito io, scusa. Però onestamente le risposte alle tue domande mi sembrava di averle date, fra l'altro anche fra le righe del post, dove non si dovrebbe leggere solo un "vi-a-effe-effe-a-ncuuuuulo!", ma, nelle mie intenzioni, anche qualcosa di più costruttivo. Un abbraccio.

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    5. Quella sopra era per Ivan, questa per Lettore occasionale: chapeau! Hai capito benissimo quello che intendo dire e che è emerso più volte in questo blog e nella mia relazione a Pescara. Se Vendola dice "i vostri alleati principali in questo momento sono quelli della FIOM" (al minuto 1:22) non è chiaro cosa vogliono quelli che "il sindacato tedesco"? Devo fare un disegnino? Ecco, a me questo fa ribrezzo. Mi dispiace, mi fa ribrezzo. Come a te, vedo. Ora sappiamo dov'è il nemico, il che, mi sembra, è un passo avanti significativo se uno intende vincere una battaglia (la guerra non finirà mai, scordatevelo).

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    6. Aggiungerei che venendo certe proposte da un'area che sovente scaglia strali contro le PMI e il sottostante interclassimo, le proposte rischiano di apparire pelosette - l'interclassismo della PMI no, il sindacato tedesco si'? Rischia di apparire una questione sui futuri ipotetici assetti di potere, con relative opzioni sui ruoli.

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    7. Sì, in effetti la mia considerazione non era nel merito della soluzione proposta (Wolff), alla quale, nonostante i miei limiti tecnici e teorici, guardavo anch'io con perplessità, condividendone le vostre, sicuramente più motivate delle mie (se non erro questa proposta è uno dei cavalli di battaglia di Grillo, nella forma che "ipotizzava" Lettore Occasionale... o almeno uno di quelli del venerdì, o del sabato, non ricordo).
      Il mio era soltanto un pensiero su quel "e se ci dicono di no?", indipendentemente dalla soluzione proposta, dato che dall'altra parte non ci si è mai posti il problema, con immensa responsabilità della sinistra (e viene anche difficile dire "di certa sinistra" perché si fa fatica a notare la qualsivoglia differenza tra varie ipotetiche sinistre). Loro la domanda non se la sono mai posta, hanno approvato delle leggi e istruito le forze dell'ordine, forse non si potrebbe fare la stessa cosa? Questo mi chiedevo - senza implicare la violenza, anzi... quella farebbe comodo a chi intederebbe poi chiudere ogni possibilità di dibattito e dialogo, di qui la piena drammaticità di questi anni e l'importanza del suo lavoro, per il quale non finiremo mai di ringraziarla a sufficienza -
      Ma ovviamente era più che altro una riflessione che nasce dalla disperazione di vedere un paese (e non soltanto il nostro paese) che si sta disgregando, mi rendo conto che la realtà è molto complessa. Non dimentico le interessanti riflessioni sui casi sudamericani proposti anche su questo blog, a testimonianza di quanto sia poi difficile intervenire in un contesto compromesso, le sue proposte, ciò che ha scritto nel libro e gli interessanti interventi durante il Goofycompleanno, quello suo e del prof. Pozzi che inquadrava in un contesto più ampio la situazione odierna.
      Detto in modo scherzoso e irresponsabile a quel "e se ci dicono di no?" risponderei con un bel "sti cazzi"

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  22. Sarà che ha ragione la figurina da collezione. Joan Robinson. "Il Marxismo è l'oppio dei marxisti".

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    1. Ti ringrazio moltissimo per questo riferimento, non lo conoscevo e mi ha dato modo di trovare anche il testo di Joan Robinson. Grazie!

      PS: ammazza che blog di gente per bene questo qui, lo frequenterò più spesso.

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  23. Dall' ultimo grafico:
    Mi devo preoccupare se l' andamento produttività/salario reale che sarebbe necessario ripristinare per riequilibrare la situazione è grosso modo quello del periodo (circa) 1940-1944?

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    1. Secondo te io perché ho deciso di fottermi la carriera e la vita privata? Perché ero tranquillo? Certo che sono proprio strano...

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  24. "io vorrei tanto credere che sia possibile avere un mondo migliore... Ma se le proposte sono queste, alla fine preferisco rendere meno peggiore quello nel quale sono nato".

    Altro che citazioni latine...

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    1. Il problema è che questo è un atteggiamento intrinsecamente conservatore. Alla fine hanno ragione anche i marZiani quando latrano contro Keynes. Io sto ancora aspettando, da quando ho aperto il blog, che qualcuno mi dia l'indirizzo del Palazzo d'inverno. Fra un po' saranno tre anni, e nessuno me l'ha detto!

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    2. Beh... sospetto che uno dei possibili indirizzi possa essere il seguente:

      http://www.pes.eu/

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    3. Per Fassina il Palazzo d'Inverno è il superministero del superbilancio della superunione europea: è un gramsciano lui, ha capito che prima vanno conquistate le casematte del potere e SOLO POI si può innescare un reale cambiamento. Eh, addirittura lavorare per costruirle deve essere una cosa decisamente riformista, troppo avanti anche per Gramsci...

      Per Ferrero, molto più prosaicamente, una seggiola al parlamento europeo (salvo scoprire che fuori fa freddo, mentre dentro non si sta poi così male). "Bandiera rossa la trionferà", certo certo, intanto assicuriamo le individuali vecchiaie di Ferrero e famigli che per il resto l'eterna lotta tra capitale e lavoro farà il suo corso...

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  25. Caro professore Le significo che con questo articolo Lei è entrato nel mio personale pantheon di "nati di donna e uomo", insieme a Gigi Riva e Gianfranco Zola.

    Ciò perché non solo mi ha ricordato la finalità delle scale logaritmiche e le infinite possibilità di utilizzo politico di scienza e tecnica ma anche perché la "letturina" approfondita mi ha richiesto circa 3 orette, intervallate da quisquiglie quotidiane e medicamenti per un leggero infortunio..., ma ne è valsa la pena, esattamente come l'ascoltare lo splendido "Ich will den Kreuzstab gerne tragen" per intero.

    Ma, non per voler sembrare colto o latinista dedicare tempo è assolutamente necessario perché

    Legere enim et non intellegere neglegere est

    Grazie per tutto il tempo che ci dedica nonostante la nostra brillante intelligenza:

    "Sono sempre stato molto precoce. Una volta ho terminato un puzzle in meno di quattro giorni... E pensare che sulla scatola c'era scritto "Dai 2 ai 5 anni".".



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  26. Promesso, arrivato e anche di più: grazie!
    Insomma, la risposta alla mia domanda (cioè perché a partire dal 2000 si vede un lieve recupero della quota salari), se ho capito, è che la produttività è andata peggio de salari (dicessi che dal tuo grafico in figura 7 vedo perché il fenomeno inizia proprio nel 2000 piuttosto che nel 2003 però mentierei: ci sarà qualche elemento che mi sfugge).
    Se non prendo una cantonata, alla luce dei dati e delle riflessioni riportati qui (e nel libro) e detto molto rozzamente, le possibili pietanze son quattro: guerra, rivoluzione, secular stagnation con contorno di bolle (a cui nella zona euro si aggiunge un brutale processo di centralizzazione di capitali e desertificazione produttiva della periferia), democrazia costituzionale con auspicabile contorno di repressione finanziaria. L'ultima via presuppone un accordo fra lavoratori e quei pezzi del capitale, che ovviamente al suo interno non è un monolite, che hanno più da perdere dalla terza opzione, in quanto meno legati alla finanza e capaci di delocalizzare: prima di tutto i piccoli imprenditori. Si potrebbe dire insomma che bisogna puntare sulle contraddizioni intercapitalistiche, sia a livello nazionale che internazionale, che è poi la dimensione politica del riformismo (che forse poi così da buttare non è...).

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    1. Io cos'è il riformismo non lo so. Tuttavia il menù è esattamente quello che descrivi tu, e la strada che stiamo percorrendo qua dentro, e che gli amici di certi imprenditori forse definirebbero interclassista, mi sembra l'unica razionale e percorribile.

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  27. Non posso che ringraziarti ancora una volta per avermi aiutato a chiarire cosa mi fosse successo,cosa fosse successo a tutti noi;magari non mi risolverà i problemi pratici,ma provo sollievo per il solo fatto di andarmene in giro con la scatola nera in tasca.
    Interpretazioni alternative per la seconda:ha diesato (così diceva l'antico manuale di armonia,anche se non ricordo un verbo per i bemolli) perché si usa farlo nelle linee ascendenti.Lo ha fatto per indicare che si trattava appunto di seconda eccedente.Lo ha fatto perché,benché sia il nostro preferito,era pur sempre un virtuoso alamanno e non avrebbe mai sciupato un bequadro.D'accordo invece sulla resa magistrale della laboriosità del tragen,ma queste non sono seghe mentali,come sapeva bene Savinio quando ci parlava di supestizione dei nomi

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    1. Be', però lo si usa fare in circostanze particolari, ad esempio se la nota alterata ha un valore di sensibile. Ma lì sei in sol minore, e quindi il do# non c'entra molto, a meno che non segnali una modulazione a re minore che non c'è. Quindi l'ipotesi "simbolica" rimane in piedi (e fra l'altro la partitura, come sempre, è una miniera...).

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  28. Bach è esempio di genio in cui logos e pathos trovano sublime equilibrio.

    Solo la cultura delle scienze e delle arti è universale. (Universalità ed umanesimo in contrapposizione all'internazionalismo globalista).

    Tema profondo e complesso, percorso maestro che espone ad innumerevoli trappole dialettiche.

    Solo chi conosce il quadrivio - in quest'occasione al gran completo - può cimentarsi ad un insegnamento che trascenda i corridoi sordi e grigi dei dipartimenti di certe facoltà.

    (precisazionisco: "ln" sta per naturale, per la base 10 è consigliabile "log" e, soprattutto, e' vero che le mezze stagioni non sono mai esistite! :-) )

    ([...]Egli è pur vero che l'ordine antico delle stagioni par che vada pervertendosi. Qui in Italia è voce e querela comune, che i mezzi tempi non vi son piu’; e in questo smarrimento di confini, non vi è dubbio che il freddo acquista terreno. Io ho udito dire a mio padre, che in sua gioventù, a Roma, la mattina di Pasqua di resurrezione, ognuno si rivestiva da state. Adesso chi non ha bisogno dì impegnar la camiciola, vi so dire che si guarda molto bene di non alleggerirsi della minima cosa di quelle ch’ei portava nel cuor dell’ inverno[..]). Zibaldone, G.Leopardi, "uno de passaggio".

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  29. E' dura quando ad una certa età devo ammettere con me stesso che i logaritmi sono quasi al di là della mia portata intellettuale, comunque grazie di cuore per questo suo ritorno alla spiegazione dei fatti economici ( e politici )

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  30. Adesso ho capito perché ScacciaLaContabilitàNazionale ama i grafici in logaritmo naturale per dimostrare relazione diretta fra aumento di massa monetaria e inflaZZZZZione, gli piace far stare i due andamenti viScini viScini.
    Comunque leggere un buon vecchio "freddo" post tecnico è sempre bello, mi sembra di rivivere gli albori di Goofy ;-)

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    1. Ma non è che sia sbagliato in quel caso, anzi. Lì eventualmente il problema, visto che posso immaginare i suoi "argomenti", è che correlazione non implica causazione, e certamente non quella che ha in testa lui!

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    2. Immagini bene. Poi ovviamente tutti gli stimoli monetari dal 2008 in poi non si sono tradotti in IperinflaZZZZione perché questa arriva nel famoso medio/lungo periodo, di cui si sconosce la durata.

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  31. Un grafico, logaritmico o meno, non dovrebbe confondere più di tanto, soprattutto se è così chiaro nel significato: salari sempre più bassi rispetto alla produzione, concentrazione crescente della ricchezza, necessità sempre maggiore di debito per sostenere il sistema. Lo sviluppo tecnologico rende sempre maggiore la produzione rispetto al lavoro necessario per ottenerla. Mi sembrerebbe ovvio dedurne, ma mi corregga se sbaglio, che anche solamente continuando a retribuire il lavoro in base alla sua utilità produttiva, pur escludendo tutte le azioni volte a comprimere i salari ad arte, sull'interpretazione delle quali sono del tutto d'accordo con lei, le paghe dei lavoratori non potranno tenere il passo con la produzione in ogni caso. Tra l'altro, con capacità tecniche di sovrapproduzione crescente, sempre salvo miei errori, dovrebbe crescere l'offerta di lavoro con la disoccupazione, aggravando il problema... d'altra parte è quello che richiede la scala logaritmica per non perdere i dettagli.
    Ora, l'uscita dall'euro, che auspico esattamente come lei, mitigherebbe senza dubbio le pressioni al ribasso sul costo del lavoro. Ma in generale, visto che ha così chiaramente esposto il problema e che sulle soluzioni di Wolff nutro le sue stesse perplessità, come se ne esce? Non mi sembra possibile sostenere una produzione crescente solo con un debito crescente. Mi scuso per la domanda forse impropria e male espressa, così come se me ne fosse sfuggita una risposta già data.
    Approfitto per ringraziarla del lavoro che sta svolgendo e del suo ottimo libro che ha fornito le conoscenze e i dati che mancavano a quello di cui ero già convinto più per buon senso che per competenza.

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  32. Veramente notevole l'articolo! Complimenti, mi sono divertito anche con i logaritmi. Devo dire che sulla spiegazione della crisi, quello che dice Bellofiore è del tutto coincidente. Le soluzioni no, mi sembra evidente. Comunque non tutti i "marxiani" (con le antenne) sostengono la teoria del "grande crollo". Anzi, mi sembra che ce ne siano sempre di meno.

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  33. Non per difendere la categoria dei marZiani, ma l'obiezione dovrebbe valere anche nel caso: vogliamo uscire dall'euro.
    1) e se ci dicono di no?
    2) e i soldi chi ce li mette?

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    1. Le propongo due risposte (eventualmente se mi sbaglio mi corriggeranno)
      1) per uscire dall'euro non c'è bisogno di chiedere nulla ad alcuno. Si esce. Punto. Quindi nessuno può dirci di no. E se anche lo facesse potremmo dirgli di mangiare ai Caraibi (questa è per palati fini ...);
      2) i soldi non ce li mette nessuno ANZI "li sordi" ovvero "il grano" per dirla come dalle mie parti CE LI TROVIAMO DOPO ESSERE USCITI DALL'EURO, meglio se l'uscita fosse accompagnata dal ripristino dell'indissolubilità del matrimonio monogamico fra Tesoro (signore e padrone) e Banca d'Italia (moglie devota e sottomessa, quindi usa a obbedir tacendo e tacendo ... stampar).
      Spero di essere stato chiaro.

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  34. @Sergio
    1) beh, veramente è un problema interno e relazioni internazionali da creare (sbocco per il Mediterraneo)

    2) soldi?
    se ci riprendiamo la BdI aumentiamo la spesa pubblica con zero problemi visto che abbiamo un moltiplicatore di 2,2 e una curva di phillips piatta.

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  35. Sa prof, per esperienza diretta mi viene un po' da ridere quando leggo di proposte sull'autodeterminazione dei lavoratori e sul fatto che questi possano prima o poi unirsi...
    Il lavoratore medio, al di là della propria personale cultura e informazione, è un soggetto immerso nella propria vita, come tutti del resto. Difficile che una simile pluralità di individui possa MAI coalizzarsi e fare alcunché di concreto.
    Arrivano allora le "elites" dei lavoratori: e chi sarebbero? I sindacati? Mi viene da ridere, per carità è fondamentale il loro ruolo, ma difficilmente chi sta sopra si spreme per chi sta sotto. Anzi, sempre più spesso, il loro ruolo è proprio quello di dire che "nun c'è stato niente da fare".
    Dunque, ci rimangono dei drappelli di lavoratori, magari più preparati e più determinati, che però rimangono un caso isolato, contro cui sono gli stessi lavoratori "medi", ormai sempre più filoaziendalisti, a rivoltarsi contro perché "l'azienda lo può fare e tu non ti puoi lamentare" o "c'è già tanta miseria in giro, dovresti ringraziare che lavori"... Ergo, non se pijamo per culo da soli nel riproporre l'internazionale dei lavoratori.

    E' un conflitto che difficilmente può essere lasciato ai molti e va risolto ai vertici, ma con quale forza? E comunque, beato me! Buona serata prof, dopo un bel vinello ci mancavano i logaritmi per completare la sbornia!

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  36. Secondo me il divario tra produttività e salari continuerà a crescere grazie alla tecnologia che permette di restringere il tempo di lavoro necessario per ripagare al capitalista le spese di capitale costante e capitale variabile. Marx lo chiamava plusvalore relativo, e del resto anche in Germania è avvenuta una cosa del genere con la riduzione delle ore lavorate e con l'aumento della disoccupazione, o meglio della sottoccupazione[http://www.altramente.org/archivio/8-articoli/290-germania-quante-bugie.html]. Certo, lo so, non sto dicendo che la competitività tedesca sia stata raggiunta con gli investimenti e l'innovazione [http://www.piie.com/publications/opeds/oped.cfm?ResearchID=2469], tuttavia partivano da una posizione di vantaggio ed hanno sfruttato questa rendita [http://www.economonitor.com/analysts/2013/09/03/europes-destructive-creation-why-the-euros-biggest-problem-is-the-flawed-crisis-narrative/]. Per quanto riguarda l'effetto delle innovazioni sul mercato del lavoro, e quindi sui salari, consiglio di leggere questo articolo, è molto istruttivo [http://www.theatlantic.com/business/archive/2011/10/why-workers-are-losing-the-war-against-machines/247278/?single_page=true]. Per il resto credo che molti economisti illuminati siano consapevoli di questa situazione esplosiva [http://robertreich.org/post/22204212722], tuttavia, alla luce dell'attuale egemonia culturale, credo che sarà molto difficile riuscire a formulare delle politiche alternative e dei blocchi sociali che possano contrastare questo andazzo: io sarei anche anche favorevole ad un'alleanza tra lavoro e determinati settori di classi medie (piccola imprenditoria compresa), tuttavia mi rendo conto che sento ancora molta gente convinta che per far ripartire l'economia sia necessario far pagare "meno tasse per tutti"(addio tassazione progressivamente proporzionale), e quindi anche per chi realizza ultraprofitti causati dal divario tra produttività e salari, privatizzare tutto, abbattere la spesa pubblica e deregolamentare ulteriormente il mercato del lavoro. Insomma, il quadro che si prospetta non è per niente incoraggiante. Speriamo che compaia un politico che parli in questa maniera [https://www.youtube.com/watch?v=tFXCRVjafEo] :)

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  37. Temo che di rivedere la quota salari non se ne voglia proprio sapere.
    Quando si incomincia a filosofare di 'depressione secolare' come di un evento inevitabile dovuto allo 'sboom demografico' vuol dire che si e' arrivati proprio alla frutta......

    http://www.dagospia.com/rubrica-29/Cronache/la-crescita-non-esiste-nulla-sara-come-prima-amen-krugman-prepariamoci-a-convivere-con-67586.htm

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  38. Gentile prof. Bagnai,

    Grazie per averci spiegato chiaramente questi dati.

    Mi sorge una domanda:

    Visto il crescere del divario tra produttività e salari, oltre all'aumentare i salari per dare clienti alle merci prodotte, non è che sarebbe saggio approfittare dell'aumento della produttività per ridurre l'orario di lavoro? Cioè ridurre la produttività riducendo l'orario di lavoro.

    A che serve il progresso se non aiuta ad avere più tempo per le cose per cui vale la pena vivere?

    Inoltre produttività e produzione che tendono all'infinito stanno andando a scontrarsi col muro rappresentato dal fatto che la terra è un sistema finito.

    Cosa ne pensa?

    Cordiali saluti
    Massimo

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  39. Dunque...vediamo se ho fatto i conti giusti: la funzione y=ln(1+n)^t è una retta perché la sua derivata è una costante che vale ln(1+n) . Se studiamo come varia il valore della costante al variare di n, scopriamo che per valori prossimi allo 0 di n la funzione y=ln(1+n) assomiglia molto alla funzione y=n (hanno lo stesso valore e la stessa derivata prima); ciò spiega perché se nel foglio excel inseriamo valori molto piccoli nella cella gialla gli incrementi annuali riportati nella colonna I saranno molto vicini a questi valori (e viceversa se inseriamo valori grandi).

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  40. Anche io, come massimo 06 dicembre 2013 23:12, penso che si dovrebbe distribuire il lavoro che c'è tra tutti, quindi riducendo l'orario di lavoro a parità di stipendio. D'altra parte da anni è tranquillamente accettato da tutti lavorare di più a parità di stipendio, non c'è motivo per non poter fare il contrario.
    Certo non sono i Sindacati che conosciamo a poter chiedere niente di simile.
    Ma ritengo opportuno che se ne parli il più possibile, alla fine la maggioranza se vuole si impone.
    Direi che una delle condizioni preliminari per ottenere la riduzione dell'orario è liberarsi da quella "garrota" che è l'euro e quindi l'opera del prof Bagnai è quantomeno preziosa.
    Saluti
    GiuseppeMaria

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    1. È interessante notare che Keynes, della possibilità di ridurre gradualmente l'orario di lavoro, ne parlava già nel 1930. Piuttosto famoso un suo discorso tenuto ad una conferenza nel Giugno di quell'anno a Madrid, Economic Possibilities for our Grandchildren (pdf), disponibile anche la traduzione in italiano, Le possibilità economiche per i nostri nipoti. Vi evidenzio un passaggio particolarmente significativo:

      «Per ancora molte generazioni l’istinto del vecchio Adamo rimarrà così forte in noi che avremo bisogno di un qualche lavoro per essere soddisfatti. Faremo, per servire noi stessi, più cose di quante ne facciano di solito i ricchi d’oggi, e saremo fin troppo felici di avere limitati doveri, compiti, routines. Ma oltre a ciò dovremo adoperarci a far parti accurate di questo “pane” affinché il poco lavoro che ancora rimane sia distribuito fra quanta più gente possibile. Turni di tre ore e settimana lavorativa di quindici ore possono tenere a bada il problema per un buon periodo di tempo. Tre ore di lavoro al giorno, infatti, sono più che sufficienti per soddisfare il vecchio Adamo che è in ciascuno di noi.»

      P.S.: mentre cercavo il materiale di riferimento per questo commento ho trovato una rivisitazione del pensiero di Keynes da parte di sinceri progressisti:

      «Prima di tutto, Keynes potrebbe aver sottovalutato il piacere di lavorare. Come sostiene Freeman nel suo saggio, "Molte persone vanno a lavorare per ragioni indipendenti dal denaro, e potrebbero preferire lavorare più delle quindici ore a settimana di Keynes in quasi ogni situazione. I luoghi di lavoro sono contesti sociali in cui le persone si incontrano e interagiscono. Nell'ordine del 40/60 per cento dei lavoratori americani hanno frequentato qualcuno del loro ufficio."»

      I diversamente keynesiani. Ogni ulteriore commento mi pare superfluo...

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    2. dipende dal tipo di lavoro: se è un lavoro di tipo creativo e/o con colleghi "umani", si lavora con piacere e si fa anche straordinario con piacere. Ma un lavoro stressante/usurante/ripetitivo difficilmente rende il lavoratore soddisfatto del proprio lavoro.

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    3. Evidentemente mi sbagliavo, servono ulteriori commenti.
      Silvano Agosti, tratto da un'intervista radiofonica:

      «Sì, tu fai giustamente un discorso in difesa di chi ti opprime, perché è il discorso tipico dello schiavo, no? Il vero schiavo difende il padrone, mica lo combatte. Perché lo schiavo non è tanto quello che ha la catena al piede quanto quello che non è più capace di immaginarsi la libertà.»

      «Secondo me, poi, siccome c'è un parametro che, con le nuove tecnologie, i profitti sono aumentati almeno cento volte, e allora il lavoro doveva diminuire almeno dieci volte. Invece no! L'orario di lavoro è rimasto intatto. Oggi so che che mi stanno rubando il bene più prezioso che mi è stato dato dalla Natura. Pensa alla cosa più bella che la Natura propone, che è quella di, mettiamo, di fare l'amore, no? Immagina che tu vivi in un sistema politico, economico e sociale dove le persone sono obbligate, con quello che le sorveglia, a fare l'amore otto ore al giorno, sarebbe una vera tortura; e quindi perché non dovrebbe essere la stessa cosa per il lavoro che non è certamente più gradevole che fare l'amore, no?»

      Poi c'è questo Manifesto contro il lavoro, del Gruppo “Krisis” (marxisti non dell'Illinois ma tedeschi), dove si cita Marx:

      «5. IL LAVORO E’ UN PRINCIPIO COSTRITTIVO SOCIALE

      “Perciò l’operaio solo fuori dal lavoro si sente presso di sè; e si sente fuori di sè nel lavoro. E’ a casa propria se non lavora, e se lavora non è a casa propria. Il suo lavoro quindi non è volontario, ma costretto, è un lavoro forzato. Non è quindi il soddisfacimento di un bisogno, ma è soltanto un mezzo per soddisfare bisogni estranei. La sua estraneità si rivela chiaramente nel fatto che non appena viene a mancare la coazione fisica o qualsiasi altra coazione, il lavoro viene fuggito come la peste”.

      Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici, 1844
      »

      Uno strano trio Keynes, Marx e Agosti: possono bastare come spunto di riflessione?

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    4. La citazione di Agosti può ingenerare qualche equivoco sull'identità del padrone. Aggiungo allora uno stralcio da una lettera di un imprenditore che scrive a Goofy. Chiarisce un fatto apparentemente banale: chi soggiace a coazione, non è padrone soprattutto del proprio tempo, può essere chiamato padrone solo con una forzatura.

      «Se avessimo tutti un giorno di tempo per pensare, un giorno da dedicare alla riflessione al confronto ed al dibattito, ci renderemmo conto di molte cose e scoppierebbe una rivoluzione la mattina stessa.

      Ecco che allora la burocratizzazione delle piccole e medie imprese ed i massacranti “corsi” obbligatori per dipendenti ed imprenditori sono funzionali allo scopo di privarci delle energie fisiche e mentali per pensare.
      Ecco perchè tutti parlano di diminuire la “burocrazia” ed i “lacci e lacciuoli” che incatenano le imprese ed il lavoro, ma la normativa va sempre e comunque in senso diametralmente opposto. Con buona pace dei defunti come Montanelli e dei vivi come Oscar Giannino (e mi scuso con Indro per l’inqualificabile paragone).

      La gente che pensa non subisce, quindi bisogna togliere spazio al pensiero e riempire il poco tempo libero di persone affamate di riposo con il vuoto pneumatico del “Grande Fratello”, (nomen omen, Orwell è quanto mai attuale oggi) o di show, anche politici stile Ballarò o Report, funzionali all’autopreservazione del potere.
      »

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  41. La proposta di Wolff richiama un pò la "socializzazione delle imprese" della RSI nel '44...!!

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    1. Sì, ma anche Olivetti, ma anche un po' tutti. Il problema secondo me è la natura "ma-anchista" dell'approccio, perché tutti hanno detto che lo si doveva fare, ma, come evidenzio, nessuno ha detto come. I modi per avvicinarcisi sono due: la violenza, o lo Stato. Io ho una mia ovvia preferenza.

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    2. Sì, potrebbe essere efficace anche un decreto-legge...ma come? O meglio, Chi lo emanerebbe? Cloniamo Mussolini?!! Il "come" è indubbiamente il probema insormontabile date le attuali forze politiche, per questo tendo ad essere pessimista.

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  42. ma non basterebbe stampare un po' di moneta e distribuirla a tutti i cittadini in modo che questi possano assorbire il surplus di produzione dovuto all' aumento della produttività ?

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