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martedì 7 novembre 2017

C'era una volta la favola...



(...come forse saprete, e questa è la prefazione...)


C’era una volta... – Una regina! – diranno subito i miei lettori, per evitare gli strali del politicamente corretto, che trafiggerebbero senza remissione chi, cedendo a un impulso sessista, avesse d’istinto pensato al più classico “re”. No, cari amici: c’era una volta la favola, “breve vicenda il cui fine è far comprendere in modo piano una verità morale” (come riporta Google...). Ecco: questa era la favola. Si sapeva cosa fosse, si sapeva a cosa servisse: a proporre (e se del caso imporre) al destinatario una “verità morale”, che poi significa: a decidere chi fosse buono (e meritasse una ricompensa) e chi fosse cattivo (e meritasse un castigo). I genitori, o i nonni (e, naturalmente, le nonne) raccontavano favole ai bambini per farli diventare “buoni” proponendo loro esempi “virtuosi”, o almeno per farli addormentare cullandoli con la nenia di un resoconto confortevole nella sua prevedibilità. Due obiettivi (ammansire o addormentare) che, per chi gestisce il potere a qualsiasi livello (dalla famiglia all’impero), sono sostanzialmente equivalenti: entrambi assicurano che il manovratore non venga disturbato.

C’era una volta la favola, e oggi non c’è più.

Come genere letterario, difficilmente potrebbe aver successo presso il raffinato e disincantato pubblico odierno, che così tante rivoluzioni culturali (dal ’68 in giù) hanno istruito a ostentare insofferenza verso il principio di autorità e verso il buon senso. Come strumento di gestione della vita familiare, è stata soppiantata da dispositivi che il progresso tecnico rende accessibili anche ai meno abbienti (la televisione prima, poi i videogiochi, ora gli smartphone). Il progresso miete vittime, e fra queste, lo capite bene, miei cari lettori, era destino si trovasse questo relitto di un passato patriarcale, questo residuo di un mondo permeato di facile moralismo. In un mondo di persone che la sanno lunga, a cui non la si fa, perché sono istruite, leggono i giornali, e i libri consigliati dai giornali, la favola doveva soccombere.

Questo in apparenza.

La realtà è un’altra: la favola oggi, dall’essere una delle possibili dimensioni narrative, con dignità pari, o forse lievemente inferiore, a quella di tante altre (il romanzo, la novella, il poema, ...) è diventata la dimensione narrativa par excellence, il genere letterario egemone, rinascendo dalle proprie ceneri con identica struttura (un buono, un cattivo, una ricompensa, una punizione), ma nome diverso: narrazione, o, addirittura, narrativa. Sostantivo, questo, che in italiano indica un genere letterario (contrapposto a saggistica), ma che nel linguaggio cialtrone dei nostri operatori informativi ricorre come traduzione maccheronica dell’inglese “narrative”: sostantivo che significa “racconto”, e che, nelle lande anglofone ha sostituito il più esplicito “(fairy) tale”, così come da noi, col consueto ritardo di fase, di per sé indice di una spaventosa subalternità culturale, “narrazione” ha sostituito “favola” (o “storia”).

La saggezza profonda dell’etimologia pone questo scarto lessicale in una prospettiva interessante. Favola viene dal latino fari, parlare: l’adulto parla all’infante, dove l’in-fante è, appunto quello che (ancora) non parla. Narrazione ha la sua radice in gnarus, l’esperto, che parla all’ignarus, l’inesperto. Con questa evoluzione (se possiamo considerarla tale) la legittimazione della voce recitante compie un salto di qualità: nella favola esprime il normale avvicendarsi di fasi dell’esistenza (chi non parla, parlerà: e racconterà favole), nella narrazione cristallizza uno status (chi è arrivato inesperto – di economia, di bioetica, di geopolitica – all’età adulta difficilmente potrà evolvere ad esperto: e continuerà ad ascoltare narrazioni).

La narrazione si presenta così, in primo luogo, come tirannide degli esperti: è una favola che impera sulla nostra esistenza, ne detta gli obiettivi, ne definisce gli ambiti, ne struttura i valori morali, ne circoscrive – sterilizzandola – la dialettica politica. Esopo è morto, Fedro pure, e Lafontaine non si sente molto bene: eppure, mai come oggi la cicala e la formica ammiccano dai titoli di qualsiasi quotidiano, erigendo il recinto all’interno del quale il dibattito sulle sorti di interi paesi deve svolgersi (per insondabile e insindacabile decisione dello gnarus), e assegnando in modo tanto perentorio e schematico quanto subliminale torti e ragioni in vicende complesse; vicende che una volta, prima di emanciparsi al grido di “vietato vietare”, i cosiddetti intellettuali cosiddetti progressisti si sarebbero guardati bene dall’affrontare in termini così intellettualmente sciatti, così pericolosamente semplicistici. Una vittima, il progresso, l’ha fatta, ma non è la favola: è, in tutta evidenza, il senso critico degli intellettuali progressisti, che vicende impossibili da riassumere in questo breve scritto introduttivo hanno spinto lungo una ripida china e scivolosa china, che dal materialismo storico li ha condotti al moralismo isterico.

La narrazione è appunto la traduzione in prassi del moralismo, di quella strana degenerazione ideologica, assolutamente bipartisan, che brandisce come un’arma una visione unilaterale delle relazioni umane, a partire da quelle economiche, con il risultato (se non con l’intenzione) di presentare come unici colpevoli del proprio destino gli sconfitti di un sistema economico tanto instabile quanto ingiusto. Nel mondo naturale la cicala può essere tale, sulle fronde, a prescindere dall’esistenza di un formicaio fra le radici dell’albero. Il mondo sociale, economico, è un pochino diverso: non si può essere il debitore-cicala di nessun creditore-formica. Ogni debito è necessariamente un credito, e quindi un cattivo debito è in re ipsa un cattivo credito. In economia, come ora anche gli economisti più ottusi e i giornalisti più cialtroni sono costretti ad ammettere, il torto (se tale è) di essere cicala non può essere addossato a una sola parte: a debitore imprudente corrisponde creditore irresponsabile, e la logica liberale, di mercato, invocata dai moralisti esigerebbe che entrambi venissero sanzionati. Ma, appunto, la narrazione (cioè la favola) ha questo, fra i suoi assi portanti: quello di ricondurre i processi sociali e politici a una rappresentazione naturalistica, non solo nel senso più immediato (quello dell’uso di metafore provenienti dal mondo animale: cicale, formiche, falchi, colombe, porci – i famigerati PIGS...), ma anche in senso epistemologico. Il suo scopo, cosciente o meno, è quello di depurare il racconto di fatti sociali dalla loro dimensione politica, cioè di escluderli a priori dal dominio delle possibili scelte collettive (in particolare, di quelle democraticamente espresse), riconducendoli a una preordinata assegnazione di torti e ragioni, di cui la politica deve semplicemente prendere atto. Il debitore è cattivo, quindi il creditore è buono: il primo va punito, il secondo tutelato, e la narrazione oblitera qualsiasi riflessione sulla sostenibilità (politica, sociale, ambientale) di questo capitalismo “testa vinco io, croce perdi tu”.

Col vostro permesso mi concederò da qui in avanti il vezzo di resistere alle mode, una frivolezza che spero mi perdoniate, e di chiamare le cose col loro nome: consentitemi quindi di chiamare la narrazione (o narrativa) col suo nome: favola. Una innocua operazione di chiarezza che ci aiuterà a orientarci.

L’egemonia della favola nella prassi dei mezzi di comunicazione non è un dato accidentale, ma la conseguenza necessaria dell’involuzione paternalistica subita dalla dialettica politica, nel nostro come negli altri paesi “avanzati”. Un’involuzione, a sua volta, correlata allo sbilanciamento dei rapporti di forza a svantaggio delle classi lavoratrici, con l’affermarsi del governo dei ricchi, di quella che l’autore ha scelto di definire plutocrazia, recuperando un termine logorato da un certo uso propagandistico. Se dagli operatori informativi ormai ci sentiamo raccontare sempre e solo favole, è perché la classe dominante è riuscita ad imporre l’idea che lo Stato, “che è come una famiglia”, deve essere guidato dallo gnarus di turno (il “tecnico”), che sa qual è la cosa giusta da fare, e quindi deve procedere, incurante del consenso popolare (cioè della democrazia), esattamente come il buon padre di famiglia deve, in molte circostanze, ignorare le bizze del fanciullino riottoso, corredando la fermezza nel somministrare la giusta (?) punizione con un più o meno ipocrita “fa più male a me che a te” (ricorderete le lacrimucce di una nota riformatrice...). Naturalmente, se lo gnarus può praticare, o addirittura ostentare, disprezzo verso la volontà del popolo sovrano, se può proporsi come obiettivo quello di fare il bene (?) del popolo contro la volontà di quest’ultimo, è perché trae da altro la sua legittimazione: appunto, dal potere economico che di certe prassi di governo, e di certe favole, è il più immediato beneficiario.

Ci sarà pure un motivo se, dopo decenni di riforme che dovevano fare gli interessi della maggioranza (spesso contro la sua volontà), a partire dal divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia del 1981 (che doveva tutelare i meno abbienti dall’inflazione “che erode il loro potere d’acquisto”), e passando per le varie riforme del mercato del lavoro “che faciliteranno l’inserimento dei giovani”, e naturalmente per l’entrata nell’euro “che ci avrebbe protetto”, disuguaglianza, disoccupazione e fragilità finanziaria in Italia hanno raggiunto livelli precedentemente impensabili! In effetti, per chi analizzi i fenomeni economici partendo dai dati, e in particolare per chi si ponga, come chi scrive, in un’ottica di lungo periodo, la domanda che sorge spontanea è proprio come sia possibile che un simile degrado delle condizioni di reddito relativo e assoluto sia politicamente sostenibile, come sia possibile che gli elettori non si ribellino a un sistema nel quale i sacrifici, le lacrime e sangue ritualmente chieste dai governanti, oltre a palesarsi regolarmente come inutili, sono così ingiustamente distribuite. La risposta, naturalmente, è nella favola che i media ci raccontano, una favola che poggia sulla rappresentazione di un perenne stato di urgenza, su quella crisi perpetua che i governanti ci assicurano di voler risolvere, ma che in realtà, come il testo di cui ci occupiamo lucidamente mostra, alimentano, almeno in termini narrativi, perché in essa trovano il più efficace strumento di dominio.

Ecco: questo testo, caro lettore, ti insegnerà (se vorrai impararlo) in che modo i media attivamente contribuiscano a rendere accettabili le ingiustizie, come costruiscano la favola che circuisce l’ignarus, quali corde archetipiche vadano a toccare per aggirare lo spirito critico del pubblico, quali strumenti retorici usino per persuadere i dubbiosi, a quali strumenti dialettici ricorrano per neutralizzare gli interlocutori evitando scrupolosamente di entrare nel merito delle loro obiezioni. In questo senso, porrei questo testo in una ideale linea di continuità con Gli stregoni della notizia di Marcello Foa e con La fabbrica del falso di Vladimiro Giacché: due testi che, a vario livello, si pongono il problema di come il sistema dei media sia diventato, oggi, un effettivo ostacolo per l’esercizio della sovranità democratica, e questo certo non per cattiveria d’animo, ma per quella ovvia subalternità rispetto a chi lo finanzia, della quale, ex multis, si era già occupato Gramsci, quando ricordava all’operaio che “il giornale borghese è uno strumento di lotta mosso da interessi che sono in contrasto coi suoi”. Che gli interessi particolari esistano, e che chi li incarna cerchi di difenderli, si chiama lotta di classe, e non è una teoria del complotto: è il sale della storia. La democrazia, il governo del popolo, si fa plutocrazia, governo dei ricchi, perché il mondo del popolo è una rappresentazione dei ricchi: chi ha in pugno i media costruisce il racconto della realtà a propria immagine e somiglianza. Non a caso in questi giorni di autunno girano per Roma le camionette di un’università per ricchi a pubblicizzare corsi di “giornalismo narrativo”! Le decisioni della maggioranza sono così condizionate da una visione del mondo che una minoranza forgia nel proprio esclusivo interesse. Un interesse, aggiungo, a priori lecito, al pari di quello della maggioranza, ma che sovverte la dialettica democratica nel momento in cui si rivela particolarmente difficile da disciplinare con meccanismi di controllo e di bilanciamento.

Se ne Gli stregoni della notizia il giornalista Foa si poneva in una prospettiva di tecnica della comunicazione, smascherando i principali accorgimenti usati dai narratori (gli spin doctor), se ne La fabbrica del falso l’economista Giacché smontava la favola riscontrandone nei dati la falsità, troppo sistematica per non essere intenzionale, in questo testo l’autore fa un lavoro in qualche modo preliminare: quello di ricondurre la favola ai suoi elementi costitutivi essenziali: trama, retorica e personaggi. Questo lavoro di decostruzione è prezioso, perché permette al lettore di individuare la favola, insomma: di capire, senza ricorrere a competenze specifiche, quando chi gli parla lo sta prendendo in giro (magari involontariamente, per mero spirito gregario rispetto alle linee tracciate dalla grande stampa internazionale). I meccanismi narrativi sono, prima e più dei contenuti, il suggello della falsità di quanto viene narrato, e la logica elementare, in modo più efficace di qualsiasi sofisticato bagaglio culturale, basta a diffidare della favola. Non occorre un Nobel in biologia per capire che le cicale non parlano (soprattutto, non con le formiche!), e non occorre un dottorato in economia per capire che i tagli dei redditi individuali (pensioni, salari) non fanno crescere il reddito aggregato. Resta da capire quindi perché molti, anche intelligenti, anche (anzi: soprattutto) colti, credano a simili favole, e se ne facciano ecolalici divulgatori, amplificando, con la loro auctoritas più o meno fondata e riconosciuta di intellettuali, il messaggio che il potere, quel potere che loro per lo più osteggiano a parole, ma del quale si fanno strumenti nei fatti, vuole diffondere. E anche su questo punto, sul quale tanti si sono esercitati, il testo offre prospettive interessanti.

Decenni di politiche articolate sull’uso di disoccupazione e disuguaglianza come strumenti di disciplina delle rivendicazioni salariali hanno consegnato gli stati a potentati economici il cui più immediato assillo è evitare che la democrazia funzioni, che la maggioranza eserciti il diritto di tutelare i propri interessi. La favola è viva, e lotta insieme a loro. Possa questo testo aiutare gli oppressi a emanciparsi, riappropriandosi, come primo necessario passo di un percorso di lotta, della capacità di raccontare il mondo con un linguaggio autonomo da quello degli oppressori.


(...poi ci sarebbe quest'altro dettaglio, e di posti a prezzo scontato ne sono rimasti drammaticamente pochi: suggerirei di non far correre la voce, e rassicuro i miei congeneri: avranno anch'essi la loro parte...)

30 commenti:

  1. Ottima prefazione, per questo natale so cosa regalare (e regalarmi). Perché le persone (specialmente colte) rifiutano di svegliarsi e di prendere coscienza di questo terribile sistema?

    Pigrizia mentale e conformismo a parte, per me accade così perché realizzare di essere stati ingannati per tutto questo tempo e di aver parteggiato per i propri aguzzini per molti è un colpo troppo duro da accettare. La vergogna, lo sbigottimento e la delusione sarebbero talmente grandi da far preferire anche a livello subconscio (come un istinto di sopravvivenza impazzito) le fesserie palesi che ci propinano i mass media. Specialmente per chi è colto e si ritiene più "intelligente" dell'uomo comune.

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  2. Fantastico post e libro da leggere assolutamente.

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  3. Per non dire delle banalità, mi limito ad una considerazione: i temi sollecitati da questo "post" meriterebbero un seminario o in alternativa un lungo, lunghissimo pomeriggio in un'osteria, dove oltre al vino ci sia anche del cibo, di modo che la discussione possa inoltrarsi senza interruzioni verso la sera e la notte.
    Per non sembrare un vecchio gucciniano, faccio un esempio: come controraccontare il mondo in un mondo dominato da un racconto, quando il dominio va inteso in senso letterale? In questa dimensione, Debord ha fornito alcuni strumenti analitici, ma nessun strumento d'intervento sulla realtà, a parte alcuni generosi quanto velleitari tentativi. La riflessione sul tema rimane sia aperta che urgente.
    Pertanto, mi limito ad esprimerle il mio più sincero apprezzamento per gli stimoli che, come sempre, ricevo dalla lettura dei suoi interventi.

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  4. La splendida prefazione, fatta dal prof.Bagnai, del libro "La crisi narrata" del Pedante,vale già da sola il prezzo del testo, che si preannuncia,peraltro, molto utile ed interessante.
    Personalmente mi sento costretto non solo ad aquistarlo,ma anche... a leggerlo con grande attenzione.
    Ne varrà sicuramente la pena!

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  5. Rinnovate congratulazioni all'autore del libro, già via Twitter, che - lo sappiamo! - #noneBagnainoneBagnai.

    E all'autore della densissima prefazione, che - abbiamo capito - #noneilPedantenoneilPedante.

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    1. Ma Charlie Brown, se non è Bagnai, perché Bagnai è se stesso e non è Charlie Brown, potrebbe essere il pedante?
      Il mistero si infittisce..

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  6. Ottima prefazione, sicuramente all'altezza del testo. E viceversa.
    Faccio solo un'osservazione semantica. Il sostantivo "narrazione" è uno di quelli in cui spicca la natura di mero derivato del verbo. Comunica infatti, come il verbo, il senso dell'azione reiterata, del fluire continuo, dell'incedere ininterrotto. Pertanto, la traduzione con "favola" o "storia" non mi pare perfettamente calzante. Troverei più coerente con quanto volevi esprimere il termine "affabulazione": nel senso di favoleggiare, rappresentare in forma di favola, con una lieve connotazione negativa, come di un tentativo manifesto di persuadere, sedurre e disorientare l'interlocutore...

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    1. La prossima prefazione la scrivi tu. Nel frattempo, anche in assenza di disegnini, prova a fare uno sforzino in più, dai...

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  7. Gran bel lavoro; organizza le tematiche centrali di Goofynomics in un testo unico, breve e omogeneo, collegandole fra loro e contestualizzandole rispetto ai tratti salienti dei processi storici in atto (come per esempio qui: "Una vittima, il progresso, l’ha fatta, ma non è la favola: è, in tutta evidenza, il senso critico degli intellettuali progressisti, che vicende impossibili da riassumere in questo breve scritto introduttivo hanno spinto lungo una ripida china e scivolosa china, che dal materialismo storico li ha condotti al moralismo isterico.")

    Io lo metterei nella sezione "Per cominciare", sicché ai nuovi lettori del blog sia più facile arrivare anche sul blog de Il Pedante.

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    1. Ma a questo punto ha senso dirsi progressisti?

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  8. C' è una favola o una balla che gira di questi tempi nel nostro paese, forse è il falso più falso che io abbia sentito negli ultimi anni e non c' è uno straccio di supporto nemmeno a spanne che in qualche modo dia conto dei 140 miliardi di aggravio che secondo Tito Boeri costerebbe il blocco dell' età pensionabile a 67 anni. Dice infatti Boeri che da qui al 2040, se non si effettuasse l'adeguamento a 67 anni ora ma nel 2021, si avrebbero complessivamente 140 miliardi di maggiori costi per il sistema previdenziale.
    Ho fatto dei calcoli a spanne, tra 2015 e 2016, l' aumento dell' età pensionabile ha ridotto le nuove pensioni da 145.000 a 95.000 circa, ovvero 50.000 in meno per anno, quindi tra 2018 e 2021, con la stessa dinamica avremmo 150.000 pensionati in meno con un risparmio di 150.000 x 15.000 euro medi= 2,25 miliardi lordi pari a circa 1,8 miliardi al netto delle tasse. Ammesso e non concesso, dato che la speranza di vita tende a stabilizzarsi nel tempo, che detta dinamica sia stabile per i prossimi 20 anni (faccio presente che a 6 mesi annui di aumento di speranza di vita, dopo 20 anni saremmo a 78 anni di età pensionabile) ci troveremmo in presenza di risparmi netti pari a 1,8 x 20 = 36 miliardi netti di risparmi, ovvero, nel caso in cui ciò non avvenisse, di aggravio di spesa di 36 miliardi non di 140 miliardi come dice Boeri e solo ipotetici.

    Ma se una persona va in pensione, ce ne dovrebbe essere almeno una che viene impiegata a parità di occupazione e come pagava i contributi colui che va in pensione, tali contributi dovrebbero essere pagati da chi viene assunto a meno che chi dovrebbe andare in pensione non ci vada (parlo dei 50.000 annui), continuando a pagare i contributi. Perciò sul fronte delle entrate contributive non dovrebbe cambiare nulla, restandoquel risparmio netto.
    Però quei 50.000 in più che andassero in pensione, aprirebbero almeno 50.000 nuovi posti di lavoro annui o sbaglio e consumerebbero, pagando tasse dirette ed indirette.
    Alla fine quale sarebbe realmente il vantaggio di non mandare in pensione quelle persone?

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    1. Il vantaggio "morale" di mentire sapendo di mentire sapendo di non poter essere tanto facilmente sbugiardato (Boeri o un altro è lo stesso) perché i merdia stanno dalla parte si chi li nutre - e pertanto quasi nessuna contronarrazione può sbugiardare la sua e loro narrazione, perché essi merdia fanno da barriera protettiva.


      Il vantaggio di poter esercitare il potere - a questo punto, anche dovesse, il potente, pagar di tasca propria tale privilegio.

      Il potere di tenere in mano le altrui vite, in definitiva.

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    2. Io che non sono un economista, chiedo sempre agli illuminati interlocutori quanta ricchezza abbia prodotto in media un lavoratore da trent'anni a questa parte. Nel racconto, noi lavoratori siamo sempre e solo un costo.

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    3. "Alla fine quale sarebbe realmente il vantaggio di non mandare in pensione quelle persone?"

      L'aumento dell'età pensionabile, per quanto poco importante in termini di risparmio assoluto (il sistema pensionistico italiano è il più sostenibile d'Europa), risulta tuttavia un tassello essenziale del puzzle per assicurare la continuità delle politiche del 'vincolo esterno'.
      Quando si espone (come ieri) in maniera apparentemente irrituale la BDI, c'è semprena ragione profonda.

      Nella fase storica in cui viviamo:

      1) la crescita del PIL risulta al più asfittica;

      2) il numero totale di ULA (Unità di Lavoro Annue) e' anch'esso stabile e cresce in maniera ormai infinitesima e solo in proporzione del minuscolo residuo di spesa pubblica in deficit che ancora ci e' concesso (legge di Okun);

      3) il Governo prevede nei documenti programmatici ufficiali verso EU (nel quadro del vincolo esterno) l'arrivo di 300.000 nuovi immigrati ogni anno.

      Ora mettiamoci nei panni dei principali beneficiari delle politiche del 'vincolo esterno' (creditori esteri).

      Per garantire l'abnorme credito cumulato e per ricevere gli interessi annuali (indicativamente 50-70 miliardi) devono estrarre valore dal sistema Italia senza che collassi (cioè mantenere il PIL all'incirca stabile) sapendo a priori che la produttività non potrà che peggiorare e che il valore estratto non potrà che venire dalla quota salari (da cui la legalizzazione del lavoro semi-schiavile).

      In sostanziale costanza di spesa (e gettito fiscale, i.e. pareggio di bilancio) occorre quindi riassegnare le risorse fissate (dal vincolo esterno) per sussidiare la permanenza dell'esercito industriale di riserva (che senza cittadinanza non vota ma necessita dei mezzi minimi di sussistenza) e per tenere al guinzaglio la massa di giovani (vecchi e nuovi, con i nuovi che entrano nella forza lavoro al ritmo di circa 450.000 ogni anno) e di sotto-occupati cronici (che si cerca di far astenere dal voto), destinati tutti insieme e senza distinzioni a sviluppare solo qualche frazione di ULA l'anno, per giunta remunerata sempre meno.

      Ora teniamo anche conto che le circa 500.000 anime che lasciano ogni anno la valle di lacrime chiamata Italia risultano in gran parte pensionati.

      Se il monte pensioni rimane quindi sostanzialmente stabile, se mezzo milione di pensioni l'anno cessano più o meno naturalmente (i tagli della spesa sanitaria poi qualche anima in più se la portano via), se le ULA oggetto di deflazione salariale (per estrarre più valore) rimangono stabili, è ovvio che finchè si bloccano le nuove pensioni ci saranno risorse relativamente abbondanti da riassegnare ai sussidi.

      P.S. Una ULA corrisponde a circa 1620 ore l'anno (cioè ore lavorabili al netto di sabati, domeniche, festività locali e nazionali, malattia, ferie ed assenteismo medio). Con l'introduzione dei nuovi contratti di lavoro semi-schiavile (le cose sono abituato a chiamarle col loro nome) credo che in futuro la ULA effettiva tenderà a più di 2500 ore, che e' anche un altro modo di misurare la rincorsa verso la schiavitù.

      Questo è il mio primo commento da socio di asimmetrie e devo dire che mi sento più responsabile ma anche contento.

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    4. Bah di falsita nei sentiamo tutti I giorni e Boeri è stato mandato lì per questo (ha la faccia tosta di dire che l´italia ha l´età pensionabile più bassa d´europa). Per il resto è evidente che il vantaggio c´è solo se si incrementa l´occupazione (più contributi versati più pensioni pagate)...e del resto il buco dei conti inpdap si spiega bene con il turnover imposto dal 2008 in poi....
      Se al contempo si fa poi deflazione salariale è ovvio che I contributi versati saranno sempre più piccoli mettendo sotto stress il sistema pensionistico (che al contempo subirà anche gli effetti in termini di deflazionede della riduzione degli stipendi).
      Lo scopo di Boeri mi sembra quello di creare un bel mercato di pensioni integrative ...ci ricorda ad ogni piè sospinto di esser preoccupato per I poveri pensionati futuri che non ricorrono all´integrativa (con quali redditi poi?) ma non si preoccupa dei.milioni di disoccupati che una pensione non ce l´avranno proprio...del resto basta guardare il curriculum....

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    5. @Luca

      Welcome on board. Prossimo appuntamento, l'inaugurazione della sede (a dicembre), o forse il #goofy6...

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    6. @Luca mi fa piacere il tuo profilo.

      Interessanti osservazioni che seguo in modo qualitativo e su cui concordo anche se non in profondità a livello di dettagli.
      Dico solo che il sistema oltre che essere un affare per lo Stato, vedi articolo di Alberto, e uno dei più sostenibili, è anche il più tartassato come tasse, e soprattutto il dato spacciato in ogni statistica, di oltre il 15% del PIL e così confrontato con analoghi dati europei e mondiali è un falso clamoroso in quanto il dato reale, confrontabile con quello degli altri paesi è uno dei più bassi d' Europa, al netto di assistenza e tasse siamo intorno al 10,5% del PIL e ed è vergognoso il fatto che venga supinamente accettato dal sindacato, non dico dalla politica che ovviamente se ne avvantaggia per pescare risorse senza problemi, come può sperimentare sia chi è in pensione sia chi deve andarci.
      @Jackari, concordando, ricordo che ridurre i livelli salariali, le garanzie occupazionali oltre che rendere impossibile avere una pensione decente, sta creando la guerra generazionale su cui si innestano le balle che circolano sui media e su cui il martedì si fanno intere trasmissioni sull' argomento piene di banalità e con la presenza di "espertoni interessati".
      Ma tutto ciò è materia ampia e dettagliata che affrontiamo da anni su questo blog.
      @a perfect world; a parte la ricchezza prodotta da un lavoratore, sarebbe interessante sapere quanta ricchezza abbia messo da parte e versata in contributi all' INPS al tasso di interesse composto in 40 anni di versamenti (parlo di chi ha avuto la fortuna di farlo fino al 2008). Io questo conto lo feci per me e potevo comprarmi due appartamenti a Roma da 100 mq nel momento della pensione in zona semicentrale.
      Certo oggi è cosa rara poterlo fare, ma arriveremo anche al momento cruciale in cui saremo additati come affamatori e come invocato da Barbapapà, arriverà la Troika a rimettere in "ordine" l' Italia e le pensioni in particolare; d' altronde a cosa sarebbe servito il vincolo esterno se non per questi scopi?
      @Adriana, è il motivo per cui siamo qui e perchè ormai vediamo solo film, programmi di musica rock su RAI 5 e documentari naturalistici sulla vita degli animali e delle piante; il resto ci farebbe vomitare.

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  9. Proprio sulle pensioni oggi su radio 1 ,alle 18 ho sentito una rappresentazione sceneggiata della favola di boeri.La conduttrice del programma ,che faceva la parte della persona comune arrabbiata e il giornalista del "sola 24"che impersonava lo "gnarus"che commentava la "narrazione" fatta da un super "esperto",un alto papavero della Banca d' Italia ad una commissione parlamentare . http://www.italiasottoinchiesta.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-5dff3f4d-8d34-4f2b-b954-72341d776df7.html

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  10. Quindi alla fin fine tenerci al lavoro serve solo per aumentare la disoccupazione nonché ricattabilita dei giovani?

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  11. Bella notizia questa nuova pubblicazione: nel mio piccolo, farò tutto il possibile per promuoverne la divulgazione.

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  12. Rispondo al suo appello su twitter (che non ho), per cui non c'entra niente con il post:

    - come utenza privata mi trovo bene con Fastweb, sia fisso che mobile: solitamente si riesce a parlare con un operatore;
    - alcuni amici che fanno i rappresentanti usano da anni Vodafone (che però costa mediamente un po' di più della concorrenza).

    In bocca al lupo!

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  13. La favola si adatta sempre e gira benissimo ogni frittata:

    l'ultima (vera) è che se racconti la vicenda "Constancio-debito privato-2013" per svelare la favola dei giornalai del debbitobubbico, sei "establishment" perché (tenetevi forte) siccome Constancio è un cattivo dell'UE, non si crede a prescindere a quello che dice, SOPRATTUTTO se dice una cosa diversa dai giornalai del debbitobubbico. Perché i giornali sono...uhm...affidabili.

    Siamo arrivati al livello "inception", la favola nella favola. La prioiezione virtuale dell'idiozia digitale. (semicit)

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    1. Sì, però cretini così solo a sinistra, suppongo! Sono gli stessi che "il cambio fisso aiuta il proletario (euro docet) perché se credi che i prezzi puliscano i mercati sei neoclassicobbbrutto...".

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  14. Il contemporaneo mito di €uropa.

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  15. La frivolezza ė un'arte. E chi la persegue ė un animo nobile.

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  16. Mi chiedevo se comportamenti del genere:

    http://www.independent.co.uk/news/world/maggie-raworth-harassment-9news-australia-reporter-tv-live-broadcast-man-a8043481.html

    sono effetto delle favole raccontate dai giornalisti visto che tali comportamenti pare siano all'ordine del giorno. Me lo sono chiesto quando l'aggressore chiede: 'Hai incontrato un giornalista onesto?'. Ovviamente questa è l'unica frase che non è stata trascritta nei siti stranieri né tantomeno tradotta in sovraimpressione da Repubblica che pure riporta il video.

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  17. A me pare ci sia un'asticella virtuale dell'età pensionabile a livello mondiale che non so dove vi sia l'intenzione di posizionarla progressivamente che i pensionandi di tutto il mondo stanno rincorrendo. L'unica ipotesi plausibile è che vi siano delle pressioni perché la pensione pubblica ovunque nel mondo venga soppressa. Magari mi sbaglio

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  18. Un po' come quando, nella vita, si incontrano delle gnarae che ti vogliono così bene, ma così bene che, per il tuo bene, ti fanno star male...

    (E, per chiudere in bellezza il proprio segmento chiamato vita, ci si sposa la propria madre)

    Comunque, in riferimento a: « quello di ricondurre i processi sociali e politici a una rappresentazione naturalistica »

    Ricordiamo: « I frame sono schemi di interpretazione all'interno dei quali i quotidiani inquadrano le notizie. Anche l'attualità scientifica viene trattata in questo modo, offrendo al lettore una prospettiva con cui accostarsi all'argomento trattato »

    Non so se Foa lo citi:

    « Goffman ha messo in evidenza che la gente interpreta ciò che accade nel loro mondo attraverso il proprio “quadro primario”. Questo “quadro” [framework] è considerato primario” in quanto viene preso per scontato da chi riceve il messaggio. La sua utilità come quadro non dipende da altri quadri. Goffman afferma che esistono due distinzioni all'interno dei “quadri primari”: naturale e sociale. Entrambi giocano il ruolo di aiutare le persone a interpretare i dati. Cosicché le loro esperienze possono essere comprese in un contesto sociale più ampio. La differenza tra i due è funzionale. I “quadri naturali” identificano gli eventi come eventi fisici che letteralmente si verificano naturalmente e a cui non viene associata la responsabilità di forze sociali nella causazione degli eventi. I “quadri sociali” considerano gli eventi come fatti socialmente determinati, ossia a causa dell'arbitrio, degli obiettivi e delle manipolazioni da parte di altri attori sociali (persone). I “quadri sociali” sono costruiti sui quadri naturali. Questi quadri e i frame, le cornici, che costoro creano nella nostra comunicazione influenzano notevolmente il modo in cui i dati vengono interpretati, elaborati e comunicati. L'assunto sottostante di Goffman è che gli individui sono soggetti che subiscono questi “quadri” su base giornaliera. Che ne siano consapevoli o meno. »

    (È ripreso da un lavoro che sto facendo e la traduzione, purtroppo, è solo abbozzata)

    Insomma, in brevissimo: (1) epistemologia/etica, (2) paradigmi sulla "struttura" (pre/post-keynesiani), (3) sovrastrutture istituzionali e (4) falsa coscienza ideologica "spinnata" (narrazione propagandata) che va a condizionare (retroagendo "a cascata" 3,2,1) l'epistemologia stessa. <==> ermeneutica

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  19. Splendido insegnamento, tanto ottimo nella sostanza quanto perfetto nella forma.
    Specialmente la formula "[..] Ogni debito è necessariamente un credito, e quindi un cattivo debito è in re ipsa un cattivo credito. [...] a debitore imprudente corrisponde creditore irresponsabile [...]" è una lezione potente ed imperitura.
    Grazie, professore.

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  20. C'è solo un modo per uscire dalla favola (o narraFFione se più piace): smontare il linguaggio della favola, usato dalle élite plutocratiche (bel termine antico e solido), farne vedere la reale consistenza ed il suo significante e poi costruirne uno diverso che racconti la realtà su basi filosofiche diverse. Abbiamo bisogno di un nuovo dizionario per costruire una nuova società: se combatti il liberismo con i suoi termini (merito, competitività, progresso) o comunque accettandone la declinazione in senso etico-moralistico, hai già perso.
    Il Pedante ha aperto la strada, ma ancora molta è da fare.
    @lucacellai benvenuto nel club!

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