MIA15 - Vincitore   La libertà non è gratis: sostieni questo progetto contribuendo ad a/simmetrie.
Puoi anche destinarci il 5x1000 (CF 97758590588): non ti costa nulla, e qui ti spieghiamo come fare.

giovedì 7 dicembre 2017

Lettera aperta agli imprenditori

(...sto partendo per Praga dove, come vi ho detto a Montesilvano, interverrò a un seminario della CNB come keynote speaker, insieme a Wilfried Steinheuer. Perlerò del mio ultimo paper su Monetary integration vs. real disintegration, e posso presumere che non saremo d'accordissimo su tutto. Se interessa, qui ci sono le slide del mio intervento. Vale la pena di aggiungere che sono stato invitato da Mojmir Hampl, e che la possibilità di confrontarmi con interlocutori di questo livello e in sedi di questo tipo è in parte il risultato della mia adesione al Manifesto di solidarietà europea , la cui esistenza mi era stata segnalata da Claudio Borghi, e suscitò in passato tante sciocche polemiche - Bagnai libbberistaaaa! Hai traditooooooo! Non fai sul serioooooo! Pinochettianooooooo! Ve li ricordate questi cretini? Sono ancora fra noi, btw - e in parte il risultato dell'operazione egemonica che a/simmetrie sta conducendo. Insomma: merito anche vostro che lo scorso anno, col vostro sostegno, mi avete permesso di invitare Hampl al nostro convegno annuale. Ve lo ricordo perché so - e ricordo - le sciocche polemiche contro il direttore di banca centrale libberista, sul perché non lo avessi blastato, ecc. Allora: voglio chiarirvi una cosa: io voglio blastare la Merkel - o chi sarà al posto suo - e lo farò con voi o senza di voi - mi dispiace per chi se ne sarà andato nel frattempo. Ma questo non è un incontro di calcetto: è una partita a scacchi. Qualche pedone bisognerà pur sacrificarlo: bisognerà arretrare: non bisognerà aprire - da soli, in minoranza, senza l'appoggio dei media - troppi fronti, ecc. Insomma: lebbasi. Eppure c'è chi non le capisce, e mi scrive per insultarmi, per dirmi che "sono solo un economista, e che la scienza senza passione civile non serve a nulla, e che io devo..." Io devo? Che cazzo devo io? E chi cazzo sei tu per chiedermelo? Che fatica...)

(...l'intervento di Roberto Brazzale a Montesilvano è stato molto utile: intanto, perché mi è servito a capire chi ha effettuato il necessario salto antropologico dal pollaio der dibbbbattito sui media, con le sue metodologie da guerriglia, al doloroso, faticoso, ingrato compito di cooperare alla costruzione di una egemonia culturale, che richiede altro spessore, altri tempi, altri metodi. Sapere di chi non fidarsi è il primo passo verso il sapere di chi fidarsi. Dopo di che, di Roberto, che è un amico, non condivido molte posizioni ideologiche, e questo lui lo sa, il che non gli impedisce di sostenere il mio lavoro - siamo quindi all'opposto di quanto fa chi soggettivamente presume di condividere le mie posizioni ma oggettivamente ostacola il mio lavoro di costruzione di una egemonia - ha anche avuto il merito di portare nel dialogo di Montesilvano una provocazione. Il nostro amico imprenditore e di sinistra - che anche lui apprezza il nostro lavoro - è il primo a raccoglierla. Condivido con voi le sue considerazioni, nelle quali mi riconosco - per quel pezzo della mia famiglia e della mia esperienza di vita che affonda le sue radici nell'esperienza imprenditoriale. Vorrei darvi un elemento banale di valutazione, tanto per capire cosa significa per me "made in Italy". Questo blog è un esperimento unico al mondo, ed è tale perché io sono italiano. Non conosco nessun altro blog di economia i cui post, destinati al grande pubblico e magari nati in reazione allo sclero di qualche gazzettiere mentecatto, finiscano su riviste in fascia A e conquistino una posizione di preminenza nel dibattito nazionale tale da essere oggetto di minacce piuttosto esplicite su Twitter (sapete a cosa mi riferisco: "nessun blog lo può negare..." e merda simile). Non conosco nessun altro economista che sia riuscito con la sua parola a raccogliere intorno a sé una comunità di persone desiderose di conoscere e disposte a investire in conoscenza, e che quindi per finanziare la propria ricerca e la propria divulgazione non sia costretto a dipendere dalle banche, ma dipenda da un azionariato diffuso fatto anche di piccoli e medi imprenditori, con idee molto diverse. E questo esiste perché io sono italiano, che significa aver respirato cultura italiana, aver fatto le scuole italiane, aver camminato fra monumenti che parlano parole di antica saggezza, aver studiato la storia di un paese che è da sempre il crocevia di esperienze imperiale e imperialistiche, ed è la cerniera fra il mondo occidentale e orientale. L'ombelico del mondo esiste, ed è qui, in Italia. Questo blog è Made in Italy. Il fatto che il server sia in Culonia citeriore, o che la tastiera dalla quale vi scrivo provenga dalla Sarkazia del Sud, nulla toglie al fatto che io sono italiano e quindi quando faccio necessariamente, ineluttabilmente, irrevocabilmente faccio italiano, anche se magari vi scrivo da Tegel o da Orly. Ogni banalità è una verità, e viceversa: il problema non è gnoseologico, ma morale. Si aprano le danze...)




Caro Roberto Brazzale,

permettimi di darti del tu. Indosso la stessa “divisa” (nel settore alimentare), seppure di una” taglia” minore alla tua. Ho molto apprezzato la sincerità del tuo intervento a Montesilvano, la vivacità intellettuale e imprenditoriale che esprimi. Hai detto molte cose giuste. Hai espresso - e di questo ti ringrazio- il senso di quello che facciamo: organizziamo fattori produttivi.

C’è una grande responsabilità in questo, forse non compresa fino in fondo da altri “parti sociali” (e purtroppo, da qualcuno in sala). C’è anche, nel nostro lavoro, un forte elemento di creatività che molti sottovalutano: un bravo imprenditore non unisce solo puntini. Li unisce in un disegno che nessuno ha visto. Vediamo unicorni dove altri vedono conigli. Poi cerchiamo testardamente di avere ragione, perché la nostra “arte” vale qualcosa solo se diventa “oggetti di fatturazione” stabili nel tempo.

Perché allora la platea si agitava a Montesilvano? Una spiegazione potrebbe essere nel fatto che “organizzare fattori produttivi” è quello che facciamo. Non è quello che siamo. Tra le cose che siamo c’è n’è una, fondamentale, che definisce e colloca quanto facciamo nello spazio e nel tempo. Siamo ITALIANI. È così scontato che a volte lo dimentichiamo.

Tutto quello che hai detto riguardo alle più varie provenienze delle componenti di prodotto, dei materiali, dei macchinari sono incontestabili. Ma, anche dopo tutto questo, il MADE IN ITALY esiste, caro Roberto. È un gusto, uno sguardo sulle cose, un modo di fare impresa. Lo riconoscono più all’estero di quanto siamo disposti a fare noi, lo sai. Sono convinto che (buona?) parte del tuo successo d’imprenditore sia imprescindibile dal tuo essere, prima di tutto, ITALIANO. Più prosaicamente è presumibile che le tue produzioni estere beneficiano di una rete commerciale, di contatti, di reputazione che si fondano sul tuo essere produttore di buoni cibi italiani.

Da italiano non puoi non notare che organizzi fattori produttivi in un sistema di regole europee che penalizza il nostro tessuto produttivo, la sua tipicità, la sua storia. Se questo sistema ti induce a produrre all’estero io sarò sempre al tuo fianco nel difendere la tua scelta razionale di imprenditore e sarò felice di applaudire il tuo successo. Nessuno può chiedere a un imprenditore di non cogliere opportunità.

Esiste però un tema più grande e non possiamo far finta di non saperlo: le scelte razionali del singolo imprenditore, date certe regole, possono sommarsi in una irrazionalità collettiva. Prendere sul serio lo Stato, in questo senso, è ritenere che esso debba occuparsi di ALLINEARE l’azione dei suoi attori sociali verso il BENE COMUNE. Il nostro paese sembra aver perso la nozione e il valore di BENE COMUNE anche perché l’azione politica ha evidentemente smarrito la nozione di comunità di riferimento. O peggio: sembra averne scelta una diversa, più sfumata, inesistente, socialmente instabile. Senza dircelo.

Ecco perché - ai miei occhi, sempre di più - il cuore di quanto Alberto e Asimmetrie portano avanti non è macroeconomico: è politico. E avrà, prima o dopo, un chiaro riflesso politico, in un senso molto più alto del famerpartitismo. (Alberto: grazie. Per Montesilvano. Per tutto.)

Sono ragionevolmente sicuro che tu – e molti altri imprenditori – sapresti far vivere e prosperare imprese in Europa, qualunque regole economico/sociali questa Europa decidesse di darsi. Ciò vale per più imprenditori di quanto generalmente si crede, ma per MOLTI MENO di quanti crediamo noi, Roberto. E per molti meno di quanti ne servono al Paese perché i cittadini possano avere un lavoro degno di questo nome. Per la grande maggioranza degli imprenditori italiani è vitale poter produrre e vendere qui. Ecco perché è vitale difendere la specificità produttiva del MADE IN ITALY. Un tessuto imprenditoriale fatto di una miriade di piccolissime e piccole aziende, poche medie e pochissime grandi ha bisogno di politiche economiche e industriali attente e specifiche.

Il problema è che noi imprenditori, quando cadiamo, non cadiamo da soli. Quando chiude un’azienda il domino ha sempre una certa, triste lunghezza anche se l’azienda è piccola. Questa responsabilità ce la assumiamo, lo sai. E quindi, anche se fare l’imprenditore significa avere il senso del rischio ottuso (sperabilmente solo quello), abbiamo l’obbligo (professionale, prima che civile) di RIDURRE IL RISCHIO. Dovessimo fare una scelta basata sulla sola razionalità economica, i numeri sembrano spingere la nostra categoria verso una più decisa presa di posizione in favore di scelte politiche che difendano gli interessi del sistema italiano e delle sue specificità.

Io sono nato italiano, caro Roberto. Morirò italiano, non europeo. Forse i miei nipoti saranno europei, cittadini di un’Europa che (spero e credo) non sarà questa. Io e te, Roberto parliamo italiano, pensiamo italiano. I risultati imprenditoriali che cogliamo e coglieremo sono inestricabilmente -e fammi dire: fortunatamente- legati a questo Paese.

Di mestiere organizziamo fattori produttivi, come hai correttamente sintetizzato per astrazione. Un altro modo di esprimere il problema del paese oggi è, forse, dire che l’Italia ha bisogno di “organizzare fattori sociali” in un assetto più benefico per gli italiani e, di conseguenza, per le imprese italiane.

Forse i migliori di noi potrebbero contribuire a riorganizzare il Paese così che gli attori sociali siano allineati verso un maggior bene comune. Se prendessimo sul serio l’essere italiani prima dell’essere imprenditori, potremmo contribuire a disegnare assetti sociali più giusti, più degni, più umani per i nostri concittadini. E da li agire, gradualmente e con coerenza, per cerchi concentrici.

Alcune di queste riflessioni non ti sono estranee, ne sono convinto. Grazie ancora.



(...si apra la discussione. Poi cercherò anche di chiarire per l'ultima volta a chi non lo ha capito cosa sto facendo e cosa voglio fare da grande. E su quello la discussione sarà per forza di cose molto più stringata: io sono per la libertà: la vostra, e la mia. Perché anche voi siete nati in Italia. Ma questa è solo una delle tante condizioni necessarie... Dopo di che, io sono io e voi siete voi: happy few ai quali devo molto, e lo riconosco, ma che non per questo devono dettarmi la linea o programmare la mia esistenza. Non trovate, come trovo io, che sia sufficientemente difficile e impegnativo programmare la propria?...)

(...a questo proposito: a Praga mi porto Uga. Non credo che potrò moderare i vostri commenti in modo molto efficiente: voglio stare un po' con lei, finché lei vuole stare con me. Poi starò con lei in un altro modo, che mi lascerà più tempo per farmi felicemente cannibalizzare da voi. Sapete che vi voglio bene, e io so che voi non capite il concetto di priorità. O forse sì. Lo vedremo dai "non mi stai pubblicando perché hai paura..."...)

62 commenti:

  1. Goditi Uga, la mia al mattino non mi dice quasi piu' "ti voglio tanto bene"...sig!

    RispondiElimina
  2. Sa che c'è Professó?!
    Il tempo è dalla nostra parte. Semo giovani.
    In troppi fingono di non capire.
    Capiranno.

    RispondiElimina
  3. Per i motivi ampiamente illustrati in Orizzonte 48 sarebbe meglio sostituire 'interesse pubbblico' a 'bene comune' (concetto assente nella ns. costituzione).

    Bene comune viene normalmente inteso come 'bene privato'.

    Articolo 42.
    La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati. La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Luca: se cerchi, troverai che ho iniziato a ironizzare sui benicomunisti prima che quel blog esistesse. Lo facevo in modo istintivo, senza avere tutti i riferimenti dottrinari che Luciano ci regala. Domanda: questo è il punto centrale del dibattito cui questo intervento si riferisce? Può anche essere, ma allora gradirei che tu me lo argomentassi.

      Elimina
    2. Il suggerimento è rivolto all'autore della lettera a Roberto Brazzale che scrive:

      "Prendere sul serio lo Stato, in questo senso, è ritenere che esso debba occuparsi di ALLINEARE l’azione dei suoi attori sociali verso il BENE COMUNE. Il nostro paese sembra aver perso la nozione e il valore di BENE COMUNE anche perché l’azione politica ha evidentemente smarrito la nozione di comunità di riferimento."

      Il senso per me è chiaro lo stesso (Stato, enti e privati sono i soli attori sociali riconosciuti dalla Costituzione) ma dopo anni di frequentazione di goofy e degli altri 'blog collegati' (che mi hanno fatto maturare come mai avrei creduto possibile, goofy in primis, perchè qui ho ricevuto i primi salutari 'cazziatoni educativi') si scopre pure l'esigenza di limare il linguaggio.

      Proprio in questi giorni mi è capitato di vedere un passaggio di una intervista in B/N di Umberto Terracini (che fu presidente dell'Assemblea costituente) rilasciata intorno al venticinquennale della Costituzione.

      In essa Terracini spiega che fu volontà comune di tutti i membri dell'assemblea di fare in modo di introdurre elementi di socialismo per via costituzionale.

      Le cose hanno poi preso un'altra direzione ma quel testo è l'unico elemento assolutamente certo di MADE IN ITALY in cui tutti ci possiamo identificare.

      Elimina
    3. Qui c'è una sola persona che sa che io merito un monumento. Lui sa chi è ed è pregato di non dirlo a nessuno. Il giorno in cui vorrò spiegare a voi perché me lo merito, vi farò notare che sono sei anni che sento parlare di output gap, e non ho mai detto "ba".

      Dopo di che, è chiaro che il linguaggio va sorvegliato. Ma uno dei motivi per i quali sono ancora vivo è che ho scelto bene quando sorvegliare cosa. Comunque, è altrettanto vero che ognuno ha diritto alle sue battaglie e alle sue priorità. Se posso, io avevo capito a cosa tu ti riferissi, ma non ci hai spiegato la differenza fra bene comune e interesse comune. Quando lo avrai fatto... occhio! Perché cercherò la parola "output gap" in giro, e comincerò a menare...

      Elimina
    4. Trascurando l'imprecisione nell'uso del linguaggio tecnico, che l'imprenditore abbia colto nel segno lo si capisce poche righe prima:
      "le scelte razionali del singolo imprenditore, date certe regole, possono sommarsi in una irrazionalità collettiva."

      Da quello che ho capito l'uso della parola 'pubblico' si deve intendere come pertinente allo Stato, cioè a quell'ente, diverso dalla 'somma' dei cittadini, che garantisce, tra le altre cose, anche la razionalità delle regole collettive. Lo Stato è la collettività che prende coscienza di sè (l'Italia s'è desta) e prende decisioni anche in contrasto con l'interesse di ciascuno dei singoli. Il bene 'comune' è invece pertinente alla 'somma' dei cittadini e basta, e può essere gestito in maniera anarchica (e, di solito, a favore del più forte, in ottica liberista).

      Per l'uso delle parole, spero che prima o poi si incominci a parlare del "Fatto in Italia" :).

      Elimina
    5. Per eventuali approfondimenti personali (e sperando di fare cosa gradita agli amici del blog) ho ricercato il post specifico sull'argomento di Orizzonte 48.

      http://orizzonte48.blogspot.it/2016/05/bene-comune-beni-comuni-mercato-e.html

      Elimina
  4. Che devo dire ?
    3za esperienza al Goofy e mi porto a casa ancora tanta energia.
    I "Panel" sono sempre originali ed "unici " .
    I momenti conviviviali generosi, pieni di opportunità di conoscere donne e uomini con una visione alternativa " Al Burrone dei Lemmings" .
    Grazie , non deve essere facile organizzare un evento cosi'.
    BUONE FESTE a tutti i goofiers .
    Romagnolo orgoglioso

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Franco, scusa, con l'occasione ti ri-ringrazio per il vino biologico. Poi ti dirò se sa anche di vino, ma mi fido del tuo parere.

      Elimina
  5. Probabilmente sarò banale, ma tutto ciò mi ha fatto venire in mente che un capitolo de "L' Italia può farcela" si apriva con una citazione del monologo del leone e della gazzella interpretato da Aldo, che era poi un modo scherzoso per porre l' accento su un problema serio: l' incapacità, da parte di molti, di capire il proprio ruolo sociale e, di conseguenza, i propri interessi. La mancanza, insomma di una coscienza di classe, cui oggi si accompagna, indissolubilmente, la mancanza di una coscienza nazionale.
    Ora, io penso che per ricostruire una coscienza di classe, che non può non portare ad una riscoperta dell' interesse nazionale (e viceversa), sia fondametale portare dalla nostra parte proprio quelli imprenditori, specialmente piccoli e medi, che sono stati indotti a credersi leoni, mentre in realtà erano delle gazzelle (oppure dei crotali? Non mi ricordo). Far loro capire che le loro sorti(profitti) sono indissolubilmente legate alle sorti(salari) degli operai e che per risollevare le une e le altre non si può prescindere da una ritrovata sovranità monetaria, fiscale e, in ultima analisi, politica. Se si riesce a costruire questo tipo di egemonia culturale, vinciamo noi. Lo slogan potrebbe essere: "Ogni giorno, in Italia, non importa che tu sia un crotalo o un pavone, l' importante è che, se non sei un leone, tu unisca le forze con la gazzella"

    RispondiElimina
  6. "Questo blog è un esperimento unico al mondo, ed è tale perché io sono italiano"
    Lei e' un uomo di grande qualita'
    Ha alzato l'asticella, e noi tutti ci sentiamo inadeguati. Ma la stimiamo, anche se lei e' un esmpio difficile, l assicuro, da avvicinare. Pero,' mi consenta, qualche briciola della sua cultura arriva anche quaggiu' e si fa apprezzare. Ci aiuta a capire il nostro posto nel mondo. Per questo, grazie davvero.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Stefano, io ti ringrazio, ma se dovessi farti la lista delle mie inadeguatezze (da me) percepite occorrerebbero altri 1450 post. Il punto non è questo: qui tutti avete dato qualcosa e da voi imparo ogni giorno. Qui ci sono (state) persone molto più erudite e colte di me, almeno in specifici settori (fra i quali quello di mia competenza). Non credo che ci sia stato nessuno (al mondo) che abbia dedicato più tempo ai suoi lettori di me. L'ho fatto perché lo ritenevo giusto e necessario.

      Elimina
  7. A proposito di un suo tùit di alcuni giorni fa, non è venuto il momento di passare a un blog a pagamento? Magari con alcuni post lasciati in chiaro, sia fra quelli nuovi che fra quelli passati (quelli più importanti almeno, o quelli della sezione "per incominciare").

    RispondiElimina
    Risposte
    1. No. E per sostenere il mio no forte e chiaro mi accingo a fare un nuovo bonifico ad Asimmetrie.

      ...

      Non ho voglia di spiegare il perché del no. La gratuità cambia TUTTO.

      Elimina
    2. Bonifico effettuato. Causale: "no al blog a pagamento. La gratuità cambia tutto."

      Elimina
  8. Che belle slides, ma perché la produttività della Francia non crolla? (sempre se ha tempo). Buon viaggio, si goda la piccola che certe occasioni non tornano più, e grazie.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Spesa pubblica. Fra l'altro, a Paris XIII mi suggerirono di inserire quella variabile nel modello, e non l'ho ancora fatto. Grazie per il reminder.

      Elimina
  9. Non sono avvezza al sistema "veloce" del blog che esige, ovviamente, una celerità nella risposta che impegni vari mi impediscono. Ma oggi faccio un'eccezione. Il made in Italy esiste nonostante il desiderio di molti di distruggerlo, è la nostra vera essenza, senza vanagloria inutile e dannosa. Il made in Italy è un modo di essere e di pensare, di lavorare e di creare. Ed è tutto nostro. Ogni popolo ha i suoi talenti, noi abbiamo la capacità di creare artigianalmente e di fare artigianato d'arte. La nostra onlus gestisce un piccolo museo civico, con mille ostacoli, che contiene opere di una collezione, lascito di un illuminato ambasciatore, una piccola pinacoteca (ma con un de Chirico e una punta secca di Chagall ed anche due Licini e un disegno di Modigliani e tanto altro). Per invogliare a visitarci organizziamo 4 mostre temporanee nel corso dell'anno e quest'anno ne abbiamo dedicata una a un industriale e pittore che arrivò nel periodo della guerra, con il fratello, nel paese dove abito con mio marito. Fabbricavano camicie da uomo, le più belle del mondo si diceva allora, davano lavoro a oltre 300 persone, avevano creato una scuola di specializzazione e un asilo per ospitare i bambini dei dipendenti. Paternalismo o amore per il proprio lavoro? So solo dire che le sue opere più belle, a mio modesto avviso, erano le camicie, come erano realizzate e le fantasie delle stoffe, alcune da lui stesso dipinte. Come dicevo prima, l'arte che si fa oggetto per il puro piacere della bellezza. Ecco noi siamo un popolo bello perché la bellezza è dentro di noi. Il rosario che sgranano i mussulmani è composto da 99 grani, ognuno ricorda un nome di Allah, l'ultimo sarà noto solo alla fine dei giorni e tra questi, se non sbaglio, non vi è Bellezza, e come se fosse la vera essenza di Dio. E che Dio ami la bellezza è così evidente, è sufficiente guardarci intorno per averne conferma. L'uomo è chiamato a completare l'opera bella del Creato. Ecco noi italiani lo facciamo. Molto bene ... con umiltà.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Voglio solo darti un elemento: Roberto è un musicista, organista e figlio di organista (non di organisto: di organista). Quindi sulle tre ultime righe del tuo intervento credo di poter dire che concorderà. Suppongo anche sulle altre, ma non sto qui a fare il suo avvocato. Trovo solo un po' deludente che alcuni di voi, che dovrebbero aver capito, dagli attacchi sommari e sconclusionati che mi sono stati rivolti nel tempo, che forse bisognerebbe ogni tanto ritardare il giudizio, poi si lascino andare. Lo faccio anch'io, ma rischio del mio. Quelli che vogliono mettermi in difficoltà coi miei ospiti sono anche quelli che vogliono fare il mio partito coi miei lettori, cioè con voi. Strano, vè? Ma qui parliamo di altro e ti ringrazio per la tua bella testimonianza.

      Elimina
  10. Un abbraccio a Lei e a Uga, prof. Approfitti di tutto il tempo che le concederà, ora. Al confronto, noi nn siamo veramente nessuno. E grazie, sempre, So quanto ci sta dedicando. Spero solo ne saremo veramente degni.

    RispondiElimina
  11. "Prendere sul serio lo Stato, in questo senso, è ritenere che esso debba occuparsi di ALLINEARE l’azione dei suoi attori sociali verso il BENE COMUNE"; mi sembra non ci sia definizione migliore di questa per esprimere il concetto dell'intervento dello Stato in economia, allo scopo di orientarla al benessere della maggioranza dei cittadini. Una lettera splendida, dietro la quale traspare la cultura non solo economica, ma filosofico/politica di chi la ha scritta, segno forse che i due dominii, filosofico ed economico, a mio giuduzio purtroppo separati, possono tornare a camminare insieme nel rispetto della specificità ed identità di ognuno.

    RispondiElimina
  12. In media stat virtus.
    Pur con qualche mia difficoltà (chi sono "quelli che vogliono fare il mio partito coi miei lettori", "chi soggettivamente presume di condividere le mie posizioni ma oggettivamente ostacola il mio lavoro di costruzione di una egemonia"), riesco a seguire il ragionamento e a condividerne gran parte. Poi, di fronte all'affermazione che "L'ombelico del mondo esiste, ed è qui, in Italia", gli occhi s'incrociano e la mente si rifiuta di procedere oltre.
    Non vorrei buttarla in filosofia, ma dubito che ci sia una definizione condivisa di mondo, a maggior ragione dubito che ci sia l'ombelico. La definizione a cui sono più affezionato l'ho trovata nella tradizione zen giapponese, dove il termine "mondo" indica il dialogo tra due maestri, la loro relazione dialettica.
    Un mondo che non sia inteso come insieme di relazioni individuali e collettive, ma come luoghi con più o meno privilegi, con storie più o meno degne, mi pare la strada meno indicata da percorrere nel momento in cui, all'ordine del giorno, si pone il problema di come ridefinire, recuperare, aggiornare i valori contenuti nei vecchi concetti di "patria", "nazione", "popolo", "democrazia".
    Detto questo, approfitto della circostanza per testimoniarle i miei complimenti per Goofy6: dubito che nel nostro paese, per due giorni, ci sia qualcun altro che riesca a produrre un dibattito di tale levatura.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Dato l'uso che fai del latino, comprendo le tue difficoltà. Per me, che da anni ho visto, frequentando i conservatori, tanti giapponesi venire qui da noi (e nessuno andare a studiare da loro), capisco sia molto più facile. Del resto, tu stai dicendo, con una simpatica spruzzata di esotismo giapponese, quello che sto dicendo io. Noi siamo appunto la cerniera dialettica fra due mondi. Il Mediterraneo, più esattamente, lo è. O no? Poi, se vuoi, possiamo anche dire che se una cometa colpirà con sufficiente veemenza la Terra, magari la Kamchatka assumerà in futuro una rilevanza geopolitica analoga. Però diciamo che io sto bene anche così.

      Ah, una cosa: i concetti di patria, nazione, popolo e democrazia non sono vecchi. Qualcuno ha avuto interesse a farcelo credere, e qualcuno ci è cascato. Non è colpa di chi non ci è cascato (senza naturalmente voler dire che la sua storia sia più degna: semplicemente, è sua).

      Elimina
    2. La Feltrinelli ha rovinato questo paese. Più dell'euro.

      Elimina
  13. Ho preso un po’ di informazioni sulla posizione di Roberto Brazziale su Dop e consorzio Grana Padano. L’ho fatto volentieri ed avrei dovuto farlo prima del Goofy che, anche noi lettori, dovremmo preparare meglio studiandoci un po’ di più gli ospiti.
    Almeno questo vale per me ma credo di non essere solo.

    Personalmente sono in disaccordo con Brazziale in merito al made in Italy, concordo nel considerarlo un modo di pensare, lavorare ed anche vivere. La nostra personalità così eclettica e flessibile ci permette cose che per altri sono davvero impossibili.
    In tutti i settori.
    Alla fine i prodotti di Brazziale saranno anche fatti con prodotti esteri, ma l’idea di lavorare il prodotto in un certo modo appartiene alla sua famiglia e quindi anche al suo paese, no ?
    Altrimenti lo avrebbero prodotto uguale uguale anche da altre parti nel mondo.

    Come imprenditore, per le condizioni che esistono attualmente, ha fatto bene, può non piacere però è legittimo. Ma se con manodopera ed una parte di prodotti probabilmente gli è convenuto credo anche che abbia fatto una scelta molto coraggiosa ad uscire dal consorzio che, volente o nolente, gli assicurava un certo valore indotto al proprio brand.

    E’ dovuto ripartire da zero in questo senso ed è riuscito a sfondare ricostruendosi un brand a cui va riconosciuta l’esperienza italiana sul prodotto unita alla ricerca di qualità assoluta.
    Io lo considero comunque un made in Italy perché il know how è quello della sua tradizione, della sua storia.

    Io la penso così, magari sbaglierò, ma credo che come imprenditore abbia lavorato bene. Come cittadino italiano avrei preferito non decollazione nulla ma, se effettivamente ci sono così tanti vincoli ed oneri non mi sento di dare a lui la colpa di tutto questo.

    Ci sono tanti imprenditori che hanno deciso di tenere duro, sono coraggiosi ed ancor più ammirevoli ma non posso pretendere che siano tutti così.

    Bè spero di non aver detto troppe sciocchezze... sono sempre un po' timoroso a scrivere qui.
    un saluto

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Hai letto la storia ma non il nome del protagonista!

      Elimina
    2. No l'ho letto ma con i nomi facci spesso casino purtroppo, la cosa mi fa anche girare molto le scatole perché i dettagli fanno sempre la differenza.
      Mi scuso con Roberto BRAZZALE

      Elimina
    3. C'è un altro errore, stavolta inconsapevole (i correttori automatici sono pericolosissimi): "decollazione" doveva essere "delocalizzasse".
      Perdonate tutte queste imprecisioni. Sono intollerabili.

      Elimina
  14. Non so. Ho guardato in diretta streaming quello che ho potuto. Poco. Il panel degli imprenditori célo. Sia quando l'ho sentito dire, sia ora che lo leggo, ho sentito una stonatura forte. Organizzatore di fattori produttivi. Non so. Mi sembra più la definizione di un manager. Ma un manager non è un cazzo di imprenditore. Questo è chi intraprende e il cui reddito prevede una quota di remunerazione del capitale di rischio. Vacca boia impestata. Ci mette i soldi l'imprenditore. Non si limita ad organizzare fattori produttivi, operazione del cazzo, ma possiede il maledetto kapitale. Anzi che non ha scritto che dà lavoro. Ripeto che devo ancora finire di guardare e devo rileggere il post. Ma confermo che mi sembrava stonato a sentirlo e a leggerlo pure.
    PS
    Se vuoi chiarire quello che fai e quello che vuoi fare da grande, coccalma e peffavore e solo perché in questo caso la legge del 6 funziona, io mi offro come vittima sacrificale.
    Pps
    U tri pstrosu
    U golema
    A memoria sensa guglare se ci sono errori.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. E qui si entra nella leggenda! Quell'altro non ne sapeva il nome, tu gli attribuisci il post scritto da un altro (e ho anche chiaramente detto chi è, è un imprenditore che ci segue da tempo, e peraltro lui comincia la lettera rivolgendosi a Roberto, il quale sarà sì un nemico del popolo italiano, ma non è sufficientemente matto da scriversi lettere rivolgendosi a se stesso con un "Caro Roberto Brazzale").

      Io trasecolo!

      Voglio bene a tutti, ma dovete capire che devo essere estremamente diffidente rispetto ad organizzare qualsiasi cosa, anche un torneo di briscola, con persone che saltano alla giugulare di un mio interlocutore senza nemmeno sapere come si chiama o se le parole che legge siano di lui o di un altro.

      Allora: massima indulgenza, vi capisco, avete i nervi a fiori di pelle, se tu sei dell'Aquila hai mille motivi in più, ecc. Però magari un po' anch'io, perché anche se non ho rischiato di finire schiacciato da un trave per eventi indipendenti dalla mia volontà, ho accettato comunque il rischio di finire schiacciato da Giavazzi per un evento determinato dalla mia volontà.

      Quindi, diciamo così, cosa fare da grande forse non lo so, ma con chi NON farlo lo so. Certi atteggiamenti emersi nel convegno di Pescara e nel suo prosieguo, a partire da quelli di chi si è poi scusato perché lo ha capito, sono innanzitutto un'enorme mancanza di rispetto nei miei riguardi.

      Elimina
    2. Ho seri, ma seri dubbi sulla possibilità di organizzare i fattori produttivi senza capitali.
      Le tre varianti imprenditoriali, rappresentate nel panel di domenica scorsa, hanno tutte le caratteristiche che ti fanno dire: "avercene, cosí".
      Brazzale, di cui sono conterraneo e consumatore, sul "made in Italy" ha un'idea che non collima con altre espresse in quella sede, ma non si può dire che sia peregrina. Sull'euro ha le idee chiare: gli impedisce di crescere, all'estero e in Italia. Per inciso, l'insofferenza ai limiti posti alla crescita è il vero marchio dell'imprenditore: potrà piacere o meno, ma Brazzale è l'autentico Imprenditore. Quindi, a meno che mi sia sfuggita una sottrazione di 100 anni dal calendario, di che stiamo parlando?

      Elimina
    3. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

      Elimina
    4. Pardon, mi è scappato un invio al posto di un modifica. Questa è la versione corretta del commento. Stralci pure la precedente.

      «ho sentito una stonatura forte. Organizzatore di fattori produttivi»
      Stamene discorrevo con l'esercente di un ristorante in merito all'opportunità di un uscita dell'Italia dall'Euro. Alle mie argomentazioni mi si replicava che, per alcuni dei clienti - questa è zona di industrie siderurgiche -, l'abbandono dell'euro sarebbe stato esiziale.
      Il danno in realtà, per questi - sedicenti (posso usare tale termine definitorio essendo io un borghese figlio di commercianti e liberale nel senso che per me vale il principio che "il guadagno altrui è la mia fonte di reddito" come del resto mi pare sia principio assodato ed espresso da Vito Gulli?) - industriali, sarebbe stato il trasferimento della propria sede legale all'estero con danno per quei pochi occupati che ancora mantengono (?) in Italia. L'"organizzare fattori produttivi" credo sia compito ed attività precipua di ogni industriale. Delocalizzare l'attività industriale (capitale definito in bilancio con il termine mezzi propri e/o attività immobili) è invece attività miope da manager.
      Non mi pare che Brazzale ricada in questa categoria. Da consumatore, in realtà, potrei fare - visto il prodotto commerciato - qualche obiezione sul termine "Made in Italy".
      In ultimo, circa 15 anni orsono discorrevo con un primario che era stato in visita negli USA. Ricordo che descrisse le ambulanze con entusismo, perché dotate di strumenti che neppure in reparti di terapia intensiva si sognavano d'avere.
      Aggiunse che, l'elemento di stonatura, era il fatto che se non avevi l'assicurazione o la carta di credito, semplicemente non ti caricavano.
      Ho sempre reputato un fatto di civiltà la superiorità - con tutti i limiti reali, ma contingenti - del nostro sistema sanitario rispetto a quello statunitense.
      Gli elementi di socialismo presenti nella nostra costituzione sono parte integrante - e di cui dovremmo esser fieri - del nostro "Made in Italy"

      Elimina
    5. Egregio Professor Bagnai, voglia cortesemente indulgere sugli errori ortografici del mio commento:
      Errata: Stamene , Corrige: Stamane;
      Errata: entusismo, Corrige: entusiasmo;
      Errata: "orsono" in luogo del più corretto "or sono";
      Errata: "Aggiunse che, l'elemento di stonatura, era il fatto che", Corrige: "Aggiunse che l'elemento di stonatura era il fatto che"

      Elimina
    6. E'vero Aquilano,il Manager/Organizzatore di "fattori produttuvi" mi sembra alla strega di chi costituisce una spac.

      Elimina
  15. Cogito ergo sum.
    La lingua, che è strumento di pensiero, di cultura e di comunicazione, fa sì che chi pensa in italiano non solo sia, ma sia italiano.
    Anche l''ambiente con le sue opere d'arte, di architettura, di letteratura, ecc. - che racchiudono e trasudano Storia e storie - influenza il nostro essere.
    Nessuno di noi, se non fosse italiano, sarebbe esattamente quello che è e probabilmente non farebbe quel che fa.

    Certi formaggi, se non fossero stati pensati e realizzati in Italia da italiani, probabilmente non esisterebbero e di conseguenza qui non esisterebbero la tradizione e l'industria casearia italiana, tra cui la Brazzale.
    Non lo biasimo per avere in parte delocalizzato la produzione o di avvalersi di materie prime e mezzi non italiani per produrre formaggi nati dall'unicità dell'esperienza, del gusto e del territorio (verso i quali dovrebbe essere più riconoscente).
    Un conto però è adeguarsi alle storture catastrofiche di un sistema, altro conto è osannarlo.
    Se è riuscito anche a trarne profitto, buon per lui, ma resta un pessimo e squilibrato modello di "sviluppo".

    Però poi, guarda caso, il globalista rivuole la lira.

    Sul versante opposto, tra gli interventi non tecnici, ho apprezzato Scamarcio quando ha detto che gli uomini di potere vivono totalmente scollati dalla natura. Un'osservazione solo apparentemente banale a cui aggiungerei che vivono totalmente scollati anche dalla società e al di sopra di qualsiasi nazione.
    La perdita di contatto con l'ambiente naturale, sociale e storico reali non può che produrre i disastri che produce.

    RispondiElimina
  16. "Il "made by italians" è complementare al "made in Italy", non antitetico" scrive Brazzale in risposta alla Coldiretti. Su consiglio Twitter di Davide Falchieri ho letto la sua lettera e cercato qualche informazione.
    Non lo conoscevo e mi ha veramente colpito il suo punto di vista al Goofy.
    Le domande che pone non si possono semplicemente ignorare.
    Le materie prime, il latte nel suo caso, sono insufficienti rispetto al fabbisogno interno, figuriamoci per l'esportazione di prodotti caseari.
    È ben vero che le quote latte comunitarie e soprattutto il cambio fisso hanno penalizzato la nostra produzione e dalla Coldiretti così pronta a difendere il made in italy non è giunta alcuna presa di posizione, come non manca di rilevare: "Le scelte della politica che non vi sognate di contestare, perché scomodo, come l'incosciente ingresso dell'Italia nell'euro, devastante per il settore primario, il vero dramma odierno dell'agricoltura, in ordine al quale non risulta alcuna vostra denuncia o adeguata presa di posizione."
    Ma anche a prescindere dal vincolo esterno le materie prime sarebbero necessariamente finite e pongono un limite alla capacità di trasformazione italiana, potenzialmente infinita (diciamo ben maggiore con la delocalizzazione di alcuni tratti della filiera).
    Se ho ben capito Brazzale sostiene che la quantità di "italianità", a fronte di produzioni in crescita come la sua e a danno delle quote di mercato di paesi stranieri, sia da valutare rispetto alla quantità totale prodotta piuttosto che alla percentuale di "purezza italiana", di quanto è locale, nel prodotto finito, italiano in tutta la filiera. Se vendi grandi quantità di Gran Moravia all'estero che ha una percentuale di italianita'(rispetto non solo al latte ma a macchinari e lavorazioni ) del 30% fai lavorare più l'Italia, i lavoratori italiani, rispetto al vendere il Grana Padano in minori quantità con percentuale di italianità del 70%.
    Gli altri Paesi lo fanno, il made in italy inteso in senso "stretto" rischia di ingabbiare le aziende italiane? Che pagano le tasse in Italia? Che creano occupazione italiana?
    Anche queste considerazioni devono entrare nella valutazione del Bene Comune o Pubblico, accanto alla difesa del valore della propria tipicità. Ricordando però che se il prodotto puramente made in italy è eccessivamente costoso, causa non solo euro ma per la sua scarsità, il consumatore medio lo utilizzerà solo a Natale e nei giorni di festa.
    Si sente veramente la necessità di una politica industriale italiana, si torna sempre al tema del ripristino della necessità sovranità.
    Non si possono abbandonare gli imprenditori pretendendo che accordino tra loro esigenze diverse quando combattono per sopravvivere.

    RispondiElimina
  17. Io non credo che il problema possa essere morale.
    Potrebbe (riguardare la morale), anzi dovrebbe, esserlo tra pari, cioè tra coloro che condividono e ambiscono a un certo tipo di valori.
    Ma tra "differenti" non può sussistere un problema morale.


    RispondiElimina
  18. La presenza e gli interventi di Brazzale e soprattutto del professor Perotti al #goofy6 hanno aperto ferite e brecce nel mondo liberista che neanche Porta Pia.

    Fai coprire bene Uga a Praga che farà freddissimo.

    RispondiElimina
  19. Non ci credo, avevo scritto una risposta piuttosto articolata e l'ho maldestramente cancellata...mi arrendo a dire brevemente che non mi merito di essere innalzato a leggenda, non ho frainteso il 'chi', mi sono limitato a parlare del 'cosa' cioè della affermazione che l'imprenditore sia organizzatore di fattori produttivi. Mi sembra una affermazione tra l'impreciso e il parziale. Insomma, mi bastano le lavate di capo meritate, quelle conto terzi ne farei a meno, ho pochi capelli...
    Non leggo nel tuo ultimo capoverso una indicazione alla mia persona ma ad ogni buon conto nel caso mi scuso laddove tu ritenga che io in una qualche occasione ti abbia mancato di rispetto. La mia distanza fisica al riguardo costituisce garanzia adeguata alla bisogna.
    Resto in paziente attesa del definitivo chiarimento su cosa fai e farai perché sono sereno che questo possa dissipare i dubbi, importanti, che ancora mantengo sul futuro.

    RispondiElimina
  20. Caro Prof. mi metto al pc nel tentativo già due volte abortito di rispondere tramite tablet.
    Comincio dall'ultimo capoverso, non credo tu pensi che io ti abbia mai mancato di rispetto, particolarmente in modo enorme, non mi pare che tu ti rivolga a me, ma comunque ti porgo le mie scuse laddove fosse il contrario. Nel caso avrei superato la mia volontà, mai rivolta a mancarti di rispetto, unica cosa che mi aspetto e pretendo dagli altri. Resto in attesa dell'ultima spiegazione su cosa fai e farai per dissipare alcuni dubbi intimi e personali, alcuni punti da unire ed è una unione che io non riesco a fare.
    Riguardo alla leggenda ti ringrazio con un sincero sorriso ma sottolineo con pari atteggiamento che io non ho confuso, anzi mi sono esclusivamente riferito al fatto, al 'cosa' senza riferirmi al 'chi', a quello che si è detto che mi pare impreciso o almeno parziale, e non a chi lo avesse detto.
    Spero e credo di essersi espresso in modo inequivoco, anche se rileggendo quanto già scritto ho la stessa impressione...speriamo bene insomma. :))

    RispondiElimina
  21. Anche qui hanno le mucche il latte e in internet tutto il necessario per sapere come si fa il parmigiano reggiano però non lo trovo al mercato di Xuhui, eppure è il migliore formaggio al mondo e i cinesi hanno fiuto commerciale... C'è qualcosa che non quadra, dovrebbe essere una bazzecola...

    RispondiElimina
  22. Professor Bagnai, seguendola da anni e approfittando della sua voglia inesausta di condividere concetti, saperi e perfino un poco di sé, non vedo proprio come si possa non capire che lei sta giocando una partita a scacchi con la classe di un Bobby Fisher e sono certo che la Sstoria le darà ragione. Grazie e tenga duro.

    RispondiElimina
  23. Il mio primo (finalmente) goofy è stato bello proprio perchè ha stimolato un dibattito fra diversi modi di intendere le scelte politico economiche in questo periodo storico di grave crisi del mondo del lavoro.
    Per quanto riguarda l'argomento sollevato dalla "lettera aperta agli imprenditori", sembra sia opportuno considerare il lavoro svolto dagli imprenditori "di base", più o meno creativi, che cercano di vivere sui proventi della materia prima prodotta nell'ambito dell'agroalimentare. Vivo in una regione, la Sardegna, dove la produzione del grano e del latte di pecora era fonte di ricchezza. Ormai chi lavora il prodotto grano e latte si fornisce prevalentemente in Canada, Ucraina, Romania etc... Questi prodotti vengono svalutati sempre più, con il risultato che agricoltori e pastori sopravvivono a fatica.
    Al di là del discorso sul Made in Italy, credo sia importante dare una risposta politica di ampio respiro a chi lavora, con enormi difficoltà, "sulla terra". In parole povere, il settore agro-pastorale ha ancora un futuro nel nostro paese o dobbiamo dismettere anche quelle forze produttive in ossequio alla globalizzazione?
    Ti ringrazio ancora per tutto Alberto, sono orgoglioso di far parte di un'associazione che ha organizzato alla perfezione un evento così importante e stimolante come il Goofy6.

    RispondiElimina
  24. Per capire quanto era grande l'Italia, niente di meglio che riguardare il "Carosello" degli anni Settanta: il connubio tra la grazia, la creatività, l'abilità dei pubblicitari italiani, grandi artigiani della comunicazione, e i grandi prodotti dell'industria italiana di allora. Alberto, ti propongo, all'inizio dei tuoi articolati interventi nei convegni, di fare vedere qualcuna di quelle geniali pubblicità: sottolineano in maniera leggera e piacevole ciò che i grafici dicono con i numeri. E non posso fare a meno di schifare le lugubri affermazioni dei piddini nei dibattiti in TV, col loro disprezzare la "liretta svalutata" e di conseguenza il lavoro e la fatica dei loro padri, madri e nonni che hanno fatto grande questo Paese e che hanno lasciato loro un esempio (oltre che beni finanziari e materiali) che questi squallidi figuri, che io chiamo "pezzi di nerd", non hanno voluto raccogliere.

    RispondiElimina
  25. https://youtu.be/zx63CR0-gQs
    Addirittura i teteschi fanno ironia
    sulla disciplina dei conti dei 70 anni di pace e tutte le altre eurofregnacce..da vedere istruttivo oltre che divertente..

    RispondiElimina
  26. Non ho letto tutto, e non voglio farlo. Io so solo che le nostre stalle stanno per chiudere e si va a produrre all'estero? E poi si portano i prodotti in Italia? Il latte prodotto in Moravia è migliore di quello italiano? Ma sono anni che qui il latte viene pagato secondo i parametri di qualità, cosa impedisce di utilizzarli, compreso quello sulle aflatossine? E mi tocca assistere alla morte di un altro pezzo del mio paese? È più che evidente che fa i suoi conti, e che è più conveniniente acquistare il latte all'estero, se costa meno, non posso biasimarlo per il sul comportamento da imprenditore,tutti in fondo si comportano così.Mi dispiace per questo sfogo, ma la sofferenza di tanti agricoltori in questo momento è anche la mia.

    RispondiElimina
  27. V'è un punto dell'intervento di Roberto Brazzale che ha attirato la mia attenzione, destandomi qualche lontano ricordo dai contorni ormai quasi indistinti: la necessità, per un produttore caseario, di rifornirsi di latte all'estero (nello specifico è stata nominata la Repubblica Ceca).

    Ricordo ancora - all'epoca facevo il pendolare sulla tratta ferroviaria Verona/Milano - i blocchi di protesta dei Cobas del latte del 1997. Proteste nate per la comminazione di multe per lo sforamento delle quote latte per eccesso di produzione: quote latte e multe imposte dal governo italiano e dall'Unione europea.

    Appunto a Roberto Brazzale, se fossi stato presente, forse avrei rivolto questa domanda: "come hanno influenzato la produzione di latte e quella casearia italiana i regolamenti europei ?"

    vd. in partic.:

    Archivio Adnkronos 1997: QUOTE LATTE;
    Tregua armata sulle quote latte;
    Senato della Repubblica: assemblea del 29/01/1997
    ilSole24ore 25/10/2017: Quote latte, Corte Ue: Italia recuperi tutti gli interessi dai produttori

    RispondiElimina
  28. Buon compleanno, prof. Per dirla con Orazio: Vive, vale.

    P.S. Molto bello il Goofy quest’anno, non mi ricordo se gliel’ho già detto.

    RispondiElimina
  29. I miei due centesimi. Brazzale mi è piaciuto moltissimo, specie per lo stile asciutto e il cinismo ostentato, segnale evidente (ad alcuni) di un cuore tenero.
    Detto ciò, quel che mi ha colpito tantissimo nel dibattito è stato si il raffronto fra i modi e i mondi di questi bravi imprenditori, ma soprattutto la nudità sconvolgente della tabella dei PIL regionali illustrata dal valente economista LUISS:
    "Non sono un filosofo orientale ma" il micro e il macro erano lì davanti a me, per un istante molto si è chiarito,
    le scelte e le strade, e il loro karma. Degli imprenditori, nel tempo, sono venuti sulla mia paginetta a dirmi la loro su quanto modestamente riportavo, dicendomi "ma un'azienda è un'altra cosa"; avrei voluto che ci fossero anche loro a quel dibattito "senza" Bagnai, una nazione intera che va verso la desertificazione/megaurbanizzazione, tipica dei luoghi dove le risorse si concentrano per essere usate altrove, come in tanti pezzi d'Africa e d'Asia.
    Risorse umane. Già. Nel mondo della produzione e del consumo ipermassificato, le teste che pensano sono più preziose di qualsiasi oro, o tantalio, o coltan.
    Dare "colpa" di certe scelte al sig. Brazzale non è solo ingiusto, è assurdo. Ognuno di noi vive un tempo e in quello deve cercare di mettere a frutto il proprio essere.
    Imprenditore è anche un istinto, è anche un modo di vedere le cose come possibile relazione fruttuosa.
    Però quelle cifre dicevano anche qualcosa che, per quanto apprezzabile, il signor Brazzale non riusciva, nel suo brillante intervento, ad integrare mentre Gulli, nel suo modo più romantico, faceva pensare che le aveva intuite, capite e fatte sue.
    Di certo, questo non chiude la questione. Più domande che risposte, questo è certo, ma dava il senso di un'Italia sensazionale, forse il solo posto al mondo dove domande del genere qualcuno - ancora, o forse già da ora - sa e vuole porle.
    Uno dei più bei dibattiti a cui abbia mai assistito.
    Grazie ancora, professore.

    RispondiElimina
  30. O.O.O.T. un dubbio mi rode da mesi. Nel suo bel libro Sergio Cesaratto dice che la banca concede prestiti ad capocchiam e poi, a scadenza prefissata, provvede a depositare la riserva obbligatoria, propria o prestata,che è una frazione (ora un centesimo) dei crediti erogati, presso la banca centrale. Lo stesso scrive Martin Wolf che auspica una riserva del 100% per far sì che la banca presti solo ciò che le viene dato in deposito. Anche Fabio Sdogati nelle proprie lezioni la spiega così. Un titolato commentatore del blog scrive invece che la riserva è riferita ai depositi, ovvero che depositi = riserva + crediti, e che quindi giustamente riserva al 100% equivale a zero crediti. Qualcuno mi illumina?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. La riserva è una quota percentuale dei depositi non dei crediti.

      Elimina
  31. In realtà la riserva frazionaria nasce dall'esigenza di permettere la mobilità di muovere i capitali depositati, tenendo conto di questi fattori: nella nostra quotidianità è molto ma molto difficile che qualcuno debba per forza usare tutti i propri soldi in contanti quando potrebbe fare lo stesso mediante trasferimenti fra banche (tua e della controparte), è assurdo limitare la capacità di crescita e velocità di circolazione della moneta con eccessive percentuali di riserva frazionaria.

    D = P + T + R

    D depositi P prestiti T titoli (obbligazionari) R riserve (oro e banconote/monete)

    se diciamo il coefficiente di riserva frazionaria k = R/D, quindi 1-k = (P+T)/D... viene naturale dire che Martin Wolf non allude a questo, ma all'idea che k = 50% (come a dire che il 100% di quanto prestato è perfettamente sostituibile con riserva contante)

    RispondiElimina
  32. Non ho purtroppo visto il dibattito degli imprenditori al goofy6.
    La contrapposizione tra i 2 imprenditori, l'avv. Brazzale e l'imprenditore di sinistra, a giudicare dalla lettera di quest'ultimo, mi sembra essere relativa alla definizione di "made in Italy", quindi relativa a una convenzione: se un determinato prodotto possa, secondo regole condivise convenzionalmente, essere definito o meno prodotto "made in Italy".
    Nella sostanza i 2 imprenditori penso convergano sulla necessita' di un ritorno alla valuta nazionale.

    RispondiElimina
  33. Auguri Prof!! Semplicemente GRAZIE.

    RispondiElimina
  34. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

    RispondiElimina
  35. Buongiorno,
    innanzitutto grazie per la bella possibilità che il blog ci offre di scambiare e condividere le riflessioni intorno a tematiche cosi importanti.
    La lettura di questa lettera evoca in me, musicista e letterata, subito una rimembranza potente. Baldassare Castiglione, all’epoca del nostro Rinascimento ( forse l’epoca di più lucida autocoscienza che il popolo italiano abbia mai avuto) dice:
    « Trovo una regula universalissima, la qual mi par valer circa questo in tutte le cose umane che si facciano o dicano più che alcun altra: e cioè fuggir quanto più si po, e come un asperissimo e pericoloso scoglio, la affettazione; e, per dir forse una nova parola, usar in ogni cosa una certa sprezzatura, che nasconda l’arte e dimostri ciò, che si fa e dice, venir fatto senza fatica e quasi senza pensarvi… Da questo credo io che derivi assai la grazia: perché delle cose rare e ben fatte ognun sa la difficultà, onde in esse la facilità genera grandissima maraviglia; e per lo contrario il sforzare e, come si dice, tirar per i capegli dà somma disgrazia e fa estimar poco ogni cosa, per grande ch’ella si sia. Però si po dire quella essere vera arte, che non pare essere arte; né più in altro si ha da poner studio che nella nasconderla: perché, se è scoperta, leva in tutto il credito e fa l’omo poco estimato ».
    Una naturalezza elegante e raffinata che cela l’arte o che fa dell’arte una forma di rivelazione della natura. Il Belcanto è nato il Italia, non a caso. Tutti gli aspetti dell’esistenza sono visti “sub specie artis”, il bello è il buono. Nessuna scissione tra funzione e forma.
    Mi pare dunque che il made in Italy non sia un marchio, ma uno stile, cioè quella qualità specifica, quella forma particolare e unica, quella narrazione che l’orizzonte di senso condiviso dagli italiani si da fin dalla sua origine nella sua creazione e nella sua produzione. Il nostro stile è la nostra identità. Il nostro stile è garante del nostro senso. E’ il nostro bene comune, condiviso. E in questo siamo i più grandi eredi dei classici: greci e latini. Questa “regula universalissima che vale per tutte le cose umane” è la regola dell’equilibrio (Pericle, Vitruvio, Leonardo...). L’umano, è allora il nostro orizzonte di senso. Non l’artificio, non il concettuale, ma l’umano, compreso nella sue contraddizioni, nel suo chiaro-scuro. Penso a Dante, alla nostra pittura, e al vino che produce mio padre sulle colline dell’Abruzzo e mi dico che la nostra capacità particolare è proprio quella di equilibrare gli opposti, di comporre gli elementi discordanti, di armonizzare le contraddizioni, non di cancellarle né di esasperarle manicheisticamente. Di qui la nostra bellissima Costituzione. Di qui il successo e la “maraviglia” “universale” suscitati dal made in Italy nel mondo.
    Oggi, lo stile oramai dominante e globalizzato dell’ordo-liberalismo (che non è neanche uno stile) ha cancellato ogni dialettica (forma-contenuto...) per rimpiazzarla con un vuoto dove la sola domanda che risuona è “quanto ci guadagno?”, allontanandoci, nella feroce compulsione del suo pseudo-movimento, dal nostro naturale orizzonte di senso, dalla nsotra sensibilità per l’umano (la Pietas).
    Credo che la tragica umiliazione subita dalla Grecia (della cui gravità ho preso veramente atto durante la conferenza di goofy6) sia per noi italiani (proprio in quanto eredi principali di tale civiltà) un monito urgente, come anche l’esortazione contenuta in questa bella lettera, a che il nostro “saper fare” sia testimonianza, oggi più che mai, del nostro particolare, bellissimo, orizzonte di senso.
    Scusate se mi sono dilungata troppo, ma la sintesi verbale non è il mio forte!

    RispondiElimina
  36. Buon Compleanno, Prof. e ben tornati

    (Alessandra/Cassandra da Firenze)

    RispondiElimina

Tutti i commenti sono soggetti a moderazione.