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giovedì 31 dicembre 2015

Moneta, corruzione e politica



Care lettrici, cari lettori,

fra poco, o da poco, avrete forse ascoltato in televisione le parole di un’alta carica istituzionale alla quale la legge ci comanda rispetto. Io me le risparmierò (o me le sarò risparmiate). So, come sapete voi, che da quel lato possiamo aspettarci poche sorprese. Non penso di riservarvene molte di più io, ma non rinuncio al desiderio un po’ egoistico di condividere con voi l’angoscia e l’amarezza di questo momento.

Il 2015, purtroppo, è andato come ci aspettavamo che andasse. Sul Fatto Quotidiano del 31 dicembre scorso scrivevamo

1. che il Quantitative Easing di Draghi avrebbe fallito (per motivi a noi chiari da anni, poi brillantemente ribaditi e sviluppati a maggio su asimmetrie.org dall’amico Charlie Brown);

2. che la crescita sarebbe stata inferiore alle aspettative del governo (e più vicina alle nostre previsioni);

3. infine, che il TTIP avrebbe fatto qualche passo avanti (il meccanismo comunicativo adottato, d’altronde, ci chiariva che anche in questo caso, come in quello della moneta unica, la decisione è sostanzialmente già stata presa, e tutto il resto è teatrino).

Che il QE abbia fallito lo dice da settembre anche il Financial Times, il cui scetticismo verso Draghi rasenta ormai il dileggio. Sulla crescita non mi pronuncio: ognuno di voi sa cosa pensarne. L’ultima edizione dei Conti trimestrali ISTAT dà per acquisita una crescita 2015 pari allo 0.6% (la nostra previsione). Nulla di sorprendente: il governo si basava sul suo wishful thinking (che entro certi limiti è anche un suo dovere istituzionale), e noi su un modello pubblicato su rivista, che aveva chiaramente specificato come e perché il QE non avrebbe promosso la crescita (ma questo lo sapete). Del TTIP è inutile parlarne. Decisioni prese sopra le nostre teste.

Con queste premesse, ho timore di volgere lo sguardo al 2016. Non è escluso, e anzi appare in questo momento molto probabile, che esso ci ponga di fronte al bivio del quale vi ho parlato tante volte: quello fra ricapitalizzare le nostre banche in euro, mettendoci in mano alla troika, o ricapitalizzarle in lire, riprendendo in mano la nostra vita. La prima opzione ci è stata graziosamente annunciata dall’amico Lars, nell’inedita veste di misso dominico, come vi ho riportato qui; la seconda opzione è quella che la storia dichiara inevitabile, cosa della quale ormai si accorgono un po’ tutti: dal simpatico Bilbo, a Zingales (se pure in forma tortuosa e implicita, come vedremo). Quindi la valutazione è che arriveremo con probabilità uno alla seconda, ma passando con una probabilità ormai decisamente superiore a 0.5 per la prima.

Se però mi permettete, vorrei motivare questo giudizio di sintesi con un minimo di analisi, stimolata anche dalle recenti discussioni su questo blog. La domanda che in molti ci siamo posti (o almeno, che vi ho stimolato subliminalmente a porvi) durante questo ultimo mese è: “ma perché quando si parla di moneta o di corruzione la gente sclera?”.

Può sembrare che questa domanda abbia poco o nulla a che vedere con la crisi bancaria che tanti paventano, o con la maggiore o minore probabilità di un commissariamento dell’Italia. Può sembrare anche che i due termini della questione (corruzione e moneta) siano eterogenei, e che quindi metterli insieme in uno stesso interrogativo non ci aiuti molto a procedere nella nostra analisi, nella nostra comprensione del reale.

Naturalmente la penso in modo un po’ diverso. Credo che una riflessione su questa domanda ci aiuti a capire perché siamo arrivati qui e quali strade ci si aprano, o meglio chiudano, davanti. Per giustificare questa mia intuizione, vi faccio notare una cosa. Esiste una piacevole simmetria fra lo sclero sulla moneta e quello sulla corruzione. Come ormai avrete notato, chi sclera sulla moneta normalmente tende a negare che essa sia un fatto politico (“l’euro è solo una moneta”), il che non esclude che ad essa attribuisca un valore morale (“non puoi più fare il furbo svalutando la liretta”). Simmetricamente, chi sclera sulla corruzione normalmente tende a considerarla il fatto politico (in effetti: l’unico fatto politico rilevante), riconducendo sistematicamente i giudizi politici a giudizi morali.

Vorrei porre come ipotesi di lavoro quella che l’esercizio del dibattito e dei diritti politici abbia come obiettivo il trovare, nelle forme che l’ordinamento prevede e consente, un punto di sintesi fra interessi in conflitto, affinché la vita della polis resti nella misura del possibile pacifica e ordinata. Io non sono uno scienziato politico, quindi può darsi che chi invece lo è trovi questa mia affermazione un po’ naïve (e in questo caso, a differenza di quando si parla di cose che io conosco e l’interlocutore no, sarò lieto di accettare correzioni). Diciamo però che se scendiamo dal terreno dei grandi ideali (cioè delle cortine fumogene) a quello della “struttura” (cioè dell’economia), è abbastanza ragionevole riconoscere che capitale e lavoro (da definire caso per caso) hanno interessi confliggenti, e che una mediazione efficiente di questi interessi è indispensabile. Sapete che la mediazione attuale, quella basata sullo schiacciamento del lavoro, è inefficiente, perché conduce naturaliter a una crisi finanziaria, come spiego ne L’Italia può farcela, dopo avervene parlato ad esempio a Pescara e a Bruxelles.

Ora, torniamo ai nostri amici per i quali la corruzione è un fatto politico, mentre la moneta no. Secondo me le cose stanno esattamente al contrario: la moneta è un fatto politico, la corruzione no.

La corruzione non è un tema politico
Mi spiego subito, partendo dalla seconda affermazione (prima che qualche poraccio con l’invidia penis del SUV venga a buttare tutto in caciara), e lo faccio con un esempio. A voi risulta plausibile, o anche semplicemente possibile, che un partito politico metta nel suo programma l’incitazione alla corruzione? Direi di no. Difficile che un politico si presenti in un dibattito dicendo: “Io sono per la corruzione!” (o per l’incesto, o per quel che è…). Ora, visto che nessuno dichiarerà mai di propugnare o difendere la corruzione, sul tema non ci potrà mai essere contrasto di interessi, e nemmeno di vedute, né dibattito fra favorevoli e contrari. Quello della moralità, in effetti, è un tema prepolitico: chi lo usa come tema politico si propone in effetti di annientare la possibilità di qualsiasi dibattito.

Lo si è visto bene nel dibattito sottostante a questo post, che, scritto al volo ai giardinetti, ha avuto un successo inaspettato (bè, proprio inaspettato no, ormai mi conoscete…): 12867 visualizzazioni, 244 commenti, 16 “+1” in GooglePlus. Ma la discussione ha avuto degli esiti che non stento a definire surreali.

Ci sono stati alcuni casi patologici (non me ne vogliano gli interessati), come quelli di tal Zundap, che commentando un post nel quale scrivevo che il Fatto Quotidiano “è più o meno l'unico giornale che ci stia informando sulla crisi bancaria, cioè, come qui sappiamo da quattro anni, sulla crisi tout court”, e che “sta facendo un lavoro eccellente, e c'è da scommettere che passerà i suoi guai per questo. Quindi è nostro dovere sostenerlo. Ha anche dimostrato di essere l'unico (leggi: UNICO) organo di stampa italiano aperto a un minimo di pluralismo sui temi di fondo”, interviene in tal guisa:

Luigi Zundap ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "La corruzzione rende ciechi":

Travaglio ed il FQ non sono il massimo dell'informazione ma per favore in mezzo alla stampa nazionale sono uno dei pochi giornali che cercano di fare una informazione "decente" quindi "non spariamo sul pianista".

Postato da Luigi Zundap in Goofynomics alle 28 dicembre 2015 14:27

E va bè…

Ma anche al di fuori di questi casi limite, nessuno è voluto entrare nel merito delle tre questioni che sollevavo:

1. è scorretto (mi spiace dirlo, ma questo è) presentare surrettiziamente come un’anomalia statistica un dato che viceversa è in linea con la media europea (l’evasione italiana sta all’evasione europea come i redditi italiani stanno a quelli europei);

2. è politicamente inopportuno, soprattutto in questo momento di emergenza nazionale, farlo con intenti razzisti verso gli italiani;

3. è logicamente contraddittorio chiedere di pagare le tasse a beneficio di una comunità che si dipinge come una comunità di cialtroni (che quindi non meritano né risorse né tantomeno correttezza).

Ecco, è soprattutto l’ultimo punto che mi sembra sia sfuggito un po’ a tutti. Il messaggio “travaglista” è intrinsecamente contraddittorio, a mio avviso. Non puoi partire dall’assunto che noi italiani siamo ontologicamente merda senza se, senza ma e soprattutto senza forse, e poi pretendere che siamo lieti di contribuire (da contribuenti) a questo mucchio di letame! Forse chi esorta alla lealtà verso lo Stato, dovrebbe mostrare, o almeno fingere, un minimo di fiducia nelle proprie istituzioni e nei propri concittadini, di moderato orgoglio nazionale, qualcosa che trametta insomma il senso che il sacrificio che si sta per fare non è un vuoto a perdere, non va solo nelle ostriche di Batman, ma anche (e prevalentemente) nello stipendio del medico di pronto soccorso. Invece gnente. Noi siamo merda, ma dobbiamo pagare altre merde. Insomma, la versione Cambronne del mercoledì delle ceneri: merda alla merda.

Invece di discutere questo tema, cioè l’opportunità di creare un minimo di senso dello Stato partendo dalla costruzione di un’identità positiva per la nostra comunità, si sono attraversate sessanta sfumature di imbecillità, dal “Bagnai giustifica la corruzione”, all’immancabile “artigiano col SUV”, senza mai passare per un confronto coi numeri (il tema della mia prima osservazione).

Ma non ne voglio ai tanti che hanno animato questo surreale dibattito. Non è colpa loro se sono caduti in trappola. L’uso di un tema prepolitico con finalità apolitiche non è mica casuale, non è una novità, e non è che ci voglia un genio per praticarlo, mentre bisogna essere un minimo smaliziati per evitare di cascarci. Sono tecniche che si imparano sui libri, come quelli di Foa e di Giacché. Per azzerare il dibattito politico basta scegliere un tema valoriale, ed è fatta. Il dibattito prende subito la nota piega (anzi: piegà):

Uno: “O-ne-stà! O-ne-stà!”
Un altro: “Scusate, la disoccupazione…”
Uno: “Ecco, sei corrotto, sei contro l’o-ne-stà, o-ne-stà, i problemi si risolvono con l’o-ne-stà, o-ne-stà, cosa vuoi? Fare spesa pubblica per promuovere l’occupazione? Allora sei corrotto! Non hai capito che il problema è che se so magnati tutto? O-ne-stà, o-ne-stà…”

E via così, secondo il teatrino al quale assistiamo da tempo e che sinceramente stufa.

Ve lo dico in un altro modo, cari amici. Lo capite sì, o lo capite no, dopo gli esempi che vi ho fatto, che trasformare il tema dell’onestà in un tema politico è una trappola costruita per costringervi al ruolo di imbecilli? Imbecilli che poi non siete, ne sono certo. Ma quante stupidaggini si fanno agendo d’impulso? Pensateci. Se verrà la troika, non è escluso che abbia questi begli occhioni scuri: il Financial Times non ti sdogana per caso. Allora ne riparleremo, se avrete voglia, va bene?

La moneta è un tema politico
Poi c’è lo sclero sulla moneta: quello è ancor più incomprensibile. Più esattamente, come ho già avuto modo di dirvi, è per me incomprensibile come a “sinistra” si possa affermare che l’euro è solo una moneta! Il rifiuto di ammettere quello che è ovvio, e che intellettuali del calibro di Streeck ribadiscono, ovvero che i sistemi monetari sono istituzioni, e come tali sono il prodotto dei rapporti di forza prevalenti fra le classi sociali, e contribuiscono quindi a loro volta a determinare questi rapporti (cioè, in soldoni: incidono sulla distribuzione del reddito), questo rifiuto rimane per me incomprensibile e priva chi più ne avrebbe bisogno della capacità di leggere l’evoluzione degli avvenimenti.

Guardate ad esempio cosa ammette il nostro migliore amico, Zingy!


(in una intervista al Fatto Quotidiano). Dice quello che qui ci siamo sempre detti, e che era parte della normalità, come ho cercato di spiegarvi (suscitando interminabili scleri): che il finanziamento con base monetaria (oltre a essere, come vi ho mostrato, una prassi normale prima della controrivoluzione liberista), è ovviamente l’unico modo per risolvere effettivamente un crisi bancaria sistemica. Solo la garanzia di una Banca centrale può arrestare il panico: i risparmiatori non correranno in banca a prosciugare (o tentare di prosciugare) i propri conti se sanno che la Banca centrale alle brutte “stamperà” i soldi che eventualmente mancassero. E ovviamente se i risparmiatori sanno che le cose stanno così, in banca non ci vanno, e quindi la Banca centrale di soldi deve stamparne molti di meno!
Finirà così, dovrà necessariamente finire così, e, come vi ho altresì già detto, anche l’eterno secondo alla fine lo ha confessato. L’unica utilità residua del QE è quella di contribuire indirettamente al risanamento del sistema bancario, monetizzando la monnezza che si è andata accumulando nel tempo, cioè facendo in forma surrettizia quello che le regole europee vietano di fare in forma esplicita: intervenire come lender of last resort delle istituzioni bancarie. Una funzione assolutamente fisiologica per una banca centrale, come feci notare tempo addietro in una polemica della quale forse vi siete dimenticati, e che fra l’altro, secondo me, non è nemmeno esplicitamente vietata dai Trattati (che invece vietano l’intervento per monetizzare il deficit pubblico, cioè l’acquisto di titoli pubblici sul primario).

Il problema di moral hazard, cioè il fatto che stampando la liretta deresponsabilizzi er politico o er l'amministratore, non si risolve espropriando i pensionati, ma punendo i responsabili, se lo si vuole fare, e questo lo dice chiaro e tondo anche Zingales (onore al merito).

Ma c’è un problema, che capisci solo se ammetti che l’euro è un’istituzione. E qual è? Quello che noi conosciamo, e che Zingy dice certamente senza accorgersene e probabilmente senza volerlo dire! 

Sentitelo:

“Il problema sistemico si risolve con l’intervento della banca centrale che in caso di crisi di liquidità deve garantire interventi massicci a sostegno delle banche. E questo dovrebbe essere pacifico in caso di crisi generale. Ma in una crisi su base regionale, localizzata ad esempio in Italia, la Bce interverrebbe in modo deciso?”

Avete capito?

Riportiamo questa logica al mondo di prima, che sarà quello di poi, ovvero il mondo delle banche centrali nazionali. Riportiamo cioè il discorso dalla scala della nazione europea (che non esiste) a quella dello Stato italiano (che esiste). Per fissare le idee, sostituite BCE con Bankitalia, e Italia con Campania. Il passo, dopo questa sostituzione, diventa:

“Il problema sistemico si risolve con l’intervento della banca centrale che in caso di crisi di liquidità deve garantire interventi massicci a sostegno delle banche. E questo dovrebbe essere pacifico in caso di crisi generale. Ma in una crisi su base regionale, localizzata ad esempio in Campania, Bankitalia interverrebbe in modo deciso?”

Se leggete la seconda versione, notate una certa assurdità. Perché mai Bankitalia non dovrebbe intervenire a salvare una banca con sede a Napoli? Che interesse avrebbe a far fallire la Campania? E perché la BCE non dovrebbe intervenire a salvare le banche italiane? Che interesse avrebbe a far fallire l’Italia?






































































Ah, ecco…












































































Chissà se così riuscite a farlo capire ai vostri amici che:

1. l’intervento della Banca centrale “stampando moneta” è ammesso e anzi considerato risolutivo perfino da Zingy e perfino dal Financial Times;

2. però non lo si può mettere in pratica perché l’euro non è solo una moneta: è un sistema monetario, cioè un’istituzione, che riflette un ben preciso sistema di rapporti di forze, che in questo momento ci vedono soccombere.

Così è più chiaro?

Ecco: se uno capisce che la moneta è politica, allora capisce anche perché alla fine la Banca centrale dovrà intervenire, e perché l’intervento risolutivo non potrà mai venire da una Banca centrale europea. Il che implica, ovviamente, che l’intervento risolutivo potrà venire solo da una Banca centrale nazionale, cioè che, come dice l’amico Bilbo citato nel post precedente, bisognerà uscire.

E a questo punto avrei voluto parlarvi di tavoli: ma mi stanno chiamando, e lo farò un’altra volta e in altra sede. Il tavolo al quale devo sedermi non prevede, purtroppo, la vostra presenza…

Bagnai è di sinistra: la prova scientifica

...siccome che me stavo a legge un articolo di Bilbo, che mi pare stia arrivando anche lui a capire certe cosucce (ma sempre con calma, per favore, e con molto stile accademico), allora sono andato nella sua bio, perché non mi ricordavo cosa avesse fatto (non è che su IDEAS o Scholar abbia lasciato molte tracce, onestamente, il che forse spiega anche una certa ingenuità, però è uno bravo, che si è occupato di economia del lavoro in ottica post-keynesiana, e ha qualcosa in classe A...).

Mi sono così imbattuto nel suo Political Compass. Incuriosito, sono andato sul sito e ho prodotto il mio, che qui riporto per vostra erudizione:



Io sarei il punto rosso nel terzo quadrante, quello dei libertari di sinistra, a contatto con la pelata di Pëtr Alekseevič Kropotkin, del quale, confesso, felicemente ignoravo l'esistenza, e col quale in effetti non mi pare di avere molto in comune.

Anche cazzeggiando si impara qualcosa: andate a fare il test, e poi fatemi sapere. Martinetus so già dove andrà a finire: un po' a destra di Pinochet. Gli altri, a differenza di Martinetus e del 2016, potrebbero rivelarci qualche sorpresa...


mercoledì 30 dicembre 2015

Il rebus della coruzzione

(...mentre tutti parlano di una cosa della quale noi parlavamo due anni e mezzo fa, rilassatevi risolvendo il rebus della coruzzione, a cura di Porter. Oggi ho da fare. Poi vi dico anche cosa. Torneremo sull'argomento in sede di discorso di fine anno...)



domenica 27 dicembre 2015

La corruzzione rende ciechi

Dunque. In Italia, come sapete, ci sono due, massimo tre giornalisti, concentrati sul FQ, che infatti è più o meno l'unico giornale che ci stia informando sulla crisi bancaria, cioè, come qui sappiamo da quattro anni, sulla crisi tout court. Però la perfezzione non è delle cose terrene. Leggo oggi nell'editoriale che: 


Acciderbolina!

Da soli facciamo il 12.2% dell'evasione europea. Eh, certo, è un bel po'... Inzomma, sossòrdi. Penza: l'Italietta, così piccina e inzignificante che senza eurone le correnti la trascinerebbero in Africa, fa il 12% dell'evasione del gigante buono, l'Europa...

Che vergogna...

Ma, così, per memoria: noi quanto facciamo del PIL europeo? Petite et dabitur vobis:


Ops! Il 12%. 

Ora, se noi, gli abietti, col 12% del PIL facciamo il 12% dell'evasione, significa che gli altri, la razza (auto)eletta, con l'88% del PIL fanno l'88% dell'evasione (2+2=5). Siamo veramente sicuri di essere peggiori di loro? Dai dati che Marco fornisce non sembra che l'incidenza percentuale media dell'evasione sulla dimensione della nostra economia differisca dall'altrui. Quello che dispiace è che nel dare questo "non dato", debitamente corredato da "non fonti", Marco malceli (voce del verbo malcelare) una certa stizza verso il nostro paese, che forse non è il suo, e forse non la merita. 

Ripeto: il Fatto sta facendo un lavoro eccellente, e c'è da scommettere che passerà i suoi guai per questo. Quindi è nostro dovere sostenerlo. Ha anche dimostrato di essere l'unico (leggi: UNICO) organo di stampa italiano aperto a un minimo di pluralismo sui temi di fondo (ad esempio, l'unico che ha lasciato dire - a me - che con la crisi bancaria il castacriccacoruzzzione c'entra fino a un certo punto).

E allora perché non fare uno sforzino in più?

Ci aspettano tempi molto, molto difficili, dai quali usciremo solo appellandoci a un rinnovato senso di coesione nazionale. Non possiamo, del resto, chiedere al cittadino di essere "compliant" (come dicono i fighi), cioè di pagare le tasse, a beneficio di una certa compagine nazionale, mentre gliela dipingiamo come un'armata Brancaleone di cialtroni. Magari sarà anche così (a me non risulta), ma i tempi che ci aspettano richiedono una virtù che fu dei resistenti, quelli che col loro sangue scrissero la Costituzione cui Marco nello stesso articolo dice di ispirarsi: il patriottismo. 

C'est le ton qui fait la musique. 









(...mò vediamo se continuano a farmi scrivere...)

venerdì 25 dicembre 2015

Da Ventotene boys a Chicago boys: lo spiaggiamento della sinistra

(...Diego Fusaro ha curato per Phenomenology and mind un numero speciale intitolato La filosofia e il futuro dell'Europa  - è il numero 8 del 2015 e attualmente lo trovate qui. Avendomi invitato a partecipare, ho accettato con piacere, sia per l'amicizia che ci lega, sia per la qualità degli altri partecipanti. Faccio alcuni nomi alla rinfusa, fra quelli che certamente conoscete: Habermas, Urbinati, Cacciari, Spinelli (figlia), Spinelli (padre, ristampato), Becchi, ecc. Come vedete, c'è un po' di tutto, e soprattutto c'è molto. Non sono ancora riuscito a leggere i contributi degli altri (sono in vacanza, ma la passerò lavorando, e farò anche questo), anche se, come dire, in alcuni casi non mi aspetto enormi sorprese. In ogni caso, qua sotto potrete mettere le vostre recenZioni.

Per i motivi che spiego appunto nel mio intervento, intitolato Europes paradoxe's, la mia non scelta (perché non avevo scelta) è stata di esprimermi in inglese. Mi rendo conto che questo potrebbe dispiacere ai diversamente europei che mi seguono. Chiederò, con calma, alla gentile editor della rivista, la professoressa De Monticelli, il permesso di tradurre in italiano tutto il mio contributo. Alcune cose le sapete già, e fanno parte del capitolo "Manuale di illogica europea" de L'Italia può farcela (per motivi misteriosi la nota nella quale specificavo che:

This paper draws heavily on chapter 2 of Bagnai (2014). I would like to thank, without implicating, Luciano Barra Caracciolo, Alfredo D’Attorre, Stefano Fassina, Vladimiro Giacché, Paolo Gibilisco, Paolo Ortelli, Marco Palombi, Mimmo Porcaro, for useful discussions and constructive remarks on the previous version. Christian Alexander Mongeau Ospina and Gianluigi Nico provided valuable research assistance. Erica Tuttle and an anonymous referee helped me in improving my English. Any remaining errors are mine, and I proudly acknowledge them, since they will reinforce my argument that it would be extremely difficult to build a truly democratic supranational political process in a set of countries where even academics run into difficulties when speaking the koiné language.

è scomparsa, ma va bene così). Come sapete, però, a me non piace ripetermi. In quattro anni di dibattito avrò tenuto un'ottantina di conferenze parlando sempre a braccio e non dicendo mai le stesse cose. Quindi anche in questo caso ho portato avanti il discorso, traendo spunto dal pubblico al quale mi rivolgevo, un pubblico strutturalmente piddino nel senso antropologico ben preciso che qui abbiamo dato al termine: seguaci di Etarcos, persone che sanno di sapere, e che quindi hanno fatto del rifiuto di aprirsi alle ragioni altrui un principio metodologico.

Una delle infinite sfaccettature di questa adamantina corazza è il derubricare a "mero tecnicismo", per lo più sospetto di bocconianesimo, qualsiasi richiamo alla natura economica della crisi economica che stiamo vivendo. Quindi se parli di economia sei "de destra", e soprattutto sei limitato, perché i problemi "sono ben altri" (con quella che Gadda etichettava come "pastrufaziana latitudine di visuali" e che oggi si definisce più in sintesi "benaltrismo"). Un atteggiamento che legittima il rifiuto di capire, per mera e squallida pigrizia mentale, i semplici meccanismi economici dalla cui logica (umana, come tutte le logiche, ma non per questo meno cogente) deriva la natura classista e distruttiva del progetto europeo.

Insomma: il volare "alti" consente ai nostri intellettuali, magari anche marxisti, di opporre un sereno "io pell'economia nun ce sò portato", senza che questa ammissione di fallimento cognitivo suoni come una diminutio del loro ruolo sacrale di portatori del Verbo. Già. Perché l'ethos piddino ammette che dal panorama di quello che loro chiamano "cultura", cioè dall'agglutinato e incoerente groviglio di imparaticci apodittici ed autoreferenziali defecati nelle loro auguste fauci da Scalfari e ricacati dal loro augusto ano nelle fauci dei propri allievi, da quel panorama sia esclusa la matematica, e più in generale tutto ciò che è numero (la musica, l'astronomia...). Altra cosa poco coerente con le radici della nostra civiltà (uno de passaggio: Pitagora), e che faceva molto imbestialire il Gaddus, come chi sa sa, e chi non sa non meritava, evidentemente, di sapere. Sono triviali, i nostri piddini, cioè circoscritti al Trivio, e in questo, devo dire, più che pre-novecenteschi sono pre-medievali (in piena coerenza col fatto che, senza rendersene conto, auspicano o comunque inconsapevolmente tendono a realizzare una società parafeudale, quella del capitalismo assoluto, come lo definisce Diego, il cui luogo di riproduzione culturale è appunto la "sinistra", sempre secondo Diego, cioè quella che noi abbiamo definito gens piddina, ma senza attribuirle una precisa collocazione nello spettro politico, perché di gente che sa di sapere ce n'è un po' ovunque...).

Come vedrete, la mia strategia per smontare questo atteggiamento cialtrone e odioso è quella di evidenziare come in effetti basti veramente un minimo di buon senso non dico per afferrare compiutamente i meccanismi economici della crisi (dai, diciamocelo: qui siete più di tremila, ma se avete capito in trenta è un miracolo, e questa stima dell'1% è da parte mia uno sterminato gesto di fiducia nel genere umano: lo confermano i racconti delle vostre frustrazioni, e molti dei vostri commenti sui quali non intervengo, perché sono molto stanco anch'io, e non mi sento di esortare gli altri a fare una cosa che a me pesa ogni giorno di più: studiare), dicevo: basta un minimo di buon senso non tanto per afferrare i dettagli, quanto per essere indotti in un ragionevole sospetto.

Quando due intellettuali di caratura, percorso, appartenenza così radicalmente differente come Oscar Giannino e Barbara Spinelli difendono lo stesso progetto politico, possibile non sentire una dissonanza? Quando persone appartenenti al mondo dell'alta finanza (possibilmente speculativa) si mostrano così solleciti nella difesa del potere d'acquisto dei poveracci (che va ovviamente preservato dall'inflazzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzione), non sembra anche a voi che ci sia qualcosa di strano? Certo, una possibilità (perché escluderla?) è la filantropia, ma l'altra è che siccome le categorie interpretative della realtà a voi provengono dai media, e siccome i media sono controllati da chi ha i mezzi per farlo, forse certi discorsetti su cosa sia meglio per voi riflettono l'interesse di chi paga i media, che forse (ma solo forse, eh!) non coincide esattamente col vostro. Il giuoco del calcio vi ha fatto credere di avere un interesse in comune col capitale: il trotzkista gobbo di Torino (un abbraccio, spero di rivederti presto) aveva col padrone Agnelli il comune interesse della vittoria della Juve. Ma credo che molti abbiano perso di vista che la sfera degli interessi comuni non si estendeva molto al di là del giuoco del calcio.

Resta per me misterioso come a sinistra non si capisca che aderire all'ideologia eurista significhi condannarsi ai suicidio. Attenzione! Questo fenomeno è rilevante (e preoccupante) quale che sia il vostro colore e la vostra appartenenza. In un mondo nel quale l'unico valore è la stabilità dei prezzi non c'è ovviamente posto per il sindacato. Questo perché se erigi a unico valore la stabilità dei prezzi, muovi da una visione del mondo nella quale è implicito che essa sia garantita da una Banca centrale indipendente, che quindi rimane l'unica istituzione arbitra della distribuzione del reddito. I sindacati e i partiti non hanno, in effetti, più alcuna ragion d'essere. Ora, se questo è traumatico e suicida per la "sinistra", non lo è molto meno per la "destra", e il caso Berlusconi dovrebbe averlo dimostrato. Mi sembra abbastanza evidente che come qualsiasi istituzione che pretenda di sostituirsi (o sia considerata sostituibile) al sindacato nella tutela del lavoro ovviamente cannibalizza, evira, trita, asfalta (scegliete voi) il sindacato, così qualsiasi istituzione pretenda di comprimere il ruolo della politica è ovviamente per definizione e in re ipsa nemica della politica. Il mondo delle "regole (fisse) europee" è quindi un mondo che qualsiasi intellettuale minimamente preoccupato per la tenuta della democrazia dovrebbe guardare con sospetto, salvo essere un traditore (probabilità 15%) o un completo coglione (probabilità 85%).

Così è stato finora.

Nell'articolo, fedele al mio principio merkeliano di "fare i compiti a casa", ho deciso comunque di affrontare il tema da una prospettiva progressista. Vi fornisco qui un breve estratto, che spero possa fornirvi materiale per le vostre tombole natalizie, esortandovi sempre a non entrare in polemica coi piddini. Limitatevi a dirgli, con il massimo di fermo disprezzo compatibile con la tenuta complessiva della serata, che quello che hanno da dire non vi interessa perché fra un anno, quando avranno perso il lavoro o il conto in banca, il loro discorso cambierà, e passate elegantemente ad altro. In altre parole: marcate in modo incisivo, ma non petulante, il vostro punto, in modo da evitare che gli imbecilli, dei quali il numero è infinito, vengano poi da voi a spiegarvi fra un anno cosa c'era che non andava, ma per nessun motivo rovinatevi la festa. La violenza fisica non rientra nello spettro delle scelte ammissibili: principio che qui condividiamo tutti anche perché chi non lo condivide viene subito accompagnato ai giardinetti.

E adesso, divertitevi...)





(...da Europe's paradoxes, la traduzione del paragrafo 2.3: Exchange rate flexibility and the stranding of the Left, a cura del vostro affezzzzionatissimo...)



La flessibilità del cambio e lo spiaggiamento della sinistra

Il successo del lavaggio del cervello neoliberista è incontestabile. Il suo maggior risultato è stato quello di instillare nella maggioranza degli intellettuali progressisti la “cultura della stabilità” monetaria in almeno due forme particolarmente insidiose. Innanzitutto, attraverso l’idea che i benefici delle “svalutazionicompetitive” siano illusori. Poi, attraverso l’idea che l’inflazione abbia conseguenze avverse sui redditi delle classi subalterne.
L’adesione incondizionata dei pensatori di sinistra alla Grundnorm della comunità finanziaria equivale in termini intellettuali allo spiaggiamento dei cetacei: un fenomeno tanto letale quanto difficile da comprendere. Lasciando da parte il fatto che l’infondatezza della “cultura della stabilità” è ormai posta in evidenza non solo dalla letteratura scientifica ma anche dall’esperienza concreta[1], un semplice ragionamento tattico mostra che nel mondo della “stabilità” non c’è alcuno spazio per una “sinistra” di qualunque tipo. In effetti, se la stabilità dei prezzi e del cambio sono la migliore difesa del potere d’acquisto dei lavoratori, sindacati e partiti di sinistra diventano inutili: basterà una banca centrale “indipendente”!
Questo atteggiamento suicida è spiegato da diversi riflessi pavloviani: vale la pena di smontare i più frequenti.
In primo luogo, l’Economista Keynesiano Omodosso[2] (EKO) obietta che siccome la flessibilità dei prezzi è l’unico meccanismo di correzione degli squilibri nel modello di equilibrio generale neoclassico (e in effetti è così), allora se sei keynesiano devi negare che i prezzi possano svolgere un ruolo.[3] Mi è difficile scorgere un qualche merito nell’opporre a un pensiero unilaterale come quello neoclassico una risposta ugualmente unilaterale. Ammettere che i prezzi svolgano un ruolo nel determinare le scelte economiche non è soggiacere a una ingenua fiducia nell’onnipotenza della flessibilità dei prezzi. È possibile riconoscere che i mercati molto spesso falliscono, [4] pur ammettendo al contempo che mercati distorti (cioè mercati nei quali i prezzi sono sistematicamente distorti) falliscono ancor più. Ciò è particolarmente evidente nell’Eurozona, dove gli squilibri sono esplosi dopo l’adozione della moneta unica. L’euro non ha promosso il commercio (posto che ciò sia un obiettivo sensato per un pensatore progressista): ha semplicemente riorientato il commercio a favore dei paesi più forti (Berger e Nitsch, 2008), e questo decisamente non è un obiettivo sensato per un pensatore progressista, soprattutto quando si consideri che le classi subalterne dei paesi forti non hanno beneficiato di questo risultato; come prova, si consideri l’incremento della disuguaglianza in Germania (Kai e Stein, 2013).
In secondo luogo, l’EKO vi opporrà che Keynes era un sostenitore dei cambi fissi, come dimostra il ruolo da lui svolto alla conferenza di Bretton Woods, e quindi un keynesiano deve essere in favore dei cambi fissi. Ma questa è una grossolana falsificazione storica. Keynes non è stato il creatore del regime di Bretton Woods: al contrario, è stato lo sconfitto della conferenza di Bretton Woods. Keynes non aveva proposto un sistema di cambi fissi basato sul dollaro e privo di meccanismi correttivi. Aveva invece proposto un sistema basato su una valuta internazionale emessa da una banca mondiale, in cui sia i paesi in deficit che quelli in surplus avrebbero pagato interessi sulle proprie posizioni nette verso l’estero (Fantacci e Amato, 2012). Il motivo per costringere i creditori a pagare (anziché incassare) interessi sui propri crediti netti verso l’estero era l’idea che ciò avrebbe costretto i creditori a spendere la liquidità internazionale che avevano guadagnato, invece di accumularla, aiutando per questa strada i paesi in deficit a superare i loro problemi. L’EKO perde di vista che nel mondo di Keynes la Germania oggi pagherebbe diversi miliardi di euro a una ipotetica banca del mondo, come interessi sul suo gigantesco surplus esterno. Ma questo era il sogno di Keynes, un sogno destinato a non diventare realtà per il semplice motivo che sarebbe politicamente impossibile costringere un grande vincitore sui mercati globali a rispettare le regole di una simile banca del mondo.[5] Nella sua teoria (ad esempio, nel Tract on monetary reform; Keynes, 1923) e nel dibattito politico (ad esempio, in The economic consequences of Mr. Churchill; Keynes, 1925), Keynes è decisamente favorevole alla flessibilità del cambio. Quindi, se proprio dobbiamo considerare il keynesismo come una religione (cosa che personalmente sconsiglierei), l’EKO farebbe meglio a riconoscere che il suo profeta era contro un sistema di cambi fissi non regolato (cioè privo di meccanismi istituzionali di correzione degli squilibri diversi dal meccanismo di mercato consistente nella deflazione salariale, o svalutazione interna che dir si voglia).
In terzo luogo, la maggior parte degli EKO appone alla svalutazione lo stesso giudizio morale negativo che emetterebbe qualsiasi economista neoliberale. Entrambe queste categorie di economisti considerano la svalutazione come l’equivalente economico della masturbazione: qualcosa che fornisce un sollievo temporaneo senza risolvere il problema (sia esso la crescita economica o demografica), e quindi causa difficoltà strutturali (inflazione o cecità, a seconda dei casi). Così facendo, sia gli EKO che i neoliberisti fanno prova di una attitudine sospettamente unilaterale. Più precisamente, questa strana armata Brancaleone si rifiuta sistematicamente di riconoscere che la svalutazione di qualcuno è per definizione la rivalutazione di qualcun altro. Eppure, questo fatto suscita una serie di questioni particolarmente interessanti. Ad esempio, se la svalutazione è così vergognosa e ti rende povero, la rivalutazione dovrebbe essere gloriosa e renderti ricco. Ma allora, perché i paesi sono così riluttanti a rivalutare le proprie valute? Se i benefici della svalutazione sono transitori, perché la Germania ha desiderato così ardentemente di adottare una valuta così chiaramente sottovalutata rispetto al marco tedesco? Questa visione stereotipata, unilaterale, è confutata dal ragionamento economico, secondo il quale la flessibilità del cambio può avere effetti duraturi sulla crescita economica di lungo periodo. Sappiamo fin dai tempi di Adam Smith (1776) che la divisione del lavoro, e quindi la produttività, dipendono dalle dimensioni del mercato. Più tardi Verdoorn (1949) ci ha confermato che in un mondo di rendimenti crescenti la produttività è influenzata positivamente dalla domanda. In effetti, a che ti serve essere più produttivo, se ti aspetti che i beni da te prodotti non verranno acquistati? Dixon e Thirlwall (1975), basandosi sulla legge di Verdoorn (1949) e sul concetto di causazione circolare e cumulativa di Gunnar Myrdal (1957), hanno proposto un modello nel quale gli shock di domanda hanno effetti duraturi sulla produttività e quindi sulla crescita di lungo periodo di un paese. Per i profani: una svalutazione, dato che aumenta le dimensioni del mercato (perché promuove le esportazioni e scoraggia l’acquisto di beni esteri, cioè le importazioni), può avere effetti permanenti sulla produttività di un paese, innescando un circolo virtuoso di maggiore competitività – quindi maggior accesso ai mercati esteri, quindi maggiore produttività. Questo modello ha avuto un riscontro empirico schiacciante negli ultimi quattro decenni (Thirlwall, 2011). Naturalmente, questo circolo può essere percorso anche nella direzione opposta, quella “viziosa”: una rivalutazione, comprimendo le esportazioni di un paese, può avere effetti avversi duraturi sulla sua produttività e competitività. In Bagnai (2015) mostro che l’euro ha posto l’Italia in un circolo vizioso di questo tipo. Insisto sul fatto che questo ragionamento appartiene alla più schietta tradizione keynesiana (Myrdal e Thirlwall sono fra gli economisti keynesiani di maggior spicco nel dopoguerra).
In quarto luogo, c’è stato un tempo in cui gli economisti keynesiani erano capaci di andare oltre l’interpretazione unilaterale degli aggiustamenti di cambio come svalutazioni “competitive”, ovvero come pratiche scorrette intese ad attaccare i concorrenti. In effetti, i riallineamenti del cambio possono avere un valore difensivo, in quanto risposta fisiologica alle aggressioni perpetrate da partner commerciali scorretti tramite politiche non cooperative, come il dumping sociale (politiche dei redditi restrittive praticate per comprimere il costo del lavoro). James Meade (1957), premesso che “il pieno impiego è più importante per l’Europa della liberalizzazione del commercio”, aveva ammonito molto tempo fa che
Se i governi nazionali europei useranno la politica monetaria e di bilancio per obiettivi di stabilizzazione interna – se, ad esempio, nonostante la loro attuale situazione di surplus della bilancia dei pagamenti le autorità tedesche vorranno continuare a usare la loro politica monetaria per prevenire l’inflazione – […] bisognerà far più ampio ricorso all’arma della variazione del tasso di cambio.
L’esempio scelto da Meade è piuttosto eloquente. In un mondo di tassi di cambio aggiustabili le politiche dei redditi aggressive praticate dalla Germania tramite le riforme Hartz (ILO, 2012) sarebbero state controproducenti perché avrebbero determinato un apprezzamento della valuta tedesca in risposta all’enorme surplus determinato dalla compressione dei costi di lavoro in Germania. Viceversa, la risposta a questo squilibrio è arrivata attraverso la disoccupazione competitiva, in una Unione Europea nella quale un commercio libero, ma unidirezionale, è più importante del pieno impiego.
In quinto luogo, la strategia dialettica abituale dell’EKO consiste nell’invocare prospettive più ampie, mettendo in evidenza, ad esempio, che ci sono casi di governi “neoliberali” i quali praticano politiche di austerità pur in presenza di cambi flessibili. Ma nel loro caso l’austerità è una esplicita scelta politica. Viceversa, con cambi fissi, o in una unione monetaria, l’austerità diventa una necessità logica, perché nel breve termine l’unico meccanismo di aggiustamento a disposizione dei paesi deboli (nel senso di essere sia tecnicamente fattibile che politicamente proponibile) è la svalutazione interna. Il messaggio di Meade è sempre attuale. Un sistema economico ha bisogno di un certo grado di flessibilità che lo isoli in qualche misura dagli shock esterni. La flessibilità del cambio isola i mercati del lavoro interni dalle politiche dei redditi dei paesi esteri (fra l’altro). Di conseguenza, non ha senso biasimare l’austerità mentre si loda la moneta unica. Come scrive Keynes (1925), condannando il feticismo di Churchill per il gold standard, “chi vuole il fine vuole i mezzi”: se il tuo fine è mantenere la moneta unica (l’equivalente moderno del fissare il cambio aureo a una parità sopravvalutata), il mezzo sarà la svalutazione interna, con taglio dei salari. Se non sei disposto a considerare la svalutazione della moneta, sarai costretto a svalutare il lavoro, cioè la vita umana. Questo è quanto sta accadendo oggi in Europa in termini raramente sperimentati nell’epoca contemporanea.
In sesto luogo, l’EKO vi dirà che i cambi fissi sono benefici in quanto evitano guerre valutarie. Ma anche questo argomento è insensato per diverse ragioni. Intanto, le tensioni economiche devono trovare uno sfogo, e la storia ci insegna che se questo non accade con le forze dell’economia, accadrà con le forze armate. Nel bel tempo andato del gold standard, all’apogeo del principio della “stabilità monetaria”, la politica commerciale veniva fatta con le cannoniere. Non vi è alcun motivo per presumere che un regime di cambio che favorisce l’accumulazione di squilibri possa condurre a un mondo più pacifico. Al contrario: i riallineamenti difensivi del cambio sono un’arma efficace contro politiche aggressive, o almeno non coordinate, e in quanto tali hanno un potere deterrente che favorisce un atteggiamento cooperativo fra paesi. Sarebbe difficile contestare che l’Europa fosse più cooperativa prima dell’adozione dell’euro. Inoltre, ciò che definisce una guerra valutaria è la svalutazione da parte di un paese che si trova già in surplus (e quindi che opera con lo scopo, o quanto meno con le conseguenze, di espandere questo squilibrio).[6] Ma questo è esattamente quanto sta accadendo oggi nell’Eurozona per colpa dell’euro! Lo scopo del rapido indebolimento dell’euro rispetto al dollaro è esattamente quello di dare un po’ di respiro ai paesi dell’Europa del Sud, schiacciati dalla necessità di deflazionare i propri salari rispetto a paesi del Nord dell’Eurozona. In effetti, portando l’euro verso la parità col dollaro, in una situazione nella quale l’Eurozona presenta il surplus estero più grande al mondo, l’Europa sta muovendo una guerra valutaria agli Stati Uniti. In altri termini, assistiamo a un altro paradosso rivelatore: stiamo combattendo una guerra valutaria per salvare l’euro che avrebbe dovuto preservarci dalle guerre valutarie.
Questa lista parziale di falsi storici, contraddizioni logiche, e ragionamenti economici superficiali, dovrebbe dare al lettore un’idea di quanto sia stata vittoriosa l’ideologia neoliberista nel condurre la sinistra europea in un vicolo cieco. La mia sintesi non è che il cambio flessibile sia una panacea. Quello che a me preme sottolineare è che la distribuzione del reddito, sia fra le nazioni che all’interno di esse, è sempre il risultato del conflitto fra le forze sociali di produzione, e che non esiste alcuna evidenza che in un mondo dominato da regole economiche fisse (siano esse monetarie, fiscali, o di qualsiasi altra natura) questo conflitto sarà più equilibrato – soprattutto perché le regole sono per definizione stabilite dalla classe sociale dominante. Come prova indiretta, ma a mio parere decisiva, di questo fatto, vi esorto a constatare che le regole fisse di politica economica sono state il mantra della rivoluzione neoliberale negli Stati Uniti, prima di diventare, in modo più o meno consapevole, il mantra di una componente significativa della sinistra europea.[7] Da “Ventotene boys” a “Chicago boys”: sic transit gloria mundi.

Bibliografia
Bagnai, A. (2011) “Crisi finanziaria e governo dell’economia”, Costituzionalismo.it, Fascicolo 3.
Bagnai, A. (2015) “Italy’s decline and the balance-of-payments constraint: a multicountry analysis”, International Review of Applied Economics, DOI: 10.1080/02692171.2015.1065226
Berger, H. and Nitsch, V. (2008) Zooming out: The trade effect of the euro in historical perspective,” Journal of International Money and Finance, 27(8), 1244-1260, disponibile come CesiIFO Working Paper.
Dixon, R., and A. P. Thirlwall (1975) “A Model of Regional Growth-Rate Differences on Kaldorian Lines.” Oxford Economic Papers, 27(2), 201-214.
Draghi, M. (2015) “Structural reforms, inflation and monetary policy”, introductory speech by Mario Draghi, President of the ECB, at the ECB Forum on Central Banking, Sintra, 22 May 2015.
Fantacci, L., and Amato, G. (2012), Come salvare il mercato dal capitalismo, Roma: Donzelli.
Friedman, M. (1960) A program for monetary stability, New York: Fordham University Press.
ILO (2012) Global Employment Trends 2012 – Preventing a deeper job crisis, Ginevra: Organizzazione Internazionale del Lavoro (Nazioni Unite).
Kai, D. S. and Stein, U. (2013 “Explaining Rising Income Inequality in Germany, 1991-2010,” IMK Studies 32-2013, IMK at the Hans Boeckler Foundation, Macroeconomic Policy Institute.
Keynes, J.M. (1923) A tract on monetary reform, London: MacMillan.
Keynes, J.M. (1925) Essays in Persuasion, London: MacMillan.
McLeay, M., Radia, A., Thomas, R. (2014) “Money creation in the modern economy”, Bank of England Quarterly Bulletin, 1, 14-27.
Meade, J.E. (1957) “The balance-of-payments problems of a European free-trade area”, The Economic Journal, 67, 379-396.
Myrdal, G. (1957) Economic Theory and Underdeveloped Regions, London: University Paperbacks, Methuen.
Smith, A. (1776) An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations, modern edition 1904, London: Methuen & Co.
Thirlwall, A.P. (2011) “Balance of payments constrained growth models: history and overview”, PSL Quarterly Review, 64(259), 307-351.
Verdoorn, P.J. (1949) “Fattori che regolano lo sviluppo della produttività del lavoro.” L’Industria, 1, translated in Pasinetti, L. (ed.) Italian Economic Papers, vol. II, Oxford: Oxford University Press, 1993.
Werner, R.A. (2014) “Can banks individually create money out of nothing? The theories and the empirical evidence”, International Review of Financial Analysis, 36, 1-19.


[1] La “cultura della stabilità” si appoggia su due proposizioni teoriche: (1) la moneta è esogena (cioè perfettamente controllabile dalle autorità monetarie), e (2) la moneta causa l’inflazione (ricordate la precedente discussione sul ruolo della curva di Phillips). Entrambe le proposizioni sono confutate dalla ricerca e dall’evidenza empirica recenti. La visione prevalente oggi è che la moneta sia creata dal sistema bancario ogniqualvolta viene accordato un credito ad un agente economico. Di conseguenza, la sua quantità dipende da un gran numero di fattori endogeni e non è perfettamente controllabile dalla banca centrale. Tanto le banche centrali (McLeay et al. 2014) quanto gli accademici (Werner, 2014) concordano su questo punto. Come evidenza indiretta, andrebbe notato che la BCE non è mai stata capace di mantenere la creazione di moneta vicino al tasso di crescita stabilito del 4% l’anno. Quanto alla relazione fra creazione di moneta e inflazione, basterà considerare che i 1000 miliardi di LTRO deliberati dalla BCE nel 2011 hanno avuto come risultato una evidente deflazione. Dopo un simile fallimento, perfino Mario Draghi (2015) ha ammesso che le banche centrali non possono controllare l’inflazione senza l’aiuto dei governi (cioè delle politiche di bilancio).
[2] Con il termine “omodosso” ho qualificato in Bagnai (2011) chi aderisce al pensiero unico neoliberista. Molti keynesiani, per quanto, come vedremo, a loro insaputa, ricadono purtroppo in questa categoria. In questa sezione faccio riferimento esplicito agli economisti keynesiani (sia neo- che post-keynesiani), ma i riflessi pavloviani che analizzo descrivono accuratamente l’atteggiamento di una gamma piuttosto ampia di economisti pseudoprogressisti, che comprende anche alcuni economisti marxisti o neoricardiani. Molti lettori riconosceranno i loro argomenti, perché sono ampiamente adottati nel dibattito pubblico, ma va detto che gli stessi economisti che li adottano in pubblico sono piuttosto cauti nell’adottarli nei loro lavori scientifici (sostanzialmente perché questi argomenti non sono basati su solide fondamenta scientifiche, e quindi ricorrere ad essi li squalificherebbe). Ne consegue che, per quanto familiari questi argomenti possano sembrare al lettore, è praticamente impossibile trovare per essi dei riferimenti adeguati nella letteratura scientifica. Duole constatare che intellettuali si presentino nel dibattito con chiacchiere da bar, ma questi sono i nostri tempi.
[3] Ricordate che il tasso di cambio è un prezzo: il prezzo di una valuta in termini di un’altra.
[4] Per inciso, nella parte precedente del lavoro ho cercato di spiegare come la crisi dell’Eurozona dipenda da un colossale fallimento del mercato, e non dalla prodigalità dei governi, e vi ho ricordato che anche la BCE è dalla mia parte.
[5] Prova: gli Stati Uniti, che dopo la Seconda Guerra mondiale si aspettavano di essere il più grande paese esportatore, perché la capacità produttiva del resto del mondo era stata sgretolata dalla Guerra, rifiutarono la proposta di Keynes. QED.
[6] Può essere utile ricordare che a ogni squilibrio positivo della bilancia dei pagamenti deve corrispondere uno squilibrio negativo altrove (se c’è un esportatore netto, ci deve essere almeno un importatore netto). Di conseguenza, un paese che scatena una guerra valutaria sta, per definizione, costringendo almeno un altro paese a indebitarsi con l’estero.
[7] Tanto per fare un esempio semplice ma estremamente eloquente, l’obiettivo fisso di crescita al 4% di M3 adottato dalla BCE è un’applicazione della regola del k% di Milton Friedman (1960). Anche astraendo dal fatto che questa regola è basata sulla teoria oggi screditata della moneta esogena, c’è da chiedersi come economisti progressisti possano sentirsi a proprio agio in un mondo così profondamente strutturato secondo l’ideologia dei Chicago boys, il cui contributo più famoso alla politica economica è stato il progetto delle riforme economiche nel Cile di Pinochet.