Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
Siamo stati nominati come "rivelazione" e come "sito di economia", e io personalmente come "cattivo più temibile" (and proud of it). Potete votare fino all'11 settembre. Non dimenticate di sostenere Marcello Foa, Il Fatto Quotidiano, e naturalmente Feudalesimo e libertà (il nostro futuro).

martedì 2 settembre 2014

Due riforme strutturali a costo zero

Qualche giorno da parlavo con un medico, molto qualificato scientificamente e adirato (apprezzate il linguaggio aulico) con i suoi colleghi tanto quanto io lo sono coi miei, e per motivi sostanzialmente simili. Nel suo campo c'è Big Pharma, e nel mio la troika, che prima di essere Bce-Fmi-CE è stata CGIL-CISL-UIL. Cambiano le sigle, ma lo scopo del gioco, come sapete è rimasto il solito.Questo:


"Deflazionar e organizzar!", avrebbe detto quello che ha fatto una brutta fine...

(sì, è la Figura 38 del Tramonto dell'euro. Del resto, non sarà mica un caso se il comitato promotore del referendum "pro-nuova troika" vede una certa presenza di esponenti della vecchia troika! Ma oggi non parliamo di questo...)

Insomma, il medico si lamentava: "Una volta pensavo che i miei colleghi fossero peggio dei tuoi, ma da quando l'economia ha cominciato a interessarsi di me ho capito che in effetti sei messo male..."

E io, con la mia proverbiale serenità: "Ma vedi, caro, invece di giudicare così severamente i singoli, che meritano tutti la nostra indulgenza, prima che, il più presto possibile, siano chiamati al cospetto della infinita misericordia di Dio, dovresti considerare che la mia professione è afflitta da due serissimi problemi strutturali, uno relativo al percorso accademico, e uno alla pratica.

In termini di percorso accademico, voi avete una specializzazione dopo la laurea. Questo tutela il paziente, perché, come dire, nessuno andrebbe da un dentista se avvertisse un dolore al braccio sinistro, no? Invece nella mia professione la specializzazione non c'è, o meglio: c'è de facto, perché al dottorato scegli un campo di ricerca, e poi normalmente produci in quel campo, come è successo a me. Ma de jure la specializzazione non esiste. Il risultato è che Zingales può esprimersi sui tassi di cambio anche se il suo campo di specializzazione è un altro. Ne conseguono affermazioni lievemente imprecise, del tutto veniali, per carità, anche se la sede nella quale sono state espresse non era un bar dello Sport... ma passons, tanto rimediano i giornali (e i colleghi) propalando l'idea che l'economia sia un'opinione...

In termini di pratica, vedi, i medici uccidono al dettaglio, e gli economisti all'ingrosso, quindi nel vostro campo c'è maggiore responsabilità, anzi, come dicono i miei colleghi: accountability. Se un medico curasse la polmonite col salasso, è verosimile che incorrerebbe in serie conseguenze, come pure se propugnasse sui giornali il salasso come terapia da utilizzare erga omnes. Oggi si usa ancora, ma in casi molto particolari. Il fatto è che a quel medico il paziente morirebbe fra le mani, il che avrebbe due conseguenze non banali: primo, che lui lo vedrebbe morire; secondo, che gli astanti (infermieri, parenti, altri pazienti) saprebbero che il paziente è stato ucciso da quel medico - anche se magari non tutti capirebbero subito per quale motivo.

Viceversa, in economia può tranquillamente accadere che si propugni una teoria del tutto analoga a quella del salasso ricostituente, la teoria dell'austerità espansiva, teoria sconfessata dai fatti, basata su modelli scientificamente dubbi (basti pensare all'ipotesi di agente rappresentativo) e, quel che più è, sconfessata dai suoi stessi autori (!), e che lo si continui a fare sui giornali, liberamente, rimanendo a posto col codice penale e soprattutto con la propria coscienza, per il semplice motivo che fra la distruzione della domanda interna e il suicidio dell'ultimo povero disgraziato c'è una catena causale che, per quanto relativamente cogente, è sufficientemente lasca da permettere alla giustizia umana di non intervenire, tanto, si sa, l'economia è un'opinione! Non è un caso che di questi tempi gli economisti rinuncino volentieri e spontaneamente al loro ruolo di scienziati, dopo essersi atteggiati per anni a Sommi Sacerdoti: se l'economia fosse una scienza, loro sarebbero responsabili. Meglio derubricare l'economia a opinione, dichiarandosi colleghi di Oscar Giannino anziché di Adam Smith: si corrono meno rischi (il ridicolo non uccide).

Del resto, nessun mio collega è mai stato portato a vedere quanto è bello un uomo appeso per il collo. Viceversa, come dico anche nel mio libro, la prima cosa che un medico deve fare è vedere un morto. So di persone che dopo quell'esperienza hanno deciso di dedicarsi alla filatelia (come pure ho amici che amano veder scorrere il sangue - ovviamente a fin di bene - e che quindi hanno un ovvio vantaggio comparato nell'esercizio della professione chirurgica, nella quale eccellono). Ecco: visto che tanto alla fine medici e economisti corrono lo stesso rischio professionale, quello di ammazzare la gente, forse un giretto in sala settoria farebbe bene ai secondi quanto ai primi, che ne dici?

Quindi, ci sarebbero due riforme strutturali da fare, a costo zero.

La prima, quella di rendere obbligatoria nel cursus accademico degli economisti una specializzazione (anche annuale, basta poco per non dire stronzate nella mia materia). La seconda, quella di rendere obbligatorio l'esame di anatomia patologica per qualsiasi microeconomista voglia occuparsi di macroeconomia.

Due riforme a costo zero che risparmierebbero tanti lutti.

Che dici, propongo un referendum?"

Il mio amico, sconsolato, sorrideva.

E voi, che ne dite?

lunedì 1 settembre 2014

Un parere...

Oggi, fra Egna e Trento, sono stato intervistato da RadioRadio insieme al presidente della Concommercio del Lazio. Alla fine attacco il telefono. Rockapasso mi fa: "Ma come fai dopo tre anni a rispondere ancora alle stesse domande?"

Non è facile.

Non è nemmeno facile sentirsi fare un'obiezione di questo tipo:


da un collega alla cui attenzione hai sottoposto questo lavoro, e che dice di aver letto il tuo libro. Io, qual è il problema, l'ho spiegato qui, e qui (se vi piacciono le riviste scientifiche), e qui, e qui (se preferite i quotidiani), e qui (se prediligete gli ebook), e da mille altre parti. La rimozione dell'euro non è condizione sufficiente, come ho ribadito qui per quelli in malafede, ma è necessaria. Come spiego nel libro, le basi scientifiche di questa affermazione sono state poste 42 anni prima che l'euro nascesse, da un futuro Nobel.

Ora, a me va bene tutto.

Volete fare il movimento "de sinistra" con uno che si è candidato col partito di Monti, dicendo di essere conto l'austerità? Daje a ride, ma sostanzialmente fatti vostri. Per me quella persona è morta il giorno in cui mi ha equiparato a Oscar Giannino (e sapete che non era il caso). Magari, prima di intervenire nel dibattito, certi piccoli dettagli ve li dovreste rammentare, ma fate un po' come vi pare!

Vi dovreste anche rammentare che da tre anni guitti di varia estrazione (dar Nutella in giù) cercano di banalizzare il mio messaggio, che è piuttosto articolato, sintetizzandolo in un #bagnailafafacile. Quindi frasi del tipo "tutto lì", se non sono provocazioni, lo sembrano, e io, perdonatemi, sono anche stato nominato ai MIA14 per l'aplomb britannico col quale reagisco alle provocazioni...

A me, di tutta questa storia, amareggiano molte cose. Sono così tante che una lista esaustiva è impossibile, e poi ho altro da fare, ma un paio ve le dico.

Mi amareggia il fatto che persistendo nella vostra sciatta e pre-tecnica difesa dell'euro siate stati sorpassati a sinistra dal Fondo Monetario Internazionale, con non so bene quale vantaggio in termini di credibilità scientifica e politica. Mi amareggia il fatto che presto sarete sorpassati a sinistra dalla Bocconi (i movimenti sinuosi di Zingy non sono poi così difficili da interpretare, no?). Mi amareggia quindi il fatto che comportandovi così state trasformando in una certezza il mio fondato sospetto che il dopo sarà gestito da chi ha gestito il prima, perché a un certo punto della verità tecnica ci sarà bisogno, e paradossalmente quel giorno Tabellini e Zingales l'avranno detta, e voi no!

(Inutile dire che io non mi metto nel conto perché non mi interessa, ed è anche inutile dire che l'amico che vi sta menando per il naso ha dimostrato di essere interessato a entrare in gioco in quota "prima"... quindi alla fine voi siete il suo "scivolo pensionistico" verso il dopo!)

Mi amareggia che uno segnali un paper a un collega e quello se lo faccia ribattere a macchina su Twitter in italiano a 140 caratteri alla volta, invece di fare il riverito favore di dargli un'occhiata e dire cosa c'è che non va (se c'è). Mi amareggia l'evidenza del fatto che un dialogo a sinistra è impossibile. Mi amareggia la consapevolezza del fatto che ormai non è più solo colpa mia: poteva esserlo all'inizio, perché il mio articolo sullo Sbilifesto era un grido di dolore che metteva gli "intellettuali" di "sinistra" di fronte all'alternativa di dichiararsi imbecilli o complici. L'alternativa, a oggi, rimane quella, ma forse non la porrei più in quei termini, darei una via di fuga. In tre anni di tentativi ne ho fatti, e qui lo sanno. La risposta è stata #bagnailafafacile, possibilmente alle spalle (pensate a roba tipo Bellofiore & Co., per dire...).

Mi amareggia il fatto che procedendo di falso scopo in falso scopo, non state facendo maturare negli italiani una consapevolezza dei problemi e degli interessi in gioco, una coscienza di classe, se a sinistra si può ancora dire, e non lo state facendo intanto perché non vi va di sbattervi 48 ore al giorno per niente, come faccio io (e questo è lecito), e poi perché dentro di voi, nelle vostre porche anime di aristocratici di questo paio di zenzeri, continuate a pensare, come pensava Spinelli, che il popolo non sia pronto (e questo non è lecito e non ve lo dovreste permettere, se credeste veramente nella democrazia).

E mi spiegate quando mai sarà pronto il popolo, se voi non fate nulla per prepararlo, se gli ripetete messaggi che sapete benissimo essere falsi (perché le aporie politiche dell'euro devono esservi evidenti), se contraete alleanze improbabili in nome di obiettivi risibili? E quando saremo pronti noi, se invece di metterci a studiare il vero problema, come sto cercando di fare con a/simmetrie, passiamo il tempo a sognare quanto sarebbe bello se la Merkel fosse madre Teresa di Calcutta?

Perché, scusate, diamo per buono che voi sto referendum non vogliate farlo per salvare la Germania, cioè l'euro (anche se l'amico l'ha detto chiaro e tondo: io voglio salvare l'euro). Allora, qui il problema è semplice: se veramente lo fate per dare un segnale politico, mi dispiace, ma avete già perso! Il segnale politico l'ha dato Marine Le Pen, perché glielo avete lasciato dare voi (non ascoltando tre anni or sono la voce del buon senso), quindi i casi sono due: se l'operazione referendum riesce, al massimo arrivate secondi, la Merkel se ne strabatte il belino (come se ne sta strabattendo di avere il 30% di euroscettici al Parlamento Europeo e il 20% a casa sua) e tutto continua come prima; se invece non riesce, confermate la sinistra come forza incapace di articolare una critica credibile, e incapace perché è incapace di riconoscere quale sia il problema (di riconoscerlo in pubblico, perché in privato è un altro discorso).

E allora, cari lettori, io vi chiedo un parere: quando vedo un tweet come quello qua sopra, cosa dovrei fare?

Vabbe', mi faccio due dita di whisky e ci dormo su...



Post scriptum (perché me lo merito):
simone pierattini ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Recessioni e fallimenti in Italia":

Prof buonasera, questo post non ha attinenza con la discussione dei fallimenti. Le volevo solo scrivere che ho usato parte delle vacanze per leggere bene e cercare di capire al meglio il "Tramonto". So che sono in ritardo rispetto alla media dei frequentatori, ma non è facile trovare il tempo per leggere un testo comunque abbastanza impegnativo per chi come me non ha cultura economica. Bene, dopo la fine del libro mi sono reso conto di quanto siano ridicole le accuse che qualcuno le ha rivolto di connivenza con la destra o peggio ancora di adozione di posizioni di destra. Non che questo sia scandaloso in sè, ma le cose bisogna raccontarle giuste: cavolo, secondo me lei ha assunto posizioni di vera sinistra, con una difesa puntigliosa e documentata della funzione di salvaguardia che lo Stato può avere in una società moderna. Il libro ha pagine nettissime e di grande spessore, oltre a quelle più tecniche, proprio quando parla dello Stato come difesa della collettività e presidio di democrazia. Quindi chapeau, Prof, il suo libro è bellissimo, e forse ancor più bello perché, oltre alla competenza, trasmette anche passione civile.



Ricordate le mie due frasi preferite: non si può dispiacere a tutti, e alla fine ne resterà uno solo.

domenica 31 agosto 2014

Recessioni e fallimenti in Italia

Qualche giorno fa uno di voi, il simpatico Alberto49, sacramentando come al solito di piazzali Loreti e Norimberghe (cosa che vi prego di non fare) aveva messo (ma poi ha tolto) i dati sui fallimenti in Italia. Perché toglierli? Sono dati interessanti, possono interessare soprattutto i nostri amici imprenditori, quelli che, avendo ancora qualcosa da perdere, sarebbe bene si mettessero una mano sul cuore per darci una mano.

Allora: la serie storica dei fallimenti dal 1867 a oggi è questa:


La fonte è Istat, integrata con Cerved e Crif (non ho trovato dati Istat dopo il 2007, chissà perché. Se li avete, grazie in anticipo). Una notazione ovvia: questi sono dati assoluti, sarebbe interessante rapportarli al numero di imprese.

Si vede bene quello che potevamo immaginare: un picco durante la crisi del 1929. Poi l'Italia parte, dopo il 1945, le aziende nascono e muoiono. Si vede anche una cosa che non sapevo, e che faceva sacramentare Alberto: il deciso cambio di passo dei fallimenti all'inizio degli anni '80, in quel periodo che tante soddisfazioni ci sta ancora dando. Negli anni '50-'70 i fallimenti erano su un corridoio fra i 6000 e gli 8000, così, a spanna. Negli anni '80 si collocano fra i 12000 e i 14000. Il cambiamento di struttura è rapidissimo, da crisi del 1929. Fra 1980 e 1984 i fallimenti raddoppiano, poi crescono ancora. Il picco è nel 1994. Poi si scende, e ora stiamo risalendo.

Il cambiamento di passo, ripeto, è evidente. Bisognerebbe entrare nel dettaglio: vedere chi e dove è fallito. Sicuramente un parente di Alberto, ma a noi non basta per un giudizio complessivo.

Restiamo però nell'aggregato e vediamo se esiste una relazione fra fallimenti e crescita.

Questo è il grafico dell'andamento storico dal 1950 ad oggi:


A grandi linee si vede che quando l'Italia tira il freno, stringendo il vincolo esterno con l'adesione allo Sme, la crescita scende (in un corridoio fra il 2% e il 4%) e i fallimenti decollano. Un dato abbastanza ovvio in un paese fatto di piccole imprese vocate all'export. L'asticella, del resto, era stata alzata proprio per questo, ricordate? Perché i peggiori fallissero, rendendo l'Italia più bella e più forte che pria...

I fallimenti ci sono stati, non sappiamo se dei peggiori, e l'Italia non è più bella e più forte che pria, con buona pace di chi ancora oggi vuole alzare l'asticella...

La relazione è statisticamente significativa? Sì. Questo è lo scatter:


e un professionista, considerando che i gradi di libertà del modello sono 62, vede subito che è una relazione fortemente significativa. La t di Student del coefficiente della crescita è -4.37. L'equazione interpolante dice che per ogni punto di crescita in meno, cioè per ogni -0.01 della variabile x, quella sulle ascisse, che è appunto la crescita, ci sono -55317x(-0.01)=553 fallimenti in più.

Per i precisini, qui il tabulato Eviews:


con tutti i caveat del caso.

Gli imprenditori hanno però un difetto, fra i tanti: sono tenaci e preferiscono non fallire. Ne consegue che la relazione fra crescita e fallimenti difficilmente sarà statica. Difficilmente, cioè, i fallimenti oggi saranno spiegati dalla recessione oggi. Più facile che siano spiegati dalla recessione ieri: per un po' provi a resistere, poi non ce la fai, e crolli. In effetti, se consideriamo la relazione fra fallimenti e crescita dell'anno prima, vediamo che è più forte:


La crescita spiega circa il 30% della varianza dei fallimenti nell'anno successivo. Niente male, per essere un modello back-of-the-envelope. Naturalmente si può fare di più.

(Breve supercazzola per espertoni - loro la adoreranno! Voi leggete solo le parti in grassetto...)

Applicando la tecnica di specificazione general-to-specific di David Hendry, ho tirato fuori questo modellino che potrebbe piacere di più agli schizzinosi:


Un PAM (Partial Adjustment Model, non Pamela Anderson) secondo il quale un punto di crescita in meno provoca 158 fallimenti in più nell'anno successivo, e circa 1500 in più nel lungo periodo, con un ritardo medio di 9 anni. Inutile dire che la diagnostica è tutta a posto, amici, siamo fra gentlemen!

(ulteriore supercazzola per superesperti: la regressione è unbalanced nel senso di Maddala e Kim, ma se filtri la variabile dipendente i dati raccontano sempre la stessa storia...)

Fine della supercazzola e morale della favola
Alberto aveva ragione ad avere le madonne. Il modellino approssima abbastanza bene i dati. Se prendiamo il 1980 come punto di svolta, prima la crescita era intorno al 7%, poi intorno al 2%. Circa 5 punti di crescita in meno si sono tradotti in più di 10000 fallimenti in più all'anno, guarda caso proprio in un decennio.

E allora, cari imprenditori, se vi dimostro che esiste una relazione fra cambio, export e crescita, che dite, l'idea dell'euro vi sembrerà ancora buona? Ma poi, che cosa devo dimostrarvi? Voi mica siete economisti: voi lo sapete meglio di me!

Morale della favola: il governo aveva detto che quest'anno avremmo avuto quasi l'1% di crescita, e invece sarà meno di zero. Fanno 1500  fallimenti in più. Naturalmente potrebbe toccare al vostro vicino. Nel dubbio, ci teniamo l'euro?


Addendum delle 22:12 dopo una grandinata di notevoli proporzioni (ma sempre meno grave della recessione): è la recessione che causa i fallimenti, o sono i fallimenti che causano la recessione?

Luca Gandolfi ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Recessioni e fallimenti in Italia":

Chiedo: non avrebbe senso verificare anche la correlazione invertendo le variabili?

Postato da Luca Gandolfi in Goofynomics alle 31 agosto 2014 19:59


Questa domanda di Luca mi fa capire che avete bisogno che vi sollevi dalla vostra beatitudine in statistica, altrimenti ora che cominceranno a uscire i risultati delle nostre ricerche vi sarà un po' difficile orientarvi. Una cosa è il Fogno, un'altra il calcolo delle probabilità!

Comunque, la correlazione è una relazione perfettamente simmetrica, come vedremo, per la semplice proprietà commutativa della moltiplicazione (invertendo l'ordine dei fattori ecc.). Se la correlazione fra y e x è 0.6, quella fra x e y invece pure, ma di questo vi darò ampia e semplice dimostrazione (oh, va da sé che se avete problemi con le tabelline mi arrendo, però a quel punto se credete al resto che vi dà il commerciante col gomito sulla bilancia, potete anche credere a me!).

Volevo però aggiungere una cosa per chi invece la statistica già la sa, dando un senso alla domanda di Luca, che credo potesse essere: ma non è che il prodotto cala perché le aziende chiudono? In altri termini, la domanda di Luca è "offertista": dané, laurà (la locomotiva del Nord). Questa domanda un fondamento ce l'ha.

Mi spiego.



In un’economia di mercato si produce per vendere e si vende per guadagnare, il che significa, in buona sostanza, che il prodotto di un’economia coincide con il totale dei redditi percepiti a vario titolo da chi questo prodotto (beni e servizi) lo ha posto in essere. Insomma, il prodotto interno (Pil) coincide con il reddito interno (prodotto e percepito nel paese). Va anche detto che a fronte di un reddito percepito, ci deve essere una spesa effettuata. Se il fornaio non vende non guadagna, ma se nessuno domanda pane, il fornaio non vende (quindi non guadagna, quindi dopo un po’ chiude, e quindi non produce). Ne consegue che il Pil di un paese da un lato coincide col valore della produzione posta in essere, dall’altro col valore dei beni domandati e venduti. Domandati e venduti, lo sottolineo nuovamente, perché, almeno fino a quando non saremo in grado di leggere nel pensiero e di misurare oggettivamente l’intensità delle passioni (un progresso che non rivoluzionerebbe solo la scienza economica), in macroeconomia la domanda di beni si misurerà coi fatti, cioè con quanto è stato effettivamente speso per acquistarli. “La domanda aggregata è domanda solvibile”: ricordo questa frase, che allora mi sembrava sibillina, da un mio vecchio manuale di macroeconomia. Cosa vuol dire? Semplice: che se non hai soldi non puoi comprare, quindi la tua domanda rimane un pio desiderio, privo di rilevanza macroeconomica, perché non può tramutarsi in spesa, che rilevanza macroeconomica invece ne ha (perché si contabilizza, si misura). Quindi quando parlano di prodotto, di reddito, o di domanda (cioè di spesa) aggregata, gli economisti stanno sostanzialmente parlando della stessa cosa. Le tre cose (prodotto, reddito, domanda aggregata) sono concettualmente e contabilmente equivalenti, ma nel laico evocano concetti molto diversi, il che lascia agli azzeccagarbugli di varia estrazione ampio margine di manovra.

La mia spiegazione della correlazione osservata è che la recessione, in quanto calo di domanda, fa chiudere le imprese. Ma potrebbe anche darsi che la chiusura delle imprese, in quanto riduzione della produzione, faccia calare il Pil. Chi viene prima?

La risposta per ora la do a chi la può capire. In termini meramente descrittivi, i fallimenti sono negativamente correlati sia con la crescita passata che con quella futura, il che significa che se c'è stata meno crescita ci sono più fallimenti, e se ci sono più fallimenti ci sarà meno crescita. Il correlogramma incrociato è questo:


e vedete che i fallimenti hanno correlazione -0.4855 con la crescita contemporanea (dell'anno in corso), poi correlazione -0.5269 con quella dell'anno prima, e -0.3791 con quella dell'anno dopo, -0.5262 con quella di due anni prima, -0.3410 con quella di due anni dopo, ecc. ecc.

Sono tutti coefficienti significativi, ma quelli dei ritardi (cioè della crescita negli anni precedenti) sono maggiori di quelli degli anticipi (cioè della crescita negli anni successivi). L'analisi descrittiva una qualche indicazione quindi ce la dà.

Poi possiamo applicare un test di causalità del Granger, del tipo di quelli che abbiamo applicato due anni fa per verificare se le esportazioni causassero la produttività (cosa negata dai dilettanti, ma confermata, come vi ho detto, da una letteratura scientifica sterminata e assolutamente ortodossa, che parte fra l'altro proprio da Adam Smith, nel Capitolo III del Libro I della sua opera, dove constata come la divisione del lavoro, motore di produttività, sia limitata dall'estensione del mercato: non ha senso produrre di più se nessuno compra; osserva quindi saggiamente Smith che la civiltà è nata lungo le coste del Mediterraneo, perché qui era facile spostarsi e trovare nuovi mercati. Ha un senso, ma tutto questo, ovviamente, Monacelli non lo sa, e non diteglielo. Notate: sembra una digressione e invece il succo di tre anni di lavoro è tutto qui. Non nel fatto che i liberisti alla Monacelli ignorino Smith - e Grossmann, e Krugman, e Romer, no, di quello ce ne freghiamo! Nel fatto che la produttività dipenda dalle esportazioni...).

Il post  di due anni or sono spiega a grandi linee la logica del test. Se lo applichiamo ai nostri dati il verdetto è inequivocabile:


I dati a disposizione supportano l'ipotesi che la crescita non causi i fallimenti con una probabilità dell'1%, e quella che i fallimenti non causino la crescita con una probabilità del 32%. Quindi l'ipotesi che i fallimenti non causino la crescita non può essere respinta, è relativamente probabile (32%); quella che la crescita non causi i fallimenti deve essere respinta, è assolutamente improbabile (1%). In linguaggio non tecnico: la crescita causa i fallimenti (li causa quando non c'è, ovviamente, visto che la correlazione è negativa)! Viceversa, non c'è evidenza che i fallimenti causino (de)-crescita.

Insomma: l'approccio offertista è smentito, ed è confermato che se non c'è domanda si tira giù la cler. La correlazione osservata si manifesta perché il calo di domanda causa fallimenti, non perché i fallimenti causano un calo di offerta (di produzione).

Va bene così?

Post-supercazzola per espertoni: lag length di 2 scelta da Eviews, ma siccome il cross-correlogram dava correlazioni altine a ritardi anche più alti, mi sono accertato che due ritardi bastassero per sbiancare i residui, e la risposta è sì:



Ah, naturalmente, se avete dubbi, chiedete a Udo!


Bene. Ora se vi va di capire quello che avete letto, chiedete. Se invece non vi va andatevene, perché il prossimo mese per voi sarà durissimo. Vi toccherà studiare tanta ma tanta statistica. E cominceremo proprio dalla correlazione, perché è ora...

Una precisazione (eine genauere Feststellung)

Dato che nella simpatica giungla social continuano gli attacchi personali a me e a voi, oltre a ricordarvi che in questa fase è assolutamente indispensabile non reagire, oggi vorrei fare una breve e fattuale precisazione per quanto riguarda la mia umile (che non vuol dire modesta) persona.

Di me dite pure quello che vi pare, se vi allargate fate solo brutta figura (e la state facendo), quindi feel free. Nella dialettica seguo il principio di certe arti marziali orientali: lasciare che sia l'avversario a lavorare per te!

Del mio Dipartimento però è meglio che non lo facciate, perché io da ufficiale (se pure in congedo) ho conservato un certo spirito di corpo.

Parlare della D'Annunzio come di una Università di quart'ordine non credo che esponga a querele da parte del Magnifico Rettore Carmine Di Ilio, il quale suppongo abbia ben altro da fare che occuparsi di queste scempiaggini. Espone però al rischio del ridicolo, e a un certo sospetto di incompetenza. Chi vuole avventurarsi in simili affermazioni dovrebbe infatti sapere che l'università è per definizione una istituzione universale (universitas studiorum, scusandomi coi diversamente latinisti), ragion per cui la sua valutazione non può essere fatta a livello dell'istituzione, ma deve necessariamente essere effettuata a livello dei singoli dipartimenti, che, in Italia come nel resto del mondo, sono le strutture preposte al coordinamento dell'attività di ricerca in settori disciplinari omogenei. Chi parla di classifica di un'università è evidentemente un incompetente che ritiene che sia possibile valutare con criteri omogenei un astrofisico e un grecista, un esperto di marketing e un botanico, uno storico e un matematico. Simili affermazioni si commentano da sole e quindi vi prego un'altra volta di non commentarle (ma tranquilli...).

Venendo al punto, vi informo brevemente sulla posizione del Dipartimento cui sono lieto e fiero di afferire, perché per me è stato qualcosa di più della struttura che ha coordinato e finanziato la mia ricerca, consentendomi di svolgerla in libertà: è stato una famiglia, dove magari può essere anche capitato di litigare, ma dove mi sono sentito, e credo tutti si siano sentiti, legato da un comune senso di identità e di progetto. Questo, lo aggiungo perché desidero aggiungerlo, grazie alle qualità non solo scientifiche ma anche umane dei colleghi e del direttore, il prof. Piergiorgio Landini.

Dal sito dell'ANVUR potrete facilmente verificare che il Dipartimento di Economia dell'Università Gabriele D'Annunzio si situa al 30° posto, sopra la media e la mediana dei 94 grandi dipartimenti dell'area 13 (quella delle Scienze Economiche e Statistiche). Se avrete la bontà di documentarvi, vedrete che dopo il Dipartimento cui appartengo vengono Dipartimenti di Università prestigiose che non nomino, anche perché questo posizionamento potrebbe in fondo non voler dire nulla, oppure vorrebbe dire, come affermò un mio geniale collega di Economia Applicata, che nell'accademia chi comincia a misurarselo fatalmente scopre di averlo troppo corto. Cose che capitano, e perdonate la metafora (il sito ROARS fornisce innumerevoli esempi).

La classifica ANVUR è molto complessa (anche molto contestata, va detto per onestà e non per critica, in modo che voi abbiate elementi di giudizio più articolati). La più rozza classifica effettuata sul sito IDEAS, un progetto internazionale che ordina secondo diversi criteri bibliometrici la produzione scientifica degli economisti di tutto il mondo colloca il mio Dipartimento un po' più in alto, nel primo quartile (il top 25%).

Quanto a me, non so che pagellina mi abbia dato l'ANVUR. Se non ricordo male, i prodotti della mia ricerca sono stati classificati in fascia media (su tre possibili fasce): erano tutti articoli impattati, quello che è stato valutato peggio era quello con l'impact più alto, ma passons.

Secondo IDEAS sono top 5% al mondo per due criteri bibliometrici non particolarmente rilevanti (la visualizzazione degli abstract dei miei lavori), e in Italia mi colloco al 456° posto su 657 colleghi repertoriati (ma, per dirvi, Gustavo è al 617° posto, e ha pubblicato in riviste più "alte" di quelle dove ho pubblicato io - per completezza: Becchetti è al 12° posto - ma Bollino e Pagano, per citare due economisti bravi e influenti, sono sotto di me, e soprattutto lo è Giuseppe Arbia, che ha un curriculum da spavento. Quindi, prendete sempre i ranking con le molle...).

Va anche detto che se vedete chi è in cima alla lista e vi ricordate cosa ha detto e cosa sta dicendo... ma qui mi fermo.

Naturalmente si può sempre migliorare. Basta sapere di cosa si sta parlando, cosa che per un ricercatore è obbligatoria, e per un giornalista facoltativa, come i migliori di loro ammettono.

sabato 30 agosto 2014

Vorsicht!



Smith e i dilettanti (cancro della democrazia)

Leggete cosa c'è scritto sopra questo post. Sì, il titolo, poi sopra? Sì, votare per questo blog (anche come rivelazione, perché in campo economico, dove pure vi esorto a votare, ovviamente arriveremo secondi dato che stranamente il giornale di Confndustria viene assimilato a un blog)!

Ma sopra? Sì, sopra il menù, ma sotto il titolo, bravo!

Sai quella storia che l'economia esiste perché esiste lo scambio ecc.

Bene.

All'inizio della mia attività di divulgazione, e poi sporadicamente in seguito, si affacciavano regolarmente dei cretini, verosimilmente studentelli provenienti dalle università padane che hanno reso grande il nome dell'economia italiana nel resto del mondo, a spiegarmi che "non è vero che gli interessi sono contrapposti, perché con lo scambio si raggiunge una posizione paretianamente superiore per cui è interesse di entrambi scambiare, quindi tu, Bagnai, non sai l'economia, sei solo un guru antieuro che cerca di sfruttare un momento di notorietà, noi italiani abbiamo bisogno di regole esterne, ecc. ecc."

Ve li ricorderete, no? I cretini che girano per blog liberisti di terz'ordine facendoci la lezioncina, insomma, avendo appiccicato con lo sputo ai loro neuroni una scatoletta di Edgeworth, meno utile, nel contesto attuale, di una scatoletta di tonno. Quelli che fino a poco fa, e spesso ancora oggi, dicevano che la deflazione è un bene perché aumenta il potere di acquisto (ignorando che zero diviso x - con x diverso da zero - dà sempre zero, per cui il potere di acquisto di un disoccupato con la deflazione non lo aumenti, mentre in deflazione è piuttosto facile che nessuno ti assuma, visto che sa che venderà a prezzi più bassi di quelli calcolati quando ti avrebbe potuto assumere)! Che cretini! Poi, va da sé, ci sono anche i cretini da blog "alternativo": ma quelli spesso qualcosa aggiungono al dibattito.

Ora, capita (ma aspetto smentite), che io sia uno dei pochi economisti che conosco dotati di preparazione econometrica ad aver letto i classici. Ricardo no, ve lo dico subito. Ma Smith e Keynes sì. Del resto, in ogni letteratura ognuno sceglie i suoi fils rouges. Se passi per Montaigne-Saint Simon-Stendhal-Balzac è ovvio che arrivi a Proust, non a Céline (per arrivare a Céline di solito devi partire da Céline e arrivare a Céline, cioè il tuo percorso ha misura di Lébesgue - e letteraria - nulla, caro Marco. E non mi uozzappare che mi girano...). La strada di Keynes non passa per Ricardo, anche se naturalmente cultura ed erudizione vorrebbero che uno sapesse tutto: ma per fortuna non lo vuole la biologia. Oggi siamo infestati da keynesiani che Keynes non lo hanno nemmeno spolverato: hanno lasciato che lo facesse la loro filippina, che infatti di economia ne sa più di loro. Ma questo non vuol dire che Keynes (o Smith) siano fuori moda, o che la riflessione economica non sia scientifica...

Bene.

Oggi cercavo una citazione della quale mi ricordavo precisamente l'esistenza, e infatti l'ho trovata a botta sicura, e ve la offro. La offro a voi, e ai cretini, che poi sono quelli che quando pensano di insegnare qualcosa a me, che so tanto poco, non si rendono conto che la stanno insegnando a Smith (o a Keynes, o a Buiter, ecc.), e quindi che stanno solo dimostrando di saperne meno di me, che ne so tanto poco:




The workmen desire to get as much, the masters to give as little, as possible. The former are disposed to combine in order to raise, the latter in order to lower, the wages of labour.


It is not, however, difficult to foresee which of the two parties must, upon all ordinary occasions, have the advantage in the dispute, and force the other into a compliance with their terms. The masters, being fewer in number, can combine much more easily: and the law, besides, authorises, or at least does not prohibit, their combinations, while it prohibits those of the workmen. We have no acts of parliament against combining to lower the price of work, but many against combining to raise it. In all such disputes, the masters can hold out much longer. A landlord, a farmer, a master manufacturer, or merchant, though they did not employ a single workman, could generally live a year or two upon the stocks, which they have already acquired. Many workmen could not subsist a week, few could subsist a month, and scarce any a year, without employment. In the long run, the workman may be as necessary to his master as his master is to him; but the necessity is not so immediate.


(Book I, Chapter VIII, Of the wages of labour)


Guarda un po', il mio blog si apre praticamente con le parole di Smith. Quindi:

1) o sono un genio;
2) o è successo per caso;
3) o la riflessione scientifica non è altro che una formalizzazione del buon senso;
4) o ho copiato Smith, il che dimostra però che l'avevo letto ("Maestra! Bagnai copia!" Pure questo c'è toccato sentire!...)

Io ovviamente propendo per la prima ipotesi, essendo in conflitto di interessi, ma la risposta, come al solito, la darà la storia, and it is likely to be a convex combination of the above! I pesi, ricordiamolo, vanno da zero a uno!



(quanto è bello Smith! E nun ce so' le quazzioni, l'incubo dei mediocri, ma anche il loro maggior vanto! E allora perché non lo leggete? Vedete come incastra bene nel discorso che stiamo facendo? Ah, ai tempi di Smith la Cina c'era più di oggi: faceva ancora circa il 30% del Pil mondiale. Poi sono arrivati gli inglesi, e com'è andata lo sapete, e se non lo sapete vi prego di saperlo: i dilettanti sono il cancro della democrazia, e i giornalisti la loro metastasi...)


(ah, non so se è chiaro: siamo arrivati al lungo periodo. Svegliaaaaa! Qualcuno traduce per i diversamente europei?)

venerdì 29 agosto 2014

Dal ministro Poletti: fate skifen (un caso di scuola)

(da Antonio Bertuzzi ricevo e volentieri pubblico. Il dato veramente aberrante è come si continui, da parte dei nostri governanti, a far passare quello che è in effetti un man-made disaster, per dirla con Stiglitz, come se fosse un terremoto o un'epidemia, cioè un fact of God, per dirla all'inglese. Questo è veramente rivoltante, e dobbiamo continuare a lavorare perché si rivoltino sempre più persone...)


Dato che nell'ultimo post "I prezzi delle case (m'ha detto mi cuggino..." si parla di case le chiedo di valutare se la mia ricostruzione della crisi dell'edilizia è corretta o meno.

 Le scrivo direttamente perché il limite di 4096 caratteri non mi consente di rispondere sul blog.

Premetto che il settore dell’edilizia mi interessa particolarmente perché mio suocero lavorava fino al mese scorso nella cooperativa edile CESI (Cooperativa Edil Strade Imolese) e mia moglie lavora ancora nella Cooperativa Ceramica d’Imola.

Ebbene la Cooperativa Ceramica è in forte crisi, mentre la CESI è fallita lo scorso 8 Luglio. Ovviamente ora i lavoratori se la prendono con la dirigenza, che avrà anche le sue colpe, non lo nego. Certamente ha quella di aver taciuto ai dipendenti ed ai soci la gravità della situazione, tant’è che il crack è stato per i più inaspettato, un fulmine a ciel sereno.

Però io sono convinto che il fallimento non sia da imputare alla dirigenza, ma all’euro. Sono giunto a tale conclusione per merito suo o per totale mancanza di cultura economica mia, decida Lei. Fatto sta che La seguo da circa un anno e spero di aver capito qualcosa… stiamo a vedere.




La sequenza degli avvenimenti è così schematizzabile:

  1. nel primi anni 2000 il settore edile ha visto nella Periferia una breve stagione florida. Gli ingenti capitali che provenivano dal Centro avevano bisogno di essere collocati e ciò ha prodotto anche in Italia i mutui facilitati. Ricordo che alcune banche consentivano mutui anche a 40 anni pur di prestare i soldi. La conseguente domanda di immobili ne ha fatto aumentare il valore, inducendo le aziende edili a costruire ed invogliandole ad indebitarsi oltre misura pur di poter edificare e vendere ai prezzi vantaggiosi che la congiuntura offriva (Ndr: ho aggiunto sopra il grafico col tasso di crescita del valore aggiunto totale, manifatturiero, e delle costruzioni. Si nota in effetti una certa euforia nel settore, all'inizio del 2000: la linea verde supera le altre, cioè le costruzioni crescevano più del manifatturiero, che si era presa una bella legnata con la sopravvalutazione del cambio, e anche più del totale)
  2. nel 2008/2009 in Italia iniziano a sentirsi gli effetti della crisi finanziaria americana. La persone sono preoccupate per l’immediato futuro e meno disposte ad indebitarsi e a spendere. Ha avvio la crisi di domanda. Le aziende edili si ritrovano con un indebitamento consistente verso le banche ed un capitale immobiliare che non riescono a collocare sul mercato;
  3. 2010/2011 esplode la crisi greca e lo spread va alle stelle. La situazione del paese viene dipinta dai media a tinte fosche: le aziende chiudono, cresce la disoccupazione. La gente rimanda gli acquisti non urgenti. Confrontandomi con l’umore nero dilagante, ricordo che nel 2010 mi sentivo Paperon dei Paperoni per via delle spese che dovevo sostenere essendo nata la mia primogenita, auto compresa perché la vecchia era kaput! Le aziende edili cercano di sopravvivere indebitandosi ulteriormente e ricorrendo a contratti di solidarietà, cassa integrazione, ecc… Chi non ce la fa chiude;
  4. i titoli della finanza americana che la crisi finanziaria ha rivelato essere tossici, congiuntamente alla pessima situazione delle economie della Periferia arresta il flusso interbancario di capitali perché le banche non si fidano più le une delle altre. Ciò genera una crisi di liquidità che costringe ad una stretta sulla concessione di crediti alle aziende;
  5. poi arriva Monti, che con l’IMU da 26 miliardi di euro (persino superiore a quanto stimato, perché con la mannaia non si lavora di fino) dà il colpo di grazia al marcato immobiliare già in crisi;
  6. infine Letta e Renzi si assicurano che le cose non cambino, che l’austerità proceda a passo spedito ed inesorabile.

La CESI ha retto fino a metà 2014, ossia per 5 o 6 anni ha consentito a più di 400 persone di lavorare pur vendendo poco.

Fin qui i fatti. Ora passiamo all’interpretazione.

  • Nel 2008 la CESI, come molte altre aziende edili, si trova fronteggiare una crisi di domanda avendo una condizione debitoria importante verso le banche, causata dal credito facile che l’euro ha indotto e con le dinamiche delineate al punto 1.
  • L’austerità che necessariamente deve compensare gli squilibri prodotti dell’euro aggrava la crisi di domanda. Poi Monti alla CESI distrugge il mercato immobiliare perché bisogna pareggiare la bilancia dei pagamenti che l’euro sistematicamente sbilancia (del resto è la moneta pesante!).
  • La crisi di domanda non passa, anzi si acuisce di anno in anno, mentre le risorse che la CESI ha a disposizione si esauriscono (capitali propri, amortizzatori sociali, credito bancario).
  • Per completare lo scenario, i governi che si succedono assicurano che la crisi passerà nel giro di 3 mesi, poi di 6, poi di 12, poi a metà dell’anno successivo, ma comunque passerà perché l’Italia è ammalata per colpa propria, ma l’Unione Europea, Germania in testa, ha la medicina per guarirla. Rassicurata, la CESI, come altre aziende, tiene duro nella speranza di ritrovarsi a crisi conclusa pronta a ripartire.
  • Ma la crisi non passa e CRACK!

Se questa analisi è giusta (caro professore a Lei la valutazione) a me viene da spingermi ancora oltre. Ritengo che senza l’euro la CESI sarebbe ancora viva e vegeta. Infatti la crisi finanziaria americana l’avrebbe trovata con una esposizione debitoria assai minore perché nei primi anni duemila avrebbe costruito coi ritmi soliti. Poi la crisi di domanda sarebbe stata meno intensa, quindi la CESI avrebbe venduto di più. Inoltre non ci sarebbe stata la necessità di distruggere il mercato immobiliare, anche qui maggiori vendite. Infine la crisi sarebbe già terminata.

Invece il mio concittadino ed ora Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Giuliano Poletti ad Aprile ha detto agli imolesi a proposito della CESI e della Cooperativa Ceramica che:

il mercato è bloccato. Quello della ceramica e delle costruzioni sono settori dove ormai la crisi è storica, nei quali è naturale che ci siano processi di riorganizzazione.

Dobbiamo arrivare a praticare quotidianamente tutti l’idea secondo cui nessuno deve stare a casa ad aspettare qualcosa. Tutti devono avere una ragione per tirare giù i piedi dal letto. Anche per andare a cercare lavoro, a formarsi, ad aiutare il vicino o la propria famiglia. Sarà complicato, è più facile fare come abbiamo fatto finora con i sussidi. Ma è così che abbiamo prodotto il debito pubblico.

Quindi a quanto dice Lui la colpa della crisi delle due aziende (una delle quali a Luglio è fallita) è dei lavoratori che non vanno a cercarsi un altro lavoro, non si formano, non aiutano il vicino (?!ma che significa!?) o la propria famiglia. Capito? Perché è la storia che ha bloccato il mercato, non so, forse per un evento naturale o per l’inesorabilità del progresso.

E sicuramente l’invito a tirarsi su da letto ed andare a cercare il lavoro era rivolto anche ai soci (proprietari) e ai dirigenti, i quali hanno dormito invece di ristrutturare l’azienda aprendola a nuovi mercati. La colpa insomma è delle aziende che non innovano, non diventano competitive e non rischiano.

Ma io mi chiedo: come si fa a ristrutturarsi se una azienda ha già un eccessivo debito con le banche e queste ultime erogano poco credito per mancanza di liquidità ed inoltre se il capitale immobiliare posseduto non si riesce a vendere perché nessuno lo compra? Chi te li dà i capitali necessari?

L’unico modo che mi viene in mente è quello di alleggerirsi licenziando una buona parte di lavoratori così da buttarsi in un mercato nuovo coi pochi lavoratori rimasti, nella speranza di poter riassumere in futuro una parte dei licenziati quando le cose andranno bene. Ma anche qui: come fa una azienda a spiegare ai propri dipendenti ed ai sindacati che li rappresentano che ha impellente necessità di provvedimenti così drastici se dal Governo ti ripetono che la situazione è sotto controllo e la ripresa è a portata di mano?

Non so, io sono un semplice programmatore, un lavoratore dipendente. Non so come si diriga una azienda, tanto meno una cooperativa, ma non credo di aver scritto cose fuori dal mondo. Le spiegazioni del Ministro Poletti invece mi sembrano cose dell’atro mondo!


La saluto con riconoscenza, sperando di aver imparato da Lei a capire la crisi economica attuale.

Antonio Bertuzzi



(una domanda: ma anche voi passate le giornate a casa ad aspettare qualcosa? Be', nel caso lo facciate, questo post vi suggerisce implicitamente cosa aspettare. Poi rispondo anche a Oliviero Gulot che ha portato avanti il dialogo, del che lo ringrazio, ma prima devo anche occuparmi del mio, di lavoro, aspettando, naturalmente, aspettando... e voi sapete quanti ne abbiamo già visti passare...)