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venerdì 26 febbraio 2016

Il Lussemburgo e le riforme strutturali

Scusate, ho molto da fare e quindi vi filo poco. Verranno tempi migliori (del resto, se ho da fare un motivo c'è). Nel frattempo, vi fornisco come utile ripasso questa tabbbellina dal mio prossimo peiper (ovviamente pirreviued, che ve lo dico a ffa'):



Niente di particolarmente nuovo (per voi). Si tratta solo della crescita cumulata del PIL reale dal 2009 al 2015 nei principali paesi dell'Eurozona. L'Italia, come sapete, è stata superata, nel crollo, solo dalla Grecia (che si è ridotta di un terzo). Noi abbiamo perso circa il 7%, e ci siamo così trovati vicini al Portogallo (-6%) e a una insospettabile (per gli altri) Finlandia (-5%). Anche la Spagna, che quest'anno pare abbia fatto faville, non è tornata al livello del 2008 (sta ancora sotto del 3%), mentre ci è tornata pelo pelo la virtuosissima Olanda, che oggi sta dello 0.5% sopra ai valori pre-crisi. Spettacolare la performance del Lussemburgo, dovuta, come sapete, alle riforme strutturali.

Torno a lavorare, che di lavoro ce n'è molto...

martedì 23 febbraio 2016

L'euro è solo una moneta. Sbagliata.

(...qui la puntata precedente...)


Caro Alberto,
il Canada mancava all'appello e infatti... ti allego la loro risposta alla nostra richiesta di qualche punto % di aumento (perseguiamo l'obiettivo di Mr. Dragons di combattere la deflazione!:)
Da febbraio 2015 a febbraio di quest'anno, il cambio col dollaro canadese è passato da 1,42 a 1,54 CND x 1€ 
Un abbraccio
[uno de passaggio]
Da: Una canadese (ma non nel senso di una tenda)
Per:  Uno che se le pija in quel posto 
Data: Qualche giorno fa
Oggetto: PRICES
Hello Amico che te la piji in quel posto,

I am well thank you!

Hope all is well with you. I am concerned about the price increase.
At this time price adjustments may affect the demand of the products with the cdn currency at such a low we would not be able to absorb the cost.
 
In other words what I am requesting is that you forgoes imposing the price increase for 2016

Awaiting for your reply!

Best Regards,
Una canadese (ma non nel senso di una tenda)
(...non c'è che dire: l'euro è proprio un successo!...) 

lunedì 22 febbraio 2016

Condizionalità senza frontiere (quello che non dovevate sapere dei finanziamenti comunitari)

(...è uscito un libro che non dovete leggere. Si chiama Finanziamenti comunitari - Condizionalità senza frontiere. Lo ha scritto Romina Raponi e spiega come funzionano realmente i finanziamenti comunitari. Leggerlo nuoce gravemente alla salute. Gli effetti collaterali sono: esofagite, gastrite, insonnia, sindrome depressiva, problemi cardiovascolari. Io vi ho avvertito, voi fate come vi pare. Meglio conservarsi in salute, piuttosto che capire perché chi vi dice "eh, ma noi non riusciamo nemmeno a spendere i fondi europei!" è un perfetto imbecille. D'altra parte, quando non avevamo capito un cazzo, possiamo anche dircelo, stavamo tutti meglio... In ogni caso, quella che segue è la mia prefazione - così gli effetti collaterali li subite ugualmente!...)




“Ce lo chiede l’Europa!” Quante volte ce lo siamo sentiti dire, in questi ultimi anni? Col passare del tempo, però, la retorica patriottarda di questo ritornello (“siam pronti alla morte, l’Europa chiamò!”) si sta sgretolando. È la realtà a inseguire e raggiungere chi non sia stato già convinto per tempo dalle tante autorevoli analisi, come quella di Luciano Canfora (È l’Europa che ce lo chiede! Falso!, Laterza, 2013), o quella di Giandomenico Majone (Rethinking the unionof Europe post crisis, Cambridge University Press, 2014). Lo sfaldamento dei due pilastri della costruzione comunitaria (la libera circolazione dei capitali, cioè Maastricht, e la libera circolazione del lavoro, cioè Schengen) oppone ogni giorno all’esclamativo categorico del “ce lo chiede l’Europa!” una schiera di interrogativi: Europa chi? Europa come? Europa perché? Europa quando?

A scongiurare l’esercizio dello spirito critico interviene allora un grande classico della gestione paternalistica dei conflitti: il senso di colpa. “Ma come? Porre in questione l’Europa, proprio questa Europa che fa tanto per noi, con i suoi finanziamenti comunitari, quei finanziamenti che noi, Untermenschen, evidentemente non meritiamo, perché non siamo in grado nemmeno di spenderla, questa cuccagna, e sì che ci sarebbe preziosa per recuperare il nostro colpevole ritardo…”

Anche questo discorsetto lo avrete sentito fare, no?

Il libro di Romina Raponi viene molto opportunamente a colmare un vuoto. Mentre, come abbiamo visto, non mancavano analisi accurate dell’esclamativo categorico (“l’Europa chiamò!”), la favoletta deamicisiana (“Franti, tu uccidi l’Europa che ti eroga i finanziamenti comunitari!”) non era ancora stata oggetto di adeguato scrutinio scientifico. Non erano mancati, in testi più divulgativi come Non vale una lira di Mario Giordano (Mondadori, 2014), cenni di divertita (e documentata) insofferenza verso il mito dei finanziamenti comunitari, destinati ovunque (non solo in Italia) a scopi dalla logica non sempre immediatamente intelligibile. E non era mancata, nello stesso testo, e con sempre maggior frequenza nei media di regime, un’amara sottolineatura del fatto che in fondo noi non dovremmo sentirci in colpa con l’Europa, visto che in ogni caso siamo suoi contribuenti netti (ovvero, le versiamo, a spanna, oltre 5 miliardi in più di quanti ce ne ritornino).

Attenzione: quest’ultimo dato colpisce (come colpiscono gli aneddoti, meno estemporanei di quanto si creda, sulla curvatura dei cetrioli o sullo zoo per coccodrilli in Danimarca, oggetto della perfidia di Giordano), ma in fondo non dovrebbe sembrare anomalo. L’Italia è (o meglio, prima dell’euro, era) un paese relativamente avanzato nel consesso europeo, e sarebbe quindi stato del tutto fisiologico che, in un’ottica di comune e solidale percorso verso un radioso futuro, essa contribuisse in termini netti allo sviluppo degli altri paesi europei, quelli meno avanzati. Ecco, parliamo un po’ di solidarietà… Perché è proprio se si affronta il tema sotto questo profilo, come l’autrice fa con lucidità analitica e perizia documentale, che ci si rende conto che le cose stanno molto, ma molto peggio di come aneddoti e saldi (entrambi negativi) ce le dipingono.

In effetti, che l’Europa (?) non nasca sotto il segno della solidarietà a un economista dovrebbe essere immediatamente evidente. Ho chiarito nei miei scritti che questo orientamento traspare dalla scelta di articolare la politica di bilancio sul concetto di “convergenza” (intesa come rispetto di parametri di bilancio fissi), anziché di “integrazione”. Integrazione, in economia, significa in generale abbattimento dei costi di transazione. L’integrazione fiscale è quindi l’abbattimento dei costi di transazione (costi economici e politici) delle politiche di trasferimenti fra aree in espansione e aree in recessione, trasferimenti necessari per un equilibrato percorso di crescita comune. Penso sia chiaro anche ai non tecnici che costringere paesi diversi ad avere la stessa politica di bilancio (convergenza) è cosa ben diversa dal creare un meccanismo (un bilancio federale) che funga, come negli Stati Uniti, da “camera di compensazione” automatica degli squilibri macroeconomici fra enti federati (integrazione). Il primo approccio, e la crisi lo ha dimostrato, amplifica gli squilibri, anziché compensarli, perché obbliga a tagli chi si trova in crisi (le famose politiche procicliche o di austerità – che poi sono procicliche verso il basso, visto che se chi è in crisi deve tagliare, chi non lo è ben si guarda dallo spendere per contribuire alla crescita comune: altro chiaro segno di asimmetria e di mancanza di solidarietà).

Ma l’analisi giuridica del fenomeno consente di andare oltre. Da essa emerge chiaramente come i finanziamenti comunitari, concepiti come strumento di compensazione degli squilibri fra paesi membri (strumento di cui l’autrice rileva il carattere necessariamente imperfetto perché esiguo rispetto al compito proposto; perché legato unicamente a parametri dimensionali – il peso del paese sul totale del Pil europeo – e non ai fondamentali macroeconomici – ad esempio, il saldo estero del paese; perché a vocazione strutturale e non congiunturale, e quindi incapaci di offrire protezione efficace contro shock avversi come quelli determinati dalla crisi finanziaria),  siano nella prassi un meccanismo di amplificazione di questi squilibri, amplificazione che interviene attraverso il ricorso ai due principi di cofinanziamento e condizionalità.

Il cofinanziamento impone agli Stati che intendano beneficiare dei fondi comunitari di aggiungere alla quota proveniente dall’Europa una quota di risorse proprie, che vengono distratte da altri scopi, pur entrando, ovviamente, nel computo della spesa pubblica. Si realizza così un paradosso della virtù: chi vuole virtuosamente profittare della manna europea deve, ahimè, mettere in conto di incrementare viziosamente la propria spesa pubblica (a meno che non decida di tagliare altri servizi). Come mette in luce l’autrice, molto spesso alla radice del mancato impiego dei fondi comunitari troviamo la mancanza di risorse per il cofinanziamento, piuttosto che una tara genetica del popolo italiano o della sua pubblica amministrazione (secondo la linea interpretativa propostaci dei nostri media). Ora, dato che l’erogazione di fondi è articolata su cicli di programmazione pluriennale decisi in modo più o meno cooperativo nelle sedi europee, cicli che quindi non necessariamente, o non interamente, rispecchiano le imminenti priorità strategiche dei singoli paesi, la conseguenza alla quale giunge in modo difficilmente oppugnabile l’autrice è che in realtà i fondi comunitari sono un meccanismo particolarmente subdolo di controllo da parte dell’Europa delle politiche di spesa dei paesi membri.

A questo condizionamento implicito, si aggiunge anche una esplicita condizionalità, intesa nel senso infausto che a questo termine ha dato la prassi del Fondo Monetario Internazionale all’epoca del Washington Consensus. L’erogazione delle risorse “comunitarie” viene subordinata non solo al reperimento delle risorse per cofinanziare i progetti, ma anche al conseguimento di obiettivi programmatici specifici. Insomma: ti do i soldi non solo se ci fai quello che dico io, non solo se ce ne metti su altrettanti, ma anche se hai fatto il bravo. Dove, peraltro, “fare il bravo” per Bruxelles significa essenzialmente tagliare, obiettivo incompatibile, come abbiamo già ricordato, con la richiesta di cofinanziamento.

A questo punto non stupisce che abbia espresso perplessità su questo meccanismo anche un economista pienamente mainstream come Roberto Perotti, uno dei falchi della cosiddetta “austerità espansiva”, cioè dell’idea, fortissimamente sponsorizzata dalla Commissione e dalla Bce, che chi “fa la cosa giusta” (cioè taglia) verrà poi premiato dal mercato. Secondo Perotti, forse l’Italia risparmierebbe, se invece di far circolare le somme per Bruxelles le spendesse in proprio. Se perfino un “Bocconi boy” (definizione di Oddný Helgadóttir nel Journal of European Public Policy del 2015) giunge a una conclusione che, in sede politica, abbiamo sentito articolare esplicitamente solo a Marine Le Pen (ma a porte chiuse a qualsiasi politico italiano), è chiaro che qualcosa non torna.
Il testo di Romina Raponi si presenta quindi come tappa fondamentale nel percorso, che necessariamente dovremo affrontare, di decostruzione del mito irenico ed escatologico dell’Europa che dà la pace e la prosperità, di doloroso ma imprescindibile abbandono dell’europeismo del “dover essere” (come lo definisce Alfredo D’Attorre), di elaborazione di un lutto col quale dobbiamo fare rapidamente i conti, allo scopo di evitare che più gravi lutti vengano a turbare in modo irrimediabile il percorso comune dei popoli europei.

giovedì 18 febbraio 2016

Vanum est vobis ante lucem surgere...


...può darsi.

Ma solo nisi Dominus custodiverit civititatem.

Ora, Dio è con noi, perché anche lui odia gli imbecilli. E noi c'avemo er drim tim: 


Loro no.

Chi ha orecchio musicale sta godendo (spettacolissimo il senatore a vita respinto con perdite...). Chiedo a tutti quelli che sono qui di sostenerci, in questo momento cruciale. 

Ah, e se incontrate Peter Yanez, o la sua corte dei miracoli, ditegli che poteva venire a salutarmi: era lì, sulla mia sinistra, marcio di livore... E a tutti gli altri dite che so dove abitano. E, soprattutto, lo sa Dominus Deus Sabaoth.



(...ricordate le regole di ingaggio: "Professore!" sto cazzo! Il selettore è a raffica. Non entrate entro un raggio di due metri dalla mia persona senza dirmi chi siete...)

mercoledì 17 febbraio 2016

Dalla beauty farm...

L'unico modo per stare a dieta è avere il frigo vuoto, l'unico modo per avere il frigo vuoto è non riempirlo, e l'unico modo per non riempire il frigo è non sapere la lingua! Per il resto, il concetto di fornacella è un universale platonico, lo street food è economico (e io economista lo nacqui, a mia insaputa) e sano (perché pyr kaiei, quindi Martinetus: stai tranquillo). Tornerò in ottima forma, che per un uomo non è la sfera ma il canone (di Policleto), e anche di ottimo umore (ma di questo parliamo dopo)...




P.s.; lo sapevo. Martinetus è proprio convinto che io pisci dalle ginocchia (vedi suo commento). A Martiné, ma che probblema c'è? L'acqua è bbona, viene dallo Huangpu, che ha quel bel colore nero di seppia... Dopo aver mangiato lo spiedino, bevi dar nasone, e poi te ne vai a letto tranquillo, no?




martedì 16 febbraio 2016

Italia-Cina (o quel che l'è)

(...jet lag recuperato, ma mi sono svegliato alle 2 local time causa guasto riscaldamento. Fa freddo! Almeno una cosa che non funzionava c'era. Ma c'era anche il piano B - e questo è il pragmatismo delle civiltà millenarie del quale parlo nel libro che non avete letto: una seconda camera più piccola, più calda e più buia... Ora sono le 9 local time [nota per Bran Academy: te tocca], da voi le due di notte... Domani mi sveglierò a un'ora decente...)

(...sempre per Bran Academy: svegliandomi, trovo l'email [te tocca] di un amico che ci si mette in tasca tutti. Oggetto: "un'update sul risk dei govies". Aspetto tue proposte. Forse l'amico si è un po' allargato, ma com'era quella cosa del perder tempo? Ah, già: a chi più sa più spiace... Ecco: corro a leggere "l'aggiornamento sul rischio dei titoli del debito pubblico". Mentre lo dici, ha già perso freschezza...)

(...per chi non ha fatto il militare a Cuneo: la colonna sonora della foto è Napoli. Ai cinesi il clacson piace e lo usano. Meno male! La musica è un linguaggio universale. Per il resto ci stiamo attrezzando...)



lunedì 15 febbraio 2016

Oggi c'è la Cina?

Dopo undici ore di volo su una distesa sconfinata di steppe flagellate dal vento sono sceso dall'aereo e una funzionaria molto carina mi ha chiesto cosa fossi venuto a fare. Io, che avevo appunto bisogno di una scusa per attaccar bottone, non glielo celai (e qui è finita). Poi ho trovato subito valigia e NCC, e ora mi guardo intorno.

Effettivamente, qualcosa intorno c'è, ma non sono sicuro che sia la Cina. Ci dicono che la Cina è in crisi, ma qui, ancora, non si vede. Ci dicono che c'è la censura, ma sto usando Blogger. Approfondirò e vi farò sapere (chiamo io).

Forse sono entrato nella Matrix mentre sonnecchiavo in aereo. O forse ne sono uscito. A proposito, salutatemi il dottor (in cosa?) Plateroti...

domenica 14 febbraio 2016

MU788 (da Fiumisheeno)

Dice che er volo Ciaina Istern cià quattro ore di ritardo. Quindi invece di arrivare alle 14 arriverò alle 18, praticamente in tempo per andarmene a letto. Dice che è perché a Sciangai c'è 'a nebbia.

Speriamo bene.

Nel frattempo, mentre aspetto, ho lievemente arricchito l'altro sito, quello di appoggio. Ora ci trovate settanta video (fare una galleria in Wordpress è un attimo, qui sarebbe un delirio), e qualche dispensa, accessibile dal relativo menù: quella sui modelli di aggiustamento del Fmi, che è una buona introduzione all'economia internazionale, più alcune istruzioni per l'uso, che in parte trovate anche qui, ma che ho preferito raccogliere lì perché alcuni link erano corrotti, ecc. Altre ne seguiranno (ne ho un PC pieno).

Fatene buon uso. Mi si dice, in particolare, di conversioni avvenute alla visione di alcuni video. Il problema è prendere il piddino di turno e legarlo alla sedia. Il vostro lavoro è quello. Al resto penso io, voi meglio che non ci proviate: unicuique suum...

Comunque, Fiumisheeno è un aeroporto del cazzo. Al terminal 3, gate G, non c'è un cazzo di posto dove sedersi a bere una cosa. Diciamo che per voi, che siete così anZiosi di sapere, è stato meglio così.


sabato 13 febbraio 2016

Boria, iattanza, petulanza

...e precisione (dal FQ di oggi, a p. 7):



(...da iPhone perché sono stremato. Qualche giorno fa parlavo con un dirigente televisivo. Mi dice: "Ci sarebbe bisogno di una voce controcorrente!" E io: "No, guardi: io sono mainstream, sono gli altri ad essere eterodossi, perché che sarebbe finita male l'economia lo aveva previsto. Solo che per scarico di responsabilità hanno fatto circolare la balla che l'economia non è una scienza, così possono continuare a dire la qualunque - tanto son tutte opinioni - e a farsi i complimenti a vicenda...". Annuiva...)






venerdì 12 febbraio 2016

Bran Academy

(...machedavéro del giorno...)



Gentilissimo professore,
non è stato un po' cattivo ieri a Coffee Break con l'Accademia della Crusca? In fondo Lei nei Suoi libri divulgativi ha adottato scelte linguistiche in linea con quanto l'Accademia auspica, le stesse che a suo tempo fece Galileo, che nei suoi scritti preferì usare termini italiani comuni invece del latino e del greco.
Le scrivo questo non per fare l'avvocato della Crusca ma perché, siccome nel mio piccolo sto cercando di "fare proselitismo" proprio in quell'ambiente, non vorrei dover lottare, oltre che con i soliti pregiudizi "desinìstra" tipici dei letterati, con una chiusura "per reazione" (Bagnai ci ha offeso quindi non lo ascoltiamo!)
Cordiali saluti
Con immensa stima

Vorrei chiarire un concetto.

Giunto a questo punto, le mie priorità sono cambiate.

Dopo anni nei quali ho assistito allo strazio del mio popolo, anche lì, in quello studio televisivo (ricorderete la vicenda della famiglia sfrattata, con annessi e connessi), nei quali sono stato messo a parte di tragedie umane, di carriere spezzate, di famiglie disgregate, di affetti vulnerati, nei quali ho constatato il progressivo e in molti casi irreversibile degrado del patrimonio industriale e tecnologico, e quindi culturale, del mio paese, dopo che ho assistito alla desertificazione di interi territori nei quali persone normali, miei fratelli, facevano una vita normale, quella che vorrei fare io, le mie priorità, appunto, hanno subito una lieve alterazione, della quale vi parlo, subito dopo aver (pacatamente) risolto un equivoco.

La crusca svolge un’importante funzione fisiologica: quella che svolgono le eleganti perifrasi della relativa accademia. Perché dovrei dire “salvataggio dall’interno” invece di bail-in quando il bail-in è una confisca? Le parole ci sono, usiamole! Non vogliamo dire bail-in? Bene. Allora diciamo calcolatore (invece di PC), refrigeratore (invece di freezer), e confisca (invece di salvataggio dall’interno). Io non ho tempo di pronunciare perifrasi così involute, che non chiariscono il concetto (la parola che lo chiarisce c’è già), e fanno solo perdere tempo. Io non ho tempo. O meglio: io il tempo lo avrei, perché in fondo, come agli accademici, come a tutti gli accademici, a me lo stipendio è stato solo congelato da sette anni (o nove? Non ricordo perché me ne batto il cazzo, che è voce della lingua, se lo è il suo complemento, il culo, del quale sappiamo tutti la collocazione nell’opera del nostro padre Dante…). Mi è stato congelato, ma non mi è stato tolto, come agli sfrattati che andranno sotto un ponte (ma i loro figli in una casa famiglia).

Forse non è chiaro.

Non è che perché io insegno economia io sia anche tenuto anche occuparmene, e occuparmene come lo sto facendo, parlando con chiunque e ovunque, col tassista e col confindustriale, col manager e col politico, col disoccupato e col miliardario, col tedesco e col portoghese, ovunque nel mondo, di persona e su Twitter, in ogni singolo cazzo di momento della mia vita. Potrei anche semplicemente insegnare economia punto. Così, di converso, non è che perché uno si occupa di iotacismo debba necessariamente ignorare che sta vivendo in un paese sotto attacco. Cristo: qui abbiamo il massimo linguista storico mondiale, che però, guarda caso, nonostante ormai parli broccolino (perché nemo propheta in patria), si ange e si accora per il destino della sua patria. Il che significa, in primo luogo, che percepisce a quale sinistro destino essa sia condannata.

Io potrei tranquillamente occuparmi di stimatori consistenti della matrice di covarianze alle basse frequenze spettrali, e starei pur sempre facendo l’economista. Ma non l’uomo. E siccome sto facendo l’uomo, e non l’accademico, non ho tempo, perché siccome da uomo ho dei simili (da accademico credo di poter dire di no), e siccome i miei simili soffrono (gli accademici non ancora, non è ancora arrivato per me il momento di godere), io avverto una insopprimibile urgenza di correre in loro soccorso, a loro, ai miei sempre meno cosiddetti simili.

E quindi, fatto salvo il principio che dico il cazzo che mi pare perché sono in un paese libero e perché sono fiorentino (e quindi l’accademico di Crotone o di Pordenone me lo appendo comunque al cambio iuris et de iure), mi riservo anche il diritto di dire bail-in, quando si sa di cosa si sta parlando, anziché salvataggio dall’interno, perché così faccio prima.

Fra l’altro, offuscando il concetto (che è quello di “confisca”) certa gente ci fa capire da che parte sta, e a occhio e croce non mi pare che sia la nostra, cosa della quale Qualcuno si ricorderà a tempo e luogo.

Sì.

Aveva ragione Brigitte.

I nostri nemici sono gli intellettuali.

E i nemici non si destinano al proselitismo: si destinano alla sconfitta.

Ci attendono tempi oscuri, nei quali sarà necessario provvedere almeno all’illuminazione stradale. Noi abbiamo esperti del settore. Io non voglio proseliti. Io non voglio giustizia, perché so che non la avrò, che non c’è possibile giustizia, qui, per il male che ci è stato deliberatamente fatto, nell’indifferenza più totale di chi pensava di avere le terga al riparo. Io voglio vendetta, perché so che per averla non dovrò fare niente: Dio odia gli imbecilli più di me, sa meglio di me cosa farne, e lo farà. Basta semplicemente che io non faccia nulla per far salire sull’arca chi non se lo merita.

E chi non se lo merita?

Quelli con l’eguccio vulnerabile, che uno scherzo goliardico basta ad ulcerare. Oh, l’insopportabile tedio della seriosità! Quando l’università era libera, quando si autodeterminava, quando non occorreva spendere giornate in umilianti procedure burocratiche di “valutazione” di questa fava, insomma: nel medioevo, la goliardia, la dissacrazione, era parte del suo spirito. Ma quanto più subalterna e gregaria si è fatta l’accademia, tanto più ha pensato di rinsaldarsi nella propria autostima con la seriosità, con il sussiego. Poi ci sono quelli che trovano sia boria constatare che alcune previsioni erano corrette e altre errate. Quelli, insomma, che preferiscono sentirsi dire una menzogna rassicurante, che non li costringa a mettere in discussione il loro sistema di valori. E poi ci sono quelli che non sanno distinguere l’umiltà dalla modestia, cioè i mediocri. Quante persone abbiamo sentito spacciare abominevoli cazzate come verità rivelate, senza esercitare alcuno spirito che non fosse quello di prevaricazione (in assenza di quello critico), trincerandosi dietro un reticolato di IMHO? IMHO sta beata minchia!

Nessuna opinione è umile.

Tutte le opinioni sono arroganti.

I fatti, cioè la metrica, la misurazione, il teorema di Pitagora, sono umili. Ma sono anche impegnativi, e hanno la testa dura.

Il mio linguaggio è urticante?

Bene!

Repulsivo?

Meglio!

Divisivo?

Amplius, Domine!

Vedo che non è ancora chiaro: nelle crisi qualcuno perde e qualcuno guadagna, giusto? E allora, per essere sicuri di non perder troppo, non ci conviene essere troppi. Più fessi andranno incontro allo sterminio, più noi, che sapremo quando shortare (pija su, Bran Academy…), ci salveremo. Le rivoluzioni non si fanno dal basso, ma dall’alto. Oltre un certo punto, fare proselitismo diventa irrazionale.

Quando i tempi diventeranno maturi, questo blog diventerà privato. Quello che avrò da dire vorrò dirlo solo a chi penso se lo meriti, perché lo avrò guardato negli occhi. Per il momento, farà da filtro la mia pacatezza. E voi godetevi lo spettacolo.

Amen.

(…bene, caro, ora il tuo compito è, in certo qual modo, più semplice…)

(…non sia mai che i miei post non contengano una proposta costruttiva. Ecco: vi spiego cosa dovrebbe fare, secondo me, oggi, un accademico. La prendo un po’ larga…

Tous les soirs avant de se coucher il avait pris l’habitude de lire quelques pages de son Diogène Laërce. Il savait assez de grec pour jouir des particularités du texte qu’il possédait. Il n’avait plus maintenant d’autre joie. Quelques semaines s’écoulèrent. Tout à coup la mère Plutarque tomba malade. Il est une chose plus triste que de n’avoir pas de quoi acheter du pain chez le boulanger, c’est de n’avoir pas de quoi acheter des drogues chez l’apothicaire. Un soir, le médecin avait ordonné une potion fort chère. Et puis, la maladie s’aggravait, il fallait une garde. M. Mabeuf ouvrit sa bibliothèque, il n’y avait plus rien. Le dernier volume était parti. Il ne lui restait que le Diogène Laërce.

Il mit l’exemplaire unique sous son bras et sortit, c’était le 4 juin 1832 ; il alla porte Saint-Jacques chez le successeur de Royol, et revint avec cent francs. Il posa la pile de pièces de cinq francs sur la table de nuit de la vieille servante et rentra dans sa chambre sans dire une parole.

Le lendemain, dès l’aube, il s’assit sur la borne renversée dans son jardin, et par-dessus la haie on put le voir toute la matinée immobile, le front baissé, l’œil vaguement fixé sur ses plates-bandes flétries. Il pleuvait par instants, le vieillard ne semblait pas s’en apercevoir. Dans l’après-midi, des bruits extraordinaires éclatèrent dans Paris. Cela ressemblait à des coups de fusil et aux clameurs d’une multitude.

Le père Mabeuf leva la tête. Il aperçut un jardinier qui passait, et demanda :

— Qu’est-ce que c’est ?

Le jardinier répondit, sa bêche sur le dos, et de l’accent le plus paisible :

— Ce sont des émeutes.

— Comment des émeutes ?

— Oui. On se bat.

— Pourquoi se bat-on ?

— Ah ! dame ! fit le jardinier.

— De quel côté ? reprit M. Mabeuf.

— Du côté de l’Arsenal.

Le père Mabeuf rentra chez lui, prit son chapeau, chercha machinalement un livre pour le mettre sous son bras, n’en trouva point, dit : Ah ! c’est vrai ! et s’en alla d’un air égaré.

[…]

…à l’instant où Enjolras répéta son appel : — Personne ne se présente ? on vit le vieillard apparaître sur le seuil du cabaret.

Sa présence fit une sorte de commotion dans les groupes. Un cri s’éleva :

— C’est le votant ! c’est le conventionnel ! c’est le représentant du peuple !

Il est probable qu’il n’entendait pas.

Il marcha droit à Enjolras, les insurgés s’écartaient devant lui avec une crainte religieuse, il arracha le drapeau à Enjolras, qui reculait pétrifié, et alors, sans que personne osât ni l’arrêter ni l’aider, ce vieillard de quatrevingts ans, la tête branlante, le pied ferme, se mit à gravir lentement l’escalier de pavés pratiqué dans la barricade. Cela était si sombre et si grand que tous autour de lui crièrent : Chapeau bas ! À chaque marche qu’il montait, c’était effrayant, ses cheveux blancs, sa face décrépite, son grand front chauve et ridé, ses yeux caves, sa bouche étonnée et ouverte, son vieux bras levant la bannière rouge, surgissaient de l’ombre et grandissaient dans la clarté sanglante de la torche, et l’on croyait voir le spectre de 93 sortir de terre, le drapeau de la terreur à la main.
Quand il fut au haut de la dernière marche, quand ce fantôme tremblant et terrible, debout sur ce monceau de décombres en présence de douze cents fusils invisibles, se dressa, en face de la mort et comme s’il était plus fort qu’elle, toute la barricade eut dans les ténèbres une figure surnaturelle et colossale.

Il y eut un de ces silences qui ne se font qu’autour des prodiges.

Au milieu de ce silence le vieillard agita le drapeau rouge et cria :

— Vive la révolution ! vive la république ! fraternité ! égalité ! et la mort !

On entendit de la barricade un chuchotement bas et rapide pareil au murmure d’un prêtre pressé qui dépêche une prière. C’était probablement le commissaire de police qui faisait les sommations légales à l’autre bout de la rue.

Puis la même voix éclatante qui avait crié : qui vive ? cria :

— Retirez-vous !

M. Mabeuf, blême, hagard, les prunelles illuminées des lugubres flammes de l’égarement, leva le drapeau au-dessus de son front et répéta :

— Vive la république !

— Feu ! dit la voix.

Une seconde décharge, pareille à une mitraille, s’abattit sur la barricade.

Le vieillard fléchit sur ses genoux, puis se redressa, laissa échapper le drapeau et tomba en arrière à la renverse sur le pavé, comme une planche, tout de son long et les bras en croix.

Des ruisseaux de sang coulèrent de dessous lui. Sa vieille tête, pâle et triste, semblait regarder le ciel.
Une de ces émotions supérieures à l’homme qui font qu’on oublie même de se défendre, saisit les insurgés, et ils s’approchèrent du cadavre avec une épouvante respectueuse.

— Quels hommes que ces régicides ! dit Enjolras.

Courfeyrac se pencha à l’oreille d’Enjolras :

— Ceci n’est que pour toi, et je ne veux pas diminuer l’enthousiasme. Mais ce n’était rien moins qu’un régicide. Je l’ai connu. Il s’appelait le père Mabeuf. Je ne sais pas ce qu’il avait aujourd’hui. Mais c’était une brave ganache. Regarde-moi sa tête.

— Tête de ganache et cœur de Brutus, répondit Enjolras.

Puis il éleva la voix :

— Citoyens ! ceci est l’exemple que les vieux donnent aux jeunes. Nous hésitions, il est venu ! nous reculions, il a avancé ! Voilà ce que ceux qui tremblent de vieillesse enseignent à ceux qui tremblent de peur ! Cet aïeul est auguste devant la patrie. Il a eu une longue vie et une magnifique mort ! Maintenant abritons le cadavre, que chacun de nous défende ce vieillard mort comme il défendrait son père vivant, et que sa présence au milieu de nous fasse la barricade imprenable.

Un murmure d’adhésion morne et énergique suivit ces paroles.

Enjolras se courba, souleva la tête du vieillard, et, farouche, le baisa au front, puis, lui écartant les bras, et maniant ce mort avec une précaution tendre, comme s’il eût craint de lui faire du mal, il lui ôta son habit, en montra à tous les trous sanglants, et dit :

— Voilà maintenant notre drapeau.)



(…ma voi non porterete altra bandiera che quella della vostra mediocrità: anche se voi vi credete assolti…)



(... ci sono due "c'est vrai" nella letteratura francese. Uno è quello di Albertine, quel "c'est vrai" che "donnait l’étrange impression d’une créature qui ne peut se rendre compte des choses par elle-même, qui en appelle à votre témoignage, comme si elle ne possédait pas les mêmes facultés que vous", come qualcuno qui ricorda - Rockapasso, ne sono certo, ricorda anche come prosegue quella pagina. Un altro è quello di Mabeuf. E io quel "c'est vrai" non posso leggerlo senza che mi sgorghino lacrime, come stanno facendo ora, in un Freccia Rossa che ha novanta minuti di ritardo, all'annuncio del quale ferve, fra i miei compagni di viaggio, una sommossa che mi permette di piangere in pace, dopo una giornata molto, molto lunga. Chi ha detto che gli italiani non fanno rivoluzioni?...)