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giovedì 31 gennaio 2013

Una precisazione

(io pensavo di averlo scritto nelle istruzioni per l'uso, ma vedo che il dettaglio sfugge, quindi mi vedo costretto a metterlo in risalto per evitare futuri equivoci, i quali mi spiacerebbero molto (si fa per dire). Lo dedico a quelli che "perché non mi hai ancora pubblicato".)

Questo non è il vostro blog e io non sono la vostra fottuta segretaria. Questo è il mio blog, dove esprimo il mio pensiero, inclusa una certa insofferenza verso i seccatori. Se avete urgenza di dire qualcosa, aprite il vostro blog ed esprimeteci il vostro pensiero. Sicuramente la vostra mamma andrà a leggerlo, fra un cliente e l'altro, ma solo se glielo ricorderete, perché del pensiero dei rompiscatole non frega niente a nessuno, nemmeno alla loro mamma. Ve lo dico onde non vi stupiate se dopo un anno avrete solo 365 contatti: i vostri.
 

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Chiaro?

domenica 27 gennaio 2013

Due video per passare il tempo...

In macchina, andando a Radicondoli:

Uga: "Babbo?"

Io: "Sì amore?"

Uga: "Ma quanto dura la prossima rappresentazione?"

Io: "Quanto quella di Arezzo. Perché? Ti sei annoiata?"

Uga: "Un po'."

(bisogna capirli, so' regazzi. E meno male che c'era Felice! Ora annoiatevi pure voi...)

Arezzo 11 gennaio


(ringraziando doverosamente gli organizzatori)

 

Radicondoli 12 gennaio




(ringraziando gli organizzatori e inthenews).




sabato 26 gennaio 2013

L'importante è desistere

Da Federico Germano ricevo e volentieri pubblico:


Mi perdoni Prof, vado OT ma ho veramente bisogno di sfogarmi

Reduce da una cena con colleghi (gli amici te li scegli…) animata –not by my side- da discussioni elettorali, alla ventisettesima leggera imprecisione non ce l’ho più fatta a mordermi la lingua e sono intervenuto a spada tratta. Le ho sentite tutte: castacoruzzionebbrutto e deutschlanduberalles, usciamodalleuroecitolgonopureipuntidallapatente e sìmalitaliaèsenzapetrolio, bungabungacausacrisi debitopubblicocraxiberlusca, montipresentabile, votoutile e renzirinnovamentovero.

Dopo due ore a sgolarmi smontando luoghi comuni, constatando via via l’imbarazzante mancanza di fondamentali, ho ottenuto questi due buoni risultati:

1) mi sono rovinato la cena
2) l’uscita finale è stata “Comunque l’euro secondo me è meglio che ce lo teniamo” (al quale ho ribattuto un ‘perché?’ rimasto lì, senza risposta).

Ebbene sì. Adesso ho capito. L’importante è desistere.



(una delle tante cose utili imparate in conservatorio. Lo diceva sempre il mio maestro di flauto, ovviamente non a me. Vedrai come cambierà la musica, quando verrà il giorno di staccarsi dal bavero la spilletta eurista e di mettersela in tasca prima di uscire per strada...)

Euro e yen (la guerra dell'Asse)

Da qualche giorno mi segnalate gli articoli di tale Vito Lops. Ho visto su Twitter che è un mio follower (ottima scerta, lo ringrazzzio), e che ogni tanto dice parole di buon senso sulla crisi (e anche di questo gli siamo grati. Del resto, bisognerà pure che il giornale dei padroni abbia una foglia di fico: i padroni mica sono fessi...).

L'ultimo articolo che mi avete segnalato è intitolato: "Nella nuova guerra delle valute il Giappone stampa yen e compra euro".

Un articolo interessante, per quello che dice, e anche (soprattutto, direi), per quello che non dice. Perché, non so, la mia lettura è stata affrettata (devo andare a correre), ma a me pare che in questo articolo non ci si ponga una domanda fondamentale. Quale? Semplice: quella che Donald non si porrebbe.

Mi spiego.

Non so se ci avete fatto caso, ma se il Giappone vende yen per acquistare euro, ciò significa che qualcuno sta vendendo euro per acquistare yen. Ci siamo? Ci siete? Voi vendete euro per acquistare mele al mercato, e quindi "er fruttarolo" vende mele per acquistare euro. Dai... su... non è difficile...

E allora la vera domanda è questa: ma perché ci dovrebbero essere persone così folli da vendere una valuta forte come l'euro per acquistarne una, lo yen, che, se quanto i gianninizzeri ci raccontano fosse vero, sarebbe condannata a un futuro di debolezza?

Eh, sì, perché se per comprarsi la valuta degli altri bastasse stampare la propria, poi però, come dicono i gianninizzeri, il paese che ha stampato (col torchio) valuta "in eccesso" verrebbe devastato dall'iperinflazzzzzzzzzione...

Mi pare quindi che nel ragionamento ci sia qualcosa che non torna, no? O gli investitori che operano sui mercati internazionali sono folli (lasciano la moneta buona per la cattiva, e perché? Solo perché un governo disonesto stampa troppa moneta cattiva? Ma dai...), oppure le cose stanno in un altro modo... Forse più che di acquisti sleali di euro da parte di un paese che stampa troppa moneta, abbiamo a che fare con acquisti di yen (alla pag. 777: vendite di euro), da parte di investitori internazionali i quali sanno che l'euro non è in buone acque, e che quindi se andrà bene l'euro svaluterà (alla pag. 777: lo yen rivaluterà), e se andrà male esploderà.

Ecco: messa così la cosa ha un senso. Messa al contrario, come la mettono i tedeschi, no.

È strano come una fesseria (quella detta da Weidmann) vista dall'alto somigli a una menzogna...


(ah, ma mica voi sarete quelli che "bastastamparemonetasovranaeandareingiroperilmondoafarelaspesaperchéleimportazionisonoricchezza"? Vi propongo un semplice esperimento. Come vi chiamate? Diciamo "Giulio", per ipotesi. Stampate con la vostra laser un po' di giuli - il taglio sceglietelo voi - e andate al mercato a fare la spesa. Se tornate, ci racconterete com'è andata. Chiaro, adesso, cosa c'è che non va nel ragionamento di Weidmann?)

Contraddizioni ortottere

Ma gli ortotteri non erano quelli che la democrazia diretta si fa sul web 2.0? E allora perché non riescono a comunicare per email? Perché hanno questa libidine di scassarmi i cabbasisi al telefono (ovviamente con la retorica del contatto umano, come se l'umanesimo fosse un contratto TIM)? Ci deve essere qualcosa che non funziona. Sarà colpa della casta? Della nube tossica? Del debito pubblico?

Amici cari, la prova provata del fatto che il telefono è stato inventato da un italiano risiede nel fatto che il telefono è lo strumento dei rompicoglioni. Prendiamo dall'Amerika quel poco di buono che ha: una bella email, dove si dice chiaro e tondo chi, dove, quando, come e perché, e poi si passa avanti.

Basta poco per chiarire i dubbi.

Dans le doute, abstiens-toi...


(avviso a chi mi cerca. Siccome siete tanti, o si lavora come lavoro io, o vi cercate un altro economista "critico". Fra un po' lo saranno tutti, farete poca fatica).

venerdì 25 gennaio 2013

Vota PUDE!

Per quelli che non vogliono votare la mi fava (come suggerito ai leninisti de noantri nel post ad essi dedicato), c'è sempre la possibilità di votare il PUDE. Sì, vi ricordate, il Partito Unico Dell'Euro, quello che ho avuto l'onore di presentare ai media in questa lieta occasione (al minuto 4:19, per chi non se lo ricorda):


L'inarrestabile casalinga di Viareggio, quella del perché sì, ha deciso di candidarsi con questo partito, e ci invia un volantino che potremo usare per sostenere la sua campagna elettorale:


Sosteniamo la nostra amica e lettrice appassionata del blog stampando e diffondendo questo volantino, nel quale vi invito soprattutto ad apprezzare lo slogan di apertura, che forse qualcuno ricorderà...

Ecco, ora se non volete fare quello che dico io (informarvi e informare), avete almeno due alternative: la mi fava, e il PUDE. La vostra vita adesso ha un senso. La politica italiana anche: è un senso unico, in un vicolo cieco. Have fun!


P.s.: abbiamo anche un inno, grazie a Motoelettriche su Twitter. E non fa cagare come quello piddino (anche se prevedo che ci creerà problemi con quelle che "il romanzo di centro e periferia è sessista"...).

giovedì 24 gennaio 2013

Bucce di economisti che la Merkel ha sputato...

(un po' di letteratura)

Wer sind diese Leute? Was wollen sie von mir? Warten sie auf mich? Woran erkennen sie mich? Es ist wahr, mein Bart sieht etwas vernachlässigt aus, ein ganz, ganz klein wenig erinnert er an ihre kranken, alten, verblichenen Bärte, die mir immer Eindruck gemacht haben. Aber habe ich nicht das Recht, meinen Bart zu vernachlässigen? Viele beschäftigte Menschen tun das, und es fällt doch niemandem ein, sie deshalb gleich zu den Fortgeworfenen zu zählen. Denn das ist mir klar, daß das die Fortgeworfenen sind, nicht nur Bettler; nein, es sind eigentlich keine Bettler, man muß Unterschiede machen. Es sind Abfälle, Schalen von Menschen, die das Schicksalausgespieen hat. Feucht vom Speichel des Schicksals kleben sie an einer Mauer, an einer Laterne, an einer Plakatsäule, oder sie rinnen langsam die Gasse herunter mit einer dunklen, schmutzigen Spur hinter sich her.


(se vi interessa sapere il resto, lo trovate qui. Mi riferisco a Rilke, naturalmente. Gli economisti piddini sono poco interessanti, ne convengo. Ci sentiamo più tardi per parlare di cose serie.)

(attendo fiducioso le lamentele di quelli che ecc... Che poi sono gli stessi che dicono "decade" invece di decennio e daunlodare invece di scaricare. Non vi preoccupate, appena se ne accorge Correttore di bozzi avrete la traduzione. Ma non è così importante...)




P.s. delle 20:57: il documento linkato è stato eliminato. Vuol dire che gli autori se ne vergognano, e fanno bene. A scanso di equivoci, segnalo che il documento era nel pubblico dominio e mi è stato segnalato da questo twit. Se poi scompare anche il twit, vuol dire che il mondo è pieno di gente che lancia il sasso e nasconde la mano. Ne ho conservata una copia, non essendovi alcuna evidenza del fatto che il documento fosse riservato, e me la tengo a futura memoria, ma ovviamente per delicatezza e correttezza non la diffonderò, visto che questa sembra essere la volontà degli autori. Registriamo il fatto che gli economisti democratici non desiderano che il popolo sappia quello che si dicono quando si incontrano. Nihil sub sole novum. Ma certo, il modello di società del PD è superiore... Basterebbe capire a cosa!

sabato 19 gennaio 2013

QED 18: Frenkel goes to Slovenia

Professore, che ne pensa?

Scrive un lettore:


Francesco ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Ortotteri aretini e Radicondoli":

Prof, che ne pensa della Slovenia?
Non le sembra che nonostante non abbia mai avuto un debito pubblico alto prima dell'euro e che nonostante fosse ben gestita dalle istituzioni di governo, renda il suo attuale tracollo non dipendente dal "mostro mangia economie" del debito pubblico derivante dalla castacorruzioneblabla, ma da forti e ben noti squilibri propri della struttura costitutiva che disciplina le politiche economiche, gli scambi e via dicendo dell'eurozona?
Io non ho le conoscenze per un'analisi tecnica, capace di individuare correttamente le causalità, ma se così fosse, potrebbe essere una buona argomentazione per smontare gli amici del Super Telegattone che, se vi piace, chiamatelo "Oscar"... 

 
Superato l'urto di nervi del "che ne pensa"...

(lo so, mi dà l'urto di nervi, e non dovrebbe, ma che ci devo fare? Mi viene da rispondere: e che te ne frega? Eppure lo so che sono io a essere sbagliato: queste richieste sono manifestazioni di rispetto, di fiducia, Però, pensate un po' a questa scena: esami di politica economica, chiami il candidato: "Francesco", lui entra, si siede, e ti chiede: "Professore, che ne pensa dell'ottimo paretiano?". Ma come che ne penso? Che ne penso io? Io è un anno e dispari che mi faccio un culo come una scimmia per insegnarvi cosa ne dovete pensare voi! Siete voi a dovermi dire cosa ne pensate, anche perché qui da un anno - ma in realtà da trenta - stiamo parlando sempre e solo della stessa stessissima identica identicissima cosa: di paesi mandati per stracci dall'afflusso di capitali esteri. E allora cosa ne devo pensare? Che significa che ne pensa? Significa che volete sapere se "questa volta è diverso"? No, non è diverso, perché è sempre così e sarà sempre così finché non cambieranno le regole del gioco in un modo del quale abbiamo altresì parlato milioni di miliardi di trilioni di fantastiliardi di volte, cazzo! Leggete il blog. Non è diverso perché non può essere diverso. Forse una crisi finanziaria ogni venti sarà stata provocata dal comportamento irresponsabile dello Stato. Le altre diciannove sono fallimenti del mercato privato dei capitali. Sarà sempre così: i paesi periferici saranno sempre schiacciati, maciullati dall'invasione di capitali esteri destinati a impieghi privati. Sarà sempre così: il settore pubblico c'entra poco o nulla. Sarà sempre così: la crisi si manifesta come un sudden stop, un arresto improvviso dei finanziamenti esteri. Sarà sempre così: l'afflusso dei finanziamenti esteri è facilitato dal cambio fisso. E sarà sempre così finché non verranno disciplinati i movimenti internazionali di capitali, finché non verrà ripristinata la separazione fra banche commerciali e banche di investimento, finché non verrano poste soglie di attenzione sul debito privato, anziché su quello pubblico, finché non si passerà da politiche di sviluppo di tipo mercantilista, che necessariamente portano i paesi satellite a indebitarsi con il centro, a politiche di sviluppo più equilibrate, fondate su una ordinata crescita della domanda interna, e nelle quali lo Stato riprenda il proprio ruolo di intermediazione finanziaria. Non me l'avete mai sentito dire, vero? Lo so. Ho cercato di tenervelo nascosto...)

Superato l'urto di nervi del "che ne pensa" (che ne devo pensare?), riconosco che il lettore è informato e la domanda è lecita, e quindi perdo una mattina a ridire quello che ho detto per un anno. Lo faccio in forma rapida e tecnica. Gli strumenti sono stati descritti parlando della Grecia qui e qui, e nel libro (per chi ce l'ha) a partire da p. 46 (vedi in particolare la Fig. 8 a p. 53), e il discorso sui saldi che abbiamo ricominciato  ri-spiegherà tutto nel corso del prossimo mese. Quindi qui tiro dritto (relativamente).

 

La Slovenia in due grafici

Venerdì 21 dicembre 2012 il Fatto Quotidiano a p. 16 titolava "Piccola e infelice, la fiaba "italiana" della Slovenia". Ci ero capitato per caso, seguendo la segnalazione di un altro lettore che mi aveva indicato un altro titolo di quella pagina: "I poveri tra i ricchi tedeschi sono sempre di più".  Due non novità, come sappiamo.

Occupiamoci oggi della prima.

L'articolo in questione non è apparso sull'edizione on line. Parla genericamente di "rischio default del paese" (che gli ingenui identificano sempre con lo Stato, pensando così a un problema di debitopubblicobrutto...), parla di "sfiducia dei cittadini nelle instituzioni" (rinforzando la stessa idea), di "voragine nella sanità", di elevato spread sui titoli del debito pubblico... Insomma: cerca di raccontare, la disinformatrice di turno (tale Reguitti), forse in buona fede, la stessa stessissima storia che tutti raccontano a noi di noi: castacriccacoruzzzionedebbitopubblicobruttosesomagnatituttotuttiladrituttiacasaaaaaa. Una storia che con la realtà ha la stessa relazione che la favola di Cappuccetto Rosso può avere con la crisi del Medio Oriente, ma che va bene per tutte le stagioni, perché c'è un cattivo ben individuato: lo Stato. Quello che ti fa pagare le tasse (o almeno ci prova). Come pensare che chi ha pretese così vessatorie non sia cattivo nell'animo e fonte di tutti i mali?

Disinformare, però, è un mestiere difficile, come fare ciambelle: non tutte le disinformazioni riescono col buco. Prendete ad esempio un altro articolo, questo. Si parte bene, nel titolo: "La Slovenia non è più virtuosa". Le persone dalla limitata capacità di comprensione immediatamente collegano: Slovenia = Stato sloveno = debitopubblicobrutto. Ma poi, se la persona dalla limitata capacità di comprensione (sentite, mozione d'ordine: posso dire "imbecille". Faccio prima), se l'imbecille di turno legge, ha possibilità di capire che le cose stanno in un modo diverso: si specifica che il "vero" problema sono le banche, che hanno prestato in modo irresponsabile, con contorno di scandali, e rischio di bancarotta. Insomma: la solita storia. Lo Statobrutto non c'entra (se non in quanto ha fatto poco e male il suo lavoro di regolatore e supervisore).

Vi propongo la solita storia coi due soliti grafici: uno mostra l'andamento dei saldi finanziari settoriali, l'altro quello degli stock di debito pubblico, privato e estero. Le variabili sono rappresentate in percentuale al Pil.

I saldi finanziari settoriali (per i palmipedi: i bilanci settoriali) della Slovenia sono questi:



La Slovenia è entrata nell'Unione Europea nel 2004 e ha adottato l'euro nel 2007. Notate che entrando nell'Unione Europa la Slovenia ha automaticamente adottato l'ERM II (Exchange Rate Mechanism), il meccanismo di fluttuazione "controllata" del cambio ereditato dallo SME. Insomma, avrete capito: nel 2004 la Slovenia diventa "credibile".

Cosa succede quando un paese diventa "credibile"? Tre cose, sempre le stesse:

1) arrivano i capitali esteri (la spezzata verde parte verso l'alto);
2) il settore privato si indebita (la spezzata blu parte verso il basso);
3) il settore pubblico riduce il proprio indebitamento (la spezzata rossa si muove verso l'alto).

I motivi per i quali ciò accade sono stati spiegati miliardi di volte, ad esempio qui, qui e qui (scegliete voi). I capitali esteri finanziano l'economia privata che cresce indebitandosi, mentre la crescita del Pil e il correlato aumento delle entrate fiscali migliorano il saldo pubblico.

La spezzata nera corrisponde al 2006: nel 2007 la Slovenia entra nell'euro, cioè da credibile diventa credibilissima, e i risultati si vedono:

1) gli afflussi di capitali esteri raddoppiano da circa 2.5 a 5 punti di Pil fino a un massimo di 6 nel 2008;
2) l'indebitamento privato peggiora (segno che i soldi che vengono dall'estero vanno ai privati), in modo quasi perfettamente simmetrico;
3) e, naturalmente, lo Statobruttocorottotuttiladrituttiacasaaaaa degli ortotteri o dei Gianninizzeri di turno... passa in surplus di bilancio!

Bravo, Francesco: vedi: la risposta era dentro di te, ed era giusta, tanto giusta che forse potevi anche risparmiarti la domanda, perché vedi, diciamocelo fra noi, sommessamente, dato che la storia è sempre questa (e tu l'hai capita benissimo) chi non l'ha ancora capita è un povero fesso (o un gran furbacchiotto: per vedere esempi dell'uno e dell'altro, accendete la tele), e quindi forse non varrebbe la pena di perderci tempo: però hai fatto bene a chiedere, chissà, forse repetita juvant.

Naturalmente, nihil est in stock quod prius non fuerit in fluxus (per gli amici aristotelici).

La dinamica degli stock che storia ci racconterà mai, data questa dinamica dei flussi? Provate un po' a indovinare? Un aiutino? Dunque: l'indebitamento privato aumenta, quello pubblico diminuisce, quindi dovrei aspettarmi che il debito privato aumenti e che quello pubblico diminuisca, però siccome questa cosa è troppo ovvia, allora la risposta sarà al contrario, perché sicuramente il professore mi ha fatto una domanda trabocchetto... "Il debito privato diminuisce e quello pubblico aumenta!"


Ecco, bravo ellissoide! Così ragionano alcuni miei studenti (quelli "de' passaggio"), i quali pensano di aver dentro di sé la risposta sbagliata, e che io li voglia trarre in inganno. Ma non è così. Voi avete dentro di voi la risposta giusta, e sono i giornali che vi vogliono trarre in inganno.

Dimostrazione:



Dal 2002 al 2008 il rapporto debito pubblico/Pil della Slovenia (in rosso) è andato diminuendo regolarmente, con una accelerazione (ovvia) nel momento di maggiore "credibilità" (daje a ride...). Cosa aumentava? Il debito privato (spezzata verde), di pari passo con quello estero (spezzata blu). Pensate che nel 2007 il debito estero (netto, cioè debiti esteri al netto dei crediti esteri) supera quello pubblico...


Insomma: la solita storia.

Poi arriva la crisi, per loro come per noi nel 2008, e succedono le solite cose:

1) il flusso di capitali esteri si interrompe, perché i mercati non si fidano più (la spezzata verde nel primo grafico va a zero);
2) lo stato comincia a indebitarsi per salvare le banche e sostenere i redditi dei cittadini (la spezzata rossa schizza verso l'alto);
3) famiglie e imprese cercano di "rientrare" (la spezzata blu nel primo grafico schizza verso l'alto, ad indicare che i cittadini e le imprese sono diventati risparmiatori netti, cioè che sono crollati i consumi e gli investimenti).

Più chiaro di così!

Sentite, facciamo come in classe di econometria: volete fare una tesina? Vi assegno un PECO a testa. Chi ne trova uno che non sia su questa traiettoria vince il Giannino d'oro 2013 (il Telegatto dei liberisti).

Tutto sta a capire quando arriverà il crash, ma che arrivi è sicuro!

Per inciso: capite perché non penso che l'uscita dell'Italia scatenerebbe rappresaglie? La Germania questo giochetto vuole giocarlo con tutto l'Est europeo (e lo sta facendo). Se chi si sgancia venisse aggredito, sarebbe troppo evidente, anche ai poveri polli che si credevano (come la Slovenia) o si credono (e qui non faccio nomi) delle aquile, che l'euro è una trappola. E siccome la Germania vuole che loro nella trappola ci entrino, chiaramente non deve metter sopra di essa un cartello con scritto "attenzione trapppola"!

Non so se è chiaro, ma se non è chiaro... temo di non essere lo specialista del quale avete bisogno (avete provato con un oculista? Ah, ci vedete benissimo? Allora forse uno psichiatra?).

Grazie Francesco: mi hai fatto perdere una mattinata a dire una cosa inutile a me e a te, e a molti altri. Ma se sarà utile ad almeno uno, non sarà stato tempo perso.

Ita gaudium erit in caelo super uno peccatore paenitentiam agente quam super nonaginta novem iustis, qui non indigent paenitentia.


Vale anche e soprattutto per i Gianninizzeri... 

(la buona fede si presume)



Fonti dei dati
Scusate, ho dimenticato di indicarvele, ma sono in realtà sempre le stesse che trovate nelle istruzioni per l'uso, con una unica eccezione che vi dico. Per i saldi, la fonte è il World Economic Outlook (il saldo privato è ricavato dalla condizione di coerenza I-S+F+CA = 0; se volete verificare il dato, potete utilizzare il Net lending settoriale che trovate nel database AMECO). Per lo stock di debito pubblico, sempre il World Economic Outlook. Per il debito privato, la voce Domestic credit dei World Development Indicator. Per il debito estero netto, ho usato il database di Lane e Milesi Ferretti (External wealth of nations) fino al 2007, e dal 2007 in poi ho completato la serie con i dati della Banca nazionale slovena (per caolcolare i rapporti al PIL ho usato il PIL proveniente dal World Economic Outlook).

Usando queste fonti (con gli ovvi adattamenti) potete divertirvi da voi a vedere a che punto stanno i PECO.

venerdì 18 gennaio 2013

Piccolo manuale di logica eurista ad uso della campagna elettorale

(a cura del fieren alleaten Galeazzo Musolesi)

La logica eurista, utilizzata per dimostrare l'ineluttabilità del "più Europa", si basa sull'applicazione creativa del paradosso.Segue un riassunto dei caposaldi della logica eurista:

1) L'euro sarà salvato dalla Bce quando deciderà di comportarsi come la Fed (?) acquistando titoli del debito pubblico... cioè facendo quello che abbiamo impedito di fare alla Banca d'Italia per salvare l'Italia!

2) L'euro sarà salvato quando i paesi del Nord accetteranno di rendere "federale" il bilancio europeo, consentendo trasferimenti fiscali automatici dal Nord al Sud, mentre l'Italia sarà salvata dal federalismo, cioè dal mantenere al Nord le tasse raccolte al Nord!

3) L'Europa sarà salvata dalla deflazione interna, cioè dal taglio dei salari dei paesi del Sud brutti sporchi e cattivi, mentre l'Italia è stata salvata opponendosi alle gabbie salariali, cioè alla differenziazione dei salari fra Nord e Sud!

Insomma: posto che né l'Europa né l'Italia sono Aree Valutarie Ottimali (cioè zone che possano credibilmente sostenere un'unica valuta), è amaramente divertente vedere come i politici continuamente propongano in due contesti macroeconomicamente identici soluzioni di fatto opposte.

Ma la vera chicca è questa:

4) L'Europa sarà salvata perché o arriverà l'alba della Focialdemocrazia europea, oppure noi (chi?) minacceremo la Merkel e le diremo, col ditino puntato "cara Angela, o ci fai l'elemosina o noi non andiamo avanti", e la minacceremo perché siamo abbastanza grandi da fare una minaccia credibile... però non siamo abbastanza grandi da uscire dall'euro.

Io non ho capito: ma siamo grandi, o siamo piccoli? Voi che ne dite?




(P.s. pomeridiano: e basta con le considerazioni sulle dimensioni del pisello, siatemi seri, almeno voi, io mi riferivo alle dimensioni del paese! Per una volta che Alex se ne sta buono, ci si mettono tutti gli altri a farmi incorrere negli strali del comitato per le pari opportunità del blog, composto da suà e da contessaelvira... Suvvia!)

giovedì 17 gennaio 2013

Identità, vincolo, saldo, bilancio



(post tecnico)

Partiamo da un principio che spero sia condivisibile, anzi, due:

1)      ogni scienza ha un suo linguaggio tecnico il cui scopo, in linea di principio, non è quello di ostacolare l’accesso alla conoscenza da parte del "popolo", ma quello di esprimersi con precisione, risparmiando tempo;
2)      chi si esprime in modo impreciso, anche terminologicamente, disinforma, e la disinformazione è sempre un’operazione favorevole al regime, perché attivamente impedisce il formarsi di una coscienza civile.

Astenersi complottisti: io parlo di risultati. Le intenzioni interessano il Padreterno, anzi, non interessano nemmeno lui più di tanto, visto che nella sua infinita scienza le conosce già.

Facciamo allora un po’ di chiarezza su quattro termini che dal dibattito corrente mi pare di poter dire siano poco capiti. La colpa, come sapete, è di alcuni disinformatori dall’italiano maccheronico. Per salvare la propria patria bisognerebbe almeno conoscerne la lingua, che ne dite? Allora facciamo il punto, ripartendo dall’identità del debito pubblico. Voi vi annoierete, ma io, dopo, potrò permettermi il lusso di parlare con voi usando il linguaggio appropriato. Avete mai provato a svitare una vite usando un paio di forbici anziché un cacciavite di opportuna dimensione? Nessun lusso è più grande di quello di poter usare lo strumento giusto al momento giusto (Alex, non occorre che tu faccia altri esempi...).

Identità

Le relazioni (1), (2) e (3) del post sull’aritmetica del debito:

indicano che la variazione del debito D (definita dalla (1)) è uguale al fabbisogno dello Stato (lo dicono la (2) e la (3) in due modi diversi ma equivalenti). Ricordatevi, per favore, che questa relazione è valida solo in teoria. Chi segue bene il blog sa cosa intendo (suggerimento: Panizza).

La (2) e la (3) sono identità, cioè relazioni contabili che vengono sempre soddisfatte. Vi ricordo che in esse il fabbisogno F è un flusso e il debito D è uno stock, che varia per effetto del flusso F.

Molto semplicemente, la (2) (o la (3)) ci spiegano in che modo il Tesoro finanzia il proprio deficit: emettendo titoli del debito pubblico. Voi direte: “ma ci sono altre possibilità!”. Certo: le vediamo dopo. Ma il concetto è che le relazioni (2) e (3), di per sé, non pongono alcun vincolo economico sul comportamento del governo. Dicono solo che se hai un fabbisogno lo copri con titoli. Non ti dicono né dove collochi i titoli, né se riesci a farlo, né a quale tasso, chiaro? Quindi non pongono alcun vincolo.

Per motivi che non capisco, alcuni colleghi chiamano identità come la (2) o la (3) “vincolo di bilancio” del settore pubblico. Ma questa definizione ovviamente non ha alcun senso, per il motivo che ho appena spiegato. Questo problema però rimane confinato alla letteratura scientifica: nel dibattito corrente non ho visto fare un equivoco simile, ma è utile segnalarvelo perché se capite cosa non è un vincolo, poi capite anche meglio cosa è un vincolo. Questa cosa, in effetti, ci sarà utile, data l’infestazione di sconclusionati dilettanti i quali sostengono l’inesistenza di certi vincoli.

Vincolo

Giustamente, mi chiederete allora di vedere un vincolo. Il comportamento del settore pubblico può essere vincolato in mille modi. Il più semplice (al limite della rozzezza) è il vincolo di pareggio del bilancio, che possiamo esprimere in tre modi equivalenti:
Dire che il fabbisogno pubblico deve essere nullo, significa dire che la variazione del debito deve essere nulla, significa quindi che il debito dell’anno in corso deve restare uguale a quello dell’anno precedente. Questo è un vincolo, ovviamente, perché implica che lo Stato non possa spendere più di quello che incassa (ne parliamo subito dopo).

Ma c’è anche un’altra implicazione. Ricordate l’aritmetica del debito? Nel lungo periodo il rapporto debito/Pil d tende a:

dove f è il rapporto fabbisogno/Pil, cioè f=F/Y. Quindi? Quindi con la regola del pareggio di bilancio, intesa in senso stretto, in teoria nel lungo periodo il rapporto debito pubblico/Pil tende a zero, per qualsiasi valore del tasso di crescita dell’economia (gamma, nella formula (5)).

Il Nirvana dei Gianninizzeri, e anche della finanza privata, che potrebbe finalmente avviare al circuito delle bolle tutte le somme attualmente intermediate dallo Statoinefficientebrutto (che però alla finanza privata sta salvando le terga: signora mia, quanta ingratitudine...).

Si possono immaginare vincoli più complessi, ma per il momento non ci sono necessari. Ricordate però che il pareggio di bilancio è un vincolo estremamente stringente: esso non richiede semplicemente che il debito nel lungo periodo possa essere ripagato. Richiede che il debito scompaia, non ci sia più. Il che, oltre a essere assurdo economicamente, lo è anche storicamente: da quando c’è lo Stato, c’è il debito pubblico. Non si capisce bene il senso di questo integralismo finanziario (o meglio: lo si capisce se si pensa a Ugo... in questo caso non Panizza).

Saldo

Il fabbisogno F è un flusso, perché è una grandezza riferita a un arco di tempo, ed è anche un saldo, cioè la differenza fra due flussi, uno di entrate e uno di uscite. In un modo un po’ impreciso possiamo definirlo così:
dove G è la spesa pubblica (la spesa del Governo) e T sono le entrate (con la T di Tasse, ma ci sono anche le imposte).

Nota: G è più precisamente la spesa per “consumi collettivi”, cioè la spesa pubblica che compete con quella privata nell’acquisire risorse. Ci rientrano gli stipendi pagati ai dipendenti pubblici (i quali, se sono pubblici, generalmente non sono privati), e i consumi intermedi, cioè gli acquisti di beni e servizi da parte delle Amministrazioni Pubbliche (la lampadina che è avvitata nell’aula di università non può simultaneamente essere avvitata nello studio di un commercialista: capito il significato di “compete con quella privata”?).

Nota: T non sono solo “tasse”. Sono più precisamente imposte nette, cioè il risultato di tutte le spese che hanno una funzione redistributiva. Ci rientrano quindi le pensioni (ovviamente col segno meno, visto che sono soldi che lo Stato dà, invece di prendere) e anche i pagamenti per interessi (idem). Insomma: T = raccolta fiscale – prestazioni sociali (di vario tipo) – pagamenti per interessi.

Nota: non stiamo mettendo in evidenza le spese per investimenti, ecc. Facciamo finta che stiano in G.

Ecco: la rappresentazione che diamo è molto stilizzata, ma noi ne siamo consapevoli (a differenza di altri) e ce la teniamo così perché si parte dalle cose semplici per arrivare a quelle complicate.

Bilancio

F è il saldo contabile fra le entrate e le uscite del settore pubblico, è il saldo settoriale del settore pubblico.

F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
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F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
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F = G – T non è un bilancio settoriale.
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F = G – T non è un bilancio settoriale.
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F = G – T non è un bilancio settoriale.
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F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
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F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.
F = G – T non è un bilancio settoriale.

(scusate: non siete voi a essere di coccio, avrete capito chi è...).

Perché? Semplice. In macroeconomia si intende per “bilancio” una identità di bilancio, cioè una relazione come la (2) o la (3), che spiega come un determinato saldo venga finanziato o allocato. Il saldo (nel caso in specie, F) è solo un pezzo del bilancio: corrisponde al conto economico, quello che spiega come si forma un surplus o un deficit. Esempio: un deficit pubblico si forma se le spese G superano le entrate nette T.

L’altro pezzo dell’identità corrisponde al conto finanziario, quello che spiega come si copre un deficit (o come si investe un surplus). Nel caso del settore pubblico, lo abbiamo visto: con una variazione del debito (in aumento se hai un deficit, in diminuzione se hai un surplus).

Chiamare bilancio un saldo significa essere molto ignoranti, direi pericolosamente ignoranti. Come avrete capito significa, in buona sostanza, ignorare il lato finanziario della relazione, parlare cioè solo di G-T senza spiegare come viene coperto. Significa, insomma, ignorare l’esistenza e la dinamica degli stock. Il “bilancio settoriale” è l’identità di bilancio che mette in relazione il saldo (flusso) con lo stock pertinente. Nel caso del settore pubblico, il bilancio settoriale è l’identità (2) o (3).

Ovviamente chi si fa araldo e propugnatore di questa cialtroneria lessicale in Italia? Ma bravi, avete indovinato, proprio quello che pretende di essere il rappresentante unico in Italia di una scuola di pensiero, quella post-keynesiana, che ha fatto della coerenza stock/flusso un proprio tratto distintivo! Paradossi italiani. Sarebbe come se Oscar Giannino cominciasse a chiamare padroni gli imprenditori, e capitalisti i risparmiatori! Lo so, alcuni di voi non lo troveranno esilarante. Ma io ogni volta che sento Donald parlare di “bilanci” mi spancio dalle risate.

Riassunto

Un’identità stock/flusso è una relazione che risulta sempre verificata contabilmente e che descrive l’evoluzione di un certo stock (generalmente finanziario, ma anche di macchinari, o di immobili) per effetto dei flussi di entrate e di uscite di un certo operatore.

In alcuni casi questa identità può corrispondere al bilancio di un operatore, cioè alla relazione che spiega in che modo questo operatore finanzia il proprio deficit o alloca il proprio surplus.

Un’identità non è un vincolo: l’identità è verificata sempre, per definizione, e in quanto tale non vincola il comportamento di nessuno. Per definire un vincolo occorre imporre condizioni aggiuntive: ad esempio, quella che il saldo contabile fra entrate e uscite sia nullo, e sia quindi tale la variazione dello stock.

Un saldo non è un bilancio. Il saldo fra entrate e uscita spiega come si forma un deficit/surplus, il bilancio (identità di bilancio) spiega come questo deficit/surplus viene coperto/allocato.

Bene. Ora sapete parlare, e quindi possiamo parlare. Dal prossimo post.