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venerdì 20 gennaio 2012

I keynesiani del VII giorno, o “too much finance”

(repetita iuvant)


Devo tenere dei seminari. Per evitare figuracce volevo controllare l’ortografia di “post-keynesiano” in francese. Un accento ci doveva essere, ma data l’origine straniera del nome... Google mi porta all’articolo di Wikipedia francese sulla scuola post-keynesiana (per inciso, su Wikipedia italiana c’è solo quello sulla scuola neo-keynesiana, e voi sapete quanto io ami i nei...), verifico, controllo, niente figuraccia, ma una discreta sorpresa: ho scoperto di appartenere a una setta della quale ignoravo l’esistenza!

Sì, perché Wiki francese definisce la scuola post-keynesiana come un insieme piuttosto eterogeneo di economisti, classificabili in varie sette, fra le quali, guarda un po’, quella dei “keynesiani del dodicesimo capitolo”. Definizione che a me ha fatto immediatamente pensare a certe confessioni protestanti americane, come gli avventisti del settimo giorno (da cui il titolo).

Il dodicesimo capitolo, il dodicesimo capitolo... Prima ho pensato a quello della Genesi, magari visto come metafora dell’uscita dall’euro (“Dixit autem Dominus ad Abraham: egredere de terra tua”), poi mi sono ricordato che ai tempi di Keynes l’euro non c’era e ho capito che il dodicesimo libro doveva essere quello della “Teoria generale”, cioè “Lo stato dell’aspettativa a lungo termine” . Vi ricordate: ve ne ho parlato in Keynes vs  Tabellini, e anche nell’articolo sulla crisi finanziaria. Quindi forse sono anch’io un keynesiano del VII giorno, cioè, del XII capitolo. Buono a sapersi.

Credo sia utile tornare a parlarne, di quel capitolo, in un momento come quello attuale, nel quale anche organi ortodossi ammettono che sì, la finanza ha dei problemi, dei seri problemi, temperando però subito questo ravvedimento con il mantra che “questi problemi sono risolvibili con le regole” (variante, che piace tanto a Sarkò: “la crisi americana deriva dalla deregulation”), e, guarda un po’, con “più Europa per battere la crisi” (come titola il Sole 24 Ore). Parlare del XII capitolo è utile proprio perché l’analisi di Keynes mostra chiaramente come le crisi finanziarie non siano determinate da un difetto di regole o di razionalità. L’instabilità finanziaria è intrinseca alla struttura del mercato finanziario, e coesiste con mercati regolati e comportamenti razionali. Ne consegue che le sue disastrose conseguenze possono essere contenute solo contenendo le dimensioni del fenomeno, cioè limitando la finanziarizzazione dell’economia: le crisi ci saranno sempre, ma saranno più piccole.

A quest’ultima conclusione Keynes non arriva esplicitamente, o non in questi termini: ci arriva però implicitamente quando, alla fine del capitolo, dice che secondo lui i problemi si risolvono attribuendo allo Stato un ruolo più ampio nella gestione dell’investimento, cioè nel circuito del risparmio. Del resto, come ho chiarito in “Crisi finanziaria e governo dell’economia”, le politiche “keynesiane” portano naturalmente verso un simile esito, cioè, in soldoni, verso un contenimento del ruolo del settore privato nel circuito del risparmio. L’opportunità di questo contenimento è suggerita da recenti ricerche teoriche e empiriche, le quali concludono appunto che oltre certi limiti la finanza fa più male che bene. Non è una grande scoperta, penseranno molti di voi: si sa che il troppo stroppia! Ma il fatto che di certe cose si possa parlare in lavori scientifici, il fatto che si possa affermare che forse c’è troppa finanza, non è un progresso trascurabile, anche solo rispetto al panorama di cinque anni or sono.

Volevo parlarvene, ripartendo però da Keynes, visto che alcuni collaboratori hanno trovato oscuro il passaggio nel quale cerco di spiegare la sua posizione.

Il capitalismo secondo Goofy
Vorrei fare una premessa non immediatamente chiara nemmeno a molti sostenitori del libero mercato (vedi sotto): il capitalismo si basa sul debito. Lo so, voi direte: grazie! Ma voi siete una Arcadia. Il livello del dibattito italiano, purtroppo, come vedrete, non consente di dare certe cose per scontate. Comunque... vogliamo chiamarlo credito? Vi suona meglio? Va bene, chiamiamolo credito, o anche, se volete, Massimiliano: la sostanza non cambia. Se qualcuno prende soldi in prestito, è perché qualcun altro glieli ha prestati: è l’essenza, la quintessenza, della Goofynomics. Ci sono unità in surplus, che risparmiano perché consumano meno di quello che guadagnano, e ci sono unità che hanno bisogno di spendere più di quanto hanno guadagnato, soprattutto se... non lo hanno ancora guadagnato (perché sono imprenditori che devono avviare un’attività). Il sistema finanziario fa da cerniera fra unità in surplus e unità in deficit.

La storia la sapete, è molto edificante: le unità in surplus, tipicamente le famiglie, prestano i soldi alle unità in deficit, tipicamente le imprese, che hanno bisogno di ingenti fondi per avviare la loro attività. Il sagace imprenditore ci guadagna, perché può, con i soldi altrui, avviare un’attività che non potrebbe avviare coi soldi propri. Il virtuoso pater familias ci guadagna, perché il sagace imprenditore, avviando i risparmi verso un impiego produttivo, gli restituirà capitale e interessi, permettendogli così di vivere una serena vecchiaia.

Capite bene quindi che affermare, come ho visto fare ad alcuni, che in un sistema capitalistico “in generale indebitarsi non è una buona idea” (guardate la discussione in questo post) significa non aver capito una beneamata fava (usando le parole di Alex) di come funziona il capitalismo. Senza debito, cioè senza credito, insomma, senza Massimiliano, non c’è capitalismo. Il capitale serve se lo puoi prestare (dall’altra parte: prendere in prestito), per fartelo ridare maggiorato degli interessi (dall’altra parte: restituirlo ecc.). La famosa discesa che dal basso sembra una salita. Del resto, sulla porta dell’Inferno sta scritto: “non vi inganni l’ampiezza del prestare...”.

(Breve inciso: mi sono molto divertito nel vedere Sergio che spiegava accuratamente la dinamica del debito al tipo che non capiva nemmeno che il capitalismo si regge sul debito/credito... e ovviamente difendeva a spada tratta il capitalismo, dicendo che il debito è una pessima cosa! Anche in inverno le foglie talora nascondono l’albero...)

Problema: il virtuoso pater familias e il sagace imprenditore non si conoscono. E quindi ci vuole qualcuno che li metta in contatto. Questo qualcuno è il mercato finanziario, che dovrebbe esercitare funzioni di screening dei progetti meritevoli, vuoi direttamente, vuoi attraverso il signalling. Che vuol dire? Vuol dire che se il sistema è banconcentrico, il virtuoso pater familias (v.p.f) porta i risparmi in banca, poi la banca pensa lei a trovare l’imprenditore più meritevole (screening). Se invece il sistema è mercatocentrico, le imprese si quotano e il v.p.f. va al mercato (finanziario) a comprare le azioni o le obbligazioni che ritiene più promettenti. In questo caso il mercato non fa screening come la banca, ma segnala attraverso il corso e il rendimento dei titoli gli investimenti più produttivi (signalling).

Il XII libro
Nel XII libro Keynes osserva una cosa molto semplice: è estremamente improbabile che questo meccanismo funzioni, cioè che i mercati convoglino effettivamente i risparmi verso gli impieghi più produttivi a medio/lungo termine, quelli che sono capaci di assicurare al v.p.f. una vecchiaia serena, e all’economia una ordinata crescita. Il motivo è semplice. Ai mercati non interessa assolutamente “compiere le migliori previsioni a lungo termine sul rendimento probabile di un investimento”. E questo non perché siano cattivi (“la bborza è cinica”, diceva un noto giornalista televisivo), ma perché comportarsi in questo modo (virtuoso e favorevole alla crescita di lungo periodo) non è razionale.

Il motivo è semplice: si guadagna molto di più cercando di anticipare quello che gli altri prevedono che stia per accadere a breve, anziché valutando quale investimento è più produttivo a lungo. E il motivo è semplice: se riesci a indovinare quale azione sembrerà buona agli altri (indipendentemente dal fatto che lo sia o meno) puoi anticiparli acquistandola: quando gli altri arrivano, la loro domanda fa crescere il prezzo, e tu puoi vendere e lucrare la differenza. Del dividendo, che poi sarebbe il profitto distribuito, non te ne importa nulla: tu guadagni prima che gli eventuali profitti arrivino, guadagni subito, e guadagni anche se l’impresa profitti non ne fa, purché si crei in qualche modo l’aspettativa che li faccia. Anzi, non c’è nemmeno bisogno che si crei questa aspettativa, proprio perché il gioco consiste non nell’aspettare la distribuzione del dividendo, ma nel lucrare il guadagno in conto capitale. Basta che si crei un’aspettativa che il prezzo salga a breve, aspettativa che un investitore abbastanza grande può creare semplicemente ponendo la sua domanda sul mercato. Il merito del progetto del sagace imprenditore? Non interessa. Non è razionale interessarsene. Capito? Capito bene? Sicuri? Voi sì, ma mettiamo che qualcuno si sia messo in ascolto in questo momento: il problema non è che è cinico disinteressarsene. Il problema è che non è razionale interessarsene.

In effetti “sarebbe sciocco pagare 25 per un investimento il cui reddito prospettivo (n.d.r.: i dividendi futuri) sia ritenuto tale da giustificare un valore di 30, se nello spesso tempo si ritiene che il mercato lo valuterà 20 fra tre mesi”. Purtroppo “questo è il risultato inevitabile di mercati di investimento organizzati avendo di mira la cosiddetta “liquidità””, e nei quali quindi “lo scopo privato dei più esperti investitori” diventa “passare al prossimo la moneta cattiva”, in un contesto “soggetto ad ondate di ottimismo e pessimismo irragionevoli”, che la razionalità individuale non può contrastare anche perché “è cosa migliore per la reputazione fallire in modo convenzionale, anziché riuscire in modo anticonvenzionale”. Dite quello che vi pare: quest'uomo è un genio.

I dischi rotti: le regole, le regole, le regole (le riforme, le riforme, le riforme; più Europa; più Europa; più Europa...)
Le regole non servono. Il problema è che finché il mercato è organizzato nel senso di privilegiare la “liquidità” dell’investimento, cioè la possibilità di “realizzarlo” all’istante e con costi di transazione ridotti, sarà molto più razionale adottare una logica di brevissimo periodo. La puoi imbrigliare con regole, ma sempre di brevissimo periodo rimane. Se lo scopo è lucrare guadagni in conto capitale, evidentemente qualcuno dovrà subire delle perdite in conto capitale: se vendi a un prezzo “sopra la media”, “sopra il valore fondamentale”, sopra quello che Keynes chiama “il reddito prospettivo”, qualcuno sta acquistando a un prezzo “sopra la media”, e quindi si prenderà la sòla, perché alla fine la bolla si sgonfierà, il prezzo ritornerà verso il fondamentale, anzi, cadrà al di sotto, e l’azione diventerà carta straccia in mano all’investitore che ha creduto di poter lucrare per sempre guadagni favolosi.

Certo, sarebbe diverso se le risorse venissero convogliate verso investimenti effettivamente produttivi, anziché utilizzate per gonfiare bolle (lucrando sulla loro esplosione). In questo modo l’investimento creerebbe ricchezza e sarebbe possibile trarne un benefici (in termini di profitti distribuiti) senza necessariamente appoggiare il pacco a qualcuno. Ma Keynes spiega perché è difficile concepire regole che scongiurino il fallimento dei mercati finanziari, cioè, in altre parole, che inducano i mercati a valutare gli investimenti solo in termini del loro rendimento nel medio-lungo periodo. Continuando a citare dal capitolo XII della Teoria Generale: per assurdo “un rimedio utile per i nostri mali contemporanei potrebbe essere quello di rendere un investimento permanente e indissolubile come il matrimonio”. Costringendo tutti gli investitori a comportarsi come “cassettisti” (cioè investitori che comprano il titolo e lo tengono nel cassetto, aspettando di lucrare i dividendi futuri) li si indurrebbe a effettuare scelte in base ai rendimenti a lungo termine (i futuri dividendi), anziché ai guadagni in conto capitale a breve termine: il sistema ne guadagnerebbe in stabilità e in crescita di lungo periodo.

Ma c’è un problema: in un mondo dominato dall’incertezza, piuttosto che vincolare così i propri capitali, molti preferirebbero tenerli liquidi. Se ti ammali i soldi ti servono. Se hai un incidente? Se perdi il lavoro? Se l’alternativa fosse “sposare” i propri soldi indissolubilmente a un progetto di investimento totalmente illiquido (non “realizzabile”), molti preferirebbero tenerli sotto il mattone. E l’economia crollerebbe per mancanza di fondi. Proprio questo è il “dilemma”: la liquidità del mercato (cioè la possibilità di vendere le azioni in proprio possesso in qualsiasi momento) “spesso facilita – benché talvolta ostacoli – il processo dell’investimento nuovo”. Quindi bisogna tenerselo come è, il mercato dei capitali, nel capitalismo.

Il rimedio migliore del male
Oppure no. Un rimedio ci sarebbe. Si chiama Stato. Lo Stato, “che è in condizioni di valutare il rendimento dei beni capitali in un’ottica di lungo periodo e sulla base dell’interesse sociale generale”, dovrebbe assumere un ruolo più rilevante nel circuito del risparmio.

Prima di andare avanti, chiariamo subito un dubbio: voi direte, giustamente, che questa è una visione troppo ottimistica dello Stato. Concordo. Ci sono i fallimenti dello Stato. Li insegno ogni anno verso la prima settimana di novembre: problemi di informazione asimmetrica, di moral hazard, derivanti dai rapporti fra elettori e eletti, fra eletti e burocrazia, più tutti i problemi derivanti dall’impossibilità logica di definire in modo sensato l’interesse collettivo, e chi più ne ha più ne metta (siete cordialmente invitati nell’aula 9 di viale Pindaro 42, 65127 Pescara, Italy). Certo, anche lo Stato è un male. Anzi, facciamo prima: “a me la vita è male”.

Ma dopo aver toccato il grado zero del pessimismo cosmico leopardiano, vogliamo fare due conti? Perché sarà anche vero che lo Stato spreca ecc., ma la finanza privata “invece pure”, come dicono a Roma. E quindi il rimedio Stato, pur essendo esso stesso un male, forse è un male minore del male mercato. Lo è senz’altro se lo misuriamo nei termini che qui ci interessano: quelli della distruzione di risparmio causata dai default pubblici e privati nel mondo. I dati ci dicono che uno solo dei tanti default privati dell’ultimo decennio ha distrutto più risparmi di tutti i default “sovrani” messi assieme. Il default della Lehman Brothers su un portafoglio di 600 miliardi di dollari ha visto un recovery rate di circa il 30% in media, il che significa che i risparmiatori hanno perso il 70%, ovvero 420 miliardi di dollari. I default sovrani dal 1998 al 2006 (comprendenti i due episodi monstre dell’Argentina e della Russia) hanno riguardato un totale di 178 miliardi di dollari, con un recovery rate medio del 55%. In altre parole: le perdite su uno solo dei default privati sono state, a spanna, più del doppio dell’ammontare degli asset pubblici andati in sofferenza nei 12 episodi di default pubblico nel periodo (asset dei quali i risparmiatori hanno comunque recuperato quote molto più consistenti che nel caso dei default privati).

Volete ancora venirci a dire che il mercato è sempre un migliore intermediario finanziario dello Stato? E che lo Stato spreca sempre i risparmi dei cittadini? Né la teoria né i dati dicono questo. Concordi affermano che oltre certi limiti il “rimedio” Stato è migliore del “male” mercato. Che male non è, purché sia gestito non tanto nel funzionamento, soggetto a una radicale e insanabile miopia, quanto nelle dimensioni. A questo scopo svolgono un ruolo fondamentale i sistemi previdenziali a ripartizione, e lo stesso debito pubblico, che ha rappresentato da sempre una forma di investimento particolarmente appetibile per investitori avversi al rischio. Ma il telegiornale ci dice che c’è la crisi del debito pubblico? E tu faglielo dire, e torna qualche riga sopra a leggerti i dati.

L’odio ideologico e le bolle
Il messaggio che la colpa è dello Stato è facile da far passare. A nessuno piace pagare le tasse. Ridimensionare lo Stato viene visto dall’elettore medio come la scorciatoia legale più ovvia verso una riduzione delle imposte. Salvo poi lamentarsi che i servizi non ci sono, e dare, ritualmente, la colpa agli sprechi. Sprechi che, per carità, esistono, qui come altrove (parleremo anche della produttività del servizio pubblico). Ma il vero movente dell’odio ideologico verso il debito pubblico, e dei provvedimenti del tipo “pareggio di bilancio in costituzione”, è un altro, e si iscrive in modo abbastanza ovvio nella logica degli argomenti che stiamo svolgendo.

Pareggio di bilancio significa zero debito/Pil nel lungo periodo, cioè significa liberare una notevole quantità di risorse finanziarie le quali, non potendo più essere investite in titoli pubblici a basso rischio, necessariamente dovranno essere investite in titoli privati. Lo scopo è semplicemente quello di liberare nuove risorse con le quali gonfiare le bolle. Pensateci. Uno speculatore che gioca sul rialzo di un titolo guadagna tanto più quanti più sono i fessi che lo comprano. E naturalmente se i fessi non hanno alternative risk free, la bolla può gonfiarsi molto, ma molto, ma molto di più.

Con in più il beneficio aggiuntivo che se lo Stato risparmia (non emettendo titoli), poi avrà risorse per leccare le ferite delle banche che venissero eventualmente coinvolte nello scoppio. E così vivranno tutti felici e contenti (salvo i risparmiatori). Il pareggio di bilancio pubblico è un’ovvia prescrizione di politica economica in un sistema nel quale i soldi veri si fanno “passando al prossimo la moneta cattiva” (come dice Keynes), ovvero dando la sòla, come dico più prosaicamente io. E ovviamente non serve a rendere il sistema più stabile, ma più instabile, perché libera nuovo ossigeno finanziario col quale gonfiare le bolle private.

Too much finance
Ecco: il solito Bagnai-pensiero, complottista e bolscevico... Invece no. Novità! Alla conclusione dalla quale eravamo partiti qualche anno fa stanno arrivando in modo molto più rigoroso e autorevole importanti studi teorici e empirici. Mi piace citarvene uno in particolare: Too much finance, di Jean-Louis Arcand, Enrico Berkes, e Ugo Panizza. Nel sito trovate sia il paper (molto tecnico) che una spiegazione divulgativa.

Preciso che la tecnica è esattamente del tipo neo-keynesiano che piace agli ortodossi: si parte dall’ipotesi di razionalità, ma si introduce incertezza e asimmetrie informative, e si mostra che in presenza di possibili salvataggi da parte dello Stato, le imprese tendono a indebitarsi più di quanto sarebbe socialmente ottimo (in termini di massimizzazione del prodotto). Siamo nel contesto di modelli ampiamente accettati dal mainstream, come il modello di Stieglitz e Weiss, che è uno dei motivi per i quali Stieglitz ha preso il Nobel (ma naturalmente sappiamo, gli integralisti ce l’hanno detto, che ai premi Nobel non bisogna dare retta: non possiamo che augurarci che siano loro, gli integralisti, a prenderlo. Anzi: siccome noi siamo convinti che essi siano bravi, bravissimi, integerrimi, integerrissimi, facciamo come se lo avessero già preso, e non gli diamo retta).

Al di là del modello teorico, convincente per chi è del mestiere, ma inutile per i laici, i risultati empirici sono interessanti. “Too much finance” giunge alla conclusione che quando il credito erogato al settore privato (cioè i debiti del settore privato) supera il 110% del Pil, inizia ad avere effetti depressivi sull’economia, e che la presenza di ingenti debiti privati è un fattore amplificante di shock finanziari come lo shock Lehman. Gli effetti di lungo periodo dipendono da due elementi: dall’accresciuta instabilità del sistema (una spiegazione da keynesiano del VII giorno, in effetti, via Minsky e Kindleberger), e anche da distorsioni nell’allocazione delle risorse umane. Perché pare che Tobin (un altro keynesiano, non so di che libro o giorno, e soprattutto un altro premio Nobel al quale non dare retta) abbia detto:

“stiamo buttando una quantità sempre maggiore di risorse, inclusa la crema della nostra gioventù, in servizi finanziari remoti dalla produzione di beni e servizi, in attività che generano redditi del tutto sproporzionati rispetto alla loro produttività sociale”
James Tobin (1984) “On the efficiency of the financial system” Lloyds Bank Review, 153, 1-15 (citato da Arcand et al. 2011 "Too much finance").


E io ne so qualcosa.




Dedicato ar Pantegana. Uno studente meraviglioso, brillante, simpatico, reattivo, provocatorio, insomma: ‘na crema, avrebbe detto Geims (Tobin). E dove è finito? A dare sòle alle vecchiette (scusa Panty, è una provocaZZione...). E io lo capisco, per carità. Cosa avrei potuto dargli in cambio, a parte una pizzetta al bar? Sai com’è, dobbiamo essere austeri. Nella ricerca non c’è futuro, o quanto meno non ce n’è se prima non vai in Amerika a imparare bene quello che devi dire (non sia mai ti sbagli). Quando si taglia, lo sai, prima tocca alla musica, e subito dopo alla ricerca. Certo che pure io so’ stato un solone...

62 commenti:

  1. "ahh, mo' sto bene"

    antonino

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  2. Vedi che il problema non è poi tanto lo strumento (l'equilibrio parziale con agenti razionali ecc.), quanto la testa di chi lo usa...

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  3. Bellissimo articolo, molto chiaro. Prof. posto il link dlla trasmissione (a mio parere molto bella) di minoli "la storia siamo noi" andata in onda lo scorso 17 gennaio: http://www.rai.tv/dl/replaytv/replaytv.html#ch=2&day=2012-01-17&v=104480&vd=2012-01-17&vc=2
    ripercorre l'andamento delle crisi dello scorso secolo e la dialettica keynes vs von hayek parlando anche delle due guerre mondiali, finchè resta in onda secondo me è un servizio da vedere.
    A proposito di questo le vorrei fare una domanda, ripercorrendo la storia ed il successo delle politiche keynesiane post crisi del '29 parlano anche del loro punto di rottura avvenuto con nixon quando, durante la crisi degli anni '70, pur affidandosi nuovamente a keynes come roosevelt fallisce dando il via al premio nobel al "riuesumato" von hayek e a personaggi politici come reagan e la tatcher= neoliberismo e stato messo nell'angolo.
    Questo passaggio degli anni '70 con il presunto fallimento delle teorie keynesiane non mi è chiaro lei lo ha studiato? Ha forse a che fare con il ruolo avuto dal dolloro come unica riserva mondiale cosa che mi sembra di aver capito non incontrava il gradimento dello stesso keynes?

    Giuseppe

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    Risposte
    1. giusto l'introduzione (6 mnuti per chi fosse interessato) del servizio di minoli rai 150 anni c'è qui su youtube:

      http://www.youtube.com/watch?v=CkhvKO1pLNc

      giuseppe

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    2. Grazie, perché apparentemente non posso vedere il filmato sul sito della Rai dalla Francia. Comunque la sostanza del problema macroeconomico sottostante al "Nixon shock" la ho spiegata nell'articolo sulla crisi finanziaria.

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    3. vivo in UK e riesco a vedere il documentario a questo indirizzo, spero vi sia utile

      http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-863a3c98-a80a-4f6b-a519-61b828a8470e.html

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  4. Dal punto di vista politico qualcosa sembra cambiato, Beppe Grillo dopo aver anni fa presentato Obama come il nuovo che avanza, il salvatore del pianeta, dopo aver invitato i tedeschi ad invaderci per salvarci da noi stessi ora prende a parlare male dell'euro e a prospettare il necessario ritorno alla lira altrimenti il gioco "sporco" tedesco continuerebbe. Insomma chi lo capisce Grillo è bravo, il primo passo contro l'euro lo sta facendo lui: http://www.youtube.com/watch?v=-0565lU74sI

    Quello che io non capisco di grillo è la sua idea generale, mi sembra tutto votato alla decrescita perchè se si usa troppo la tecnologia i posti di lavoro mancano! Questa cosa non riesco a capirla basta leggere i commenti al video linkato insomma per sintetizzare: ma se la tecnologia rendesse inutile gran parte del lavoro manuale per quale motivo questo dovrebbe essere devastante e non invece positivo migliorando le condizioni di tutti gli esseri umani. Non lo so dobbiamo tornare ai vecchi ascensori di un secolo fa così da creare la figura di lavoro dell'ascensorista "sennò" c'è un disoccupato in più?
    Insomma per quale motivo il progresso tecnologico fa così paura? leggevo on line qualcuno augurarsi di non trovare nessuna nuova forma di energia pulita perchè altrimenti inquineremmo ancora di più mi sembra un paradosso.

    Giuseppe

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  5. Sì, d'accordo... ma (c'è sempre un "ma" dietro l'angolo), anche per dissipare quel senso di ineluttabilità che aleggia sull'analisi, al "più Stato" aggiungerei la necessità di ripristinare regole nei mercati finanziari (che solo uno Stato "forte" può fare, e qui mi rendo conto di cascare nel tautologico), ossia, per una recherche des règles perdues, non sarebbe male rimettere in piedi un Glass-Steagall Act o quel che sia, di vietare (e non solo temporaneamente) quella perversità degli acquisti e vendite allo scoperto (pare che anche la Cina li stia scoprendo), di intervenire energicamente sui wasp e quant'altro la mia ignoranza al momento non sa dire. Or not?
    Non so se ha visto:
    http://www.sinistrainrete.info/teoria-economica/1845-alberto-bagnai-crisi-finanziaria-e-governo-delleconomia.html
    Una domanda: accetta ancora l'apposizione di prof. oppure la ritiene un insulto visto che i profs. sono stati mandati a governarci?
    roberto

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  6. Sì, l'articolo lo ho visto, lo ho scritto io! Scherzi a parte: va da sé che le "regole" possono migliorare o peggiorare la situazione, che non tutti gli investitori sono speculatori, ecc. ecc. Ma si legga bene il capitolo XII (in italiano non lo ho trovato sul web). Attirare l'attenzione sui perfidi e diabolici neostrumenti neofinanziari è una precisa strategia dei media (ho detto precisa, non ho detto deliberata, non sono un complottista) per distogliere dalla sostanza del problema. Questa sostanza non cambia e non dipende dal tipo di strumento finanziario usato.

    La prima crisi finanziaria che conosciamo si è verificata 30000 anni or sono. E non c'era nemmeno la moneta. Un giorno ve ne parlerò!

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    Risposte
    1. Invece la prima globalizzazione è ancora precedente, si è verificata circa 70000 anni fa, quando l'uomo è uscito dalla caverna, si è guardato intorno e ha preso a migrare.
      roberto

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    2. Sarebbero quattro milioni di anni fa, ma tanto con gli anni e come con le manovre: milione più, milione meno...

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    3. Io non ho più trovato nel blog di questa crisi "paleolitica". Ci sono cascato? Sembrava così convincente!

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  7. @giuseppe

    ...e naturalmente qui in Francia mi informo sulla decrescita. Ma i francesi sono avanti! Pensate: oggi ho sentito al telegiornale l'annuncio che Chirac dette dell'intervento in Afghanistan (motivo: sono morti quattro soldati francesi). Bene: Chirac dice chiaramente: andiamo a fare delle operazioni militari per distruggere le infrastrutture del terrorismo.

    E noi: missione di pace.

    Ma mi facci il piacere, mi facci. Poi ti credo che uno diventa piddino. In un film che non ricordo un poliziotto chiede come deve comportarsi coi giornalisti che assediano il distretto per avere notizie su un certo crimine. Risposta del tenente: fai come coi funghi. E l'altro: cioè? E il tenente: tienili all'oscuro e coprili di merda.

    Non riesco a sfuggire alla sensazione che in questo paese (quello dove sto ora io) in po' di luce filtri e la merda sia meno spessa che da noi. Merde!

    RispondiElimina
  8. Latouche e' per l'uscita dall'Euro. Vedi che qualcosa di buono i decrescisti ce l'hanno...

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    Risposte
    1. Be', sì, credo che siano per il ritorno al baratto, quindi necessariamente...

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    2. Il baratto? Magari! Avrei un pò di "neglie" nel mio sgabbuzzino da rifilare in cambio.

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    3. A proposito! Una mia amica che possiede un negozio di vini si è trovata lo slogan: "oil for wine" . Una bottiglia di prosecco in cambio di un litro di benzina (considerato che a Palermo c’è il blocco dei trasporti).

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    4. Et idcirco vocatum est nomen eius Babel, quia ibi confusum est labium universae terrae, et inde dispersit eos Dominus super faciem universae terrae.

      Elimina
    5. Cioè: che sso 'ste neglie? Perché se incontro Latouche glie ne parlo...

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    6. Mi scusi ma non ho fatto il liceo. Quindi uso la mia lingua vulgaris che poi deriva dal latino, greco, arabo, ecc. ecc.
      niegghia o neglia = cosa inutile. Quindi il concetto può essere un buon punto di partenza per un dibattito con Latouche. Lo consiglio.

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  9. comunque io per gli impiegati bancari che passano le giornate a rifilare polizze index linked e obbligazioni bancarie 2099 euribor +0.25% a signori di mezza età con un livello di educazione finanziaria abbastanza basso ho davvero una grande stima!

    Franco Galimberti

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    1. I miei studenti sono più raffinati di così. La mia era una piattissima provocazione.

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  10. "Questi sistemi teorici - quelli keynesiani degli anni 60 - sono stati un fallimento empirico e sono essenzialmente incoerenti da un punto di vista teorico con l'ipotesi di razionalità che anima l'economia moderna (checché ne dicano Krugman e un altro paio di personaggi con pochi scrupoli intellettuali)."

    lei mi sembra di aver capito che non è Krugman, quindi ha sicuramente pochi scrupoli intellettuali.
    ben fatto, ogni tanto due scemenze bisogna dirle no? e che ci prendiamo sempre sul serio?

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    1. Io ho pochissimi scrupoli. Mi diverto a parlare male dell'euro, ma se trovo qualcuno che mi paga ne posso anche parlare bene. La professionalità è questo.

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  11. Che dire? Ora si che ho digerito e sono ancora più invogliato a leggere la "Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta" , al quale essendo uno studente di economia (anche se non sarò un economista) non posso sottrarmi. Grazie Prof.

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  12. Poi mi racconti se c'è scritto quello che trovi sul Mankiw, o sul Dornbusch Fischer...

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  13. Ma ci crede che l'ho ripreso in mano dieci giorni fa dopo quasi 20 anni il Fischer Dornbusch?
    Rileggerlo è stato inquietante.

    Un Anonimo retro'.

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  14. Lasciami indovinare... Inquietante perché nonostante sia un prodotto degli anni '70, tutto attese razionali e sintesi neoclassica, sembra molto ma molto più di buon senso e a sinistra dei "compagni" del Manifesto?

    La domanda è sincera, non retorica. Io non lo ho mai usato né da studente né da docente, quindi lo conosco poco. Ma riflette quella che mi sembra potrebbe essere l'ipotesi più probabile, caro coetaneo...

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    1. Lo ho usato da studente, libro scelto da un falco del liberismo che avevo come docente. E' inquietante perchè la parte macro è sostanzialmente inutile a capire quello che è accaduto nei 20 anni successivi a quelli in cui ce lo facevano studiare.
      C'è un trafiletto su Weimar che ha la stessa pregnanza e profondità di analisi che si può trovare se andiamo al bar a chiedere a qualcuno che ci spieghi per cortesia come nasce l'iperinflazione.
      Comunque quel docente falco del liberismo era più coraggioso dei compagni del Manifesto. Non diceva mai, che io ricordi, "ce lo chiede l'Europa". Era proprio convinto che il liberismo fosse la legge di Dio.
      L'Anonimo retrò.

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  15. Interessante questo post. Penso che lei possa andare ancora più a sinistra di Keynes e Il Manifesto. Una buona sintesi sulle origini della crisi finanziaria l’ho trovata anche in questo lavoro di Bellofiore e Halevi.

    http://www.criticamarxista.net/articoli/3,4_2010bellofiore_halevi.pdf

    Una considerazione sugli sprechi dello Stato. Una volta lessi (vediamo se lo trovo) un articolo apparso su “la Rivista del Manifesto” nel quale Luigi Cavallaro definiva Totò Cuffaro (ex presidente della Regione Sicilia oggi costretto a vivere in un hotel pagato dallo Stato), come <>. L’appellativo si riferiva a quella pratica molto diffusa in Italia, oggi molto criticata perché non molto europea (e non più utilizzata perché l’Europa ci chiede di tagliare il debito pubblico), di favoritismi all’elettorato regalando posti di lavoro. Premetto che sono contrario anche io al clientelismo, ma se devo scegliere tra uno Stato efficiente con una economia con bassa inflazione, alta disoccupazione e “flessibilità” del lavoro, e dall’altro lato uno Stato inefficiente , con “rigidità” del mercato del lavoro, piena occupazione e media/alta inflazione (scusate l’eccessiva semplificazione), io direi (per citare un mito comune): “la seconda che hai detto”.

    Ecco, ho trovato l’articolo.

    http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=9958

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    1. Rileggendo il commento mi sono accorto che tra le <> google ha saltato il contenuto. In orgine c'era scritto "l'ultimo keynesiano".

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    2. Sì, è un problema tecnico: minore e maggiore delimitano i tag html. Se il browser "dentro" trova qualcosa che non riconosce come html, non lo fa vedere. Usa "", oppure il codice html per i caporali...

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  16. Un’ultima citazione, penso che le faccia piacere. Sto leggendo per ora una raccolta di saggi di Keynes scritti subito dopo la crisi del 29 (Come uscire dalla crisi-editori Laterza) e ho trovato a pag. 84 questo periodo che esprime dei concetti poi riproposti in maniera più articolata nella Teoria Generale: “fino a poco tempo fa, la svalutazione e le tariffe erano armi di cui la Gran Bretagna disponeva come mezzi di autodifesa. Nel momento in cui siamo stati costretti ad usarle, esse ci hanno reso buoni servigi. Ma svalutazioni competitive, tariffe e mezzi ancora più artificiali per migliorare la bilancia commerciale di un particolare pese, come restrizioni degli scambi, divieti alle importazioni e contingentamenti, se sono applicate dovunque, non aiutano nessuno e, anzi, danneggiano tutti.”

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  17. Questo è chiaro. Quindi, come ho spiegato altrove e sicuramente ricordi, la politica di deflazioni competitive che la Germania suggerisce non avvantaggerebbe nessuno... tranne lei (per i motivi indicati nel relativo post).

    Comunque procurati "Le conseguenze economiche di Mr Prodi"... no, scusa: di "Mr Churchill". Leggilo una prima volta. Poi rileggilo con queste sostituzioni:

    a sterlina sostituisci lira
    euro - oro
    gold standard - moneta unica
    Churchill - Prodi
    City - finanza internazionale
    operai - operai

    Be', l'ultima non è una sostituzione. La musica non è cambiata. Sono cambiati i suonatori, ma, caso strano, non i suonati...

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    1. Grazie! Ho trovato il titolo "le conseguenze economiche della pace". Lo inserisco nel mio file excel "libri da comprare". Però ho già letto troppo Keynes, lo rimando di qualche mese. Adesso devo ritornare ad economisti più a sinistra. Mi ributto su Kalecki e inizio Sweezy che non ho mai letto.

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    2. Però così succederà che quando l'euro esploderà non potrai dire "Keynes lo aveva detto"... Fai una cosa, scrivimi un'email.

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    3. C'è scritto il motivo per cui la benzina oggi qui da me in italia costa 1,80 euro al litro mentre oggi in germania costa 1,44?

      l'ho letto in inglese mi sembra che una delle parti più interessanti sia questa qui:
      ..When we raise the value of sterling by 10 per cent., we transfer about £1, 000,
      000, 000 into the pockets of the rentiers out of the pockets of the rest of us, and
      we increase the real burden of the National Debt by some £750, 000, 000 (thus
      wiping out the benefit of all our laborious contributions to the Sinking Fund since
      the war). This, which is bad enough, is inevitable. But there would be no other bad
      consequences, if only there was some way of bringing about a simultaneous
      reduction of 10 per cent, in all other money payments; when the process was
      complete, we should each of us have nearly the same real income as before.

      giuseppe

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  18. Non so se ho capito. Se l'euro non crolla torneranno in Germania le camicie brune così come in Italia la lira ha portato le camicie verdi. Dunque la soluzione è il ritorno al Tornese?

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  19. Comunque, non dovremmo preoccuparci così tanto dato che è uscito il libro di Tremonti : Uscita di sicurezza. La pozione magica potrebbe essere lì, chissà...

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  20. Caro anonimo,

    la soluzione è quella indicata dalla letteratura scientifica internazionale. Puoi ad esempio leggerti questo. Sai, non è colpa mia se hai dato retta a Prodi. Non te l'ho chiesto io. Quindi non prendertela con me.

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  21. @Igor

    Un orologio rotto dice la verità due volte al giorno. Poi, naturalmente, se sei piddino fai sempre in tempo a rimettere le lancette pochi secondi prima.

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  22. Praticamente credo che in termini piu tecnici stai dicendo che il deficit pubblico può essere funzionale al riequilibrio tra saggio di mercato e saggio naturale, riequilibrio impedito dagli speculatori, i quali invece amplificano questo divario. Possiamo accettarla come sintesi tecnica? Devo dire che questo punto di vista mi è davvero nuovo, un altro motivo in più per giustificare la presenza di un pò di deficit pubblico, good point!

    Non capisco invece questa moda di mettere Hyman Minsky dappertutto ogni volta che si parla di crisi finanziaria. Ci sono ben altri modelli finanziari, prodotti negli ultimi 20 anni, molto piu coerenti con la crisi sub-prime, rispetto al ciclo di Mynsky, mi viene il dubbio che la ragione sia semplicemente ideologica, e non tecnica, dopotutto persino Bellofiore, il piu grande seguace italiano di Mynsky, lo prende con le pinze quando deve rapportarlo alla crisi americana del 2008.

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  23. Per accettarla dobbiamo essere convinti che il saggio di interesse sia il prezzo di equilibrio che si forma sul mercato del risparmio. Non tutti sono convinti che questo sia il messaggio keynesiano (sicuramente neoclassici e neokeynesiani si trovano d'accordo su questo aspetto). Del resto, in un contesto come quello descritto, all'incrocio di quali curve vai a cercare il saggio naturale?

    In effetti in modelli overlapping generations à la Diamond accade una cosa abbastanza simile a quella che forse hai in mente tu. Se un'economia è in uno stato stazionario dinamicamente inefficiente (con tasso di interesse minore del tasso di crescita reale, il che significa che è lo stock di capitale è in eccesso e quindi che il consumo è inferiore a quello della golden rule), Jean Tirole (1985) "Asset bubbles" Econometrica, mostra che l'inserimento nel portafoglio degli agenti economici di un'attività priva di valore intrinseco che si apprezza secondo il meccanismo della bolla "spiazza" il capitale produttivo riportando su un equilibrio di golden rule. In questo caso quindi ben venga il debito pubblico anche se non serve a niente. Però qui stiamo confrontando stati stazionari, quindi siamo lontani dal tema dell'instabilità.

    Il punto che sollevavo era molto più banale: probabilmente la più importante delle regole che si dovrebbero considerare per evitare l'instabilità è quella di mettere un "cap", cosa che si è voluto, per motivi ideologici, considerare solo per debito e indebitamento pubblico, ma non per debito e indebitamento privato (che sono poi quelli che ci hanno messo nei guai).

    Mi piacerebbe (sinceramente) avere un esempio di "modello più coerente" con la crisi. Avrai notato che non metto in mezzo Minsky (ma non mi disturba che lo faccia Ugo e colleghi), semplicemente perché penso che ci fossero modelli "precedenti" che spiegavano già a sufficienza le radici dell'instabilità. Sono curioso di vederne di più recenti, perché non sono particolarmente esperto in questo settore. Accetto consigli di lettura.

    Grazie per l'osservazione.

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  24. Per essere più precisi, mi era venuto spontaneo ed immediato (probabilmente facendo però un grosso errore)interpretare il tuo articolo con la visione dell'economia di Axel Leijonhufvud, nell'unica mia lettura del suo testo "informazione, coordinamento e instabilità macroeconomica". Axel infatti crede che Keynes, nel contesto del saggo d'interesse, sia un realtà un caso particolare della variante wickselliana, cioè secondo lui gli speculatori rappresentano un caso particolare che possono impedire che il saggio di mercato si riporti al livello naturale, secondo la condizione di equilibrio per cui il saggio "normale"=saggio di mercato=saggio naturale. Purtroppo Axel in questo libro non usa quasi mai le equazioni, mi sono dovuto sforzare a scriverne io quelle che conoscevo per rendere i collegamenti concettuali piu immediati. Ma comunque reinterpretare il tuo articolo in quel modo, come mi hai fatto notare, è sbagliato. Il libro di Axel mi è capitato sottomano perché in questo periodo sto leggendo\studiando con molto interesse i temi del disequilibrio, anche se avevo iniziato con Malinvaud nel suo libro "equilibrio intertemporale, ottimalità, occupazione".

    Di Mynsky ho letto solo il suo "Keynes e l'instabilità del capitalismo", ma da qui ad interpretare la crisi sub-prime mi sembra che la forzatura sia eccessiva. Per il termine "interpretazione" mi riferivo in realtà a modelli sulle scelte di portafoglio, del tipo "information bubbles", "sunspot", quelli con l'introduzione del concetto di "noise" ecc...anche se in realtà questi pochi dei tanti modelli finanziari esistenti li conosco in modo molto superficiale, intuitivamente mi verrebbe da dire che la forzatura per interpretare la crisi americana sia meno stretta, ma d'altra parte forse sto confrontando mele con pere, perché questi modelli finanziari interpretando solo alcuni aspetti del realtà(cioè il particolare e non il generale), portano al naturale risultato di una maggiore aderenza. Ma l'esaltazione per Mynsky mi è ancora oscura, il suo essere contro la finanza non penso che sia un elemento che da solo basta a lodarlo. Su questo punto nemmeno il prof. Boldrin, che mi risulta lo conoscesse anche di persona, non comprende e si chiede il motivo di tanto elogio.

    Purtroppo dopo questo ambaradam ancora non ho finito, e dovrai perdonarmi se ti faccio un altra domanda, che è abbastanza fuori tema, ne approfitto per farla qui anche se volevo fartela da quando seguivo il tuo blog, cioè più o meno da due settimane. Il punto è questo: ho letto i vari rapporti di Brancaccio, Cesaratto, e infine il tuo blog sull'origine della crisi europea, sicuramente molto convincenti e sono d'accordo sulle motivazioni, ma in tutti voi non ho mai capito perché non citate il fatto che anche i paesi periferici hanno avuto salari sganciati dalla produttività(mi risulta che erano più alti della stessa produttività), quindi non è forse giusto che se i salari tedeschi devono aumentare in linea con la prodttività, anche i salari dei paesi periferici dovrebbero diminuire in linea con la produttività? che è un pò con quanto si sostine in questo recente articolo su Voxeu (non sono bravo in inglese per cui spero di non aver mal interpretato l'articolo) http://voxeu.org/index.php?q=node/7536

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  25. Ottima domanda. Ho sviluppato molto molto succintamente questo punto nel mio intervento a Chianciano, ma ci devo tornare. Però devo farti vedere dei numeri. I salari tedeschi sono aumentati MENO della produttività. Quelli italiani erano in linea con la produttività. Ma la nostra produttività cresce di meno di quella tedesca da quando siamo entrati nell'eurozona (segue benissimo il modello kaldoriano di causazione cumulativa, legge di Thirlwall più legge di Verdoorn). Sganciarci da un'ancora nominale troppo forte (cosa che comunque avverrà, perché nella storia è sempre avvenuta) costituisce una soluzione ugualmente valida rispetto a quella dell'economista che citi.

    Ma su questo occorre evidentemente tornare. Qualche slide la avevo preparato per l'incontro di Torino, quindi penso di poter fare presto un intervento in questo senso.

    Credo che i modelli che citi diano una matematizzazione più o meno sofisticata di nozioni che esistono nella letteratura precedente. Credo anche che ogni tanto dovremmo graduare i problemi: pubblicare su riviste "fiche" è una cosa utile; capire e far capire cosa succede, anche. Se ci metti i sunspot di mezzo, allora è chiaro che il blog va chiuso! Ma ben vengano richieste tecniche... Solo che... se non so rispondere lo dico subito!

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  26. Ok perfect, approfondisco appena posso anche la lettura di quei 3 modelli.

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  27. esiste una lista anno per anno del saggio d'interesse naturale? l'avranno annotato no?

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  28. è una domanda troppo banale per incentivarmi a rispondere.

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    1. questione di punti di vista. forse anche Keynes avrebbe fatto sta domanda.

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    2. l'economia è piena di concetti teorici che non sono facilmente misurabili, se per ognuno di essi facciamo la stessa domanda, penso che non esisterebbe più nemmeno la più semplice legge della domanda e offerta.

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    3. il punto è: quale è il tasso d'interesse naturale e da cosa dipende?

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  29. @Andrea

    In effetti non penso che la domanda sia banale. Sono d'accordo che è una domanda blandamente provocatoria (siamo qui per stimolarci a vicenda), ma banale no. Non sono quindi del tutto d'accordo con la tua risposta. In effetti, esiste una corrente di pensiero economico che adotta un metodo assiomatico-deduttivo, in quanto ritiene che questo dia garanzia di oggettività, e per molti altri motivi epistemologici, sociologici, psicologici, andrologici, ecc. che qui non elenco. Questa corrente evidentemente non ha bisogno di confrontarsi con i dati, o, eventualmente, ritiene che sia giusto farlo solo "a valle" di una catena di teoremi, e con un salto logico che consiste nello svolgere tutto il ragionamento in termini del singolo individuo, ma la verifica empirica in termini aggregati (un procedimento molto molto rozzo).

    Ma esiste anche molta economia assolutamente mainstream che si pone il problema di misurare le cose. Se così non fosse, Econometrica non sarebbe fra le top 20.

    Concetti come il saggio naturale di interesse o di disoccupazione, o il NAIRU, o l'output potenziale, ecc., che sono concetti "nozionali" (nel senso che non corrispondono a realtà statistiche osservabili), in effetti vengono misurati da studi scientifici e in alcuni casi anche da organizzazioni statistiche nazionali e internazionali.

    Come?

    Sulla base di un modello teorico che dice da quali variabili osservabili dipende la variabile non osservabile. L'implementazione econometrica di questo modello teorico può essere più o meno raffinata, ma il senso del mio intervento è molto semplice: può essere che qualcuno non sia d'accordo, ma in economia non c'è posto per concetti che non possono essere (almeno indirettamente) misurati.

    Questo è quello che ho imparato studiando con Carlucci, che ha studiato con De Finetti e con Ragnar Frisch.

    Che ne pensi?

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  30. la domanda era probabilmente scontata, nel senso che è la classica domanda del teorico dell'MMT che da lì parte con altre mille domande per far sapere che lui di economia ne sa tantissimo, poi magari sbaglio e non era l'intenzione di istwine, ma sapendo come si comportano questi dell'mmt, sono partito prevenuto. Tornando al saggio d'interesse naturale, faccio fatica a concepire della sua inesistenza, piuttosto mi sembra probabile che sia stato in qualche modo camuffatto. Se è troppo difficile calcolarlo come rapporto tra preferenza di consumo intertemporale e decisioni delle imprese di investire, non è che, come consiglia Axel, potrebbe essersi camuffato in un diverso concetto di status quo, inteso nel mantenimento del livello di reddito e occupazione di ieri? non avendo però, Axel, fornito maggiori spiegazioni, almeno formali, non mi è chiaro neanche a me cosa intendesse di preciso...ma anche io non lo ritengo un problema, nel senso che se tecnicamente non si riesce a trovarlo, tanto vale trascurarlo come avviene nel tipico IS-LM.

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    1. no infatti, non era mia intenzione. anche perché se volessi fare il saccente ti incalzerei in argomenti che conosco meglio. quindi sì, era provocatoria, ma la provocazione è dovuta anche allo scetticismo verso parole come "naturale" in una costruzione sociale che di naturale ha ben poco e che è estremamente dinamica.

      siccome questa parola "naturale" viene utilizzata anche per il "naturale livello di disoccupazione", che, se mi permetti è considerabile anche come "la naturale ideologia dietro le nostre teorie", lo scetticismo è lecito. non apprezzo molto che si spacci per naturale (cioè, dato in natura) ciò che dipende da molteplici aspetti, molto spesso istituzionali e legati a dinamiche più complesse che non un mercato virtuale come quello di wicksell o una relazione discutibile come quella del NAIRU.

      comunque, nessuna polemica verso di te. mi scuso per la provocazione se ti ha indispettito.

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    2. Al momento il saggio d'interesse e quello di disoccupazione più che naturali mi sembrano decisamente frizzanti.

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    3. con tutte quelle, tutte quelle bollicine (speculative)

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  31. Preferisco che tu non parta prevenuto, altrimenti si innescano polemiche inutili e siccome sarebbero su un tema che mi interessa poco dovrei essere tranchant, cosa che finora ho rigorosamente evitato.

    Mi sembra che tu faccia riferimento a concetti estremamente neoclassici. Non ti nascondo che mi convincono poco, per una serie di motivi metodologici. Io purtroppo sono econometrico di formazione, quindi la matematica mi spaventa e mi impressiona poco, mentre i dati mi dicono molto. Ora, non so se ti è capitato di leggere l'articolo di Kirman (1992) "Whom or what does the representative agent represent?", J. Ec. Perspectives. Se puoi procuratelo. Magari ci aiuterebbe a proseguire la discussione partendo da una base più ampia. Ti sento molto curioso e penso che questo lavoro potrebbe aiutarti.

    Axel chi è? Leijonhufvud?

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  32. Si è lo stesso Axel, col cognome impronunciabile. Grazie per l'articolo, domani inizio la lettura.

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  33. Ah, l'altra piccola osservazione sulla MMT che non mi tornava in mente, riguarda il fatto che per gli imprenditori, una volta compreso che le tasse non servono a pagare i servizi pubblici ma solo a mantenere il potere d'acquisto, questo porterà probabilmente ad avvicinarsi al tema di Kalecki nel suo "aspetti politici del pieno impiego", cioè gli imprenditori "accetterebbero" molto meno un aumento delle tasse, viceversa il licenziamento del personale diventerebbe ancora più probabile...la conseguenza quindi è che l'obiettivo della piena occupazione può risultare piu difficile da raggiungere.

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  34. Tremonti nel suo libro propone la separazione tra banche d'investimento e banche tradizionali, secondo lei potrebbe essere una soluzione parziale al problema dell'eccessiva finanziarizzazione dell'economia?

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    1. Sostanzialmente si tratta di ripristinare (o introdurre) una legislazione tipo il Glass-Steagall act. Se le interessa questo dibattito le suggerisco questo sito.

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    2. Oh grazie. Un intero blog sull'argomento. Lo leggerò con interesse. Lei è un pozzo di informazioni!

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