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venerdì 25 novembre 2011

Keynes vs Tabellini

Non sarò breve (mi scuso).

Il professor Guido Tabellini interviene sul Sole 24 Ore sostenendo che le politiche di rigore sono necessarie ma non saranno sufficienti perché “le fondamenta stesse dell’euro sono viziate”. Un vizio determinato da due “difetti costitutivi”: primo, la Bce può svolgere il ruolo di prestatore di ultima istanza solo rispetto alle banche (rifinanziandole), ma non rispetto agli Stati (acquistando i loro titoli); secondo, la politica monetaria è centralizzata, ma la vigilanza è rimasta nazionale. Quali conseguenze avrebbero questi difetti? Senza un acquirente di ultima istanza dei titoli pubblici i paesi ad alto debito “sono lasciati in balia dei mutamenti di umore dei mercati”. Il decentramento della vigilanza invece porta a una segmentazione dei mercati, perché le autorità nazionali, diffidando di quelle dei paesi vicini, impedirebbero alle banche di prestare all’estero, e questa situazione “non può durare”.

Meglio tardi che mai

L’ammissione di errore va accolta senza facili ironie e con grande rispetto. Dallo scoppio della crisi, in Italia gli economisti ortodossi hanno spesso testimoniato una profonda e sincera volontà di rimettere in discussione le proprie certezze. A sinistra non c’è stato niente di simile, per un semplice motivo: economisti e politici di “sinistra” hanno rivendicato per due decenni la scelta dell’euro come un loro grande successo. Il tatticismo politico ora impedisce loro di comprendere e di ammettere che questa scelta è contraria agli interessi del loro elettorato. Gli ortodossi, oltre a essere più attrezzati culturalmente e più onesti intellettualmente, di sicuro non hanno questo problema politico. Certo, hanno condiviso l’errore, ma non ne hanno fatto una bandiera e quindi possono riflettere liberamente. Tuttavia nel pezzo di Tabellini non è accettabile la genericità di certe affermazioni (“abbiamo sbagliato”, “molti avevano previsto”), e non è accettabile la perseveranza nell’errore, che si traduce in due elementi ben precisi: (1) il tentativo ideologico di attribuire la crisi a un fallimento dello Stato, anziché del mercato; e (2) l’ingenua fiducia che il mercato possa comunque funzionare bene purché lo Stato “disegni” le istituzioni appropriate (una vigilanza centralizzata, una Bce più accomodante, ecc.).

Il problema è il debito privato (privato, capito? Privato, non pubblico! Privato! Privato! Privato!)

Le vigilanze nazionali stanno imponendo alla banche di “non trasferire liquidità” (leggi: non fare prestiti) al di fuori dei rispettivi paesi: questo significa solo che le autorità nazionali hanno capito quello che noi insieme a tanti altri (ad es., De Grauwe) stiamo dicendo da tempo (e che Tabellini ignora): la crisi è stata innescata dall’afflusso verso il settore privato dei Pigs di ingenti quantità di capitali esteri (mentre il settore pubblico stava riducendo il suo debito). La crisi finanziaria è un gigantesco fallimento del mercato del credito privato: i mercati si sono dimostrati incapaci di convogliare i risparmi verso impieghi produttivi nel settore privato. Il problema è la libertà dei movimenti privati di capitale, che si trasforma ineluttabilmente in arbitrio. Ed è questo arbitrio che le vigilanze nazionali cercano (troppo tardi) di contenere. Un ritardo forse dovuto a una eccessiva fiducia nella favoletta ortodossa. Se non la sapete, ve la racconto.

La favoletta del mercato buono e dello Stato cattivo

La teoria ortodossa dice che il rendimento dei capitali obbedisce alla legge dei rendimenti decrescenti: il capitale è più produttivo dove è più scarso. Basta quindi liberalizzare i movimenti internazionali di capitali e il capitale andrà “naturalmente” nel paese in cui ottiene la remunerazione migliore, perché è più scarso, e quindi più produttivo. Il meccanismo si autoregola, perché a mano a mano che i capitali arrivano, il loro rendimento decresce, rendendo il mercato nazionale meno appetibile e limitando ulteriori afflussi. Alla fine tutti stanno meglio.

In pratica non è successo niente del genere. I movimenti di capitale non hanno obbedito alla logica dei rendimenti decrescenti, ma a quella delle bolle speculative. L’afflusso di capitali ha spinto verso l’alto i prezzi delle attività, finanziarie e immobiliari. La prospettiva di lucrare ulteriori aumenti ha invogliato ulteriori afflussi, in un gioco di aspettative che si sono autorealizzate finché si sono trovati nuovi entranti disposti a “gonfiare” la bolla col loro denaro fresco. Quando i fessi finiscono, la bolla esplode, i prezzi delle attività crollano, e le banche che le hanno in bilancio o a garanzia di prestiti falliscono, a meno che non vengano salvate dagli Stati con soldi pubblici. I debiti privati diventano così pubblici, e questo permette ai Tabellini di tutto il mondo di ripetere come un disco rotto “debiti sovrani, debiti sovrani, debiti sovrani” nel tentativo di far passare per fallimento dello Stato quello che è solo il sintomo di un macroscopico fallimento del mercato. Macroscopico e del tutto prevedibile, in una corretta prospettiva keynesiana.

Cosa ha detto Keynes?

Sono sconfortato dalla visione caricaturale di Keynes, tutto spesa pubblica e svalutazione, tramandata dagli economisti di destra (transeat) e di sinistra! Non faccio esempi per carità di patria. Forse chi banalizza così l'analisi di Keynes non ha mai letto il capitolo XII della Teoria generale ("Lo stato dell'aspettativa a lungo termine"), o non vuole che voi lo leggiate. Vi va di leggerlo con me? Non è difficile, perché Keynes aveva idee, e quindi non era costretto ad addobbare il nulla del proprio conformismo ideologico con festoni di integrali isoperimetrici.

Keynes dice una cosa molto semplice: ai mercati non interessa “compiere le migliori previsioni a lungo termine sul rendimento probabile di un investimento”, convogliando i capitali verso gli investimenti mediamente più produttivi, che generano quindi più crescita e più occupazione. Ai mercati questo non interessa non perché siano cattivi, ma perché comportarsi in questo modo (virtuoso e favorevole alla crescita di lungo periodo) non è razionale: “sarebbe sciocco, infatti, pagare 25 per un investimento il cui reddito prospettivo sia ritenuto tale da giustificare un valore di 30, se nello spesso tempo si ritiene che il mercato lo valuterà 20 fra tre mesi”, e  “questo è il risultato inevitabile di mercati di investimento organizzati avendo di mira la cosiddetta “liquidità””, e nei quali quindi “lo scopo privato dei più esperti investitori” diventa “passare al prossimo la moneta cattiva”, in un contesto “soggetto ad ondate di ottimismo e pessimismo irragionevoli”, che la razionalità individuale non può contrastare anche perché “è cosa migliore per la reputazione fallire in modo convenzionale, anziché riuscire in modo anticonvenzionale”. Non vi sembra un’ottima descrizione di quanto stiamo vedendo? È stata pubblicata nel 1936. Occorre altro? Ora sapete cosa dire al prossimo fesso che attacca il disco “perché Keynes è quello della spesa pubblica...”.

Le sedie musicali

Siamo in mano a operatori (i "mercati") costretti ad agire in una logica di brevissimo periodo, che per questo motivo traggono i loro guadagni non dal merito intrinseco delle loro scelte di investimento finanziario, cioè, in sostanza, dal fatto di finanziare il progetto più meritevole e redditizio. I loro guadagni derivano dal fatto di lasciare il cerino acceso in mano al fesso di turno. E questo spiega come mai i mercati tollerino la persistenza di situazioni che oggettivamente dovrebbero essere percepite come pericolose. Guardate ad esempio la dinamica dell’indebitamento estero e pubblico nei Pigs:


Si vede bene che dal 2003 in poi in questi paesi l’afflusso di capitali esteri (la linea rossa) si è rapidamente portato verso il 10% del Pil. Afflusso di capitali vuol dire indebitamento, e come si vede non si trattava di indebitamento pubblico, visto che quest’ultimo (linea blu) era molto minore, e fino al 2007 stazionario o in miglioramento (Spagna e Irlanda erano addirittura in surplus). Come mai i mercati hanno continuato a prestare soldi a questo ritmo al settore privato dei Pigs? Semplice: perché i mercati “assomigliano al gioco delle sedie musicali”, dove ogni operatore pensa di “riuscire a conquistarsi una sedia quando la musica smette di suonare”.

La musica ha cominciato a suonare con l’entrata nell’euro. I paesi del Nord, truccando la competitività con il cambio fisso, hanno accumulato surplus finanziari e non potevano tenerli sotto il mattone. Era naturale prestarli ai paesi del Sud perché: (1) questi dovevano continuare ad acquistare beni del Nord per alimentarne le economie;  (2) l’integrazione dei mercati finanziari rendeva più facile i movimenti di capitale; e (3) l’ingresso nella moneta unica attribuiva a questi paesi una credibilità che non si meritavano.


Lo Stato non si esprime col disegno...

Ora la musica è finita, e Tabellini parla di riformare i Trattati. L’idea sottostante è quella, cara all’ortodossia, che siccome il mercato è buono, allora lo Stato è cattivo (nelle favole un cattivo ci deve essere). Lo Stato cattivo non deve intervenire nell’economia, ma deve semplicemente limitarsi a “disegnare” istituzioni che consentano al mercato di operare in modo ottimale. Naturalmente le istituzioni devono basarsi su regole rigide, perché introdurre elementi di discrezionalità le renderebbe poco credibili (ancora la credibilità), lasciando margini di manovra che i governi nazionali sfrutterebbero a fini elettoralistici. Ben venga quindi la rigidità, che rende credibili le istituzioni.

Questo atteggiamento ideologico contrasta con l’evidenza dei fatti: è esattamente la rigidità delle regole della costruzione europea che ne ha minato la credibilità e garantito il fallimento. Lo si è visto con le regole di convergenza di Maastricht, criticate a suo tempo da Buiter, Corsetti e Roubini (1993) perché “mal motivate, mal congegnate e suscettibili di provocare, se applicate meccanicamente, difficoltà evitabili”, tali da rendere impossibile il valutare se esse avrebbero “rinforzato o indebolito la credibilità” di paesi come l’Italia. Lo si vede adesso con la stessa presunta irreversibilità dell’entrata nell’euro, una nozione che oltre a non avere alcun fondamento giuridico, viene ormai correttamente percepita come fonte di problemi di credibilità. Il problema, ahimè, è proprio il ragionare per regole, cioè il cullarsi nell’illusione tecnocratica che l’economia sia una caldaia alla quale, in caso di problemi, basta sostituire lo scambiatore del Trattato di Maastricht o il termostato della Bce (“Dotto’, solo pe’ la chiamata so’ 50 mijiardi de euri...”). L’economia siamo noi, sono i nostri soldi, e se abbiamo dovuto tagliare delle teste per affermare no taxation without representation, speriamo di non doverne tagliare altre per affermare il nostro diritto di autodeterminare nelle sedi politiche democratiche la condotta della nostra politica economica.

Il problema è politico

Del resto, che il problema non siano le regole è evidente nel ragionamento stesso dei Tabellini di tutto il mondo e di tutti gli schieramenti, per i quali la crisi si risolverebbe se la Bce si comportasse come la Fed (cioè acquistasse titoli di Stato a man salva). Ma proprio perché la Bce è indipendente, può fare sul mercato aperto quello che le pare: non esiste alcuna regola che vieti alla Bce di acquistare sul mercato aperto quanti e quali titoli pubblici vuole (e infatti lo sta facendo, cercando di guidare gli spread a seconda delle convenienze politiche del momento). E allora le regole che c’entrano? Niente, perché il problema non è “tecnico”, di “regole”, ma politico, e perché comunque l'accumulazione di debito pubblico è a valle di un'accumulazione di debito privato determinata dagli squilibri di competitività che in presenza dell'euro possono sanarsi solo con deflazioni competitive (visto che la Germania non vuole cooperare). E resta comunque paradossale che si additi ora come strategia per la sopravvivenza dell’euro la possibilità per la Banca centrale di acquistare titoli del debito pubblico, quando a livello nazionale la separazione fra Tesoro e Banca centrale è stata salutata come un passaggio ineludibile per l’entrata in Europa. Insomma: tutto si risolverebbe facendo fare alla Bce quello che la Banca d’Italia non doveva fare, perché facendolo ci avrebbe allontanato dall’Europa!

Strano, no? Come è strano che nessuno abbia pensato al pericolo determinato dall’irrazionalità dei movimenti internazionali di capitali. E infatti ci avevano pensato, come spiegavo in questo mio intervento. Ma l’approccio ideologico ha fatto sì che nel Trattato di Maastricht non si sia nemmeno tentato di definire criteri operativi per contenere il vero problema, cioè l’eccessivo indebitamento (privato) estero. Perché contenere al 3% l’indebitamento pubblico significa contenere il ruolo dello Stato (cioè del cattivo), mentre contenere l’indebitamento estero avrebbe significato contenere il ruolo dei mercati (cioè dei buoni). Lasciamo che i buoni continuino a giocare alle sedie musicali. Sinite parvulos...

Sintesi

La non sostenibilità dell’euro, ampiamente prevista in letteratura, ha favorito un colossale fallimento del mercato, aggravato dall’irrazionalità delle regole dettate per scongiurarlo. Le lezioni sono due: la prima è che prima o poi dovremo tornare a qualche forma di controllo dei movimenti di capitale, possibilmente più incisiva della Tobin tax. Verosimilmente dovremo recuperare l’idea keynesiana che un sistema a cambi fissi non può sopravvivere senza una regola della valuta scarsa, cioè senza un meccanismo che autorizzi i paesi in deficit ad adottare pratiche commerciali discriminatorie, proteggendosi dai paesi in surplus che non vogliono cooperare alla soluzione degli squilibri. La seconda, più immediata, è che introdurre rigidità e fare la voce grossa, come alcuni politici tedeschi quando abbaiavano il loro “drei Komma null null”, serve solo a distruggere credibilità. Quello che ognuno di noi capisce nella sua famiglia, è ora che tutti insieme lo capiamo nel nostro continente. Ma analisi ideologicamente scollegate dai fatti non possono certo dare un grande contributo in tal senso. E quindi lo scenario più plausibile e forse meno doloroso rimane sempre quello di cui parlavo ad agosto.

Riferimenti
Buiter, W., Corsetti, G. Roubini, N. (1992) "Excessive deficits: sense and nonsense in the Treaty of Maastricht", Economic Policy

Fonti dei dati
Il solito database del Fmi.

21 commenti:

  1. All'interno della bilancia dei pagamenti dei Piigs (quindi Italia compresa) qual è la parte di maggiore cricità, il conto corrente o finanziario o entrambi? E quali sono le differenze tra questi paesi?

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  2. Prof. Bagnai, esiste un manuale (o una dispensa; anche in inglese) che affronti tali questioni (commercio, moneta, finanza internazionali) con approccio 'eterodosso'?
    La ringrazio per la risposta
    Claudio

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  3. Prof. Bagnai,
    noto con piacere che ha deciso di spostare il dibattito su un suo blog personale. Mi piacerebbe anche leggere articoli e commenti di suoi colleghi che la pensano diversamente. Riguardo a quanto da lei scritto mi trovo pienamente d'accordo, nei limiti della mia ignoranza. Mi preoccupa che siamo circondati da informazioni incomplete, fuorvianti ed inutilmente critiche. Non si fa altro che criticare le politiche Keynesiane che, nessuno ricorda, hanno supportato i boom economici europei, e non, nei decenni del dopoguerra. Alcuni lamentano i debiti pubblici molto elevati, ma io continuo a sostenere, e più mi informo più mi convinco, ma che ce ne frega di avere i debiti pubblici alti? I debiti pubblici servono proprio a questo, non per essere ripagati ma per essere rinnovati con l’emissione di altri titoli. Il Giappone e gli U.S.A. ne sono un esempio. Ma i liberisti europeisti ci dicono: “ e l’inflazione? è una tassa sul potere di acquisto pesantissima e subdola”. Ma chi se ne frega anche dell’inflazione. Che poi anche questo è un falso problema, dato che con l’introduzione dell’euro in Italia l’inflazione è aumentata e i salari reali sono diminuiti. Io preferisco sempre una piena occupazione con tassi di inflazione elevati, che vivere in una società di alta disoccupazione, precariato e servizi essenziali ridotti al minimo. Infine lei ci fa notare una cosa che rasenta la comicità. Abbiamo sostenuto negli anni 80 la separazione tra Stato e Banca Centrale, dicendoci che era pericoloso. Oggi si chiede alla BCE di comprare i titoli dei PIIGS (che poi sarebbe il ruolo principale di una banca centrale). Io temo che l’unione europea è solo un pretesto, non per l’unificazione e l’abbattimento dei confini nazionali, ma per spostare sovranità dal popolo (se mai ce ne è stata) a istituzioni non elette. Grazie per la sua divulgazione.
    Marco.

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  4. Massimo, scusa se rispondo prima all'anonimo ma la sua domanda è più semplice, mentre alla tua voglio rispondere con 5 grafici. Intanto tu (Massimo) puoi andare a vedere per l'Italia questo post http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002453.html e relativa discussione, e per l'Irlanda questo post http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002054.html e relativa discussione. Già da lì si evince qual è la variabile critica (i redditi netti dall'estero), ma ne dobbiamo parlare.

    All'anonimo: secondo la classificazione del Journal of Economic Literature http://www.aeaweb.org/jel/jel_class_system.php gli approcci eterodossi sono 7 (numero cabalistico): socialista, marxista, sraffiano, istituzionalista, Austriaco, evoluzionista e femminista. Non te lo dico per farti la lezioncina, ma per darti due indicazioni:

    (1) io di pensiero eterodosso so molto poco;
    (2) le mie conclusioni, che qualche volta possono sembrare fuori dal coro italiano, in realtà sono assolutamente ortodosse nel quadro internazionale.

    Quindi se la domanda è: come funziona l'economia internazionale in uno dei pensieri eterodossi di cui sopra? La risposta è: non sono competente a dirlo.

    Se la domanda è: che libri hai letto per arrivare alle tue conclusioni, la risposta è: libri relativamente "ortodossi". Consiglio a tutti quelli disposti a faticare un po' (ma a divertirsi molto) l'eccellente manuale di Giancarlo Gandolfo "International Finance and Open Economy Macroeconomics", pubblicato da Springer, o il manuale (meno approfondito ma più completo) "Fondamenti di economia internazionale", scritto da Gandolfo con Marianna Belloc e edito da Utet (39€).

    E consiglio anche, su una linea keynesiana (che il JEL non considera eterodossa) "The nature of economic growth", del maestro e amico Tony Thirlwall, edito da Edward Elgar.

    Il problema, caro anonimo, è che siamo in un mondo così perverso che l'unica cosa veramente eterodossa è rimasta il buon senso...

    RispondiElimina
  5. Ciao Marco,

    ti ritrovo con piacere in un posto dove si respira un'aria più pulita rispetto a quello dove ci siamo conosciuti.

    Tu capisci benissimo che oggi i pensatori di riferimento sono due: Goofy, e Flaiano, il quale diceva "la situazione è grave ma non è seria" (vedi l'atteggiamento verso la Bce di tutti quelli che prima ne esaltavano l'indipendenza), e "siamo pronti per una globale ora del dilettante" (vedi praticamente tutti gli interventi sul forum "La rotta d'Europa").

    Finché non capiremo che il problema della sinistra è la "sinistra", cioè questa qui:

    http://www.youtube.com/watch?v=9XZJuoUjZT0

    impersonata dalla signora per bene che ha detto di aver tenuto sul Manifesto un dibattito ("La rotta d'Europa") per "smascherare la follia del ritorno alle valute nazionali", l'Italia sarà comunque in mano alla destra.

    Eppure, cara Rangeri, "proprio in virtù della tua condizione proletaria lo dovresti sapere" a chi fa bene l'euro! O aspettavi la mancia che non ti hanno dato, costringendo il Manifesto a chiudere (senza nessun rimpianto fra i compagni che conosco)?

    Lasciamo perdere, tanto è inutile. Io giro per l'Italia e ovunque vado trovo gente che mi capisce, e persone che non sono riuscite a pubblicare su sbilanciamoci articoli che non fossero di sostegno all'euro e ai suoi governi tecnici. Cosa vorrà dire?

    Grazie per il sostegno.

    Alberto

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  6. Di recente avevo letto una lettera accorata e pubblicata su Il Manifesto, con la quale Norma Rangeri spiegava le sue dimissioni. Non ho più seguito la vicenda, ma mi pare che lei sia ancora il Direttore....purtroppo.

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  7. Esattamente in quella lettera rivendicava fra i suoi meriti l'opera di disinformazione condotta con "La rotta d'Europa". La "sinistra" si sta suicidando. Perché? Lo so che sembro polemico, ma non riesco a pensare: "fatti loro!".

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  8. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  9. Prof. Bagnai,
    si parla molto di eurobond e della possibilità quindi di tornare sui mercati con tassi molto piu' bassi degli attuali per i paesi in crisi di liquidità o di solvibilità. In che misura questa soluzione potrebbe rappresentare una via di uscita al problema attuale?
    Di fatto si ridurrebbero i costi di finanziamento per i paesi che stanno cercando di rientrare dal debito. Si tratterebbe anche in questo caso di una soluzione temporanea o di un primo passo verso una unione di trasferimento? Grazie

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  10. Caro precario,

    cosa penso degli eurobond lo ho detto fin dall'intervento che ha tanto attirato l'attenzione, questo qui:

    http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/L-uscita-dall-euro-prossima-ventura-9819

    ma lo ripeto sempre molto volentieri, perché penso sia importante riuscire a trasmetterlo bene. Ritengo che questo intervento, che rientra nella categoria ampia del "più Europa", non sarà una soluzione per due precisi motivi:

    1) perché opera a valle dello squilibrio: a cosa serve abbassare i tassi sul debito pubblico se il problema è originato dall'accumulazione di debito privato causata da squilibri di competitività? Serve solo a dare un po' di respiro alla finanza pubblica in modo che possa correre in soccorso di quella privata quando questa periodicamente arriva al punto di rottura. Non so se è chiaro, nell'articolo cerco di spiegarlo, se non ci sono riuscito avvertimi perché è molto, molto importante.

    2) perché anche se si riuscisse in qualche modo ad avere "più Europa", i modi sostenibili economicamente non lo sarebbero politicamente, proprio perché implicherebbero, via coordinamento delle politiche fiscali o via transfer union, la collaborazione della Germania al processo di risanamento. E non è politicamente proponibile all'elettorato tedesco di cooperare con quei popoli che per motivi elettoralistici sono stati loro additati come pigri e causa di tutti i loro mali.

    Non so se è chiaro.

    Chi propugna gli eurobond o non ha strumenti intellettuali per capire cosa sta chiedendo (cosa comune a sinistra, purtroppo, con mio enorme dolore), o sta solo cercando soluzioni tampone che gli permettano di elaborare un piano B rispetto all'ormai inevitabile esito.

    E visto che l'esito è inevitabile, le persone oneste e di buona volontà dovrebbero ragionare su come gestirlo, anziché su come ritardarlo. Chi non lo fa non è onesto o non è intelligente.

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  11. Gentile prof. Bagnai,
    visto che, come ha ben spiegato lei, la disgregazione monetaria europea sembra ormai un evento ineluttabile, quale sarebbe il modo migliore per gestire il ritorno alla sovranità monetaria minimizzandone i costi iniziali (se ci sono dei costi)? Esistono situazioni simili che hanno dovuto affrontare altre nazioni in passato alle quali possiamo ispirarci? Sarà necessario introdurre, tra le altre misure, anche un controllo sui movimenti dei capitali?

    Grazie

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  12. abbiamo la prova che anche i germanici conoscono molto bene la situazione intra UE ;) questo scrive Deutsche Bank:


    With representatives of debtor countries
    holding a majority of votes in the ECB’s Governing Council, a policy
    of easy money and exchange rate depreciation that leads to
    overheating in the creditor countries seems most likely. But will the
    electorates in the creditor countries accept such an outcome or push
    an exit from EMU?


    e questo è il link completo:

    http://www.dbresearch.de/PROD/DBR_INTERNET_DE-PROD/PROD0000000000279906/Euroland%E2%80%99s+hidden+balance-of-payments+crisis.pdf

    Franco Maltagliati

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  13. Vorrei ringraziare Franco Maltagliati per l'interessantissimo documento, e vorrei anche aggiungere che rattrista constatare che in Germania si sta concretamente pensando a come proteggere la gente dagli effetti immediati dell'uscita dall'euro («index-linked securities that would convert into a new currency should these governments eventually decide to abandon the euro»), mentre chi prova a chiedere analoga concretezza da noi passa per untore.

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  14. Poche notazioni al volo, perché sono esausto e mi capirete bene.

    A tutti: vi ringrazio per il sostegno e la qualità degli interventi. Ho riflettuto a lungo se "mettermi in proprio", ma il dibattito che si sta sviluppando in questo blog dimostra che vale la pena di creare ambienti nei quali la moneta cattiva dell'ottusità e del conformismo ideologico non scacci la moneta buona del realismo e dello spirito propositivo. Ogni riferimento al Manifesto e a sbilanciamoci è puramente intenzionale!

    Più che dare risposte, vorrei "coordinare" le vostre.

    A Franco: grazie per il documento, che rientra nel campo degli atteggiamenti assolutamente prevedibili. Sergio ci legge, giustamente, una prova di pragmatismo (che risponde in parte alle domande tecniche di Francesco). Io ci leggo anche una prova di quanto dico da sempre: interventi a valle del vero squilibrio (quello di bilancia dei pagamenti, che di fatto può essere sanato solo riacquistando la flessibilità del cambio) non sono politicamente sostenibili. Chiedere alla Bce di agire come "lender of last resort" non solo NON influirebbe sui differenziali di inflazione (e quindi sulla svalutazione reale competitiva della Germania), ma alzerebbe (a lungo andare) la media dell'inflazione europea, e quindi anche quella della Germania, dove l'elettorato è stato bombardato da decenni col messaggio che l'inflazione è il nemico numero uno. La colpa di questo aumento sarebbe nostra. E sapete come va a finire per i tedeschi quando la colpa è degli altri.

    A Francesco: le esperienze più vicine sono quelle dei paesi sudamericani dollarizzati (primo fra tutti l'Argentina). Su questo blog capite benissimo che l'euro non ci ha "salvato" da una crisi di tipo argentino. L'euro ci ha ridotto in condizioni "argentine". E quindi sono quelli gli esempi che dobbiamo studiare.

    Sto studiando, come tutti, i tecnicismi necessari, sto organizzando un convegno sul tema, che forse avrà luogo a euro almeno parzialmente esploso (a giugno), ma intanto di alcune cose sono abbastanza certo: naturalmente occorrerà reintrodurre controlli sui movimenti di capitali (che non sono contra legem, a quanto mi risulta); molto probabilmente occorrerà ricorrere per un certo periodo a una doppia circolazione (per le transazioni correnti e per quelle finanziarie di BdP); ci sarà una perdita in conto capitale per le famiglie, ma la "svalutazione" della quale l'Italia ha bisogno non è del 230% come quella argentina, ma di molto meno (diciamo del 20%), perché in circostanze analoghe il cambio ha sempre recuperato il differenziale di inflazione cumulato rispetto all'ancora nominale, che nel caso dell'Argentina era attorno a 200% e nel nostro caso attorno a 20%.

    Non sarà una passeggiata, ma sempre meglio che essere spremuti per mesi e mesi da un "commissario", prima della comunque inevitabile fine.

    RispondiElimina
  15. La ringrazio per le indicazioni bibliografiche. Mi scuso inoltre per l'accostamento alle scuole eterodosse; pensavo non fosse peregrino dato che spesso cita i lavori del prof. Cesaratto, che a quelle si può ascrivere viste ad esempio le sue posizioni in materia di moneta e spesa pubblica.
    Grazie ancora!
    Claudio

    RispondiElimina
  16. gentile professore, le posto un link all'editoriale di ieri di krugman sul ny times che parla proprio degli squilibri nord-sud in europa dovuti alla fissità dei cambi:

    http://krugman.blogs.nytimes.com/2011/11/25/death-by-hawkery/?smid=tw-NytimesKrugman&seid=auto

    cosa ne pensa?

    grazie per il suo lavoro.

    RispondiElimina
  17. @Claudio

    non mi offende l'accostamento alle scuole eterodosse, né tantomeno a Sergio Cesaratto, che ha una visione molto lucida e che mi ha aiutato a capire molte cose. Volevo solo capire cose ti interessasse. Sergio è neoricardiano (scuola eterodossa), io sono un po' keynesiano (scuola inesistente, devastata dalle incursioni neoclassiche).

    Buona lettura.

    @serj1984
    Ci sono un paio di cose che non mi convincono in Krugman. Non capisco se non dice certe cose perché non le capisce (cosa impossibile), o perché teme che non sarebbero capite dai lettori (cosa molto plausibile). Lo ammiro molto come scrittore anche per le sue reticenze. Ma magari facciamo un incontro Bagnai vs. Krugman, anche perché, diciamola tutta, chiamare Keynes per pestare Tabellini non è stato molto leale da parte mia. Devo dimostrare che so cavarmela da solo!

    Grazie a tutti.

    RispondiElimina
  18. Gentile Prof. Bagnai,
    mi sto recentemente appassionando all'economia politica che ho solo superficialmente studiato all'università, mi potrebbe consigliare un manuale di economia politica dall'approccio keynesiano?
    La ringrazio anticipatamente per la disponibilità, per la chiarezza dei suoi interventi e per la sua onestà intellettuale (merce sempre più rara).

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  19. A un anno circa di frequentazione del blog, capisco o credo di capire il motivo per cui non è prevista espulsione di alcuno stato dall'eurozona, come fa presente in alcune righe l'articolo su "la voce info" linkato dalle parole "oltre a non avere alcun fondamento giuridico". E lo credo: i cattivi e disdicevoli PIIGS, divenuti tali per essere stati assai proficui alle loro e altrui classi dirigenti, continuano a produrre profitti per le medesime se e solo se rimangono dentro l'eurozona, perché continuano e continuino a pagare onerosissimi interessi sul debito nel momento in cui continuano a ricevere quei prestiti che vanno ad aumentare gli onerosissimi interessi sul debito.

    Non mi stupirei, dunque, se oltre a non essere prevista l'espulsione, fosse tassativamente intimata la permanenza nell'eurozona - che, meno rispettosa del prof, scrivo con la minuscola - o che tale permanenza venisse artatamente forzata.

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  20. Aggiungo: i PIIGS vengono trattenuti nell'eurozona anche per privatizzare le loro risorse, tutte quante quelle del suolo e del sottosuolo, per rifarsi dei prestiti e degli interessi ecc ecc, qualora non avessero più soldi per ripagarli.

    Circa il metodo in generale, già applicato a molti stati extraeuropei in posizione debitoria, v. Jean Ziegler, La privatizzazione del mondo, Teca libri.

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  21. professor Bagnai, ma alla fine i fatti hanno dato ragione a keynes oppure alla scuola austriaca?

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