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domenica 23 aprile 2017

La "political economy" dell'onorevole Boldrini secondo Michéa




"Loro [i migranti] sono l'avanguardia di quello, dello stile di vita che, presto, sarà uno stile di vita per moltissimi di noi".

Ipsa dixit.


(...da Il complesso di Orfeo, scolio D al capitolo IV, traduzione mia dall'originale francese [poi fatevi due risate con la traduzione del traduttore, se vi capita, che sicuramente saprà il francese ma non l'italiano]...)


[D]

[...un'umanità sospinta da un moto browniano perpetuo...]

Al centro dell'immaginario liberale troviamo la celebre massima dell'intendente Gournay (1712-1759) "laissez faire, laissez passer". Una fra le implicazioni logiche di questo dogma fondante è la necessità di riconoscere agli individui dell'universo mondo "il diritto elementare di circolare e installarsi dove desiderano". Diritto "elementare" di cui l'abolizione integrale delle frontiere rappresenta, nel programma liberale, una delle tante applicazioni. Sarebbe evidentemente assurdo dedurne che una società postcapitalista dovrebbe limitare al massimo la libera circolazione delle cose e degli individui, o che dovrebbe fissare per sempre un'attività particolare per ogni cittadino. In realtà, la sola questione importante è sapere se una società che incoraggiasse così il "nomadismo" e la mobilità perpetua (vuoi geografica vuoi professionale) - e nella quale, di conseguenza, il moto browniano degli individui atomizzati sarebbe diventato il loro stato naturale - potrebbe garantire all'insieme dei suoi membri un'esistenza veramente umana (poiché tale è la convinzione di Badiou e di tutti i liberali).

A mio avviso vi sono almeno tre ordini di motivi che invitano a criticare questo principio di una società fondata sull'ideale di mobilizzazione generale (o di "vita liquida", se preferite il concetto proposto da Zygmunt Bauman). Ci sono, innanzitutto, motivi ecologici. Un mondo in cui miliardi di individui fossero presi in un turbine turistico incessante porrebbe (oltre ai problemi logistici, in termini alberghieri e abitativi), un enorme problema energetico. A meno di immaginare che tutti questi spostamenti avvengano in bicicletta (ma mi è difficile immaginare i discepoli di Badiou che vanno in Cina con questo mezzo), è chiaro che le risorse di cherosene (per non parlare dell'inquinamento) sarebbero palesemente insufficienti per alimentare questo balletto fatato in cui milioni di individui si incrocerebbero ogni giorno nel cielo (motivo per il quale ho proposto di chiamare "sinistra cherosene" i difensori di questo nomadismo integrale).

Poi, l'idea così cara a Michel Rocard e Jacques Attali secondo cui, nella società del futuro, ognuno dovrà cambiare dieci volte professione e residenza (privilegiando il più possibile lo stabilirsi "all'estero") ha senz'altro un senso nella logica capitalista dell'impiego, ma non ne ha quasi alcuno nella logica dei mestieri. Questi, in effetti, richiedono un apprendistato tecnico e un savoir-faire pratico che non può essere acquistato senza molto tempo e sforzo, e che presuppongono, di conseguenza, un certo grado di vocazione, di costanza e di stabilità. È senz'altro possibile diventare, dall'oggi al domani, "addetto alle pulizie" a Amsterdam o fattorino per una pizzeria di Dubai, ma è profondamente illusorio pensare, come Michel Rocard, che si potrebbe essere in successione chirurgo a Londra, idraulico a Taiwan, astrofisico a Praga, insegnante di educazione fisica a Nouméa, e, per concludere, viticoltore in Messico. In pratica, un mondo governato dal moto browniano di individui atomizzati sarebbe quindi, salvo che per qualche minoranza privilegiata (quali gli uomini di affari, gli artisti dello show business, o l'élite universitaria), un mondo nel quale predominerebbero necessariamente impieghi precari, junk jobs, e contratti a tempo determinato. Insomma: semplicemente una variante impoverita del mondo in cui già viviamo.

Infine, e soprattutto, una società in cui la condizione di zingari - o di migranti - fosse diventata il modello di ogni esistenza legittima (per quanto romantica possa sembrare questa idea a prima vista) non sarebbe affatto propizia all'esercizio di un vero potere popolare. Ci ricordiamo, infatti, della celebre massima di Abramo Lincoln. È sempre possibile - diceva - ingannare qualcuno per sempre (un individuo, evidentemente, può restare ingenuo per tutta la vita) o tutti per un po' di tempo. Ma - aggiungeva - è impossibile "ingannare tutti per sempre". Il fondamento logico di questa convinzione ottimistica - che legittima il ricorso al suffragio universale - è l'idea che col tempo ogni comunità finisca sempre per accumulare un'esperienza collettiva sufficiente degli uomini e delle cose e che diventi così progressivamente capace di giudicare lucidamente quelli che ambiscono ad essere eletti. Un ragionamento simile poggia tuttavia su un postulato implicito: quello che il nocciolo duro di una simile comunità conservi col passare del tempo (dato che l'esperienza si può, ovviamente, trasmettere di generazione in generazione) un minimo di stabilità. Nell'ipotesi in cui, al contrario, la logica del turn-over permanente diventasse, per un motivo o per l'altro, la norma fondante dell'esistenza di questa comunità (la cui composizione umana - come quella delle grandi megalopoli - non cesserebbe di modificarsi e di allargarsi), è chiaro che la costituzione di un'esperienza politica comune diventerebbe rapidamente problematica e che le possibilità di "ingannare tutti per sempre" aumenterebbero in conseguenza (ne è sufficiente prova il fatto che, in molte agglomerazioni moderne, i politici cinici e corrotti si vedono rieletti indefinitamente).


(...eh già... e ora capite perché chi ci propone questo modello, vuole anche strenuamente censurare i social, invece di preoccuparsi della qualità abominevole dell'informazione mainstream. Quest'ultima aiuta le élite liberiste, di cui la Boldrini è degno rappresentante, nel compito di distruggere consapevolezza. I social, anche loro non privi di deprecabili eccessi, offrono qualche spazio di consapevolezza, come questo blog dimostra. Ecco perché ci si rivolge a "esperti di verità" come il folcloristico Attivissimo per creare ministeri della verità. Ed ecco anche perché, quando allarmato da una tendenza preoccupante che vedevo consolidarsi, parlavo a Fassina e D'Attorre di questo problema, la loro risposta era fra il tiepido e l'inesistente: perché loro sapevano di essere stati cooptati in uno dei ceti che questo modello di società privilegerebbe. Io, da peone universitario, sono borderline. Se mi piegassi, entrerei in business. Purtroppo sono un fautore della rigidità: non del cambio, ma del carattere, ormoni aiutando - e non mi riferisco specificamente al testosterone. Che vergogna, che tristezza, che schifo... Vi lascio, vado alla tavola rotonda di Spazio Ottagoni. Correggete i refusi: poi vi allego la traduzione di un traduttore, così ci facciamo due risate aspettando i risultati del primo turno...)

sabato 22 aprile 2017

La mattanza

Qualche giorno fa, il 10 aprile, Repubblica twittava così:


L'ineffabile Pedante non poteva esimersi dal commentare così:


In effetti, l'articolo di Repubblica aveva un'impostazione molto meno, anzi, per nulla tendenziosa. Parlava di "sfida" posta alla sanità dall'aumento dei malati cronici, come potete vedere da questo breve estratto:

Ricordiamo al proto che le malattie sono croniche, non corniche. Le condizioni che determinano le malattie croniche sono esattamente quelle che inibiscono le malattie corniche: la mona non vuol pensieri, e quindi chi è stressato tromba di meno in giro (meno patologie "corniche") e si ammala di più (più patologie croniche). Fra queste ultime patologie l'articolo annoverava il diabete e le malattie cardiovascolari, per prevenire le quali, non a caso, mi risulta che i medici sottolineino l'importanza di un corretto stile di vita (almeno, lo fanno con me: spero che non sia solo per rompermi i coglioni!).

A vita di merda, salute di merda.

Si rileva qui il solito elegante paradosso, evidenziato da Sergio Levrero in un seminario a porte blindate, secondo cui il successo del sistema sanitario nazionale, ovvero l'allungamento della vita media, viene utilizzato per "sfidarlo", chiamandone direttamente o subliminalmente in causa la sostenibilità finanziaria.

La dott.ssa Arcazzo, nostra consulente di fiducia, ci ha in effetti ricordato che di certe malattie ci si ammala di più, e più a lungo, perché non si muore prima di conseguirle (e si campa di più dopo averle conseguite). La dott.ssa Arcazzo ci ha anche fornito una ricetta semplice ma elegante per risolvere il problema, ricordandoci che per morire bisogna nascere: chi non nasce non si ammala. Ne consegue che chi muore subito dopo aver conseguito una patologia importante, non rischia di cronicizzarla: cronico viene da Crono, il tempo. Chi non ha tempo, non cronicizza, e non "pesa" sul sistema sanitario.

A quanto pare di capire, il tweet di Repubblica (ore 17:10) riprendeva, smorzandone i toni, questo lancio delle 15:30 proposto dall'agenzia askanews, il cui piglio era ben più marziale ed allarmante: "esercito di malati cronici pesa sul SSN". Applicando l'ovvia regola del follow the money, si scopre che askanews è controllata da una nota famiglia di confindustriali: il suo amministratore è Luigi Abete, un ex-presidente della Confindustria che solo Boccia ci poteva far rimpiangere. Non si può certo rimproverare ad Abete se, dato il suo percorso e i suoi interessi di classe, nelle notizie da lui pagate lo Stato e i suoi servizi vengono indicati in modo più o meno subliminale, per motivi più o meno oggettivi, come un peso per la collettività. Lo Stato per Confindustria è il nemico, finché non gli salva le aziende o gli organi di propaganda, e fino a qui non c'è nulla di cui scandalizzarsi: basta saperlo. Non chiediamo all'oste se il vino è buono, e non chiediamo a Confindustria se lo Stato è cattivo.

Resta il fatto che c'est le ton qui fait la musique. Il giornalista di Repubblica ha espunto dal lancio i toni esagerati, ma il social media manager di Repubblica non ha avuto la stessa delicatezza. Indicare i malati come un "peso" non è molto elegante, e soprattutto denota una singolare concezione del ruolo dello Stato nel garantire la solidarietà sociale. Ma se la cosa fosse finita qui, sarebbe bastato, a chiosarla, il commento del Pedante (e quello di Lilith).

Solo che... lo sapete: se la fortuna è cieca, il giornalismo ci vede benissimo!

Noi, che siamo cresciuti a pane e Lucrezio, non crediamo a quel disegno complottistico che va sotto il nome di Provvidenza. La Natura, delle cose e degli uomini, è retta dal caso:

Illud in his quoque te rebus cognoscere avemus,
corpora cum deorsum rectum per inane feruntur
ponderibus propriis, incerto tempore ferme
incertisque locis spatio depellere paulum,
tantum quod momen mutatum dicere possis.
quod nisi declinare solerent, omnia deorsum
imbris uti guttae caderent per inane profundum
nec foret offensus natus nec plaga creata
principiis; ita nihil umquam natura creasset.

Sarà quindi, anzi, dovrà necessariamente essere un caso, e non un complotto, se più o meno in sincrono con questo simpatico siparietto sul peso, non degli atomi, ma dei cronici, è ripartito il DAT. No, non sto parlando del Digital Audio Tape (ormai consegnato agli archivi della storia): sto parlando della Dichiarazione Anticipata di Trattamento.

Ora, molti di voi, anche prima di incontrarmi, purché un po' più anziani del piacevole rico che commentava il post precedente, avranno ereditato dal proprio percorso scolastico una ben fondata diffidenza verso le espressioni fumose. Quando la scuola italiana non doveva soggiacere ai diktat di quell'accolita di menti elette (e paradiso fiscale) che è l'OCSE, ci si studiava un libro che insegnava a diffidare del latinorum.

"Trattamento"... non so a voi, ma a me "trattamento" fa venire in mente i RSU, non nel senso di "rappresentanza sindacale unitaria", ma di "rifiuti solidi urbani" (siamo lì). Ecco, la Dichiarazione Anticipata di Trattamento sarebbe quella cosa vagamente definita "testamento biologico", "testamento di vita", insomma, in breve, e scusandomi per il cinismo: un foglio di carta che firmi prima di diventare "un peso", il cui scopo è pulire la coscienza a chi quel peso vuole scrollarselo di dosso.

Comme par hasard, prima che i malati cronici venissero dichiarati un peso da chi ha interesse a privatizzare la sanità, cioè la vita e la morte, eravamo rimasti tutti scossi dalla vicenda umana di dj Fabo (al quale, per la circostanza, era stato dato di valicare il doloroso circolo della nostra appercezione). Comme par hasard, in prima linea nel percorso di liberazione di questo nostro fratello sofferente, si trovava un partito ultraliberista ed europeista a trazione USA, quello che dei diritti civili (e implicitamente della loro sostituzione ai diritti economici e sociali) ha fatto una bandiera, o meglio uno specchietto (non per le allodole: per i chiurli). Ora siamo all'ultima frontiera: al diritto a un'esistenza libera e dignitosa si contrappone frontalmente il diritto a una morte libera e dignitosa.

Va anche bene così, per carità. Nessuno di noi, credo, posto di fronte all'alternativa fra soffrire pene lancinanti, senza possibilità di remissione, senza nemmeno il sollievo di potersene lamentare, senza alcuna prospettiva, esiterebbe. Ancora una volta, Lucrezio rules:

nam [si] grata fuit tibi vita ante acta priorque
et non omnia pertusum congesta quasi in vas
commoda perfluxere atque ingrata interiere;
cur non ut plenus vitae conviva recedis
aequo animoque capis securam, stulte, quietem?
sin ea quae fructus cumque es periere profusa
vitaque in offensost, cur amplius addere quaeris,
rursum quod pereat male et ingratum occidat omne,
non potius vitae finem facis atque laboris?

Però... Certe coincidenze, non c'è che dire, inquietano. Non ho potuto fare a meno di pensarlo nel ricevere questa lettera da un amico che ha assistito fino alla fine, con una devozione di altri tempi (o di altri luoghi) la propria madre inferma:

Ho ascoltato una notizia che riguarda una proposta di legge sul ''fine vita'', sul ''diritto alla morte''. Hanno anche intervistato il parlamentare che ha proposto la legge. Terribile. Spero che la Chiesa reagisca. La mia disapprovazione non è dovuta a un astratto pregiudizio basato su astratte convinzioni etiche, o filosofiche, o religiose, ma sulla conoscenza concreta, vista e vissuta da vicino, di ciò che accade negli ospedali italiani OGGI alle persone di età superiore a N, dove N può oscillare, in relazione al particolare ospedale e al particolare medico. Se passa questa legge, la mattanza (scusa il termine un po' crudo, ma è così) procederà con particolare energia, in modo da cancellare rapidamente la generazione dei nostri genitori e nonni. Semmai, l'accusa di astrattezza deve essere rivolta a chi la legge l'ha proposta, visto che essa fa astrazione dalle condizioni concrete della nostra sanità, conseguenza dei tagli alla spesa pubblica. Che ipocriti! su queste condizioni concrete, e su ciò che esse significano in concreto per gli anziani, non dicono nulla, ma si accorano tanto sulla questione del ''diritto alla morte'', facendo finta di non sapere che, nelle condizioni attuali, questa storia porterà appunto a una mattanza. Vomitevole.  

Ecco. Restiamo concreti. Un parlamento che si pone una simile priorità in un momento simile, e dei giornalisti che oggettivamente, magari del tutto in buona fede, per mero conformismo, rendono esplicite le dinamiche che sottendono a certe priorità (il "peso"! Chi non vorrebbe - o, come me, non dovrebbe - sbarazzarsi di pesno in eccesso), ci fanno capire una cosa sola: che essi vogliono la nostra (buona) morte. Non immediata, s'intende! Non finché creiamo valore! Ma (quasi) subito dopo.

Esattamente come il giusto e santo messaggio di accoglienza passerebbe dal regno della retorica pelosa a quello della vera politica se fosse accompagnato da un richiamo altrettanto forte alla necessità di garantire agli accoglienti (non solo agli accolti) condizioni di vita migliori, e in primo luogo un lavoro, questo anelito verso una morte libera e dignitosa non può che suscitare sospetto quando è manifestato da persone che tanto poco fanno per tradurre in pratica l'articolo 36 della Costituzione, e amplificato da un sistema dei media che, indipendentemente da chi lo controlla in termini economici, tutto inneggia a quel simpatico strumento di deflazione salariale che è l'unione monetaria.

Ricerche recenti (non le chiacchiere da bar dei giornali italiani) chiariscono che l'integrazione finanziaria causa disintegrazione reale. Abbiamo visto come la divergenza fra i trend della produttività, che qui mettemmo in agenda il primo maggio del 2013, e che abbiamo ricondotto all'adozione della moneta unica in questo lavoro (e altri ne seguiranno), comporta la necessità per i giovani dei paesi svantaggiati di emigrare, aggravando la situazione dei paesi di provenienza. Ci era sfuggito cosa ne sarebbe stato dei vecchi, nei paesi di provenienza. Che ingenui che siamo: il nostro lungimirante legislatore ci stava già pensando. Sarebbero stati "trattati". Fra cinque anni sarà il 2022. Quando da ragazzino andavo al cinema questa data mi sembrava così lontana: non riuscivo a darle un significato.

Ora che è imminente, il suo significato si precisa, ed è, appunto, questo.

A proposito: è ora di pranzo: buon appetito!

mercoledì 19 aprile 2017

Un'utile nota da un inutile dibattito...

(...dal Libro...)

.... Io, tu .... Quando l'immensità si coagula, quanso la verità si aggrinza in una palandrana... da deputato al Congresso,.... io, tu.... in una tirchia e rattrappita persona, quando la giusta ira si appesantisce in una pancia,.... nella mia per esempio.... che ha per suo fine e destino unico, nell'universo, di insaccare tonnellate di metformina, a cinque pesos il decagrammo.... giù, giù nel duodeno.... metformina a palate... attendendo.... un giorno dopo l'altro, fino alla fine degli anni.... Quando l'essere si parzializza in un sacco, in una lercia trippa, i di cui confini sono più miserabili e fessi  di questo fesso muro pagatasse.... che lei me lo scavalca in un salto.... quando succede questo bel fatto... allora.... è allora che l'io si determina, con la sua brava mònade in coppa, come il càppero sull'acciuga arrotolata sulla fetta di limone sulla costoletta alla viennese.... Allora, allora! È allora, proprio, in quel preciso momento, che spunta fuori quello sparagone d'un io.... pimpante.... eretto.... impennacchiato di attributi di ogni maniera.... paonazzo, e pennuto, e teso, e turgido.... come un tacchino.... in una ruota di diplomi ingegnereschi, di titoli cavallereschi.... saturo di glorie di famiglia.... onusto di chincaglieria e di gusci di arselle come un re negro.... oppure.... oppure saturnino e alpigiano, con gli occhi incavernati nella diffidenza, con lo sfinctere strozzato dall'avarizia, e rosso dentro l'ombra delle sue lèndini.... d'un rosso cupo.... da celta inselvato sulle montagne.... che teme il pallore di Roma e si atterrisce dei suoi dattili.... militem, ordinem, cardinem, consulem....

(...si parlava di CACs, o di Target2, o di non so cosa. Tutti col righello a misurarselo, di tecnicismo in tecnicismo, commettendo l'errore fondamentale di ogni combattimento: accettare il campo di battaglia scelto dall'avversario. Io buono, sereno, paziente, a leggere le email... Fino a che il Gonzalo che è in me non ha preso il sopravvento, compellendomi a profferire queste alate parole:...)


Scusate, questo solleva un evidente tema, che in termini tecnici si chiama: "intelligenza con il nemico".

Più approfondiamo l'aspetto tecnico, più vantaggi diamo in termini dialettici al nemico (il sistema dei media e chi gli sta dietro).

A me fa un po' sorridere che, dopo esser stato, non so con quanta fondatezza, accusato di "economicismo", di "incapacità di cogliere le sottigliezze della politica" (per lo più da politici falliti o fallendi in cerca di un'altra Europa), debba essere proprio io a far notare una cosa: i debiti che non possono essere ripagati (aka insostenibili) non possono essere ripagati punto. È almeno dal tempo di Hammurabi che il mondo, in queste circostanze, tira una linea e guarda avanti.

Il problema è politico e quindi rispondere su un livello tecnico, se da un lato potrebbe rafforzare la nostra autorevolezza (compito comunque improbo finché avremo tutto i media contro), dall'altro certamente aiuta l'avversario a dare un altro calcio al barattolo in termini politici, propagando nell'opinione pubblica l'idea (sbagliata) che esista sempre un livello tecnico superiore in grado di paralizzare l'azione politica, e che questo livello sia in mano solo all'avversario.

Semplicemente non è così.

A latere, ricordo che Galli (Giampaolo) è chi Galli fa.

Spero che qui nessuno creda, come quello sprovveduto dilettante, che l'Italia dovrebbe fronteggiare una svalutazione del 30%. Questo importo non è nei numeri, non è nella storia, non è nella ricerca, non è nelle aspettative degli operatori (su questa cosa so che Gennaro concorda). Si torna sempre al punto che il tema della ridenominazione comunque è rilevante se e solo se l'Italia dovesse incorrere in una svalutazione importante. Se l'Italia, come sostengono ad esempio Durand e Villemot, dovesse rivalutare, il problema non si porrebbe (o forse, si porrebbe solo in quel caso, nel senso che il pacco lo prenderemmo invece di darlo)!

Si sta creando rispetto alla svalutazione una dinamica politico/dialettica analoga a quella che era stata innescata, e tuttora perdura, sul tema del debito pubblico quando entrai nel dibattito. Il debito pubblico non era il problema, e quindi io scelsi di non parlarne.

Il costo di far sembrare vero un problema falso credo che superi il beneficio di far vedere al pubblico che noi abbiamo la soluzione anche per il falso problema.

Questo pone il problema di quali strumenti alternativi usare per consolidare la credibilità e l'autorevolezza di posizioni alternative. Questo tema mi interessa molto.

On top of all this: Occam rules. Il rasoio di Occam dovrebbe aiutarci e comunque ci aiuterà a capire che monetae non sunt multiplicandae praeter necessitatem.

Quindi, sì... non solo sono politico: sono anche stalinista! Lo avreste mai detto?

Un abbraccio.

Alberto Vissarionovič


(... su come consolidare la credibilità e l'autorevolezza delle nostre posizioni ho un certo progetto, che sto realizzando col vostro sempre gradito e sempre essenziale sostegno...) 

(...si apra la discussione...)

domenica 16 aprile 2017

Le balle del Sole sulla Finlandia (e tutto il resto)




(...nel giorno in cui un prestigioso quotidiano economico prende la coraggiosa e tempestiva decisione di aprire un dibattito sull'euro con studiosi di grande spessore, ancorché lievemente a disagio con la storia economica del nostro paese, io riordino le mie caselle di posta elettronica, che stanno subendo una riorganizzazione radicale nel quadro del mio piano quinquennale di riduzione dello stress. In sintesi, una la tengo per lavoro, una è privata, e l'altra è per i rompicoglioni. Ora... c'è un problema, gentile lettore: se mi hai scritto, e non ti ho risposto, è probabile che tu abbia scelto, o inconsapevolmente, o perché te l'ho dato maliziosamente io, l'indirizzo per i rompicoglioni. Solo che... il problema è insolubile, perché se invece ne hai scelto un altro, ma io non ti ho risposto perché non ti ho potuto rispondere, ma tu mi solleciti, diventi automaticamente un rompicoglioni! Insomma: se mi scrivi due volte all'indirizzo giusto, è come se mi scrivessi un volta all'indirizzo sbagliato. E allora, che fare? Ma... nel dubbio, astieniti! Sì, capisco, è bello, è liberatorio, e fa tanto piacere anche a me, ricevere le testimonianze del vostro ammmmmmmmmmoooooooooooreeeeeeee - fa un po' meno piacere alle vostre compagne, ma questo è un problema loro, di loro che vi hanno scelto! - però l'ammmmmmmmmoooooooooreeeee per essere tale deve essere disinteressato. Il vostro, naturalmente. Il mio no. Io, per tirare avanti, ho certo bisogno di ammmmmmmmmmmmmmmmmoooooooooooooooooooreeeeeeeeeeeeeee, ma anche, più prosaicamente, di euro, che servono per pagare l'affitto della sede, gli stipendi dell'assistente e del personale, i software dei quali abbiamo bisogno, i canoni degli abbonamenti a Internet, ecc. ecc. Insomma, ve l'immaginate. Siamo in tempi di dichiarazioni dei redditi - almeno per quelli che integrano la condizione necessaria per dichiararne: averne uno - e di 5x1000. Se proprio non sapete cosa farci, e se non pensate che il lavoro fatto qui valga una donazione, oltre a una sempre gradita lettera di ammmmmmmmmmmmmmmmooooooorrreeeeee - che poi mi costringe a scrostare lo schermo col muriatico, tanto colloso è il vostro alato sentimento - non disdegnerei un vostra firmetta sull'apposito riquadro del 5x1000. Le istruzioni sul da farsi sono qui. Fatto presente questo punto non banale, mi pregio di sottoporre alla vostra riverita attenzione una lettera che non ci dice nulla di nuovo sul tema di cui si occupa - di Finlandia che ne ha parlato Heikki Patomaki al #goofy5, e presto vi renderò disponibili i video - mi scuso per il ritardo - ma ci ricorda chi sono quelli che oggi, 16 aprile 2017, vogliono aprire in Italia il dibattito sull'euro, invece di chiudere il loro giornale, cosa che, oltre a essere un atto di igiene del dibattito, sarebbe anche un atto di giustizia. Divertitevi con questa lettera: il lettore è come il maiale, non si butta niente, e aggiungo che spesso, stagionandolo un po', diventa ancora più gustoso. Questa lettera la ricevetti il due dicembre del 2015... ma è sempre attuale, anzi, oggi ancora di più!...)




Caro Prof. Bagnai,


mi chiamo Giorgio Tricarico, sono un analista junghiano e seguo il Suo blog da circa un anno, grazie a un mio carissimo amico, nonché collega, che nel Suo blog si firma come Skanda. Convinti entrambi che occuparsi della psyché, l'anima, in greco antico, significhi anche occuparsi dei luoghi in cui essa si manifesta, l'Economia e la Tecnica sono due degli ambiti sui quali ci confrontiamo spesso. Skanda ha il grande merito di aver sconfitto il mio scetticismo aprioristico per blog, forum e quant'altro, e gli sono grato per avermi fatto conoscere Goofynomics, uno dei rarissimi luoghi in cui i commenti sono spesso interessanti tanto quanto i post.



Nel mio campo, la psicologia analitica, mi occupo di tematiche stranamente non molto frequentate dai miei colleghi, quali l'analisi radicale della società della Tecnica e delle sue conseguenze sulla psiche (nel solco del filosofo tedesco Gunther Anders), e soprattutto il tema della ricerca di senso nell'epoca del tramonto delle precedenti cornici di senso. A questo riguardo ho scritto e pubblicato in Italia un racconto (Oltre l'Uomo) che si candida senza dubbio al premio "Worst Seller" del 2015. Mi sono presentato, in onore delle Sue richieste di farsi identificare, prima di stringerLe la mano. Credo sia giusto farlo anche via mail.



Le scrivo per condividere alcune riflessioni. Da poco più di sei anni, vivo e lavoro a Helsinki.  Sono, ad oggi, l'unico psicologo, psicoterapeuta e analista junghiano italiano in Finlandia. Il 29 novembre è apparso sul Sole 24 Ore questo articolo. Il titolo dice già tutto: vi si afferma che la Finlandia é in crisi ma che l'euro non c'entra. [NdC: questi sono quelli che vogliono aprire il dibattito...]



Ora, il Sole 24 Ore tempo fa l'ho ribattezzato La Sola 24 Ore, dall'uscita di un articolo raccapricciante proprio sulla Finlandia, pubblicato il 25.08.2011. In questo delirante articolo, che in teoria si sarebbe dovuto occupare di Grecia e Finlandia da un punto di vista economico, si inanellava una serie di puttanate, permetta il francesismo, inenarrabili, a partire da quella secondo cui a Helsinki non circolano i SUV (se si mettessero i SUV presenti in città in fila indiana, essa arriverebbe da Helsinki a Pescara).



La serie di notizie infondate, false, inventate era tale, che si stenta a credere si trattasse di un articolo del Sole 24 Ore.



O forse no.



Scorrendo l'articolo del 29 novembre, ho scoperto gli effetti della lettura di Goofynomics.



Riga dopo riga, durante la lettura, l'articolo rivelava immediatamente la sua natura menzognera e manipolatoria, a suon di affermazioni apodittiche e mai supportate da dati.



"La Finlandia", si afferma, "rischia di diventare il nuovo grande malato della zona euro"



- Bene. Perché?



"Sotto il peso della crisi economica".



- Ah, cioè, la Finlandia è in crisi economica a causa della crisi economica. E poi?



"E sotto il peso della guerra in Ucraina".



- Ah sì?



Certo: "Dal 2008 Helsinki ha bruciato il 6% di PIL e, pensa che strano!, il debito pubblico è stato ed è relativamente modesto.



- Ma le proteste in piazza Maidan, a Kiev, sono iniziate a fine novembre del 2013, e il conflitto ad aprile del 2014, ovvero da solo un anno e mezzo.



Come é possibile che la crisi ucraina e le sanzioni alla Russia giustifichino il fatto che Helsinki abbia bruciato il 6% del PIL a partire da SEI ANNI PRIMA?



Ma suvvia, sarà forse il caso di soffermarci su dei dettagli temporali? Il tempo, si sa, è relativo.



Il Sola continua: "La via più facile sarebbe dare la colpa all'Euro, invece le responsabilità vanno cercate nella struttura economica del Paese"



- É strutturata male, la Finlandia.



"Sì. I detrattori della moneta unica invece affermano che sarebbe l'Euro la causa a monte dell'implosione della Nokia e del settore carta, tra le altre cose.



Ma no! Sono le sanzioni alla Russia che hanno messo in ginocchio l'esportazione, verso Mosca"



Pensare che sia stato l'Euro e la catena di eventi collegata alla sua introduzione ("impossibilità di svalutare la moneta - svalutazione del lavoro e dei salari - aumento dell'indebitamento privato - insolvibilità - licenziamenti, riduzione dei diritti dei lavoratori - tagli al welfare e annientamento dell'economica interna") è semplicistico, sentenzia il Sola 24 Ore.



Si palesa lo scopo dell'articolo: tirando in ballo la situazione della Gran Bretagna e soprattutto della vicinissima Svezia, e articolando una supercazzola degna di nota, esso giunge a dimostrare che la Finlandia è in crisi PERCHÉ non ha ancora smantellato il modello sociale scandinavo e i benefici del welfare.



In sostanza, la gente che ha visto Nokia (e tante altre realtà finniche) chiudere i battenti, che ha perso in questi ultimi anni il proprio lavoro o che, se fortunata, si è vista comunque ridurre sia gli introiti sia i risparmi, certamente ne beneficerà se verranno tolti loro gli aiuti e i sussidi destinati a situazioni di emergenza, se la sanità aumenterà il prezzo del ticket, se i servizi verranno privatizzati e costeranno di più e via riformando...



Uno scempio logico.



Anche senza essere esperto di economia, sono riuscito a comprendere che chi ha scritto questo articolo é volutamente in malafede, e ha lo scopo di mandare un messaggio preciso al lettore ITALIANO.



La Finlandia è malata, come la Grecia, ma la colpa non è dell'euro.



Sarebbe malata anche se tornasse alla propria divisa.



Prove di questa affermazione? Nessuna.



Ma è la conclusione dell'autorevole articolo.



Se non ho vomitato è stato solo grazie a due "antiemetici".



Il primo è questo articolo di Evans-Pritchard, pubblicato dal Telegraph pochi giorni prima di quello del Sola.



L'articolo di Evans-Pritchard riporta un dato di fatto in primo piano: la Finlandia è in crisi esattamente come la Grecia ma le balle dette in tutti questi anni sulla Grecia corrotta e sprecona non ai possono applicare alla Finlandia diligente che "ha sempre fatto i compiti". La situazione finlandese è essenzialmente la prova che la moneta unica sia un progetto fallimentare dal punto di vista degli abitanti delle varie nazioni che l'hanno adottata. É altresì un progetto (criminale, diceva qualcuno) ben riuscito e voluto, dal punto di vista di altre forze in campo, un progetto mirato al depauperamento di vasti strati della popolazione, allo smantellamento e alla svendita del tessuto economico-produttivo, alla distruzione sistematica dello stato sociale, e alla progressiva abolizione (giustificata dall'emergenza e dalla crisi, si capisce) dei diritti e delle regole democratiche di intere nazioni.



Il secondo antiemetico, l'ho scoperto solo quest'anno, risale al 2012, quando un certo Alberto Bagnai diceva essenzialmente le stesse cose di Evans-Pritchard e azzardava previsioni riguardo al paese in cui vivo che si sono dimostrate purtroppo vere.



E in Finlandia cosa si dice a riguardo? Sarebbe interessante condurre delle ricerche serie. Io posso limitarmi alla constatazione assai amara che NESSUN finlandese che io conosca era a conoscenza dell'articolo di Evans-Pritchard sul Telegraph, né tanto meno dell'iniziativa ivi menzionata di un tal Väyrynen che avrebbe raccolto 50.000 firme per far discutere in Parlamento l'ipotesi di un’uscita dall'Euro.



Non solo.



Ho sentito affermare da varie persone, di differenti appartenenze sociali e culturali, tutta la serie di balle sulla Grecia che "se l'è meritato di fallire" e sui Greci corrotti, pigri, inefficienti, faciloni, loschi e inaffidabili.



Continuo a sentire ripetere come un mantra tibetano che la soluzione sono i tagli al welfare, alla spesa pubblica, la flessibilità e le riforme, dai politici di ogni schieramento e in particolare dall'attuale primo ministro Sipilä (partito di Centro-Destra) e dal Ministro dell'Economia Alexander Stubb (Destra), quest'ultimo, un quarantenne smart, alacremente impegnato ad esprimere il proprio nulla interiore via Twitter, come accade anche altrove, mi pare.



La gente mi appare essenzialmente anestetizzata, preoccupata per il proprio quotidiano, senza alcuna visione critica, aiutata in questo da giornali conformisti e attentissimi a non disturbare il manovratore.



Insomma, il vero nemico della vita, del benessere, del lavoro, dei diritti di questa nazione non sembrerebbero gli immigrati o il gigante russo con cui la Finlandia confina, ma siedono quotidianamente in Parlamento, rappresentanti non degli interessi delle persone che gli hanno eletti, ma di un progetto criminale che sta uccidendo una delle poche social-democrazie europee.



Mi sembra che si debba dare la massima visibilità a quello che sta accadendo qui, in Finlandia, proprio perché non ci sono i facili alibi della corruzione, dell'inefficienza, dell'inerzia per giustificare la crisi.



Io, coi mezzi di cui dispongo, lo farò.



La prego, Professore, di continuare a farlo anche Lei, nel Suo blog e nei convegni ai quali parteciperà.



Parli della Finlandia, grazie.



Con stima.



Giorgio Tricarico


Allora...

Caro Giorgio, io il mio l'ho fatto: della Finlandia abbiamo parlato, e come!, al nostro convegno annuale dell'anno scorso. Dopo una attenta analisi, su suggerimento di un amico che lavora in Commissione ci è sembrato che Heikki fosse la scelta giusta, e non ce ne siamo pentiti (consiglio: non chiedetemi quando escono gli altri video...). Ora, a quanto mi risulta, rimane solo da sistemare la parte "io, coi mezzi di cui dispongo, lo farò". Qui c'è un aiutino che spiega come fare, caro Giorgio. Anche questa terapia, come la tua, si paga...

E ora veniamo al punto.

Un giornale che, più o meno quando io, nel Tramonto dell'euro, vi spiegavo funditus come e perché la Finlandia fosse tutt'altro che un paese esemplare e vincente (per chi se ne fosse dimenticato, qui un breve resoconto della spiegazione), un giornale che a quel tempo si produceva in stucchevoli note di colore sul paese virtuoso perché a Helsinki "mancano le insegne del lusso e della globalizzazione" e c'è un "welfare avvolgente" basato su un "solidissimo patto sociale" sottoscritto "con grande convinzione" (eh, si sa, son seri al Nord...), ecco, un giornale che si rivolgeva e si rivolge alla comunità economica e finanziaria dimostrando una simile capacità di analisi, lo stesso giornale che 696 giorni dopo il QED (non dopo la spiegazione, che era venuta altri 423 giorni prima, portando a 1119 giorni il ritardo sulla storia di questi simpatici artigiani della cronaca rosa...), 696 giorni dopo il QED, dicevo, interveniva sulla Finlandia titolando a caratteri cubitali che il problema non è l'euro, senza fornire alcun argomento che non fosse il fatto di scimmiottare un titolo del WSJ di quattro giorni prima, con il che dimostrava la propria patetica subalternità culturale e la propria partigianeria, incompatibile con un atteggiamento deontologicamente corretto, con il "presentare i fatti separati dalle opinioni", quel giornale, un giornale che nessuno legge, perché è l'organo di un'associazione di categoria alla quale ormai nessuno vuole più appartenere, e che per questo motivo si sta spegnendo, oggi cosa fa?


Un dibattito equilibrato chi?

Un dibattito equilibrato loro!?

Quelli che hanno negato ferocemente ogni evidenza, che hanno mandato i loro giornalisti a profferire indecenti bestialità per le quali qualsiasi studente sarebbe bocciato  un esame di economia internazionale, come l'ormai epico aumento del prezzo della benzina di sette volte, che qui abbiamo voluto smentire pubblicando un articolo in classe A, per dimostrare scientificamente quanto scorretto fosse diffondere simili fake news, nel momento stesso in cui l'euro, svalutandosi del 30%, lo dimostrava fattualmente (se vedete Plateroti, chiedetegli come mai la benzina non è aumentata nel 2015...)...

Ecco: questa accolita appassionati di economia (perché tali si sono dimostrati, né credo che fra di loro ve ne sia alcuno che possa vantare esperienza di ricerca specifica nei temi dei quali si occupa), questi qui, dopo essere intervenuti come hooligan a inquinare con le loro fantasiose congetture e il loro teppismo verbale ogni e qualsiasi studio televisivo, oggi (16 aprile 2017) aprono il dibattito.

Siamo a posto.

Anzi, no! C'è di meglio. Perché per aprire un dibattito serio ed equilibrato, a chi ne affidano la gestione?

A una persona tanto serena da definire criminali i fondatori dell'euro (!) e tanto competente da scambiare una rivalutazione del marco per una svalutazione della lira, all'evidente scopo di alimentare, conformemente a quanto gli organi di stampa italiani tutti fanno (non è chiaro su mandato di chi: non credo dei loro lettori, anche quando ne hanno), il mito negativo di un'Italia "svalutazionista", per usare i termini di una persona che non voglio nemmeno nominare.

Ora provo a spiegarlo a qualche collega estero: riuscirci sarà difficile, ma se dovessi farcela, sai le risate?

D'altra parte, per tutto il 2015 le presentazioni dei miei paper sulla benzina si sono aperte con questa slide evangelica:



ed era molto difficile convincere i colleghi esteri, dopo le inevitabili risate, di quale ruolo effettivamente ricoprisse e di quale rilevanza avesse (e abusasse) nel dibattito chi si era lasciato andare a un'affermazione tanto inverosimile da non poter nemmeno essere considerata una fake news, ma una semplice gag da avanspettacolo - che, devo dirlo, onestamente, in quanto gag funzionava benissimo, predisponendo sempre favorevolmente la platea dei miei seminari all'estero.

Ora, non vorrei che qualcuno, preso da autorazzismo, concluda sconsolato che questo è il dibattito che ci meritiamo, nel giornale che ci meritiamo. No. Le cose non stanno così. Noi non ci meritiamo né quel giornale, che purtroppo verrà salvato coi soldi delle nostre tasse, e continuerà, nell'esatto momento in cui ciò avverrà, a delirare sui danni della spesapubblicaimproduttiva, né, soprattutto, ci meritiamo questo dibattito. Chi ha sostenuto a/simmetrie si merita questo, di dibattito, il nostro, che abbiamo condotto coinvolgendo i massimi esperti mondiali del tema, o riportandone qui, su questo blog, gli argomenti esposti nelle sedi scientifiche.

Chi invece vorrà prendere parte all'altro dibattito, prestando la propria credibilità a un'operazione così insulsa, temo che soggiacerà alla terza legge di Bagnai:

Legge della conservazione della credibilità: chi presta credibilità a un organo di stampa che non ne possiede perde la propria

Per carità, io voglio anche essere indulgente coi colleghi per i quali essere sul Sole 24 Ore è motivo di vanto. Certo, considerando che sono stato intervistato dal Financial Times (e un motivo ci sarà), rifiutare la preziosa opportunità di esprimermi in cotanta sede potrebbe essere inteso come atto di snobismo da parte mia (qui l'intervista per i diversamente europei).

Ma il problema è un altro.


Il problema è che il dibattito che si meritano gli italiani ce l'hanno già. Chi sceglie di non parteciparvi (perché "parli con Borghi" o perché "sei divisivo") per partecipare invece a un dibattito che nasce sulle premesse che abbiamo visto sopra, se ne assume le responsabilità e l'inevitabile ridicolo, e soprattutto porta con sé la colpa, assolutamente grave, di far apparire come seria e fondata l'ennesima operazione propagandistica tendenziosa e distorsiva. È opportuno che il dibattito appaia per quello che è: una operazione pilotata da quelli che "quello lì insegna in provincia". Chi sono loro per decidere che il dibattito si apre oggi? Quale collega sarà così subalterno da voler, per vanagloria, ratificare con la propria presenza un'operazione che si svolge in una sede tanto compromessa dalle vicende recenti, e dagli atteggiamenti passati? Lasciamoli pure dibattere fra loro, i sedicenti ortodossi, mentre masticano il boccone amaro che sapete. Sarà curioso osservare gli sviluppi del loro stantio rituale, ma senza perderci troppo tempo, che noi abbiamo ben altro da fare.

Mentre, nel vano tentativo di attirare qualche lettore, i naufraghi della menzogna si avventurano sulla loro zattera a discutere il "se", un attimo prima di darsi al cannibalismo, noi siamo già oltre: abbiamo imparato ad addentrarci nelle autentiche articolazioni del dibattito, a misurare l'incompatibilità radicale della costruzione europea con la Costituzione repubblicana, e abbiamo già studiato come porvi rimedio.

Cari operatori della propaganda, ci mancherete. Mi accomiato da voi con un po' di nostalgia, senza rancore per come avete costantemente, dalle frequenze del vostro gruppo editoriale, cercato di ridicolizzare il lavoro serio che qui veniva svolto, senza biasimo per la pervicacia con la quale avete impedito a chi poteva farlo di portare una parola equilibrata nel dibattito, quando sarebbe ancora stato possibile salvare tante aziende, quelle aziende che vi danno il pane e che avete condannato al fallimento appoggiando senza se e senza ma l'austerità di Monti e il delirio europeista. E per dimostrarvi che non ritengo valga la pena di mostrarvi acredine, vi saluto con una battuta di un film leggero, come leggeri sono i vostri articoli, quando vi avventurate nella macroeconomia internazionale: "That's not a debate! That's a debate!"



(...ah, a differenza di Crocodile Dundee, noi non solo non vi diamo il wallet, ma neanche la monetina: ripeto: ce le farete sfilare dal conto in banca da quello che voi chiamate Stato ladro - tranne quando vi fa comodo - ma not in our name!...)