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domenica 1 marzo 2015

Accumulazione in condizioni di disuguaglianza

(...metto qui perché è un esempio di cosa intendo per critica costruttiva, e perché non mi bastava lo spazio di un commento per rispondere. Comunque, sono veramente sconcertato dall'imbecillità dei commenti ai due post precedenti. L'unica sintesi è "Salvini è razzista". Nessun commento, nessuna preoccupazione per la campagna razzista del Bild (possibile che debba preoccuparsene solo il compagno Henkel?). Nessun commento sulla politica estera di Francia e Germania (i battaglioni neonazisti in Ucraina li finanzia Salvini? Li sponsorizza la Le Pen? Se vi leggete il blog di Sapir troverete una storia un po' diversa...). Il solito tifo da stadio di anime belle che veramente, comincio a credere, meriterebbero che le cose finissero come io desidero non finiscano, cioè nel sangue. Non essendoci però alcuna certezza di chi sarebbe chiamato a versarlo, motivi razionali, oltre che etici, mi spingono a continuare a lottare per una risoluzione pacifica che necessariamente prevede la fine dell'euro e che quindi necessariamente prevede apertura - con i dovuti distinguo, da me ampiamente fatti - a tutte le forze che si orientano in tal senso. Ma lasciamo perdere: oltre ai ragli calcistici, ammantati di buonismo, c'è anche chi formula critiche. Ve ne segnalo una, con la relativa risposta...)

fraspero ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "QED 42: le squadracce":

-off topic- domanda per il prof. o per chiunque sia in grado di rispondere.
Gentile professore, premetto che tutto cio che so di economia lo devo esclusivamente a questo blog e ai suoi due libri che adoro perche oltre che scritti per far capire alla gente comune qualcosa di cui non sanno nulla, sono ricchi di citazioni e bibliografati maniacalmente come si conviene per un uomo di scienza che voglia considerarsi tale. Nella lettura de l.italia puo farcela mi ė sorta una domanda alla quale non ho trovato risposta a differenza di molte altre. Lei attribuisce la crisi di domanda mondiale ad un progressivo calo dei salari e ad uno dpeculare aumenti degli utili dei capitalisti. La mia domanda ė: la ricchezza sottratta ai salariati e trattenuta dai "padroni" per quale motivo non genera anch.essa domanda? Cioe questi soldi nn verranno spesi come li spenderebbe una persona comune ma in ogni caso dovrebbero essere spesi: investimenti, case, yatch di lusso o aragoste non fa differenza. Oppure vengono spesi in qualche altro mercato che di fatto non genera alcuna domanda di beni o servizi?
La ringrazio molto e spero che nn abbia gia dato la risposta in qualche altro post oppure nel libro e che mi sono perso.
Saluti
Francesco





(Francesco, fammi il cazzo di favore però di non postare tre volte la stessa domanda, vuoi? Diventa tutto molto più difficile se fate così. Fai clic, poi passi ad altro, e io se ho tempo rispondo, ok?)


Allora, mettiamola così: nel capitalismo "finanziario" descritto in IPF (ma da tanti altri prima di me, come adesso vedrete) succede essenzialmente che una quota sempre minore di reddito prodotto viene distribuita al lavoro, e una quota sempre maggiore di reddito viene distribuita al capitale.

Ora, tu dici, anche i redditi del "ricco" si traducono in domanda, cioè in acquisto di beni, quindi perché c'è bisogno di sostenere la domanda dei "poveri" col debito, cioè col credito (tendenzialmente erogato dai "ricchi")?

Ci sono alcune considerazioni da fare. La prima è che a meno che non nasca con quattro natiche, difficilmente un ricco potrà guidare contemporaneamente due Ferrari. Va bene: restiamo seri. Una Ferrari costa quanto venti Punto (a spanna), e quindi vedi da te che se il reddito si concentra nell'1% superiore, hai voglia a costruire hangar per Ferrari! In altre parole, l'economia della produzione di massa ha bisogno di un consumo di massa per tirare avanti. Questo comporta che una parte consistente dei profitti che vanno al capitale non si traducano (per impossibilità fisica) in domanda immediata di nuovi beni e servizi da parte dei "ricchi", ma vengano avviati al circuito finanziario (cioè si traducano nell'acquisto di "carta").

E fino a qui ci siamo, e in condizioni normali (cioè non di disuguaglianza crescente) alla fine andrebbe anche bene così: in teoria, considerando per il momento un'economia chiusa, l'acquisto di "carta" (un'azione, un'obbligazione) da parte del ricco corrisponde al bisogno di un'azienda di finanziare investimenti produttivi (emettendo, appunto, "carta"). Quindi la parte dei redditi dei ricchi che non va nell'acquisto immediato di aragoste e Ferrari si tradurrebbe comunque nell'acquisto di beni fisici (tangible assets), un acquisto mediato dal circuito finanziario, che raccorda famiglie (ricche e povere) e imprese, permettendo a queste ultime di finanziare i propri investimenti produttivi incrementando lo stock di capitale con l'acquisto di beni fisici (fra i quali anche il rimpiazzo dei macchinari obsolescenti, ecc.).

Questo modello corrisponde a quello che Froud et al. 2001, che ho citato in Crisi finanziaria e governo dell'economia, chiamano il capitalismo "produttivista", e del quale qui ti offro il (loro) disegnino:


Le famiglie usano i propri risparmi per acquistare nuova carta con la quale le imprese finanziano investimenti produttivi che creano valore a fronte del quale vengono distribuiti dividendi che creano un reddito che va alle famiglie e il cerchio si chiude.

Quando però la disuguaglianza aumenta, in questa bella storia nella quale i risparmi vengono comunque convogliati verso la creazione di valore (via investimenti produttivi) comincia ad incepparsi qualcosa.

Intanto, una parte dei redditi dei ricchi (mangiata l'aragosta, comprata la Ferrari California), deve necessariamente andare a finanziare i consumi dei poveri (i quali altrimenti, morendo di fame, non potrebbero pescare l'aragosta che al mercato il ricco comprò...).

Poi, l'incremento della produttività da un lato (via progresso tecnico), e dei fatturati dall'altro (via finanziamento "a credito" della spesa dei "poveri"), determina una buona redditività aziendale, la quale fa sì che in effetti il settore delle imprese sia in grado di finanziare da sé gli investimenti produttivi, cioè senza ricorrere ai risparmi dei "ricchi", ovvero, senza ricorso ai mercati.

Ma noi vediamo che i "mercati" (finanziari) acquistano sempre maggiore peso.

Perché?

La risposta è che una buona parte delle risorse finanziarie distribuite ai "ricchi" vanno ad acquistare carta che non corrisponde a domanda di beni (in particolare, domanda "mediata" di beni capitali).

E a cosa corrisponde?

Froud et al. (2001) cercano di capirlo usando la contabilità ai flussi di fondi di Stati Uniti e Inghilterra. La risposta breve è che le risorse finanziarie dei "ricchi" vanno ad alimentare una sorta di gigantesco gioco dell'aeroplano o schema Ponzi (se preferisci), dove la creazione di "valore" corrisponde sostanzialmente alle plusvalenze realizzate nelle operazioni di fusione e acquisizione di aziende, alle quali corrisponde una produzione di "carta" il cui valore è sostenuto, appunto, dal flusso di domanda di "carta", cioè dagli eccessivi introiti dei (pochi) ricchi, che un qualche impiego dovranno pur trovarlo (mangiata l'aragosta e parcheggiata la Ferrari).

Guarda questo schema:

e considera, per semplicità, gli Stati Uniti (che abbiamo visto essere archetipici di questa evoluzione del capitalismo).

Lo schema ti dice che fra 1980 e 1998 nelle imprese statunitensi sono entrati 19326 miliardi, dei quali circa 10000 distribuiti in dividendi (su azioni), interessi (su obbligazioni), imposte (su profitti), e 8119 non distribuiti, di cui 7786 miliardi corrispondono all'acquisto di beni capitali e 334 a utile di gestione. A fronte di questa situazione, il settore ha chiesto ai mercati, vendendo "nuova carta", 5168 miliardi (dei quali "in teoria" non aveva bisogno, visto che si era autofinanziato i propri investimenti produttivi), per un totale di 5502 miliardi di fondi totali (5168+334), destinati all'acquisto di 4494 miliardi di attività finanziarie. Queste attività corrispondono di fatto a plusvalenze derivanti da operazioni di fusione e acquisizione di aziende, che se dal lato reale traggono il loro fondamento nella (pretesa) esigenza di "razionalizzare ed efficientare" ("grande è bello, facciamo economie di scala...", ecc.), dal lato finanziario sono sostanzialmente un modo per vendere a 125 due aziende che valgono 50. Come dicono Froud et al., dato che la Tabella 7 consolida i bilanci delle imprese private, se una azienda A comprasse un'azienda B ai valori di libro queste due operazioni di compenserebbero, dando come risultato zero. Ma se l'azienda A compra per 125 una azienda B che vale 100 (o due aziende C e D che valgono 50 l'una), ecco che sorgono 25 (che confluiscono nei famosi 4494 in fondo alla tabella), corrispondenti a "creazione" di valore puramente speculativa, determinata dall'operazione di acquisizione, e non a un incremento del 25% dei macchinari, capannoni e attrezzature dell'azienda B (che fisicamente quella è e quella rimane).

Questo è come lo dicono loro, per tua erudizione:


Ora, il punto è: cosa permette di vendere al 25% in più (nell'esempio: ovviamente sono cifre indicative) una cosa che vale 100? Semplice: il fatto che qualcuno abbia i soldi per comprarla! Come in ogni schema Ponzi, sono i nuovi entranti che garantiscono la prosecuzione del gioco. Il capitalismo finanziario comprime lo Stato come intermediario del risparmio (riducendo, ad esempio, le pensioni), e così i redditi dei ricchi (che sono sempre più ricchi) e anche quelli dei meno ricchi si orientano sempre più a comprare carta privata, alimentandone (artificialmente) il valore. Guarda che alla fine la lotta ideologica ai sistemi pensionistici a ripartizione, per dirne una, ha il suo fondamento non tanto nell'invecchiamento della popolazione e via dicendo, quanto nell'evoluzione verso questo tipo di capitalismo.

Il disegnino diventa questo qui:


Non è più un circuito, dove la famiglie comprano la carta delle imprese: è uno schema che ha al centro il mercato secondario dei titoli (cioè il mercato della carta già esistente), che diventa il motore e l'arbitro del sistema. Questo è quello che Froud et al. chiamano il coupon pool capitalism, e che altri chiamano il capitalismo finanziario. Le imprese ora non rispondono alle famiglie ma ai "mercati" (il mercato secondario, il blocco centrale dello schema), e quindi la loro logica diventa una logica di breve periodo. Prezzo e quantità dei titoli presenti nel pool non dipendono più solo dalle necessità delle imprese "produttive" di finanziare investimenti in capitale fisico, ma da tante altre cosette che poco hanno a che vedere con la pruduzione e con l'acquisto di quei beni per acquistare i quali nel frattempo il "povero" si sta indebitando. Loro la mettono così:


Una buona descrizione italiana di queste dinamiche la fornisce Bellofiore, che mi sta sui coglioni perché ha banalizzato il mio lavoro, ma questo, per me, non è motivo sufficiente per banalizzare il suo! La sua lettura ha una venatura marxista che Froud et al non hanno (ponendosi in un'ottica keynesiana), ma alla fine i numeri sono quelli (della Tabella 7) e la storia che raccontano è la stessa (dell'ultima citazione): quella di un capitalismo che produce carta a mezzo di carta, e che quindi, ovviamente, avvantaggia chi ha gli strumenti culturali e tecnici per trarre profitto da questo gioco (ovviamente i più ricchi), lasciando, come in ogni Ponzi game, il cerino acceso in mano a una sterminata platea di fessi (i contribuenti, che quando il sistema salta sono costretti a tappare i buchi, cioè a mettere di tasca loro quel famoso 25 che non c'era, e che quando nessuno vuole comprarlo più - per qualsiasi motivo - diventa il granello di sabbia che inceppa l'ingranaggio).

Per inciso: va da sé che quando l'ingranaggio si inceppa, chi ci ha messo i soldi pensando di avere una vecchiaia agiata si ritrova sotto i ponti. La lettura della stampa anglosassone ti riserverà lolte soddisfazioni!

Spero di averti fornito una spiegazione accettabile del perché in un capitalismo che distribuisce troppo ai pochi e poco ai molti i soldi che vanno ai pochi non sono destinati ad acquistare i beni che i molti non si possono permettere (e nemmeno il loro controvalore in beni fisici "da ricchi").

Ti ringrazio, e concludo con una breve allocuzione ai simpatici commentatori dei post precedenti: carissimi, se magari volessimo parlare di questo, sarebbe più interessante che parlare del coglione che ieri a piazza del Popolo portava in giro un cartellone con la faccia del Duce. A me dispiace più che a voi che dei problemi veri si siano finora (cioè fino a Fassina) rifiutate di parlare tutte le forze politiche tranne quelle contigue a fessi simili, ma questo non è un problema mio, né delle forze che hanno deciso di parlare. Se non vi è chiaro, amici miei, allora tenetevi l'euro e la vostra purezza etnica marziana.

Perché alla fine i razzisti siete voi, e io l'ho sperimentato sulla mia pelle in quattro lunghi anni di #bagnailafafacile e #bagnaiesceadestra. Ora, invece che a dove esco, vi toccherà stare attenti a dove entro. Così si osserva in voi lo contrappasso.

sabato 28 febbraio 2015

QED 43: Sapevano

(gli stucchevoli e disinformati commenti al post precedente, nel quale esternavo tutta la mia compassione e il mio fastidio per quattro scalmanati strumentalizzati dal partito vincolista, nonché la mia ferma volontà di oppormi a questa strumentalizzazione, promossa dal partito di Repubblica, sono la prova evidente delle difficoltà di far maturare un'opinione pubblica democratica in questo paese. Non fa niente, andiamo avanti. È importante a questo punto che ricordiamo, non a noi che lo sappiamo, ma a chi arriva adesso e dall'alto dei suoi vent'anni e delle letture che crede di aver capito ci illumina di immenso, chi sono le persone alle quali abbiamo affidato il governo del nostro paese. Ci aiuta in questo andare a vedere cosa dicevano prima che tutto cominciasse...)





Dal verbale della direzione del PCI del 12 dicembre 1978 ore 11:30, dopo il discorso di Andreotti sullo SME (consultabile all'Istituto Gramsci; ringrazio un giornalista che se vorrà essere nominato sarà nominato):


"Noi dobbiamo criticare La Malfa perché nelle sue più nobili motivazioni vi è alla base un giudizio catastrofico sull’Italia, poi perché emerge una concezione strumentale degli impegni internazionali in funzione interna (antisindacale), poi per il contributo notevole che viene dato alla campagna terroristica in atto." 

XWYZXWIHJW


(...Ricordo il contesto: la Democrazia Crisitana era contraria allo Sme, ma Andreotti venne convinto da Ugo La Malfa che per l'Italia era importante entrare. Argomenti? Molti: la geopolitica, ecc. - Giorgio La Malfa mi ha fatto un racconto molto vivido di quei giorni - ma soprattutto uno: il fatto che siccome governare gli italiani non è solo impossibile, ma anche inutile - frase attribuira a Mussolini, come ricorderete - era essenziale che la politica italiana si desse un vincolo esterno nelle regole monetarie europee. Ora sappiamo che quelle regole hanno accentuato gli squilibri non solo esterni, ma anche e soprattutto interni del paese, perché l'Italia (come gli altri paesi periferici dell'Eurozona) si è confermata a quanto ci dicono gli studi più recenti e ortodossi sul tema del vincolo esterno. La contraddizione del "vincolismo" è e rimane questa: nel momento in cui cerca di "disciplinare" un paese ancorandolo alla valuta di un paese più forte, che dovrebbe costringere i lavoratori a essere più moderati nelle richieste salariali e gli imprenditori a promuovere innovazione e produttività, al contempo rende più facile per le sue élite corrotte ed eterodirette finanziarsi con denaro facile sui mercati internazionali (gli agganci valutari normalmente rendono il paese debole più "credibile" e quindi riducono il costo del denaro per i soi residenti). Quindi di tutta questa disciplina resta solo la repressione dei lavoratori dipendenti e la promozione dei comportamenti corrotti delle élite: cosa che abbiamo visto nei paesi latinoamericani prima, e da noi dopo, con l'unica differenza che i primi si agganciavano al dollaro e noi al marco. Ora, il simpatico comunista che riferisce alla direzione era estremamente consapevole delle dinamiche in atto - come altri lo sono stati in altre direzioni. Notate che:

[1] attribuisce a La Malfa intenti terroristici - il successivo intervento, di Berlinguer, che non riporto, chiarisce che per terrorismo intende quello che intendiamo noi - e quindi stigmatizza, come noi, il fatto che delle dinamiche economiche venga data una rappresentazione sistematicamente distorta allo scopo di interferire con il processo democratico.

[2] intuisce la natura radicalmente e irredibilmente antisindacale del progetto di integrazione monetaria, che scaturiva dal fatto che dati gli assetti allora vigenti, i quali non potevano che peggiorare, questo progetto sarebbe stato piegato alla volontà di dominio del paese più forte - cosa che, come sappiamo, James Meade aveva intuito fin dal 1957: per il nostro amico XWYZXWIHJW, a differenza che per gli tsiprioti, è ben chiaro che un altro Sme non è possibile, e quindi a maggior ragione non lo sarebbe poi stato un altro euro, che era semplicemente uno Sme peggiorato con maggior rigidità e con il potere di ricatto dato dalla pretesa irreversibilità; notate: il nostro amico parla di uso strumentale degli accordi internazionali per la soluzione dei conflitti nazionali. È cioè ben conscio di quale uso sarebbe stato fatto di questa Europa: invocarla ritualmente: "ce lo chiede l'Europa". È quello che Featherstone ci racconterà poi a posteriori.

Quello europeo non è un idealistico progetto di integrazione internazionale, è un consapevole progetto di sopraffazione su scala nazionale.

[3] contesta il giudizio catastrofico sull'Italia, cioè l'autorazzismo che per necessità logica era ed è alla base di un progetto che intendeva spossessare gli italiani della loro sovranità. Sfugge sempre, ai pensatori europeisti, che l'idea di sottrarre a un popolo sovranità perché altrimenti la userebbe male (e.g., "stampando moneta") non è democratica. Il gioco democratico prevede che chi sbaglia paghi, non che chi gioca non sia messo in condizioni di sbagliare da un Deus ex machina tecnocratico e paternalistico. Eleggi il governo che sbaglia? Bene: starai male, te ne accorgerai, e cambierai. Ma noi non stavamo male: le case che oggi ci vogliono togliere per salvare le banche tedesche sono state costruite quando il governo "stampava", e sono fino a prova contraria ricchezza reale.


Ora si capisce un po' meglio, forse, perché sono così incazzato con quei quattro ingenuotti, che ho chiamato porci fascisti perché oggettivamente si sono fatti strumentalizzare dai mezzi di informazione al servizio del progetto antidemocratico e classista testè descritto: sono così incazzato perché non c'è nulla da scoprire, è tutto chiaro, e tutti sapevano tutto. Ma loro, quelli che contestavano - per motivi anche giusti, ma in un contesto drammaticamente sbagliato - Salvini, hanno una irrimediabile tara genetica: sono dalla parte di chi sapeva e ha tradito.

Perché sapere, come questo signore sapeva, e comportarsi come questo signore si è comportato poi, significa tradire il proprio paese.

Bene: chi indovina chi è XWYZXWIHJW vince la mia felpa verde Bastaeuro - consegna all'osteria...)

QED 42: le squadracce

"Basterebbero dieci anni di integrazione fiscale nell’area euro, magari a colpi di Eurobond, per riavere le camicie brune in Germania"

Albertus dixit, AD MMXI



Nel giorno in cui le squadracce euriste scorrazzano per Roma, per impedirci di manifestare la nostra critica al regime antidemocratico di Bruxelles (quello che secondo Monti serviva a tenere le decisioni importanti "al riparo dal processo elettorale"), mi è sgradito farvi notare che sta succedendo una volta di più quanto avevo previsto.

La campagna di odio contro il popolo greco condotta dal Bild è solo l'inizio, ed è un bene che abbia riscontrato opposizione in Germania (in particolare da parte del "liberista brutto e cattivo" Hans Olaf Henkel). E il vero problema è che questa campagna trova un terreno fertile perché, come vi ho detto fin dall'inizio, la vittoria del capitalismo tedesco si basa, come quella di ogni capitalismo, sull'oppressione dei suoi, prima che dei nostri, lavoratori (dove ricordo agli imbecilli, perché agli altri ormai non occorre ricordarlo, che per me sono lavoratori anche i commercianti, i professionisti, gli autonomi, e i piccoli e medi imprenditori). La Germania è piena di persone che si stanno impoverendo in termini relativi e assoluti, sulle quali una campagna di odio può fare leva con effetti destabilizzanti che sono ad oggi impossibili da prevedere. Molta gente era tranquilla il 27 luglio 1914, perché "c'era la ripresa", "lo spread era calato", e "non succederà mai più". Abbiamo letto, nel diario della mia amica, che la gente era anche relativamente tranquilla, in Normandia, mentre i tedeschi bombardavano Dunkerque. Io credo che a molti sfugga il senso di quanto sta accadendo, e che sintetizzo con le parole di un mio amico (o meglio: conoscente):

Vergogna e disonore: nel Mediterraneo e in Ucraina la gente muore a causa di Hollande, Obama e compagni e questi suonano sempre la solita musica. Barricata antifascista contro Salvini. Ma vaffanculo!

Ma dobbiamo restare calmi. La situazione si sta sfaldando rapidamente. Gli spin doctor di regime, a cominciare dal simpatico Carnevale Maffè, propalano a tutta forza su Twitter il messaggio che noi saremmo i violenti. Noi, che non mi risulta abbiamo torto un capello a nessuno, nonostante le nostre vite siano state tutte rovinate (in misura variabile) dal regime di quelli che volevano fare il nostro bene nostro malgrado, allontanando le decisioni sul nostro futuro dal processo elettorale (atteggiamento sul quale non ho visto commenti dell'illustre collega, né credo ne vedremo mai).

Ai fascisti che sono oggi in piazza per difendere il regime di Bruxelles e i suoi potestà stranieri esterno tutta la mia compassione, che è una cosa diversa dalla pietà. Vale per loro quello che vale per ogni fascista:


(ringrazio il gentile utente che ha inciso su una lastra di pixel questo mio tweet lapidario).

Proprio così. Un giorno Landini, o la televisione, appariranno loro, mentre sono sulla via di Salvini, e succederà a loro, a questi piccoli porci fascisti che meritano tutta la nostra compassione (che non è pietà) quello che succede ogni giorno nella chiesa che hanno occupato per manifestare contro chi vuole liberare il proprio paese, e ristabilire una normale dialettica democratica.

Questo:


Non tutti, naturalmente, avranno il privilegio di convertirsi. Non tutti i fascisti, purtroppo, diventano antifascisti. Fra i fascisti che oggi ci attaccano ce ne sono anche che faranno la fine di alcuni bandieristi: il vagone piombato è lì, pronto, è la crisi che secondo i padri nobili doveva educarci all'Europa, e chi ce li ha caricati, su questa crisi, non è Salvini, dal quale sul piano politico mi dividono diverse cose, e nemmeno Casapound, dalla quale mi divide praticamente tutto, ma Bruxelles, quel Bruxelles che loro continuano idolatrare lacerati fra il terrore di dover ammettere un abbaglio (ma Caravaggio dimostra che non tutti gli abbagli vengono per nuocere) e la vergogna di dover confessare la propria cecità.

Questi nostri fratelli io li ringrazio, come ringraziai Scalfari per un suo fetido editoriale di febbraio 2013, che mi convinse a correre a Parigi per prendere un'aereo che mi riportasse al mio seggio elettorale. Come sapete, allora votai Grillo, ben sapendo di non avere nulla da spartire con lui, e che il suo movimento era fuffa (avevo già scritto questo, e molto di quello che vi scrissi si è verificato, anche se avevo sopravvalutato molto gli spazi di manovra di Berlusconi: ma il PD venne ridimensionato, Grillo vinse, e poi non seppe cosa fare dei suoi voti se non perderli, mentre Renzi subentrò come referente dei berluscones - cosa che allora non vidi e qualcuno più bravo di me avrà visto).

Li ringrazio, dico, perché come allora Scalfari mi convinse a votare contro di lui, così oggi le squadracce euriste mi convincono a fare una cosa che non ho mai fatto in vita mia: andare in piazza per dimostrare che non ho paura.

Non è colpa mia se Salvini ha capito prima di altri quello che ho scritto. Come ho spiegato in un altro tweet lapidario:

l'energia politica è la massa per la velocità al quadrato

Lui era piccolo ma è stato veloce. Attenzione: senza il calcio sui denti dato a Bersani da Grillo (mi spiace), e senza l'avanzata di Salvini (sono agnostico), noi qui non ci saremmo mai arrivati. Magari non vi sembrerà un bel posto, o magari non volevate arrivarci. Io sì. L'ho detto fin dalla mia prima apparizione televisiva: l'ho detto in faccia all'onorevole Gozi durante Agorà che il mio obiettivo era tornare a votare PD. Ora sono meno lontano da quell'obiettivo di qualche anno fa. Se questa strada passa per dire che ne ho abbastanza di Renzi, non vedo perché non dovrei percorrerla. Se l'asini-stra non vuole leggere un libro che parla di democrazia e di quanto la disuguaglianza la minacci, dovrebbe essere un problema mio?

Così, a occhio, mi pare che sia un problema suo, e vi assicuro che la sinistra dentro l'asini-stra se ne rende conto.

Tutto è come sembra.

Ci vediamo a piazza del Popolo, sarò in ritardo, ma meglio tardi che mai...

giovedì 26 febbraio 2015

L'iceberg è sempre più vicino

di Stefano Fassina


In queste settimane si definisce il senso della vittoria di Syriza alle elezioni politiche del 25 gennaio scorso in Grecia: o il governo Tsipras può contribuire, insieme ai partner dell’euro-zona, a rianimare le democrazie europee attraverso un compromesso di svolta, oppure in Grecia si conferma l’impraticabilità della democrazia sostanziale e l’impossibilità della sinistra nel giogo mercantilista della moneta unica.

La scelta politica sul tavolo dell’Eurogruppo, nell’agenda del Consiglio dei capi di stato e di governo a Bruxelles e nei parlamenti delle capitali di alcuni paesi (tra cui la Germania) deve poggiare su dati di realtà. I governi europei, i parlamenti, i partiti, il dibattito sui media e le opinioni pubbliche devono aprirsi a un’operazione di verità. Avrebbero dovuto farlo subito dopo il risultato delle elezioni europee. In particolare, un’operazione verità l’avrebbe dovuta promuovere il governo italiano all’avvio della presidenza di turno a luglio scorso. Invece, si è cercato di minimizzare e tornare al business as usual. Un piano di investimenti largamente virtuale (“smoke and mirrors”, secondo l’europeista ortodosso Daniel Gros del CERP). Un’interpretazione flessibile delle regole di bilancio pubblico per disinnescare il fiscal compact, comunque inapplicabile ma raccontata come una grande conquista o una grande concessione.

Le verità da affrontare sono due. Innanzitutto, una amara verità specifica: i programmi della Troika hanno avuto come obiettivo prioritario il salvataggio dei creditori della Grecia, non l’aggiustamento dell’economia greca o, come ripete la propaganda dei primi della classe o dei penultimi, il finanziamento delle baby pensioni o degli stipendi dei fannulloni impiegati pubblici

(continua qui)

Grexit (2)



Lo giorno se n'andava, e l'aere bruno
toglieva li animai che sono in terra
da le fatiche loro; e io sol uno

m'apparecchiava a sostener la guerra
sì del cammino e sì de la pietate,
che ritrarrà la mente che non erra.

O muse, o alto ingegno, or m'aiutate;
o mente che scrivesti ciò ch'io vidi,
qui si parrà la tua nobilitate.




...which means (for Europe-impaired readers):





Daylight was going, and the dusky air
was now releasing from their weary toil
all living things on earth; and I alone

was making ready to sustain the war
both of the road and of the sympathy,
which my unerring memory will relate.

O Muses, O high Genius, help me now!
O Memory, that wrotest what I saw,
herewith shall thy nobility appear!












































(...la mia Uga! Quanta fatica per farle fare una vita normale...

"Babbo?"

"Sì?"

"Ma scusa: tu sei un professore, ma sei anche un musicista e anche uno scrittore?"

"Sì, e sono anche un babbo."

"Ah."

"E sai qual è il lavoro che preferisco di più?"

"Il babbo?"

"Sì, anche se non mi pagano."
 
Se vi capita, un giorno, spiegateglielo.

"Babbo?"

"Sì, amore?"

"Ma tu tieni il tuo libro sul comodino!?"

"Sì."

"Ma perché lo rileggi, se lo hai scritto tu?"

"Be', non leggo solo quello, ma per dirtela tutta mi piace come scrivo."

"Ma il libro è stampato!" 

In effetti, se fosse stato manoscritto non avrebbe avuto lo stesso successo. Solo lui scriveva in modo sufficientemente chiaro. Poi le ripetizioni di francese (non esattamente la sua lingua preferita):

"Uga, qu'est-ce que c'est?"

"..."

"Qu'est-ce que c'est que ça?"

"Ma che vuol dire?"

"Vuol dire: benvenuta nel tuo incubo peggiore!"

"No, non vuol dire questo."

 "Va bene, andiamoci a vedere Looney Tunes back in action."

Perché se da un lato è giusto provarci, dall'altro è anche saggio capire quand'è che una donna ti ha dato il due di picche...

Ecco: provarci è giusto. In vita mia non l'ho mai fatto. Ora mi tocca farlo. State con me. Si sono spente le luci, e c'è silenzio in sala...)

mercoledì 25 febbraio 2015

Le conseguenze economiche della Grecia

(pubblico con il titolo originale l'articolo che è apparso oggi su Project Syndicate, scritto a quattro mani con tre amici di a/simmetrie: Brigitte Granville, Antoni Soy e Peter Oppenheimer - nel nostro canale Youtube trovate i loro interventi. Lo stimolo iniziale è venuto da Peter, io mi sono letto bene lo Statuto del Fondo - la versione originale era molto più densa di riferimenti, ve la proporrò in un secondo momento, ed eccoci qua, a leggere una settimana dopo quello che avevamo scritto due settimane prima! Fa parte delle regole del gioco: i blog più autorevoli sono subissati di richieste, e quindi il tempo passa. Naturalmente Peter, da buon oxoniense, aveva scelto il titolo come ideale contrappunto a quello scelto da un noto cantabrigense. Ringrazio Project Syndicate e in particolare Damen Dowse per avermi rapidamente accordato il permesso di ripostare l'articolo. Divertitevi...)


Original version: The economic opportunity of Greece's exit.
We gratefully acknowledge Project Syndicate's permission to post the translated version.




Il primo articolo del Trattato di Roma – il documento che nel 1957 pose le basi di quella che sarebbe poi diventata l’Unione Europea – invoca la necessità di “porre le fondamenta di una unione sempre più stretta fra i popoli europei.” In tempi recenti tuttavia questo ideale è posto a rischio, danneggiato dalle stesse élite politiche che lo hanno propugnato, le quali hanno adottato una valuta comune trascurando completamente le faglie sottostanti.

Oggi queste crepe sono portate alla luce – e allargate – dalla crisi greca, apparentemente senza via di uscita, e il punto nel quale sono più evidenti è la relazione fra Grecia e Fondo Monetario Internazionale (FMI).

Quando la crisi dell’euro esplose nel 2010, i funzionari europei si accorsero di non avere le competenze necessarie per gestire la minaccia di default sovrani e la potenziale rottura dell’Unione Monetaria. Per i funzionari dell’UE, evitare il collasso dell’Eurozona divenne il primo imperativo politico, e quindi si rivolsero al Fmi in cerca di aiuto. Le irregolarità nell’intervento del Fondo attestano quanto fossero seri – e tuttora lo siano – i problemi europei.

Per cominciare, gli Articles of Agreement (statuto) del FMI richiedono che il Fondo interagisco solo con entità pienamente responsabili per l’aiuto ricevuto: “il Tesoro, la Banca centrali, un Fondo di stabilizzazione, o un simile ente fiscale” di un paese membro. Ma le istituzioni con le quali il FMI sta trattando nell’Eurozona non sono più responsabili della gestione macroeconomica dei rispettivi paesi: questo potere, ora, è in mano alla Banca Centrale Europea (BCE). Prestando alla Grecia, è come se il Fondo avesse prestato a un’entità sub-nazionale, come una provincia o un comune, senza richiedere garanzie di restituzione dei fondi dalle autorità nazionali.

Un altro problema è il rilevante ordine di grandezza dell’intervento del Fondo. Le dimensioni del debito greco richiedevano prestiti su una scala di gran lunga superiore a quella che altri paesi potevano aspettarsi. All’“accesso eccezionale” alle risorse del FMI assicurato nel 2010 alla Grecia era stato posto un “limite cumulativo pari al 600%” della sua quota presso il Fondo, quota che misura il coinvolgimento finanziario di un paese presso il FMI. Ma nell’aprile del 2013 il finanziamento cumulato aveva raggiunto il 3212% della quota greca presso il FMI.

Il FMI ha dovuto esporsi in modo così massiccio a causa del rifiuto iniziale dell’Europa di prendere in considerazione abbuoni del debito greco, motivato dalla paura delle autorità europee che il contagio finanziario avrebbe travolto la rete di protezione del sistema bancario europeo. Questa decisione ha provocato incertezza circa la capacità dell’unione monetaria di risolvere la crisi e ha aggravato la contrazione del prodotto in Grecia. Quando, nel 2012, si è finalmente raggiunto un accordo per la ristrutturazione del debito, esso forniva ai creditori privato l’opportunità di ridurre le proprie esposizioni scaricando i loro crediti residui sui contribuenti.

Inizialmente, la posizione ufficiale del FMI era che il debito greco fosse sostenibile. Ma lo staff del Fondo sapeva che le cose non stavano così. Nel 2013, il Fondo ha ammesso chi i suoi analisti erano a conoscenza del fatto che il debito greco non era sostenibile, ma avevano deciso di andare avanti col programma “because of the fear that spillovers from Greece would threaten the euro area and the global economy.” (per paura che il contagio dalla Grecia minacciasse la zona euro e l’economia globale).

Inoltre, dal novembre 2010 all’aprile 2013 il FMI ha rivisto al ribasso del 27% le sue previsioni sul valore che il PIL nominale greco avrebbe assunto nel 2014. Ciò solleva qualche dubbio sulla trasparenza e l’affidabilità delle proiezioni di sostenibilità del debito emesse dal Fondo. Ne deriva una conseguenza sconcertante: il FMI era incapace di fornire un quadro di riferimento credibile per l’aggiustamento che la Grecia avrebbe dovuto portare a termine.

Questo quadro fornisce elementi cruciali per i negoziati in corso (al momento della scrittura dell’articolo, NdA), perché rivela che lo scopo del salvataggio della Grecia non era quello di ripristinare la prosperità dei suoi abitanti, ma quello di salvare l’Eurozona. Ciò posto, il nuovo governo greco ha assolutamente ragione nel rimettere in questione i termini degli accorsi precedenti.

Gli accordi presi dalle amministrazioni precedenti ridurranno certamente le opzioni politiche a disposizione del nuovo governo, soprattutto per quanto riguarda la riduzione del debito, che richiederebbe un default unilaterale e la secessione dall’Eurozona. Ma un governo democraticamente eletto non deve necessariamente essere vincolato dagli impegni dei propri predecessori, e ciò è doppiamente vero sull’onda di un’elezione che in effetti è stato un referendum su quegli impegni.

Gli ultimatum emessi da istituzioni non elette, e che hanno compromesso la propria legittimità, hanno infiammato sentimenti anti-UE in tutto il continente. Il peggiore esito possibile dei negoziati in corso sarebbe la sottomissione della Grecia alle domande dei propri creditori, con poche concessioni in cambio (NdA: l’articolo è stato accettato per la pubblicazione il 13 febbraio, una settimana prima che le cose andassero come temevamo...). Questo risultato alimenterebbe il sostegno dell’elettorato a partiti e movimenti anti-UE ovunque, ed equivarrebbe a un’opportunità mancata per la Grecia e per l’Europa.

Questa opportunità è il default e l’uscita dall’Eurozona, che permetterebbe alla Grecia di cominciare a correggere gli errori passati e a mettere la sua economia su un percorso di ripresa e di crescita sostenibile. A quel punto, la UE dovrebbe saggiamente comportarsi di conseguenza, smantellando l’unione monetaria e garantendo riduzioni del debito alle economie più depresse. Solo allora gli ideali sui quali l’UE è stata fondata potranno essere realizzati.








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