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martedì 21 novembre 2017

Cartoline dall'Europa

(...lavoro come una bestia, giorno e notte. Mi sveglio ogni mattina alle quattro. Va bene, capisco che dovrei concentrarmi solo sulle cose essenziali, ma ogni tanto vorrete pur concedermi qualche distrazione!...)



Rzeszów (Podcarpazia), 16 novembre 2017

(didascalia)


 Pescara (Abruzzo), 16 novembre 2017


(didascalia)







(...caro Giampiero,

qualche anno fa, molti anni fa, mi trovavo sulle prealpi friburghesi, salendo dal Lac Noir allo Schopfenspitz - so che tu, che sai tante cose, sapresti anche ubicarlo su una cartina, e non è quindi a uso tuo, ma dei miei pochi lettori, di quei poverini che (a sentir te) si sono lasciati abbindolare da uno sciamano scientificamente inconsistente, che ricordo di cosa si tratta:


A quel tempo, essendo più giovane, ero anche meno saggio, e più pigro. Ricordo ancora la fatica fatta nell'accesso alla valle, per una strada di servizio alle malghe ripida e tortuosa. Ma ricordo soprattutto l'ultima parte del percorso, la breve salita finale verso la cima. Io ero andato, come al solito, da solo, ma essendo una bella giornata mi ero ritrovato in compagnia. Il sentiero, come sai e come si vede in questa foto:



sale da est verso una crestina orientata da nord-ovest a sud-est, e percorre il ciglio di un prato fortemente inclinato verso ovest, al bordo occidentale del quale comincia un dirupo (nella foto, vedi le prime frane in basso a destra). A sinistra (nella foto, la zona in ombra) la montagna scende a picco, per qualche decina di metri, verso una valletta. Certamente vedi anche, col tuo occhio esperto, che poco dopo aver guadagnato il ciglio ed aver piegato a sud-est, dal sentiero si dipartono delle tracce che invece di seguire il ciglio orientale del prato, passano in mezzo ad esso. Io, un po' timoroso e molto inesperto, invece di tenermi sul ciglio orientale (con connesso dirupetto a sinistra), mi lasciai tentare proprio da quelle tracce, e quindi percorsi il centro del prato (con relativo dirupone a destra). Ero già a metà strada, più o meno in mezzo alla foto, quando qualcuno, dalla vetta, rivolgendosi a dei suoi amici che, dietro di me, invece di tenersi sulla sinistra - cosa in quel caso consigliabile - avevano optato per il centro, gridò: "Tenetevi a sinistra, evitate il prato! Ha piovuto, è scivoloso, e a destra avete l'Abgrund!" Inutile dire che le mie ginocchia subirono una immediata trasformazione, facendosi in un istante di pastafrolla. Mi resi immediatamente conto del fatto che, per evitare un pericolo, mi ero messo in un pericolo peggiore. D'altra parte, ormai ero a metà strada, e correvo tanti rischi a tornare indietro quanti ad andare avanti: anzi, tornando indietro ne correvo uno in più: quello della brutta figura, che il mio giovanile orgoglio proprio non poteva concedermi. Con grande attenzione ripresi quota, e ora sono qui a raccontarti questo aneddoto (l'Abgrund non mi ha avuto).

Da questa esperienza ho tratto due lezioni, che non sempre seguo: in montagna non si va da soli (ma allora che ci si va a fare?); se si è in compagnia di esperti conviene fare quello che fanno loro.

Ora, forse non ci avrai fatto caso, perché magari nei corridoi della facoltà, quando io sono altrove, non è così (non lo so e non mi interessa): tuttavia, nessuno dei miei colleghi economisti in tanti anni ha mai avuto l'idea di avventurarsi in una critica pubblica delle tesi che sostengo nelle mie pubblicazioni, e questo per due motivi. Il primo, di mera cortesia e senso dell'opportunità accademici: i panni sporchi si lavano in famiglia, e questo non per omertà, ma semplicemente perché è inutile creare ulteriori tensioni in un ambiente in cui, essendo la competizione un dato fisiologico (quello che noi facciamo non è un lavoro: è una carriera...), tensioni ce ne sono già più che a sufficienza, soprattutto in un periodo di risorse artificialmente limitate. Il secondo un po' più sostanziale: come quei quattro sprovveduti che mi seguono ormai sanno bene, le cosiddette "tesi di Bagnai" in realtà sono semplicemente le conclusioni della letteratura scientifica più autorevole in materia. Ovviamente tu sei assente giustificato dal dibattito, dal momento che ti occupi di altro (se dovessi dire di cosa sarei in difficoltà, appunto perché... apparteniamo a settori diversi!). Tuttavia, proprio come se io fossi sul Sirente, dai cui canaloni orientali tu ti lanci sci ai piedi (perché di coraggio ne hai, da vendere!) tenderei a darti retta (o magari a restare a casa), riconoscendoti una superiore capacità di orientamento e di decisione in un contesto a me sostanzialmente estraneo (per quanto mi affascini), così mi sembrerebbe normale che tu, nel momento in cui ti affacci al contesto a te estraneo dell'economia e più specificamente della politica economica, ti lasciassi guidare da chi ne sa di più.

Invece, guarda cosa mi segnala uno dei tanti amici che ti vuole bene (non ne ho solo io: ne hai anche tu. Cose che capitano a chi ha una personalità forte...)! Una pagina che io non avrei mai letto - in effetti, non l'ha letta quasi nessuno (e un motivo ci sarà...) - e che non posso non trovare alquanto sorprendente!




Ora... cosa vuoi che ti dica? Su quanto il Regno Unito si penta, su quanto l'Esercito europeo sia una buona idea, su quanto la Bce abbia servito i nostri interessi, preferisco non pronunciarmi. Sarebbe crudele, da parte mia, voler infrangere le tue illusioni, visto che questa settimana ti ha già riservato due recise risposte negative dalla storia, anzi, dalla SStoria: a pochi giorni dal tuo appassionato esercizio di wishful thinking, l'Europa dimostra tutta la sua impotenza decisionale (o la sua natura truffaldina) assegnando per sorteggio, al cospetto di un'Italia crocefissa dall'ignavia dei suoi governanti, due importanti agenzie, così come i legionari si giocarono la tunica del Cristo crocefisso. Mi pare di capire che questi siano i tuoi governanti di riferimento, e ti sono vicino nel tuo dolore per la loro prossima dipartita. D'altro canto, la Germania, che mi pare di capire sia il tuo modello economico/sociale di riferimento, si arena, dopo le elezioni, in uno stallo diretta conseguenza di quelle tensioni sociali, che io descrivevo nel mio testo del 2012, figlie della sleale svalutazione competitiva dei salari la cui natura disfunzionale oggi è ammessa dagli stessi economisti tedeschi. Le famose "riforme", tanto decantate da chi non sa cosa siano, non potevano non portare al potere partiti di destra più o meno nazionalista, con conseguenze che a me erano e sono piuttosto chiare, e con le quali rinuncio a tediarti.

Questa è quella che tu chiami "l'abbondante rielezione della Merkel", con un umorismo certamente involontario, dal momento che, in tutta evidenza, di abbondante c'è solo la Merkel: la rielezione no, tant'è che probabilmente si andrà a rivotare, con esiti che in questo caso non riesco a prefigurarmi, ma che già da ora delineano una sconfitta del "modello" (?) tedesco.

E questa (la tua) sarebbe un'analisi non ideologica della realtà?


Caro Giampiero, mi sia consentito dubitarne. Ma, attenzione: se i dati sono in disaccordo con te su tutta la linea, io sono in disaccordo con te su un unico punto, un punto di metodo: nonostante tu sia di avviso contrario (che io certamente rispetto), tuttavia mi chiedo cosa mai dovrebbe fare un intellettuale se non intervenire nel dibattito, per tentare di incidere sulla realtà mettendo a disposizione della comunità che lo mantiene il proprio bagaglio di esperienze e risultati scientifici? Se quello che io faccio sia scienza, lascialo decidere ai comitati editoriali delle riviste internazionali su cui pubblico: sai, noi economisti siamo affezionati al principio della divisione del lavoro... Qui il punto è un altro: possibile mai che tu, un giurista, ti faccia abbindolare dalla retorica liberista che vorrebbe ricondurre le scienze sociali a un astratto e irrealistico paradigma naturalistico? Bisogna essersi dimenticati Galileo, tanto per dirne una, per ignorare che la distinzione fra scienze sociali e scienze naturali (hard sciences), proposta, guarda caso, dagli americani, è, appunto, un'americanata! (Detto con affetto per gli americani e per i loro burger). La falsa dicotomia fra hard sciences tanto affidabili quanto asettiche, e scienze sociali da cui diffidare perché non matematizzabili, questo pitagorismo dell'Illinois, fa sorridere chiunque abbia letto un testo di storia della scienza. Qui sappiamo che anche Euclide, anche Newton, erano ideologici, e tentavano di "incidere sulle cose" influendo sul procedimento analitico. E sappiamo anche - ma questo dovresti insegnarcelo tu, che sai la lingua - che "all'ùteme s'arecònde le pècure". Questa scienza "ideologica" ci ha permesso - anche troppo! - di incidere sulle cose! Perché, vedi, pare che gli scienziati, guarda un po', in effetti tentino di incidere sulla realtà, di essere utili, e questa tutto è tranne che una cosa nuova: a quale scopo mai si vorrebbe conoscere la realtà se non per incidere su di essa? Chi sa che un certo assetto di regole è disfunzionale, e lo sa perché ha compiuto un percorso di studi specialistici, che gli permettono di appoggiarsi su una dottrina che si è stratificata lungo i decenni, e su riscontri empirici provenienti da una messe di casi precedenti, cosa mai dovrebbe fare, se non dirlo (finché gli viene concesso) per mettere in guardia i propri concittadini? Sei proprio sicuro che per uno scienziato sociale sia una buona idea auspicare l'irrilevanza sociale dei propri studi?

Aspetto suggerimenti...

Caro Giampiero, la tua carriera, più rapida e brillante della mia, ti ha dato tante soddisfazioni. Hai combattuto tante battaglie, e ne hai anche vinte alcune. Oggi, considerande le due smentite che il tuo sogno irenico europeo ha incassato in meno di una settimana, consentimi, in serenità e amicizia, di apporre al tuo intervento su Facebook, in guisa di commento, la lapide che ricorda altri italiani, quelli che combatterono in una compagnia che si sarebbe dovuto evitare (sempre la solita) una battaglia che si sarebbe potuto evitare:




Valoroso tu, certo, lo sei. Ma in questo caso sei stato un po' sfortunato.

Questo, ovviamente, per chi crede alla sfortuna.

Io non ci credo: sono uno scienziato.

Affettuosità.

Alberto)


(...nonostante qualche volta se ne dimentichi, Giampiero è un amico e quindi esigo ancor più rispetto del consueto...)

lunedì 20 novembre 2017

La sconfitta (addendum al manuale di logica eurista)

(...se non siete familiari con la logica eurista, potete fare un ripassino qui...)


Ferunt che poco fa Federico Mentana abbia fatto una sorprendente esternazione:


Il commento di Alex Cap è impeccabile.

Tuttavia, quello che a me interessa mettere in evidenza in questo brevissimo post non è tanto la grossolana trama geopolitica che rendeva inevitabili gli esiti di queste due vicende. Mi preme invece farvi notare una cosa più sottile: seta, non canapa (con tutto il rispetto, ovviamente...). Vediamo se ci riesco...

La retorica de "l'Europa che ci dà la pace", ce lo siamo detti più volte, contrasta con "l'Europa ci è necessaria per contrastare la Cina". L'ottusa Wille zur Macht imperialista che trapela da autentici capolavori come questo:



mal si coniuga col segno irenico/lisergico dell'abbattimento dei confini come presupposto per la nuova Gerusalemme celeste, in cui il lupo dormirà con l'agnello ecc.

Ma oggi Federico si è spinto più in là: saltando a piè pari la contraddizione de "Leuropa che ci dà la pace per fare la guerra a Lacina", ci ha detto, chiaro e tondo, che l'Europa (rectius: l'Unione Europea: ma a chi fa quel lavoro non possiamo chiedere tanta precisione...) è un luogo dove si combatte aspramente, dove tutto è materia di competizione e non di cooperazione, e dove, quindi, necessariamente ogni giorno qualcuno è sconfitto, e sconfitto in casa, in modo più o meno bruciante, senza che sia ben chiaro perché dalla somma algebrica di tante sconfitte, e di altrettante vittorie, dovrebbe emergere un saldo positivo: tracotanza da una parte e risentimento dall'altra non sembrano fornire basi solide su cui edificare la Gerusalemme celeste...

Ora, magari "la pace" si potrebbe anche sostenere che ce la consigli il medico: stressarsi, si sa, fa male alla salute, e quindi se veramente "Leuropa porta Lapace" criticarla, ne convengo, diventa difficile. Le crocerossine deamicisiane che ingorgano le nostre gazzette sono lì pronte, deliquescenti e trepide, a profferire un "Franti, tu uccidi Lapace!" all'indirizzo di chiunque osi dire che l'imperatore, nudo o vestito che sia, è un imperatore! Dopo aver passato gli anni della giovinezza a ragliare slogan contro l'imperialismo e il colonialismo, è chiaro che a certi ex-giovani rivoluzionari brucerebbe di dover ammettere che oltre a non essere mai stati parte della soluzione, oggi sono evidentemente parte del problema (nota: gli slogan erano giusti: il che rende chi li ragliava sbagliato due volte...).


Tuttavia, che si possa essere sconfitti essendo in pace è cosa che confligge con la logica ordinaria: ma quella eurista, noi lo sappiamo, è una logica decisamente fuori dall'ordinario. Siamo quindi grati a Federico, che, con un atto di sincerità assolutamente involontaria, ci ha chiarito la natura del problema. I famosi 70 anni di pace dei quali avremmo goduto (escludendo Yugoslavia, Ucraina, Libia,...) sono anni in cui effettivamente noi non abbiamo combattuto.

Ma solo noi.

Gli altri hanno combattuto, e hanno vinto.

Basta saperlo.


(...sto lavorando come un mulo. Di cose da fare ce ne sono. Devo anche cercare di riposarmi, però, perché non vorrei arrivare troppo stressato alla nostra festa...)

(...se io sono Claudio Bagnai, lui è Federico Mentana, questo sia chiaro: lo è ora, e lo sarà quando saranno cambiati i rapporti di forza...)

venerdì 17 novembre 2017

Six ans après

(...sperando che non diventino venti...)



Ieri ero un po' impegnato, e non ho quindi potuto farvi notare che correva il sesto anniversario dell’apertura di questo blog: un evento che ha cambiato la mia e le vostre vite, e che festeggeremo insieme il 2 e 3 dicembre prossimi. Prima di parlarvi di questi festeggiamenti, sorvolando l’Europa volevo fare con voi un bilancio di questi sei anni, articolato sulla dimensione della quale grazie a me avete imparato ad apprezzare l’utilità: quella dei fondamentali macroeconomici. Come ricorderete, il blog iniziò (e tuttora inizia) con un articolo che era stato rifiutato da lavoce.info per il duplice motivo che era il QED di un precedente articolo che lavoce aveva pubblicato, e che per i due punti individuati da questi articoli passava la retta del fallimento di Monti (col quale lavoce.info aveva ed ha un ovvio rapporto organico).

A distanza di sei anni possiamo misurare in cosa si sia tradotto questo fallimento, e per farlo la cosa più semplice è prendere i dati del World Economic Outlook e considerarne la variazione. Qui sotto avete le due tabelle (il link ai dati originali è questo). Segue una breve visita guidata.



Nel 2011 il Pil italiano fu di 1613,77 miliardi di euro ai prezzi del 2010. Nel 2017, se si avvereranno, come sembra plausibile, le rosee previsioni del governo di crescita all’1,5%, dovremmo chiudere a 1592,33 miliardi. Sono 21,44 miliardi in meno di beni e servizi prodotti, e quindi di redditi percepiti dai cittadini. In termini pro capite il Pil, misurato in valuta nazionale ai prezzi del 2010, è diminuito di 710,70 euro a testa all’anno (sarebbero una sessantina di euro al mese), ovvero del 2.64% rispetto al 2011.

Il calo del Pil, ovviamente, è molto più “drammatico” se lo esaminiamo, come fanno i cialtroni, in dollari a prezzi correnti. In questo caso il calo è di 357 miliardi, da 2278 a 1921 miliardi di dollari. Ma questa valutazione, come sapete, è insensata: ci dice solo che è calata del 15.67% la quantità di beni e servizi che possiamo acquistare negli Usa con gli stipendi che percepiamo in Italia. Siccome nessuno di noi va ogni mattina a fare la spesa a Manhattan, questo indicatore non vuol dire assolutamente nulla, come testimonia, del resto, la nullità di chi se ne serve (da Squinzi – un presidente di Confindustria che oggi rimpiangiamo – in giù). Tuttavia, ci tenevo a evidenziarvelo, per sottolineare la prima legge fondamentale dell’uscita dall’euro: tutto quello che uno sciocco vi dice che accadrebbe uscendo dall’euro, è già accaduto, sta accadendo, o accadrà restando dentro l’euro. In questo caso, la cosa accaduta è il calo del Pil italiano in dollari nominali (dato che, come anticipato da noi, per tenere i cocci insieme Draghi ha dovuto svalutare l’euro).

Avendo menzionato la svalutazione, viene naturale verificare cosa è successo alla variabile che gli sciocchi le associano: l’inflazione. Con sorpresa degli sciocchi, ma in perfetta coerenza con la letteratura scientifica, la grande svalutazione dell’euro non ci ha minimamente regalato inflazione, anzi! Dal 2011 a oggi anche questo indicatore è peggiorato, passando dal 2.94% all’1.41%: un calo di 1.53 punti percentuali che segnala una situazione di deflazione strisciante in molti settori dell’economia, e che, fra le tante cose, ha una sua importanza nel determinare la situazione di stress delle banche: sappiamo tutti che l’inflazione svantaggia i creditori e avvantaggia i debitori, ma non riflettiamo mai abbastanza sul fatto che la deflazione svantaggia i debitori e svantaggia i creditori, perché i primi sono talmente svantaggiati che i secondi (cioè le banche) fatalmente rischiano di non vedere indietro il becco di un quattrino. Ma questo è il mondo che loro (le banche) si sono costruite a propria immagine e somiglianza: non perderei quindi troppo tempo a compiangerle.

Naturalmente, se il discorso degli sciocchi è incoerente, quello scientifico invece è coerente. Un calo dell’inflazione, in termini scientifici, deve essere accompagnato da un aumento della disoccupazione, che infatti riscontriamo puntualmente nei dati. Berlusconi ci lasciò un’Italia con l’8,39% di disoccupazione (e a noi piace ricordarlo così, piuttosto che per le abominevoli scemenze che sta twittando in questi giorni), mentre Monti ha fatto sì che, quattro anni dopo la sua dipartita, il tasso di disoccupazione è ancora all’11,38%: un aumento di 3 punti (2,99 per i precisazionisti), che è ovviamente coerente con la diminuzione dell’inflazione ed è altrettanto ovviamente un segno di deterioramento delle nostre condizioni: non solo sono diminuiti i redditi pro capite: è diminuito anche il numero di chi li percepisce.

Tutto questo è il risultato di politiche che erano sì sbagliate (come fin dall’inizio abbiamo con molta chiarezza illustrato), ma, obiettivamente, erano anche le uniche che si potessero fare per riportare in equilibrio la bilancia dei pagamenti in un contesto di cambi fissi: le politiche di austerità. Non spendo nemmeno una parola sugli sciocchi (o sui furbi) che, ignorando o dimenticando una delle più basilari leggi dell’economia, continuano a non capire che l’austerità c’è perché c’è l’euro. L’impossibilità di aggiustare i prezzi non è una condizione necessaria perché l’aggiustamento avvenga tramite i redditi: ma è una condizione sufficiente. I cretini che obiettano “eh, ma l’austerità c’è stata anche in Podcarpazia, gnè gnè gnè” hanno qualche difficoltà a mettere a fuoco un punto: dove il cambio è flessibile, l’aggiustamento tramite taglio dei redditi e riduzione delle importazioni è una scelta. Dove il cambio è fisso, invece, diventa una necessità (che ovviamente scaturisce dalla scelta politica preliminare di fissare il cambio, cioè dalla decisione che in futuro tutti gli aggiustamenti di bilancia dei pagamenti debbano scaricarsi sui redditi).

L'austerità era la risposta giusta alla domanda sbagliata (la crisi di debito pubblico che non c'era). La risposta però era giusta, perché chi la dava (Monti) sapeva che così avrebbe corretto i conti esteri, anche se forse non si immaginava un simile sfacelo nei conti pubblici (noi sì). Dal 2011 il rapporto debito/Pil è aumentato di 16.51 punti, arrivando al 133%. Non c'è male come risultato per aver fatto tutto quello che ci chiedeva l'Europa! Questo, notate bene, con un aumento delle entrate pubbliche di 1.10 punti di Pil, e una diminuzione della spesa pubblica di 0.39 punti di Pil (alla faccia di quelli che l'austerità non c'è stata: quattro anni dopo siamo ancora così)! Ed ecco il grande mistero che la dottoressa De Romanis (come ricorderete) non sa spiegare: il peggioramento di 16.5 punti del rapporto debito/Pil è avvenuto mentre il rapporto deficit/Pil migliorava di 1.49 punti, passando da -3.71 a -2.23, bene all'interno del parametro di Maastricht. Per noi questo paradosso non è tale, perché la sua semplice logica vi venne spiegata tanto tempo fa.

Naturalmente (e anche questo lo sapete bene), rispetto ai conti esteri la manovra il suo effetto lo ha fatto: il saldo delle partite correnti, ecco, lui sì che è migliorato! Di ben 5.76 punti: da -3.01 a 2.75. Ora... voi sapete che CA = S-I. Quindi torna lecito chiedersi: ma questo miglioramento è dovuto a un aumento del risparmio, o a una diminuzione degli investimenti?

La risposta dovrebbe essere facile, visto quello che ci siamo detti sull'andamento del Pil: in un paese dove si guadagna di meno, è difficile che si risparmi di più. E infatti, coerentemente con il buon senso, i dati statistici ci dicono che il risparmio nazionale lordo è aumentato, ma di soli 2.15 punti, mentre l'investimento nazionale lordo è diminuito di -3.61 punti, scendendo al 16.85% del Pil.

Ecco.

Sei anni dopo l'Italia è così: più povera, più indebitata, più fragile. E sta per arrivare un altro shock, del quale tutti dicono, per mettere le mani avanti, che farà impallidire il precedente.

Si sarebbe potuto evitare? Certo, e abbiamo detto tante volte (non da soli) in che modo. Ma abbiamo anche detto (questo l'ho detto io, ma non è una cosa molto profonda: nella storia dell'umanità altri l'avranno detto, e voi certo li conoscerete) che le colonie non hanno statisti. Noi, certo, statisti in questo momento non ne abbiamo. Il povero Berlu, che si impappina sul cambio irrevocabile, fa anche un po' tenerezza: certo, è un problema, ma soprattutto per se stesso (un po' anche per chi gli sta intorno). I 5 stelle che esultano per una vicepresidenza al Parlamento Europeo, con Di Maio che va a prestare giuramento di fedeltà all'euro negli Usa, sono ormai l'ipostasi del QED. La sinistra inutile nemmeno la menziono.

La domanda successiva, quindi, è scontata: ha ancora senso combattere?

E la risposta la tolgo dalla lettera con cui ho risposto a un giovine di sinistra che, onusto di ottime intenzioni, mi invitava alla solita inutile, liturgica passerella, dalla quale, lo so, tornerò avendo stretto mani che non volevo stringere (se non in una pressa idraulica), e mi sarò infervorato ed estenuato per il solo piacere sterile di sentire con me una platea che il giorno dopo sarà di qualcun altro:

io in effetti non sono antropologicamente "de sinistra": mi riconosco più nella Folgore che nei salotti piddini, il che, in buona sostanza, significa che non ho nessuna difficoltà a continuare a combattere una battaglia persa, sapendo che è persa, e regolandomi di conseguenza, per mero senso dell'onore.

(...Anna Caccia Dominioni si sarà commossa...)

Ecco: mettiamola così. Io con voi un impegno l'ho preso, e lo mantengo. La battaglia persa, del resto, non era quella di tirarci fuori da questa merda: era quella di farlo fare a un partito di sinistra. Quella, di battaglia, è persa e lo sappiamo (ma continuo a combatterla, nei ritagli di tempo). Con la nostra, quella di uscire a qualunque costo dalle regole che ci stritolano, il caso è un po' diverso: sappiamo in effetti che è vinta, perché questo sistema crollerà, ma non sappiamo quanti di noi riusciranno a vedere la vittoria e ad allietarsene.

Torno ora da un paese i cui governanti non si vergognano di parlare di interesse nazionale, e la cui identità è stata calpestata (il territorio smembrato, i popoli dispersi...) per secoli. Città dove la metà della popolazione era ebrea, e conviveva benissimo con l'altra metà, prima di essere spazzata via dal delirio antisemita nazista. A noi dicono che il delirio nel quale viviamo è stato messo su per evitare che certe cose potessero ripetersi. Ma, stranamente, quelli che le hanno subite sono i primi a non essere molto convinti dell'opportunità e dell'efficacia di questo generoso tentativo.

E questo, ne converrete, dovrebbe farci riflettere.

Comunque, prima di lasciarvi, due parole sul nostro convegno.

Siamo già più di 500, fra iscritti e invitati.

Nel primo panel ("Austeri e no") Antonella Stirati presenterà i risultati di un suo lavoro recente sulla persistenza degli shock di domanda (detto così suona male, ma vedrete che vi interessa): seguirà discussione con Roberto Perotti e Giuseppe Travaglini, moderati da James Politi (FT).

Poi mi farò una chiacchierata con Guido Crosetto (voi potete anche andare a prendere un caffè) per farmi raccontare di nuovo di quella volta che lui era a Bruxelles con La Russa, e...

Seguirà "Meglio soli o male accompagnati?": Gianandrea Gaiani, Virgilio Ilari e Marcello Foa, moderati da Lorenzo Totaro (Bloomberg) rifletteranno sul ruolo geopolitico dell'Italia (che di riflessioni da fare, ne sono sicuro, l'intervento di Crosetto ne lascierà).

Con grande dignità, farò quindi finta di aver letto il libro di Vladimiro Giacché, dicendo qualcosa di intelligente (magari non sul libro, così: a screzio - direbbe er Palla).

Con l'occasione, segnalo che per la prima volta è prevista la presenza di SAS Er Palla, autore della maglietta #VLAD (tiratura limitata): perché quest'anno c'è anche il merchandising (o almeno dovrebbe...).

Il giorno dopo, ascolteremo dal nostro amico Panagiotis le ultime notizie dal paese che ci ha preceduto nel baratro.

Poi vi parlerò un po' del cuneo valutario e di come stia spaccando l'Europa.

Isla Binnie (Reuters) quindi modererà una tavola rotonda di imprenditori (Brazzale, Ciccola, Gulli) con il nostro economista industriale preferito (Cesare Pozzi).

Prima di pranzo, Massimo D'Antoni, Piergiorgio Gawronski, e Giorgio La Malfa, moderati da me (sì, lo so che fa ridere) si interrogheranno sul partito che non c'è, e che qualcuno di loro forse vorrebbe fare (non si sa con quali soldi: chiederemo a Putin).

E dopo pranzo?

Dopo pranzo, Claudio Borghi e Gavino Sanna presenteranno l'ultimo libro di Guido Rossi de Vermandois, e poi Vladimiro Giacché e Marcello Foa presenteranno l'ultimo libro del Pedante.

E Scamarcio?

Bè, lui, essendo attore, farà un'entrata teatrale: mica posso dirvi quando e come!

La logica credo vi sia chiara: quest'anno il convegno è il nostro convegno. In ogni panel c'è almeno un membro del nostro comitato scientifico. Giornalisti italiani non ne abbiamo: ci accontentiamo (si fa per dire) di quelli esteri. E non abbiamo ospiti stranieri, a parte Panagiotis, un nostro amico che credo di non essere il solo a voler rivedere. Cercherò di avere più tempo per voi (ovviamente, per quelli col badge). I temi dei quali parleremo, come di consueto, diventeranno attuali fra un paio d'anni. Ci prenderemo il solito lusso di arrivare prima, per arrivare preparati: è importante che si sappia, perché, giunti al dunque, di gente preparata ci sarà un gran bisogno.

Sta a noi segnalare dove può essere trovata.

E ora buona notte: parto domani per località imprecisata con la mia amante per festeggiare il suo compleanno. Se mi incontrate fate finta di non riconoscermi...