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MIA15 - Nomination

sabato 29 agosto 2015

QED 56 e 57: al FMI volarono stracci (e se bevvero Dominique)

In premessa, una comunicazione di servizio. Con soli due giorni di campagna elettorale siamo andati in nomination nelle seguenti categorie:

1) Categoria 4, miglior articolo (per il fact checking sulla Grecia);
2) Categoria 24, miglior sito di economia (poi vi spiego perché)
3) Categoria 37, peggior cattivo online (suppongo per le squallide calunnie di qualche personaggio emotivamente instabile, ma fortunatamente ignaro del fatto che non esiste pubblicità negativa).

Ora potete votare qui.

Siccome dovete esprimere almeno dieci preferenze, oltre alle tre di cui sopra vi suggerisco queste:

1) Categoria 1, miglior sito: Dagospia (che ci ha accordato spazio ed è comunque avanti);
2) Categoria 3, miglior rivelazione: Le migliori frasi di Osho (è verosimilmente un euronazi, data la collocazione "progressista", ma è spiritoso);
3) Categoria 5, miglior community: Feudalesimo e libertà (il nostro futuro);
4) Categoria 13, miglior testata giornalistica: Il Fatto Quotidiano (lo so, però ci dà spazio...)
5) Categoria 14, miglior testata giornalistica online: come sopra (come sopra)
6) Categoria 15, miglior sito umoristico: Lercio
7) Categoria 28: miglior sito politico e d'opinione: Il cuore del mondo

ma ovviamente fate come vi pare (però esprimete almeno 10 preferenze).

Ci informano che i voti totalmente espressi sono stati 190000. Siamo sull'ordine dello 0.3% della popolazione italiana (così capite cos'è il digital divide), e di circa un terzo dei contatti che questo sito ha mensilmente.

A questo punto, chiarisco un concetto: avete visto, grazie al cortese dialogo con Monacelli, cosa pensano di voi i gentili colleghi ben inseriti nei circuiti accademici e mediatici che contano (insomma, quelli che si esprimono in siti rumorosi o fastidiosi): pensano che siate dei subumani, degli imbecilli privi di senso critico, perché non vi prosternate al pensiero magico dell'austerità espansiva e al dogma della vostra inferiorità razziale, e ve lo dicono in faccia. Avete un modo estremamente semplice e pulito di ricambiare la cortesia: stracciare il loro organo di riferimento, il Sòla 24 Ore. È un obiettivo ambizioso, ma non impossibile. Anche qui, come nel caso del fund raising, basta evitare la trappola del bastapococheccevoismo. Ogni singolo voto conta.

À vous de jouer.

E ora mi permetto di porre alla vostra attenzione uno dei tanti motivi per i quali questo sito è il miglior sito di informazione economica in Italia (e nel raggio di una trentina di miliardi di parsec).

Ricordate quando vi spiegai come fosse evidente che il Fmi sapeva benissimo che stava applicando alla Grecia una ricetta sbagliata? Il programma di "riforme" si basava sull'ipotesi, smentita da tutti gli studi disponibili, e peraltro anche dallo stesso programma (!), che il moltiplicatore fiscale della Grecia fosse 0.5, cioè che un taglio del deficit di uno avrebbe causato un calo del Pil di solo 0.5 (e quindi avrebbe migliorato il rapporto deficit/Pil e il rapporto debito/Pil). Invece tutti sapevano che il moltiplicatore era 1.5, per cui la strada dei tagli sarebbe stata nefasta: a un taglio di uno del deficit avrebbe corrisposto un calo del Pil di 1.5, e quindi il rapporto debito/Pil sarebbe aumentato (come poi è successo), anziché diminuito.


(...se avete difficoltà, vi rinvio a questo post...)

Il mio era solo un educated guess: la logica economica, e la lettura attenta dei documenti ufficiali, dimostravano che il Fmi aveva distrutto un paese consapevolmente. Non parlerei, come ha fatto Tsipras (porello!) di determinazione criminale: qui siamo in qualcosa di più complesso, come ci hanno spiegato Paolo Cogorno e il Pedante (e come del resto ci siamo sempre detti, enfatizzando la dimensione comunicativa e antropologica della crisi, piuttosto che quella economica, del tutto banale tranne che per la feccia umana che popola la valle dei castori). Siamo purtroppo immersi in una psicosi collettiva, in un clima da caccia alle streghe, da apartheid, fomentato dai sullodati organi di stampa che vi invito a sconfiggere. Gli esorcisti che mandavano al rogo le streghe erano sicuramente dei discreti teologi, e certo avevano le miglior intenzioni del mondo. Non è certo possibile definirli riduttivamente "criminali". Vi dirò di più: sono certo, e chi ha studiato queste cose potrà confermare la mia intuizione, che alcuni di loro fossero più o meno confusamente consapevoli di star facendo se non la cosa sbagliata, per lo meno una cosa non del tutto giusta.

Ma la facevano: perché quello era lo Zeitgeist.

Inutile dire che anche in quel caso le streghe (come oggi la coruzzione, ecc.) erano sovrastruttura: quale fosse la struttura economica ce lo diranno gli storici che fanno il loro lavoro. Già il controllo delle masse mi sembrerebbe una motivazione sufficiente. Indicare nel pensionato o nella strega il nemico da abbattere è uno strumento formidabile di controllo degli stupidi, che, purtroppo, sono comunque la maggioranza di ogni comunità umana composta da k persone con k>1 (il che significa che solo da soli ci si può illudere di non essere totalmente inebetiti, perché la maggioranza, in una coppia, è due...). Viva la democrazia, purché non ci si dimentichi di questa fondamentale costante biologica.

E i QED dove sono?

Ma in questo articolo di Ekathimerini che mi è stato segnalato da Episkopos su Twitter (grazie)!

Breve sintesi per diversamente europei: i verbali di alcune riunioni dei direttori esecutivi del Fondo, recentemente venuti alla luce e passati comme par hasard alla Reuters, svelano che i direttori esecutivi espressi da alcuni paesi emergenti (Brasile, India, ecc.) avevano ben chiaro come il carico imposto alla Grecia fosse insopportabile (c'è da scommettere che sono stati loro a far scrivere le parti del programma scritte in caratteri piccoli...). Tuttavia DSK, il capo dell'epoca, espressione del principale creditore della Grecia (per vecchia consuetudine il capo del Fondo è un francese), si oppose fermamente alle loro considerazioni di mero buonsenso: "Strauss-Kahn and his top advisers set the fund, which by tradition has always been led by a European, on a course known to be flawed, and that non-European shareholders doubted would work."

E questo è il primo QED (il 56).

Abbiamo peraltro dimostrato su Project Syndicate (riportato da Zerohedge) che l'azione del Fondo era del tutto illegittima, in diretto contrasto con i suoi Articles of Agreement. E anche questo oggi viene riconosciuto dalla stampa: "Strauss-Kahn drove the IMF down a route it had never taken before: operating as part of a “troika” with the European Commission and the ECB. It was a serious constraint for an agency used to dealing directly and alone with creditor governments."

E questo è il secondo QED (il 57).

Abbiamo così oggi la prova che al Fondo sapevano che quello che stavano facendo era sbagliato (come vi avevo anticipato), ma lo hanno fatto ugualmente, violando il loro statuto (come vi abbiamo dimostrato con Brigitte e Peter), nonostante l'opposizione di membri non trascurabili. La logica, va chiarito, non era quella di ottenere quello che tutti sapevano non si sarebbe potuto ottenere (il rimborso dei crediti, che peraltro sarebbe stato atto eticamente discutibile, perché accordarli era stato prova di leggerezza, meritevole quindi di essere sanzionato dal mercato). La logica era quella di vincere con un atto di crudeltà una prova di forza politica: serviva a verificare la lealtà delle élite locali al sistema, come racconta Venizelos: “They (the IMF and Europe) insisted on measures that were acts of cruelty to make us prove to them that we were prepared to pay the political cost”.

Naturalmente, in questo delirio di onnipotenza, c'era anche chi si preoccupava di cose concrete: i soldi! E chi poteva essere, se non il principale creditore? Quindi, dopo aver preso questa strada delirante e illegittima nel 2010, nel 2011 DSK ci ripensa e comincia a ritenere che sarebbe meglio convincere la Germania ad accordare la famosa ristrutturazione del debito (per gli amici: lo "scurdammoce o passato") senza la quale la Grecia non sarebbe mai uscita dalle peste. E, come ci siamo più volte detti qui, immediatamente se lo bevvero nel modo che sapete: "According to former Greek Finance Minister Papaconstantinou, Strauss-Kahn finally decided to get tough with Merkel and insist on debt restructuring in May 2011. Then the unexpected intervened: As Strauss-Kahn was on his way to Europe to meet the German chancellor, he was arrested in New York after a hotel maid alleged he had sexually assaulted her. Under intense media scrutiny, Strauss-Kahn quit. (In 2011 New York prosecutors dropped charges against him and he reached a settlement with the maid.)"

(...iononsonounmaniacosessualema saltare addosso a una diversamente avvenente donna delle pulizie quando puoi tranquillamente goderti di meglio in contesti più eleganti mi pareva fosse una cosa abbastanza improbabile, e del resto economisti più autorevoli di me hanno sempre pensato la stessa cosa...)

Bene.

Queste cose sul Sòla non le leggerete mai se non, il alcuni casi, dopo. L'unico blog dove potete leggerle prima è questo, e quando dico unico, intendo unico. Quindi ora regolatevi. La scheda è qui:



Grazie.

mercoledì 26 agosto 2015

Do you remember me? Vol. 2 (CLN vs. TRC)

Caro professore,

E di me si ricorda? Mi chiamo Mario Bianchi (o Rossi) ed ho sostenuto con lei l'esame di econometria alla Sapienza nel 1492. Ora lavoro [grossa istituzione multilaterale]; ho sorriso amaro quando in un recente tweet l'ha giustamente richiamata tra i veri paradisi fiscali. In realtà non le scrivo per sapere se si ricordi o meno di me (poco conta) ma per farle sapere che non siamo tutti come “er biretta”.

Seguo il suo blog dal primissimo giorno; sono stato fortunato perché decise di aprire il blog proprio qualche settimana dopo l'esame. La voce girò subito tra i suoi studenti! Ricordo anche chiaramente la sua presentazione in aula sui differenziali d'inflazione nell'area euro; eravamo davvero agli inizi della sua missione come guru e cavaliere nero. E ancora, ricordo bene il pomeriggio che fece qualche minuto di ritardo a lezione (rarità!) perché stava completando l'articolo "Cina e crisi: chi ha paura dell'agnello cattivo" in risposta ad un articolo di Zingales. Lo raccontò con passione e smontò con pazienza e decisione le osservazioni del piddino di turno.

Dopo l'università, l'ho rincontrata a [capitale delle Piddinia internazionale], alla presentazione de "il tramonto dell'euro" alla Libreria Piddina. Quel giorno era ricoperta dalla neve che manco in Siberia. Prima della presentazione mi riconobbe e mi diede un abbraccio. Ne rimasi davvero colpito.

Seguo costantemente il blog, ho letto, fatto leggere e soprattutto ho studiato tanto sui suoi post ed articoli. Grazie. Ho letto con passione ed adorato i suoi due libri e ne ho regalate copie ad amici e parenti, con discreto successo.

Studiando alla Sapienza ho avuto la fortuna di aver avuto come professori, tra gli altri, Acocella, Padoan, Gandolfo, Carlucci, Gnesutta e De Vincenti. Oggi però riconosco che la più grande fortuna è stata soprattutto avere avuto lei come professore. Le sue lezioni sono davvero tra i ricordi più piacevoli dei miei studi. Seguirla poi tramite blog e twitter in questi anni mi ha insegnato tantissimo ed aiutato a distinguermi dai piddini che mi circondano. Suonerà come una sviolinata, ma non essendoci captatio benevolentiae, non ci trovo nulla di male.

Ci tenevo solo a ringraziarla ancora una volta per il suo lavoro. Ciò che alcuni amici, parenti e colleghi cominciano a capire oggi, lei l’ha spiegato e documentato chiaramente anni fa. Seguire questo blog per me significa più di tutto stare mesi, spesso anni, davanti a chi non la segue.

Ma soprattutto le scrivo per farle sapere che tanti dei suoi studenti non sono casi persi e disperati come lo studente del post di ieri, “er biretta”. "Bucce e scarti che la vita ha sputato" come definiva lei in aula certi studenti. In tanti continuiamo a seguirla ed imparare tantissimo dal suo lavoro quotidiano. In tanti ci vantiamo in giro di essere stati suoi allievi. In tanti cerchiamo di contribuire (certo dovremmo fare molto dipiù) alla diffusione del suo materiale per squarciare il velo di Maia €peo ed Europeo.

Spero capisca il senso della mia mail. Ho già rubato troppo del suo prezioso tempo.
Un caro saluto.
Mario Rossi (o Bianchi)

















































“Ma vedi là un'anima che, posta
sola soletta, inverso noi riguarda:
quella ne 'nsegnerà la via più tosta".
Venimmo a lei: o anima lombarda,
come ti stavi altera e disdegnosa
e nel mover de li occhi onesta e tarda!
Ella non ci dicea alcuna cosa,
ma lasciavane gir, solo sguardando
a guisa di leon quando si posa.
Pur Virgilio si trasse a lei, pregando
che ne mostrasse la miglior salita;
e quella non rispuose al suo dimando,
ma di nostro paese e de la vita
ci 'nchiese; e 'l dolce duca incominciava
"Mantua...", e l'ombra, tutta in sé romita,
surse ver' lui del loco ove pria stava,
dicendo: "O Mantoano, io son Sordello
de la tua terra!"; e l'un l'altro abbracciava.
Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!
Quell'anima gentil fu così presta,
sol per lo dolce suon de la sua terra,
di fare al cittadin suo quivi festa;
e ora in te non stanno sanza guerra
li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode
di quei ch'un muro e una fossa serra.































































Scusa, Mario Bianchi (o Rossi): e cosa avrei dovuto fare, se non abbracciarti? Sei d'accordo che eravamo in Purgatorio, no? Quel Purgatorio che stiamo attraversando tutti, ma contromano, scendendo verso l'Inferno di un conflitto mondiale. E allora a me, che ho fatto il classico, come credo te (e non credo er Biretta: ma non possiamo escludere che esistano persone totalmente impermeabili al bello), abbracciarti sembrava la soluzione più naturale...

Solo un dettaglio: io non credo di aver mai definito dei miei studenti come tu dici, per due motivi.

Primo, perché la citazione è inesatta. Rilke dice "Schalen von Menschen, die das Schicksal ausgespieen hat", che nella traduzione italiana in mio possesso suonava: bucce di uomini che la vita ha sputato (anche se in realtà, come noterai, Rilke non dice Leben, ma Schicksal: destino, e ci sarebbe da riflettere su cosa sia la vita, e cosa sia il destino: se si chiamano in modo diverso, forse saranno cose diverse...).

Secondo, perché io ho sempre voluto bene ai miei studenti. Ho sempre avuto per loro, per le vittime delle mie lezioni "frontali", lo stesso affetto e lo stesso spirito di servizio che ho per le poche migliaia di persone che passano per questo blog, anche quando farlo si è rivelato un errore (e avrebbe potuto rivelarsi un errore anche prima, ad occhi più lungimiranti dei miei). Er Biretta che mi scrive per insultarmi a freddo dandomi del disonesto, o il Derossi che si chiede perché reagisco con sdegno (forse Derossi dovrebbe dirci come reagisce lui quando lo insultano, ma non credo che capirebbe la domanda, perché non è stato in grado di vedere l'insulto!) sono una minoranza rumorosa, lo so.

Poi ci sono gli altri, la maggioranza... dell'esigua minoranza di persone che ha deciso di ragionare con la sua testa!

Tu mi fai troppo onore accostandomi a cotanti colleghi. Loro sono economisti. Io no, come sai (vedi la discussione col cortese professor Monacelli). Sono una cosa diversa, evidentemente. Cosa? Lo sapremo solo dopo (quindi lo saprà chi ci arriverà).

Caro Mario Rossi (o Bianchi), la tua lettera mi riporta a un passato lontanissimo.

Quello in cui il dipartimento nel quale ci siamo entrambi formati non era ancora stato invaso dagli ultracorpi liberisti (come dicevo questa mattina a un altro che ci era passato, facendolo sorridere).

Quello in cui potevo credere che "sinistra" fosse capacità di pensiero critico e autocritico (e quindi mi rivolgevo a certi "organi" di stampa per esprimermi).

Quello in cui il mio tempo mi apparteneva.

Tutto questo ce lo siamo lasciato dietro, ed è stata una scelta non totalmente consapevole. Quando ho lanciato il mio grido di allarme (buon ultimo, come so e sapete), ero pressoché certo che sarei stato ignorato, proprio perché lo erano stati tanti altri, a cominciare, appunto, da Carlucci (ma risalendo su su fino a Meade...).

Ma è andata in modo completamente diverso.

Ho scoperto il potere della mia parola, e sono stato preso in un gioco più grande di me.

Sono lieto di vederti ricordare che in classe ho sempre parlato secondo coscienza: ma un conto era farlo in una sede scientifica, dove non avrei potuto, per onestà intellettuale, fare quegli sciatti comizi populisti a base di "l'Europa ci ha dato la pace", "la colpa è nostra perché non abbiamo fatto le riforme", insomma: svendere tutta quella paccottiglia neoliberista della quale alcuni miei colleghi, mi si dice, fanno grande smercio (mi chiedo però quale libro di testo adottino, perché nei libri degli economisti seri questa putrida melma non c'è: guarda ad esempio il dibattito sul libro di Eichengreen svolto dai miei lettori in coda ai post precedenti...). Ma un conto era affrontare certi temi in classe, dove poteva essere fatto su basi fattuali, e contando su un patrimonio (a dire il vero sempre meno vasto) di conoscenze comuni, e un ben altro conto farlo nel dibattito pubblico, dominato da queste logiche.

Eppure ha funzionato.

E se, come vedi, qui non c'è nessun terrorismo, fuori ci sono molti terrorizzati, che stanno perdendo la Trebisonda. I gentili colleghi parolai e populisti, lividi di odio verso il paese che li sfama e di disprezzo verso gli studenti che li circondano, quelli che non riescono proprio a dire quanto sta scritto nei libri... ma così facendo si circoscrivono nella sfera del pensiero magico, e non riescono ad articolare un discorso che abbia un minimo di coerenza.

"Svalutare è peccato!" Ma allora perché la Germania, che è brava, non rivaluta?

"La svalutazione è un disastro!" Notizie dalla Svizzera?

"Bisogna essere competitivi per esportare!" Ma se poi il resto del mondo va per aria, e tu hai tagliato i salari (la capacità di spesa) degli italiani per vendere al resto del mondo, poi cosa ti inventi?

"Dobbiamo fare le riforme!" Ma allora perché chi le ha fatte ha tassi di disoccupazione stellari, ha visto esplodere il proprio debito pubblico, ecc.

"La colpa è dello Stato!" Ma allora perché sono saltati per primi i paesi col debito pubblico più basso?

Eccetera.

Sono anni che andiamo avanti a slogan. E quindi, poi, fatalmente succede che qualcuno ti scriva roba del tipo:

"Non so se leggerà questa mail il prof Bagnai o se la potete inoltrare, in questo caso vorrei inviargli due grandissimi ringraziamenti: il primo ringraziamento perchè è riuscito a spiegarmi quella strana sensazione di disagio che provavo ormai da diverso tempo quando sentivo parlare dei problemi economici della nostra nazione sopratutto in relazione all'euro. C'erano delle cose che non tornavano, che mi lasciano incredulo, ora il professor Bagnai mi ha illuminato.
[il secondo ve lo risparmio]"

Illuminato è una parola un po' forte. Diciamo che la spiegazione dei fatti fornita dall'economia ortodossa (quindi non dal ciarpame populista a base di sogni, dare la pace, e menate simili) ha una sua coerenza interna che inevitabilmente seduce chi ha gli strumenti culturali ed etici per accedere ad essa. Occorre cioè non partire dal presupposto di essere dei superuomini (come si sente er Biretta), occorre aprirsi alle ragioni dell'altro e alla logica aristotelica più elementare. E occorre essere economisti, cioè dire quello che la scienza economica dice e tramanda per bocca dei suoi migliori esponenti.

Non dovrebbe essere molto: ma è tantissimo, in un mondo nel quale esponenti di prestigiosi centri di ricerca insultano sui social persone che chiedono spiegazioni, urlandogli in faccia che le curve di domanda hanno inclinazione positiva! O in un mondo nel quale mentre Giannino ancora ci ammorba col dividendo dell'euro, a Harvard ormai si sono rassegnati ad ammettere la realtà (come cercavo di spiegare ar Biretta).

Ci siamo capiti, no?

Bene.

Fuori sono terrorizzati: hanno paura che qualcuno prima o poi gli rinfacci il loro tradimento. Tradimento degli interessi del paese, tradimento della loro missione di intellettuali, e tradimento della più banale logica. Il nervosismo è palpabile. Gli scricchiolii li sentono (quasi) tutti.

Sento parlare, in giro per il mondo, di Comitati di Liberazione Nazionale. Ne hanno parlato su a/simmetrie Boghetta, Dal Monte e Magoni (il 15 luglio), poi ne ha parlato Fassina (il 27 luglio), poi ne ha parlato Jacques Sapir (il primo agosto). Hai detto bene: qui siamo anni avanti. Conosco tutte le persone che stanno parlando di CLN in giro per l'Europa, e sono il presidente dell'associazione dove questa proposta è stata lanciata, a seguito di un dibattito che mi ha coinvolto. La mia posizione, però, lo sapete bene, è un'altra. Il mio educated guess è che da qui si uscirà se e quando gli Stati Uniti capiranno che i costi sono per loro superiori ai benefici, il che potrà accadere o attraverso un processo di maturazione che conduca a una scelta deliberata, o in seguito a uno o più eventi traumatici (in soldoni, quando noi saremo ridotti come la Grecia).

È da un po' che lo dico, e ora lo dicono anche loro: "sembra una soluzione più costosa del problema"...

A chi mi insulta a freddo sfugge un dettaglio: certe domande hanno una sola risposta, quella giusta. Finché riesci a evitare di portele, o di porle ai tuoi lettori (vedi sopra), va tutto bene. Ma nel momento in cui decidi di farlo, significa che qualcuno la risposta già se l'è data (e del resto in IPF ho illustrato passo passo il riposizionamento di economisti meno sprovveduti e più legati ad ambienti statunitensi...). Quindi, sinceramente, a me il problema del quando e del come interessa sempre meno. Quello che mi interessa sempre di più è il problema di come gestire la ricostruzione. Perché insomma, una cosa credo sia chiara: una cosa non può essere simultaneamente bianca o nera, quindi qualcuno non ha detto la verità.

Ecco, io, ve lo dico, non riesco ad appassionarmi al problema del CLN.

Potrebbe essere un modo per venirne fuori, ma comunque fuori se ne verrà, il problema non è questo. A me interessa capire come costituire una Commissione per la Verità e la Riconciliazione. Chi ha osato esprimere un pensiero che in Italia era critico, e a Harvard banale, è stato sottoposto dagli italiani che frequentano Harvard a una vera apartheid in Italia. Nel frattempo, tanta gente ha perso la vita, e tantissima gente una ragionevole speranza di futuro per sé e per i propri figli, in conseguenza di scelte che si sapeva essere palesemente sbagliate (vi ho documentato ad esempio l'ipocrisia del Fmi sul moltiplicatore greco). Ora ci si trincera dietro la "stagnazione secolare". Ma vogliamo dircelo che se un quarto del mondo (in termini economici) si condanna alla deflazione, è piuttosto chiaro che l'esito non potrà essere una crescita sfavillante da nessuna parte?

Nessuno vuole vendetta, e io personalmente nemmeno giustizia (perché secondo me è impossibile anche solo concepire l'enormità di quanto ci è stato fatto, la dimensione della psicosi collettiva che è stata deliberatamente alimentata, e quindi io, sinceramente, avrei enormi difficoltà a stabilire cosa mettere sull'altro piatto della bilancia...). Però verità e riconciliazione sì, quelle saranno necessarie. Non possiamo permetterci, per la seconda volta in un secolo, di gestire l'esito di quella che in effetti è già una larvata guerra civile fra interessi economici che negano l'uno all'altro diritto di cittadinanza (come fu guerra civile per noi un pezzo della Seconda guerra mondiale), di gestire l'esito di un simile conflitto, nel quale influencer scaltri (come un cervo) lavorano indefessamente a mettere i figli contro i padri, i cittadini contro lo Stato, i genitori contro gli insegnanti, i passeggeri contro gli autisti, ecc., dopo tutto questo non possiamo cavarcela dicendo semplicemente "abbiamo scherzato!", o, peggio ancora, dichiarando la vittoria di una sola parte, quando per definizione una guerra civile è persa da tutti i contendenti.

Questo sarebbe un errore storico gravido di conseguenze funeste.

Certo, alla necessità di ristabilire un minimo di serenità, di verità, di equilibrio, di riconciliazione, rischiamo di arrivarci dopo eventi traumatici, appunto. Eventi tali da farci perdere di vista, da farci addirittura sembrare ingiusta, la necessità di una riconciliazione. Ma di quella c'è bisogno, per ricostruire un tessuto sociale lacerato in modo forse irreversibile dalla lama arrugginita della menzogna, quella menzogna che, impedendo agli attori sociali di riconoscere e dichiarare i propri interessi e quindi di comporli nelle sedi democratiche, uccide la politica, uccide la democrazia, e rende inevitabile la composizione violenta del conflitto sociale.

A chi fa comodo la deflazione? Lo sappiamo. Ma alle vittime di questo delirio (i piccoli, i dipendenti) è stato fatto credere che la deflazione faccia comodo a loro.

Non è così.

E allora, niente "Norimberghe", che servono solo a mandare al governo un po' di nazisti ripuliti, nell'interesse del podestà straniero (è andata così, come credo sappiate), ma un bel ragionamento fra italiani, in cui ci si incontri in una sede istituzionale, e si chieda: "Fratello, tu nel 1978 eri contro l'unione monetaria. Perché nel 2010 l'hai difesa a costo della nostra vita? Fratello, tu nel 1997 hai scritto nero su bianco che l'euro era un esperimento antistorico. Perché nel 2007 ci hai poi esortato a qualsiasi sacrificio pur di difenderlo?". Io credo che sia utile in primo luogo a chi si è comportato così essere chiamato a riflettere sul perché lo ha fatto. Senz'altro, sarà utile a tutti capire come si sia potuto intraprendere un cammino tanto fuorviante. Non esiste una sola spiegazione. Le spiegazioni sono complesse. Lasciamo il semplicismo del "l'euro ci dà la pace" ai populisti cialtroni, lasciamo la violenza e la vendetta a chi propugna riforme rigorosamente sulla pelle altrui, fottendosene dei costi umani (oltre che della logica economica). La nostra verità sia complessa e aperta all'ascolto.

A noi interessa capire e andare avanti cercando di porre basi non fragili alla nostra civile convivenza.

Liberarsi senza risolvere questo problema non servirebbe a nulla.

Vi ricordo che se siamo ridotti come siamo, in quanto italiani, è principalmente perché ci odiamo, e se ci odiamo ci sono ragioni storiche lontane e prossime, e la più importante delle ragioni prossime, come questo blog e il dialogo che vi si svolge mi sta aiutando a capire, è il modo in cui abbiamo gestito l'esito della nostra ultima guerra civile.

Quindi, va anche bene il CLN (se piace...), purché si riconosca che solo una Commissione per la Verità e la Riconciliazione potrà permetterci di superare veramente questo clima di apartheid, di caccia alle streghe, senza uno strascico di rancori, e potrà costituire il laboratorio per tentare un esperimento che in quasi due millenni di storia non è riuscito a nessuno: dare un senso alla parola "italiano", far convergere questo concetto, che negli ultimi decenni ha oscillato violentemente e pericolosamente dall'esaltazione nazionalistica più bieca, alla depressione autorazzista più feroce.

Non c'è nulla di male nell'essere ciò che si è, purché non si ceda alla seduzione di sociopatici irresponsabili che continuano a proporci di essere ciò che non siamo.

Questo è il compito della tua generazione. Tanto per essere chiari: è un compito impossibile.

E ora hai capito perché ti ho abbracciato.

martedì 25 agosto 2015

Pakistan

Dilettissimi fratelli e sorelle,

dal Libro:


"Et le soir ils ne dînaient pas à l’hôtel où les sources électriques faisant sourdre à flots la lumière dans la grande salle à manger, celle-ci devenait comme un immense et merveilleux aquarium devant la paroi de verre duquel la population ouvrière de Balbec, les pêcheurs et aussi les familles de petits bourgeois, invisibles dans l’ombre, s’écrasaient au vitrage pour apercevoir, lentement balancée dans des remous d’or, la vie luxueuse de ces gens, aussi extraordinaire pour les pauvres que celle de poissons et de mollusques étranges (une grande question sociale, de savoir si la paroi de verre protégera toujours le festin des bêtes merveilleuses et si les gens obscurs qui regardent avidement dans la nuit ne viendront pas les cueillir dans leur aquarium et les manger)."



Visto che, come avrete constatato, nella collezione autunno-inverno 2015-2016 si porterà molto il frame del (cattivo) maestro (lanciato dall'esteta della bassa, Jean Paul Gand'hier), e visto che, come avrete altresì rimarcato, la mia strategia dialettica con gli euristi è quella di spalancare tutte le porte che vogliono sfondare (procurando che dall'altra parte della stanza ci sia una finestra altresì spalancata sull'abisso della loro ignoranza), non sarete stupiti se procedo, da buon maestrino, a darvi i compiti per le vacanze.

Questi sono i saldi settoriali del Pakistan:

Chi non sa cosa siano... bè, mi spiace: dovrà studiarsi la sezione didattica, o chiedere ai compagni di lotta di classe. Chi invece pensa di saperlo, avrà la compiacenza di arrischiarsi a fare un commento.

Il commento migliore verrà premiato nel modo seguente: con la soddisfazione di aver fatto il proprio dovere, unita a un posto in prima fila (se avete già il biglietto), o a un biglietto (se non ce l'avete) per il goofy4.

Sì, perché nel frattempo c'è anche un altro dettagliuzzo: abbiamo esaurito il secondo lotto, quindi siamo già 450 (550 con staff, invitati, amici, ecc.), per cui dobbiamo capire come regolarci, fermo restando che la spesa più grande sarà quella da sostenere per affiancare ai mastini due o tre nerboruti buttafuori professionisti che tengano fuori dalla sala i portoghesi (nel senso di free rider) che certo pulluleranno quando avrò fatto un paio di annunci.


Ci occorre una settimana per capire quanti posti possiamo ottenere e come prezzarli. Voi, nel frattempo, studiatevi i saldi settoriali del Pakistan...


(Beati i primi perché gli ultimi resteranno fuori...)

(...dice: "E che c'entra il Pakistan?" Gnente, ma siccome io, dall'esterno della comunità scientifica, fuori, nel buio, mentre vedo gli economisti banchettare al tavolo della scienza, come le bêtes merveilleuses delle quali parla il poeta, mi occupo di paesi emergenti, capita che da una parte remota del globo mi abbiano inviato una tesi di dottorato sul Pakistan da rivedere. E così, visto che mi ci devo fare due palle, e che qui siamo tutti amici, ho pensato: "Mal comune, mezzo gaudio!" Poi, quando sarà il momento, vi porterò al ristorante. Ma senza sfondare la vetrata: entreremo, noi, dalla porta principale, come si conviene al nostro rango, fra un frusciare di acquiescenti livree e un convulso, smarrito sibilare di "io ti sono sempre stato amico, lo sai che scherzavo...")

(... naturalmente scherzo anch'io: lo sanno tutti che sono un buontempone, un pezzo di pane, una pasta d'uomo... E ai colleghi impattati - contro cosa non l'ho ancora capito: credo fosse un pendolino! - ricordo l'esistenza delle metafore e li rassicuro sul fatto che l'autore che dicono di aver letto, nella chiusa del passo che ho riportato, non inneggia all'antropofagia. Lui era piuttosto deboluccio di stomaco, a differenza di me...)

(...dice: "E la commissione? Chi valuta la migliore risposta?" Bè, per quella, come si dice nei salotti buoni, "farò pressioni io". Siete in una botte di ferro...)

lunedì 24 agosto 2015

Monacelli: a reply and a rejoinder

A reply

Caro Bagnai:
quanta retorica, quante parole. E quanta poca sostanza. Di fronte alle sue "mostruosità verbali", avevo chiesto delle semplici scuse. Non era difficile, avrebbe anche semplificato il lavoro del giudice, come lei giustamente ricorda. Invece no. Lei, ancora, volteggia sardonico tra dileggio, scuse apparenti e ambiguità verbali. Un esempio? Pensare di mettere sullo stesso piano i miei riferimenti tranchant alla "trash economics" (che l'hanno urtata, e di questo mi scuso: vede come è semplice? Basta una parola) con le sue sinistre minacce di morte. Che non sono meno lugubri perchè arrivate via twitter, anzi. 

Mi creda. Se reagisce ai giudizi aleggiando "cappottini di abete", finisce per superare anche il suo amico Borghi, che già si era macchiato in passato di un reato (penale) di violazione della privacy (pubblicando i dati della mia dichiarazione dei redditi per provare di essere "più smart" di me). Siete entrambi sulla strada sbagliata, mi creda. Anche un bambino lo capirebbe.

Grazie infine per il gentile invito a fare da discussant al suo paper. Ma sono costretto a declinare, perchè in imbarazzo. Non è infatti buona usanza scientifica (come lei certamente saprà) che sia l'autore del paper a scegliersi il discussant (quantomeno in tutte le conferenze internazionali di un minimo livello). Detto ciò, nel mio ingenuo ottimismo, mi permetta di rilanciare. Succede che io sia Associate Editor di tre riviste scientifiche. Faccia così, per una volta. Ne scelga una. Scriva il suo paper in inglese e lo sottometta. Le garantisco che farò pressioni sui referee perchè lei abbia una veloce review. Al di là dell'esito, sarà in tal caso un enorme piacere accoglierla nella comunità scientifca. Alla quale lei (insultando la sua non comune intelligenza) pervicacemente si sottrae.

Con immutata stima,
Tommaso Monacelli
 
Post Scriptum: in nome della sua presunta liberalità spero possa rendere pubblica questa mia risposta attraverso il suo blog.
 
 
A rejoinder
Gentile professore,

la ringrazio per la risposta pronta e costruttiva. Mi ero già scusato per i miei toni (ribadisco che ovviamente non intendevo minacciarla di morte!), ma devo dirle che dopo questa sua replica ne sono ancora più addolorato (dei toni, ovviamente, non delle scuse).
 
Dalla sua replica traspare infatti quanto Alberto mi aveva sottolineato (invitandomi a scusarmi con lei), ovvero che le sue esternazioni non erano parte di una strategia deliberata di provocazione (come se ne mettono su ogni tanto su Twitter, sa, è un ambientino!....). Peraltro, se avessi avuto la certezza che lo fossero, verosimilmente le avrei ignorate. Invece le cose stanno diversamente: lei in effetti è sinceramente convinto che quello che io faccio sia trash, che il Cambridge Journal of Economics sia macchiettistico (perché si apre ai codici JEL B5 ed E12), o che lo sia Energy Policy (perché è una rivista "di field"), e che un premio ricevuto da autori come Alberto Quadrio Curzio o Paolo Savona sia trash (in effetti va detto che è esplicitamente un premio letterario e non scientifico), e così via.

La chiusa della sua replica è esemplare in questo senso: lei non perde occasione di esternarmi il suo disprezzo esplicitando la sua convinzione profonda che io non faccia parte della comunità scientifica (!) e non abbia mai sottoposto un lavoro a peer review. Tanto più apprezzabile e generosa la sua stima per un reietto come lei mi dipinge! Ovviamente le cose non stanno proprio così, non sono esattamente un reietto, soprattutto all'estero. Eppure, paradossalmente, questo suo atteggiamento mi rinfranca, perché, lo ribadisco, dimostra che i suoi apprezzamenti, ancorché prontamente strumentalizzati dai soliti noti, erano frutto di una sua intima convinzione.
 
Da qui il mio dispiacere per averla urtata.
 
Vedo però anche il bicchiere mezzo pieno: almeno siamo riusciti a stabilire un contatto diretto, non mediato da chi, veramente alieno dalle logiche accademiche, ha solo interesse ad aizzare baruffe per specularci sopra.

Ne approfitto per una precisazione. Ho partecipato a diverse conferenze, e ne ho anche organizzate parecchie, con keynote del calibro di Joe Brada, Lars Feld, Gary Jefferson, Ugo Panizza, Scott Rozelle, Dominick Salvatore, Mathias Thoenig, Philippe Weil, ecc. (non tutti vicini ai suoi interessi di ricerca, ma direi tutti abbastanza addentro alla comunità scientifica, a partire da Joe, che come lei saprà era membro OCSE all'ultima tornata concorsuale). Quindi, mi creda, so come vanno le cose: è l'organizzatore, non l'autore, a scegliere il discussant: ho dovuto farlo decine di volte ed è una bella seccatura, dimenticarsela è difficile. Caso vuole che nel convegno cui la invitavo io fossi sia autore che organizzatore. La logica per la quale non è l'autore a scegliersi il discussant è ovvia: la comunità scientifica non gradisce che i lavori siano sottoposti a revisione (o a discussione) da persone in conflitto di interessi, cioè legate agli autori. Apro e chiudo una parentesi per segnalarle che, come lei certamente saprà, oggi molte riviste, anche di altissimo profilo (almeno secondo la Thomson-Reuters) chiedono agli autori di indicare i propri referees: un'indicazione non vincolante che però facilita di molto il compito dell'editor (altro compito ingrato che ho dovuto svolgere solo in funzione di guest per special issues.... e mi è bastato!). In ogni caso, nella vicenda che stiamo esaminando il problema non si pone: non credo di poter trovare al mondo un discussant più critico di quanto lo sarebbe lei. Prendo comunque atto del suo rifiuto, che è coerente con il suo non ritenermi parte della comunità scientifica (anch'io non farei da discussant a un articolo per Eva 3000), ma un po' incoerente con la sua stima che lei mi dice immutata, il che probabilmente significa che è restata bassa quanto lo era prima! Diciamo che lei, a differenza di Alberto, preferisce non accordarmi dignità di interlocutore, e ne capisco perfettamente i motivi (e li condivido anche).

Accetto in ogni caso il suo invito a sottoporre l'articolo a una delle riviste del cui comitato lei fa parte. Sono certo che la valutazione sarà imparziale e costruttiva (anche se lo spunto del mio lavoro è tratto da un dibattito sorto in seno a una rivista post-keynesiana). Del resto, lo ho sempre detto ai miei lettori: se mai deciderò di partecipare a una abilitazione, chi me la accorderà sarà senz'altro una commissione di "bocconiani" (come vengono impropriamente definiti gli economisti mainstream da una certa stampa superficiale), certo non di economisti "critici". Il motivo è semplice: nel difendere l'euro, i secondi hanno tradito la propria missione, quella di fornire una visione del mondo lievemente meno appiattita sulle logiche del grande capitale. I mainstreamers invece sono rimasti fedeli a se stessi, ed è per questo che da loro mi aspetto un giudizio più equanime... nonostante l'immutata stima!

Con altrettanto immutata stima, alla quale aggiungo anche una viva simpatia (nonché le più sincere scuse per aver abusato del suo tempo).

Alberto

P.s.: ma il povero Obstfeld? Che ne diciamo di Obstfeld? E di questo semplice modellino, un giorno, ne vogliamo parlare?

domenica 23 agosto 2015

Scusa, Tommaso...








Gentile collega,

qui su questo blog, dove, mi affretto a sottolinearlo, siamo tutte persone pacifiche, a cominciare dal titolare, siamo abbastanza abituati alle acrobazie intellettuali degli economisti mainstream. La loro ricerca del paradosso, del controintuitivo (come dicono), ha le motivazioni che Keynes lucidamente metteva in evidenza in quel libro che voi tanto disprezzate, perché privo di formule: il desiderio (lecito) di acquisire prestigio intellettuale.

Ora, però, sinceramente, che si chiedano con tono ultimativo delle scuse a un collega che si è provocato per un'intera serata (ho fatto solo una selezione, ma il resto è nei miei archivi), dandogli del trasheconomist, della macchietta, e stigmatizzandone la disonestà intellettuale, è qualcosa che sinceramente non avevo ancora visto.

Spero bene, prima di andare avanti, che lei non si nasconda dietro un dito.

Le sue parole si rivolgevano evidentemente a me, per il semplice motivo che, in questo disastrato e provinciale paese, a differenza di quanto accade nel resto del mondo, l'unico economista accademico che si arrischi ad offrire un messaggio un minimo coerente con la migliore letteratura scientifica sono purtroppo io (come le ricordava sopra Mattia Vittori). Mi rendo conto che questo a lei (ma soprattutto ad altri) possa dispiacere, e mi scuso con lei se il mio lettore l'ha importunata ricordandoglielo, come pure mi scuso per averla indirettamente costretta a confrontarsi con dei fatti che non quadrano con le sue teorie. Ma rimane il fatto che mentre io mi stavo facendo i fatti miei, lei passava la serata ad insultarmi. Insultare me, e, attenzione, anche Savona, Grilli, Imbriani, Cannata e il comitato del Premio Canova di Letteratura Economica e Finanziaria (per restare nell'ambito circoscritto della professione). Nessuno di loro era d'accordo con il libro che lei definisce trash, e me l'hanno anche detto chiaro e tondo conferendomi il premio. Ma nonostante questo hanno deciso di leggerlo e ne hanno riconosciuto il valore.

Nessuno li ha costretti a farlo se non la loro onestà intellettuale e il loro stile. Avrebbero tranquillamente potuto premiare i testi degli altri concorrenti (colleghi che tutti conosciamo).

Questione di stile, appunto.

Come dice? Minacce di morte? Suvvia, Monacelli! Non ho né il fisico, né soprattutto il morale, per permettermi di minacciare alcunché di morte. Peraltro, tutto questo blog, e tutta la mia opera divulgativa, che sono a disposizione di chiunque, sono esplicitamente volti a favorire una risoluzione pacifica dei conflitti. Chiunque mi conosce sa che sono persona pacifica, questo blog è pieno di interventi nei quali ho sedato gli animi di persone esasperate dalla crisi (quella crisi della quale lei riesce a parlare in modo tanto asettico), lei (o chi per lei) potete anche darmi del violento: vi risponderanno con un sorriso incredulo.

Mettiamola così: o ci comportiamo civilmente, oppure, se, a cortissimo di argomenti, insultiamo a freddo e senza alcun motivo un collega che se ne sta a casa a lavorare, accettiamo anche che quello reagisca. Se vogliamo essere goliardi (e a me va benissimo) accettiamolo spirito goliardico. Se alziamo la palla, non possiamo lamentarci se poi qualcuno la schiaccia. Se vogliamo essere, mi spingo fino a qui, verbalmente accesi, violenti, come lei è stato, possiamo tranquillamente esserlo, ma dobbiamo accettare la risposta.

Che in questo caso è effettivamente stata una minaccia. Questa:


ovvero quella di riservarle l'attenzione che avevo rivolto a un altro suo collega, del quale (esattamente come nel suo caso) avevo sempre riconosciuto i meriti scientifici, e che, esattamente come lei, mi aveva insultato a freddo (con la solita tecnica molto virile del lanciare il sasso e nascondere la mano).

Non ne era uscito benissimo. Il mio post sul Fatto Quotidiano era stato una pietra tombale sulla sua ingiustificata boria. Che poi era il senso, che tutti quelli che hanno voluto capire hanno capito, del tweet che in questo momento sta facendo tanto scalpore:


Per carità, non discuto sul fatto che la metafora possa essere ritenuta urtante: essere sepolti dal ridicolo, nella società dell'immagine, è in effetti una fine tremenda. Invece sentirsi dare della macchietta, dell'economista trash, e del disonesto, è una cosa piacevole, suppongo, e mi scuso con lei per essermelo fatto dare. Ma spero sia ben chiaro a lei (come è chiaro a tutti), che nessuno vuole la sua pelle, perché questo è e resta un progetto culturale non violento. Qui siamo tutti non violenti, e chi manifesta ardori movimentisti (quelli che io chiamo i "norimberghisti") è sempre stato messo regolarmente alla porta, fin dall'inizio di questa lunga avventura.

Peraltro, lei mi ha anche sollevato dall'incarico di ironizzare su di lei. Non riuscirei mai a batterla, non solo come produzione scientifica, ma anche, e soprattutto, come autoironia (volontaria?):



L'idea che se una svalutazione non produce inflazione, cioè non fa crescere i prezzi interni (quelli che voi chiamate prezzi domestici), non renda competitivi, è qualcosa di spettacolarmente dadaista. È chiaro che c'è qualcosa che non va: evidentemente il mezzo deve averle preso la mano: lei non può aver detto che un paese, allo scopo di vendere di più, deve praticare prezzi più alti!

Ora, veniamo al dunque.

Se la metafora che ho usato l'ha preoccupata, io la rassicuro. Qui nessuno le vuole far niente. Anzi: dopo l'ultimo tweet che ho citato, le garantisco che le vogliamo tutti un bene dell'anima. Lei ha portato il buon umore nelle nostre TL, e in tempi cupi come questi non c'è nulla di più prezioso.

Se i miei toni la hanno urtata, se li ha trovati spiacevoli, allora è senz'altro mio dovere scusarmi, ci mancherebbe altro. Aggiungo subito che la sollevo da un reciproco incarico: lei non ci crederà, ma non riesce ad offendermi.

Registro però con dispiacere che se all'inizio della serata, mentre lei alzava i toni, mi insultava come trash economist, poi, nell'esigere le mie scuse, mi definiva economista. Quindi, forse, rispondere a tono ai suoi insulti a qualcosa è servito: a costringerla ad ammettere la dignità del mio lavoro, cioè a riconoscere che anche io, se pure su un livello di produzione scientifica inferiore al suo, sono un economista.

Mi spiace che sia stato necessario tanto, ma non è la prima volta che mi accade e non credo sarà l'ultima.

D'altra parte, le segnalo che se nella professione restasse solo chi scrive su JET, lei avrebbe molti più compiti da correggere. Non possiamo essere tutti Michelangelo o Monacelli. C'è bisogno anche del Vasari e di Bagnai. Ed è possibile convivere civilmente, soprattutto quando chi, come me, sa di essere inferiore sotto il profilo della produzione scientifica, convive senza troppi traumi con questa consapevolezza e la ammette senza difficoltà.

A titolo di esempio, io ho avuto diverbi ferocissimi con Alberto Bisin, per il quale provo molta stima e molta amicizia, credo in parte ricambiata (non le nascondo che le sto scrivendo anche perché Alberto ha avuto parole di grande stima nei suoi confronti). Quando è sembrato, ad Alberto, che i toni fossero diventati troppo accesi, lui mi ha scritto, io gli ho risposto, e da allora siamo in relazione epistolare, ci scambiamo idee, e cerchiamo di apprezzare ognuno le ragioni dell'altro. Alberto, come me, è un caldo, uno che si infiamma, ma è anche uno che non si nasconde. E me ne ha dette di tutti i colori, senza che io pensassi mai ad altro che non a rispondergli a tono, perché capivo che lo faceva con spontaneità, che non c'era un disegno dietro alle sue provocazioni.

Tenga presente che se lei è un economista migliore di me, Alberto, oggettivamente, ancora di più, e io so benissimo che nel ritenermi degno di intrattenere una corrispondenza con lui mi onora, e non ritengo affatto che questo ci ponga scientificamente sullo stesso piano. Ma un conto è riconoscere che Alberto scrive su JET o su Econometrica, dove io non penso di mandare mai un paper (sono un economista applicato, come credo lei faccia presto a verificare), e un conto però è prendersi a parolacce o disconoscere i fatti per motivi di bassa cucina politica.

Ecco, vede, perché qui c'è un punto.

Se i miei diverbi con Alberto, o, per altri versi, quelli indirettamente causati da qualche scemo che mi segue sui social con Francesco Daveri, si sono potuti comporre civilmente, è perché né Alberto né Francesco hanno ambizioni politiche, come non ne ho io. Ho la sensazione che questo nostro alterco, invece, sia oggi strumentalizzato da "responsabili" "economici" di "partiti" che hanno tanto interesse a mettere in una luce negativa il lavoro che qui si sta facendo.

Secondo me è meglio evitare questa trappola.

Se però lei non ritiene di doverlo fare, come dire: io le ho parlato con sincerità (e chi vuole vederlo lo vede), mi sono scusato per i toni, e ora dormo tranquillo. Lei, se vuole, può denunciarmi in sede penale e civile (ho fiducia nella giustizia), può segnalarmi alla polizia postale (come sta facendo), può scrivere al mio rettore.

La prima ipotesi porterebbe a una querela, dopo di che il giudice valuterebbe le sue provocazioni e le mie scuse e prenderebbe le sue decisioni.

La seconda ipotesi ha l'effetto immediato di distogliere dei bravi agenti, che tutto il giorno sono sul fronte per combattere contro la pedopornografia e le frodi finanziarie, dal loro lavoro, per costringerli ad occuparsi di due accademici che hanno entrambi usato toni poco consoni.

La terza ipotesi... bè, per commentarla le dico solo chi è l'ultima persona che ha avuto questa idea (tanto per farle capire quante ne ho passate da quando ho aperto questo blog)! Sono assolutamente certo che lei è su un altro livello. In ogni caso, come ho fiducia nella magistratura e nella polizia, ho anche fiducia negli organi di autogoverno dell'università.

Quanto alla sua ipotesi che la svalutazione nominale comporti una pari riduzione dei salari reali, ecco, anche quella, secondo me, sarebbe meglio lasciarla ai politicanti (sopra ce n'è un esempio: degnissima persona il dr. Galli, l'ho conosciuto personalmente alla premiazione del mio primo libro, però secondo me in macroeconomia ha le idee un po' confuse...).

Se vogliamo parlarne seriamente, magari torniamo back to basics, e dopo aver dato un'occhiata ai fatti, ricominciamo da qui.

A dire il vero, lei non mi sembra molto interessato a un vero dialogo scientifico, verosimilmente perché mi ritiene troppo trash. Mi sembra in ogni caso che lei si diverta a provocare (finché gli altri non reagiscono), ma che poi, in fondo, alle sue idee sia molto affezionato (e io non le contesto assolutamente questa propensione). In ogni caso, io, a questo convegno, presenterò, guarda caso, proprio uno studio econometrico sull'impatto della svalutazione sulla distribuzione del reddito. Lei, Galli, e qualche altro economista interessato alla politica mi accusate di essere un affamatore del popolo, un incosciente che vuole defraudare della giusta mercede gli operai, via svalutazione. A me i dati dicono una cosa diversa. E allora, visto che lo scorso anno mi sono offerto, per un altro paper, il lusso sfrenato di avere come discussant Francesco Lippi, le chiedo: vuole venire a farmi da discussant? Le prometto di mandarle il paper almeno una settimana prima (più tutte le spese e tutta la simpatia mia personale e dei miei lettori). A volte conoscersi di persona smussa gli angoli. Altre volte no, ma solo se c'è la politica di mezzo, e questo non credo sia il nostro caso.

In ogni caso, né Francesco Lippi, né Michele Boldrin credo abbiano avuto da ridire su come sono stati accolti. Hanno avuto da ridire sul mio lavoro, ed è giusto che sia così: sono dinamiche accademiche, noi cresciamo esponendoci al giudizio altrui.

Ma non lo hanno liquidato come trash, né mi hanno dato della macchietta o del disonesto.

Peraltro, lo spirito di apertura del dialogo che si è svolto in quella sede ha colpito talmente tanto i presenti, che Andrea Pancani (un giornalista che lei conoscerà) si è complimentato con tutti noi, e da allora invita spesso Francesco, persona efficace, preparata, di idee completamente diverse dalle mie. Sono lietissimo di aver contribuito a portare nei media una offerta "proeuro" di qualità.

Il dibattito ha bisogno di questo.

Ora pubblico il post, poi glielo mando per email, e poi lei faccia come crede.

Con immutata stima.

Alberto Bagnai

Il dividendo dei coglioni (cit.): er Biretta e l'euro...

"Maestra Elsaaaaaaa! Bagnai dice le parolacce!"... No, tranquilli. È solo che voi opinionisti pro euro siete di una sesquipedale ignoranza, altrimenti avreste immediatamente riconosciuto la citazione di un autore che senz'altro disprezzate, perché ha la colpa ormai irredimibile di essere italiano.

I miei lettori, che sono su un altro livello, ricordano come, costretto dall'ignoranza crassa di un musicista dell'epoca ad aggiungere i numeri a un basso cifrato, Vivaldi glielo restituì con la graziosa annotazione: per i coglioni. Sottinteso: i numeri sono per i coglioni. Povero Antonio! Oggi come ieri i bravi continuisti non hanno particolare bisogno di numeri: basta guardare due o tre battute avanti, vedere dove va la linea, e si capisce quali rivolti e quali alterazioni usare...

Ma le sue parole sono di una formidabile attualità: oggi come ieri i numeri sono e restano per i coglioni. Oggi parliamo dei numeri del famoso "dividendo dell'euro". Guardate un po', spurgando la mia email, cosa trovo oggi! Un'autentica perla:


Caro Prof



Do you remember me…ti aiuto, sapienza econometria YYYY? Ora lavoro per ZZZZZZ.



Seguo con piacere i tuoi post…fa bene un po’ di pensiero alternativo, anche se quando dai ai pro-euro dei fascisti, beh perdi un po’ di credibilità ai miei occhi.



Comunque, quando le cose non vanno per il verso giusto (ed evidentemente non stanno andando) è giusto abbandonare le certezze granitiche e rimettere tutto in discussione.



Siccome iniziano a citarti in tanti…e ci sono tanti motivi per criticare l’euro senza dare dati “paraculi”…. ti invito a rimanere nel solco dell’onestà intellettuale (cosa che a dire il vero i pro-euro non sempre fanno)…ma chi vuol essere alternativo non può replicare gli errori degli avversari.



La storia dell’euro io (in estrema sintesi, ma se ci prendiamo una birretta possiamo allargare la discussione) la racconterei così:



“ ci ha dato un decennio gratis per rimetterci in sesto, con moneta stabile, tassi bassi, investimenti a stra-fottere….se poi invece di investire in ricerca e sviluppo hai puntato tutto su beni di consumi improduttivi, dopo un po’ il conto arriva”



Direi che è il caso di citare il teorema del second best…se risolvi solo una inefficienza (lira e dracma rispetto all’euro), ma ti dimentiche delle altre poi finire in un punto più basso di quello di partenza….ma di chi è la colpa? di chi ha voluto l’euro o di chi non ne ha saputo cogliere le grandi opportunità?



Ognuno ha la sua risposta, ma se si vuol fare fact checking, la storia bisogna riportarla tutta, compreso il saldo primario della bilancia commerciale greca, che credo sia perennemente negativo.





Prendere base 2008 colpisce il pubblico…ma io non ci casco (sorry non ho trovato produzione industriale, ma gdp fa un lavoro simile)



Un abbraccio



Oronzo

Spettacolare, vero? Bene. Per togliervi la curiosità, e prima di commentare questo capolavoro di demenza giovanile, vi cito la mia pacata (as usual) risposta:


Sai che, con grande affetto, non ho capito né chi sei, né che cazzo vuoi da me, né come ti permetti di darmi del disonesto? Considerando per chi lavori, suggerirei prudenza. Le cose andranno come dico io, e quando tutti dovrete dire quello che dico io (cioè Friedman, Meade, Kaldor, ecc. Visto che sei così bravo, non ti rifaccio la lista) tu e quelli come te vorrete non aver scritto molte cose che avete scritto (inclusa questa lettera). Fammi una cortesia: se il tema ti interessa, documentati sui miei libri. Altrimenti un lavoro ce l'hai: fallo, e lascia me a fare il mio. 



Cordialmente. 


AB


(eh, sì: nella vita mi tocca anche rispondere a roba simile


Premesse
Premetto, senza violarne la privacy, che questo mio ex-studente lavora in una grande istituzione finanziaria, con responsabilità di un certo livello.

Altra premessa: essendo un mio ex-studente di econometria, ovviamente proviene dal Dipartimento di Economia Pubblica della Sapienza (attuale Dipartimento di Economia e Diritto), quello che fu fondato da Caffè, e dal quale provengono, in no particular order, personaggi come Draghi, Cesaratto, Padoan, Pianta, De Vincenti, Gnesutta, ecc. (trovate l'intruso!). Un dipartimento già laboratorio di pensiero critico, poi convertitosi in fabbrica del falso unico austerian-tsipriota, ma mantenendo sempre un livello relativamente elevato. La classifica ANVUR (che di per sé può comodamente essere stampata sulla stampante della Merkel, ma di questo parliamo un'altra volta) lo pone, con un punteggio di 1.3, sopra la media dei "grandi dipartimenti" di area 13 (Scienze Economiche e Statistiche), dove peraltro si trova anche il Dipartimento di Economia di Pescara, con un punteggio di 1.22.

La classifica ANVUR riguarda, sia chiaro, la qualità della produzione scientifica (valutata con metodi discutibili e discussi, ma ripeto: non ne parliamo qui, c'è un forum di piddini euristi ad hoc per questo). Frequentare grandi scienziati non implica necessariamente ricevere una buona formazione: ce ne son tanti che capiscono, ma non sanno esprimersi, o si annoiano a insegnare! Però, pur con questa sottopremessa metodologica, dobbiamo riconoscere che il soggetto in questione si è formato in un'istituzione di prestigio, di livello internazionale, ed è tutt'altro che stupido (altrimenti avrebbe evitato la materia più difficile, econometria).

C'è quindi da rabbrividire pensando che un tipo simile abbia responsabilità che in qualche modo coinvolgono direttamente il destino dei nostri soldi!

Ma purtroppo è così.

Insomma, vorrei farvi capire una cosa: questo individuo è perfettamente rappresentativo del livello culturale degli "ufficiali superiori" dell'"esercito finanziario". Conformisti abborracciati, che maneggiano con difficoltà concetti macroeconomici elementari, che formano la propria opinione sugli editoriali del dr. Giannino. Non sono cattivi. Non sono stupidi. Non fanno il male per cattiveria (ma lo fanno, perché vi rendete tutti conto che la lettera che vi ho presentato è il male in tutta la sua banalità), né perché "pagati" per farlo (non sono venduti! Chi se li comprerebbe!?). Sono solo conformisti per pigrizia mentale e per presunzione: la fottuta presunzione del piddino, che sa di sapere, e che pensa di spiegare il mondo di fronte a una birretta a uno che gli ha pulito la bocca col bavaglino quindici anni or sono e che da cinque anni fa e pubblica all'estero ricerca specifica sul tema del quale il nostro amico sproloquia.

Preferirei che fosse malvagio, o stupido, o pagato. Invece non lo è. E del resto, questa è una costante della storia europea...

I dettagli
Entriamo nei dettagli, che, come sempre, fanno la delizia dell'intenditore. Vi faccio notare che:

1) il "saldo primario della bilancia commerciale" è un concetto che non ha alcun senso! Semplicemente, non esiste. Il saldo commerciale non si divide in saldo primario e spese per interessi! È, per definizione, la differenza fra esportazioni e importazioni di beni e servizi.

Perché il pisquano usa un concetto che non esiste? Perché nella sua testolina confusa assimila, non a torto, il saldo commerciale al saldo primario del bilancio pubblico (quello al netto degli interessi sul debito). Ripeto: non a torto. Noi, che non siamo dei dilettanti, abbiamo visto qui come funziona la bilancia dei pagamenti (motivo per il quale vi invito a votare questo sito anche nella categoria Miglior sito tecnico-divulgativo). 

Diciamo che il saldo delle partite correnti corrisponde al saldo del bilancio pubblico, nel senso che esprime la differenza fra tutti gli incassi e i pagamenti di un paese (come il saldo del bilancio pubblico esprime la differenza fra tutti gli incassi e i pagamenti del suo settore pubblico). Il saldo commerciale quindi corrisponde al saldo primario del bilancio pubblico, nel senso che esprime la differenza fra entrate e spese al netto della remunerazione dei capitali presi in prestito (nel caso della bilancia dei pagamenti in realtà il discorso è più ampio, perché si considera anche il lavoro "preso in prestito" da altri paesi - ovvero: il saldo delle partite correnti comprende anche il saldo dei redditi da lavoro e non solo quello dei redditi da capitale - ma abbiamo visto che i redditi da lavoro sono parva materia).

L'abbaglio del mio ex studente quindi è in qualche modo scusabile. Chissà, forse lui era effettivamente davanti a una, o parecchie, birrette, quando mi ha scritto. Fatto sta che se pretendi di fare la lezioncina a un tuo professore e ti esprimi come la casalinga di Voghera sei solo un giovane presuntuoso ellissoide, ne convenite?

2) Altro dettaglio. Al mio ex studente, che guadagna bene e si sente al sicuro (perché è un coglione: la scure arriverà anche per lui) ha detto "su cuggino" che il saldo commerciale greco è stato sempre in deficit. Qui ci sono due cose da considerare. Intanto, il "micugginismo". Dio santo, lavori nella finanza, guadagni bene, ti diletti di economia, e non sai andare a guardare i dati (more on this later)? Qui sono anni che ragioniamo sui saldi greci, quindi non dobbiamo rifare tutto il discorso. Il dettaglio, se interessa, è questo:


Si vedono i due scalini dei quali parlavo nel post sulla premiata armeria Hellas, e si vede anche quello che già allora vi indicavo. Certo, la Grecia ha sempre avuto un saldo merci e servizi negativo. D'altra parte, sappiamo bene che qualcuno al mondo dovrà pure averlo! Ma esso era sostenibile. Quando diventa insostenibile? Il segno preclaro dell'insostenibilità, come vi spiegai allora e vi ribadisco adesso, è l'andamento del saldo dei redditi da capitale (investment income). Esso era stabile in termini assoluti (e quindi relativamente decrescente rispetto al Pil: Figura 4) fino al 2001. Poi inizia l'euroeuforia, la Grecia diventa credibile, i paesi del Nord iniziano a prestarle soldi in modo irresponsabile (Bce dixit, anche se il presuntuosetto non lo sa), e gli esborsi per gli interessi sul debito estero aumentano.

Chiunque non sia un dilettante capisce quando e perché lo snodo si è verificato, quando il debito greco è diventato insostenibile: quando i greci hanno cominciato a indebitarsi per pagare gli interessi sul loro debito. Il fatto che il saldo commerciale sia negativo non vuol dire assolutamente nulla. È la dinamica dei saldi, e soprattutto della loro composizione, che conta. E si vede bene dove e quando questa è cambiata. So che vi annoio, ma non prendetevela con me: eventualmente col moccioso!

3) Disonestà? Ci ho messo un po' a capirlo. Nel primo grafico del mio fact checking io facevo esplicitamente vedere quanto la Grecia avesse perso dall'inizio della crisi. Quello mi interessava. Ho forse detto che prima non cresceva? Abbiamo sempre tutti detto che in Grecia sia la produttività del lavoro che il Pil reale e nominale sono cresciuti molto nei primi anni dell'euro, e abbiamo però anche detto perché: perché drogati dal debito estero, come Frenkel ci ha insegnato e Constancio oggi ammette. Il mocciosetto, che per lavoro deve mentire (mentire al collega, mentire al capufficio, mentire al pubblico) ovviamente non concepisce altro mondo che non sia quello della menzogna opportunistica, e quindi pensa che io abbia intenzione di nascondere chissà che. Forse il suo ragionamento è: "Eh, ma i greci ci hanno guadagnato, come noi...".

Il suo "contro fact checking" è però un clamoroso autogol, per due ovvi motivi.

a) dimostra che lui i dati proprio non sa cosa né dove siano! Ma la colpa è mia. Dove ho sbagliato? È evidente! Promuovendo uno studente che non sa nemmeno consultare il sito dell'Eurostat!

b) dimostra che l'euro non ha fatto nulla per industrializzare la Grecia (come si supponeva facesse, in base al ragionamento: integrazione finanziaria - mercato finanziario privato bello invia fondi per investimenti produttivi - paese si industrializza e recupera), mentre ha fatto molto per deindustrializzarla.

Infatti, il grafico che il pisquano mi accusa di aver nascosto (quello dell'indice della produzione industriale esteso a tutto il periodo dell'euromanna) si presenta così:

L'indice della produzione industriale nei settori estrattivo, manifatturiero e energetico negli anni "d'oro", quelli nei quali il Pil cresce, oscilla stabile attorno a 120 (l'indice è a base 100 nel 2010, come vedete), cioè negli anni d'oro la produzione industriale non cresceva.

Dice: "Ma allora perché cresce il PIL?"

Questo lo chiede il mocciosetto, perché voi ovviamente lo sapete: cresce perché crescevano i consumi, finanziati dai mercati finanziari privati, tutt'altro che infallibili! Ma la produzione in tutta evidenza non cresceva. Solo che, a fine campione, la troviamo del 33% inferiore rispetto all'inizio, senza alcun guadagno intermedio. Il ragionamento "Eh, ma ci hanno guadagnato" prende lucciole per lanterne, in tutta evidenza...

Misera fine del contro-factchecking di un ignorantello di passaggio. Peraltro, da uno che per far carriera ha dovuto sicuramente ingoiare molti rospi e lambire molti sfinteri (motivo per il quale non riesce a capire che altri possano agire onestamente e disinteressatamente), verrebbe anche da aspettarsi che non sia così sprovveduto da non trovare un indice della produzione industriale. Si potrebbe sospettare, viceversa, che l'abbia trovato, abbia visto che non quadrava con la sua favoletta da bar, e abbia preferito ripiegare in buon ordine sul Pil perché truccare i dati in questo modo gli tornava più comodo per accusarmi di disonestà!

Ma sarebbe un sospetto secondo me infondato. Non arriva a questo (come, del resto, è evidente, a tante altre cose).

E ora che abbiamo delibato i dettagli, affrontiamo il fondo della questione, il "ragionamento" del nostro simpatico amico, che da qui in avanti chiameremo "er Biretta".


Il ragionamento der Biretta
Ve lo riporto per vostra comodità. L'euro:

“ ci ha dato un decennio gratis per rimetterci in sesto, con moneta stabile, tassi bassi, investimenti a stra-fottere….se poi invece di investire in ricerca e sviluppo hai puntato tutto su beni di consumi improduttivi, dopo un po’ il conto arriva”

I famosi tassi bassi (che poi schizzano)...

In questo ragionamento qualunquologico ci sono diverse cose che non vanno, e le abbiamo via via viste nel corso degli anni, ma siamo sempre in tempo a scoprire nuove sfumature.

Vorrei partire dalla più evidente: la visione grossolana e cialtronesca dei processi storici, rivelata da quel: "hai puntato tutto...".

Chi?

Chi ha puntato tutto?

Ma è chiaro: la Grecia. E certo! Perché esiste una persona che si chiama Grecia, ed è seduta al tavolo della roulette della storia, accanto alla signora Germania, alla signora Francia, ecc., e però punta le sue fiche sul numero sbagliato. È giunto il momento di farvi notare che se una visione così cialtrona non è accettabile in generale da nessuno studioso di nessuna disciplina, lo è ancor meno da economisti mainstream come er Biretta (o meglio, i suoi numi tutelari: Giannino e Zingales). Non è assolutamente accettabile che studiosi che fondano la propria analisi sul principio dell'individualismo metodologico, riconducendo le dinamiche macroeconomiche alle scelte dei singoli agenti rappresentativi (con aporie logiche tuttora irrisolte), quando poi devono discutere le stesse dinamiche si esprimano in termini di soggetti collettivi (la Grecia, la Germagna) che non hanno alcun significato né in termini economici né in termini storici. 

Se fossero persone intelligenti e colte potremmo pensare che questo qualunquilogismo metodologico entri in scena per un ben preciso motivo: quello di occultare la struttura di incentivi che certe scelte di politica economica hanno creato a livello individuale. Ma er Biretta è solo er Biretta. Non dico che sia stupido, ma certo non è così scaltro. Parla in termini di Germagna e Grecia, così, per sentito dire, perché pensa di essere al bar, non per occultare quello che è successo.

E cosa è successo?

Una cosa molto semplice: la distorsione del mercato dei capitali determinata dall'avvento della moneta unica, e materializzatasi nel fatto che il denaro per un certo periodo di tempo è costato ad Atene come a Helsinki, ha creato una struttura di incentivi perversi per i singoli agenti economici.

Ne abbiamo parlato molto, in questo blog.

Intanto, abbiamo visto come la rigidità del cambio costituisca per i governi un incentivo ad allentare la disciplina fiscale, perché fornisce segnali distorti ai mercati finanziari, occultando loro il rischio di cambio e quindi il merito di credito di un paese (cosa ignota ar Biretta, ma nota agli economisti veri - quindi non agli opinionisti pro euro - fin da Tornell e Velasco, 1995).

Poi, abbiamo visto come l'abbattimento dello spread determinato dall'euro sia stato un ulteriore incentivo ad allentare la disciplina fiscale, cosa peraltro intuitiva, dal momento che se di una risorsa (il denaro) viene artificialmente abbassato il costo (il tasso di interesse), è chiaro che poi si tenderà a sprecarla (il fatto è documentato ad esempio da Cizkovicz et al 2015, questa tendenza all'overborrowing era stata messa in luce per tempo da economisti del calibro di Feldstein, 2005, come fenomeno assolutamente standard di free riding, e oggi ne esistono raffinate spiegazioni more geometrico, articolate sulla teoria del ciclo politico-economico, come quella di Fernandéz-Villaverde et al 2013, come gli economisti veri sanno - ma ovviamente er Biretta e gli opinionisti pro euro ignorano).

Ma fino a qui siamo nel campo di quello che ci siamo sempre detti, del materiale standard (anche se er presuntuoso Biretta lo ignora, a differenza di voi), e soprattutto siamo rimasti nel frame della crisi come "crisi di debito sovrano". Certo, gli stati avevano una fracca di incentivi a comportarsi male, incentivi ben noti ex ante a chi ha disegnato le regole europee. Il punto è però sempre il solito: nonostante l'euro incentivasse i governi a comportarsi male, è stato il settore privato a metterci in crisi, comportandosi peggio!

E anche di questo in parte abbiamo parlato. Gli incentivi perversi appena descritti con riferimento al settore pubblico (l'incitazione all'overborrowing, cioè all'overlending) ovviamente valgono anche per i privati. Ma nel caso dei privati c'è una cosa in più.

Mi ha detto mi' cuggino...
A differenza der Biretta, che fa il dipendente di lusso (per ora), mi' cuggino fa l'imprenditore: rischia del suo, e vive in un ambiente mutevole e ostile, nel quale lambire sfinteri non basta e verosimilmente nemmeno serve: in effetti, al mercato lo sfintere non puoi lambirlo come al capufficio, semplicemente perché il mercato è un processo complesso, è il risultato dell'agire scoordinato di centinaia di agenti, molti dei quali ti sono sconosciuti.

Quando sente parlare di "dividendo dell'euro", mi' cuggino porta la mano alla fondina e motiva il suo lieve disappunto con le considerazioni che qui vi riassumo. La premessa è che la sua azienda opera da più di cinquant'anni nel settore dell'arredamento (che è una cosa che serve, anche se non ha elevato valore aggiunto come l'aerospaziale: ma voi preferite dormire su un materasso o sul pannello fotovoltaico di un satellite artificiale?). Ha fatto debiti, poi li ha ripagati, ed è ancora in piedi al settimo anno di crisi. Quindi un pirla non sarà...

Cosa è successo, secondo lui, quando siamo entrati a vele spiegate nell'euro? È proprio vero che i tassi bassi ci hanno aiutato? Hanno aiutato chi? A fare cosa?

Lui lo spiega così.

Con l'entrata nell'euro, una quantità di personaggi in cerca d'autore, senza arte né parte, si sono visti mettere a disposizione dalle banche denaro a ottimo mercato. E così, annoiati ram-polli di provincia, o oscuri travet lividi di invidia sociale per l'imprenditore che aveva la Porsche (mi' cuggino: ora però ha l'Audi), hanno deciso che siccome ce l'aveva fatta lui, potevano farcela anche loro (il mondo è pieno di persone che non sanno collocarsi, e da qui ne son passate molte...): orsù, un bel mutuo a tasso irrisorio, si tiri su un capannone, si prendano in leasing macchinari (tanto il leasing costa poco), e si produca, si produca, perché l'economia è offerta, e l'offerta crea la propria domanda.

Infatti...

Infatti già da prima che la crisi iniziasse, l'offerta tanto creava la domanda che per restare a galla i nuovi arrivati cosa dovevano fare? Dumping sui prezzi. Attenzione! Il prezzo è un segnale di qualità. Ma in certi prodotti la qualità è fatta di dettagli che sfuggono al cliente sovrano.

Se una certa imbottitura è fatta di puro lattice, o di una gommaccia sintetica di questa fava, che dopo un anno si secca e si sbriciola, er cliente sovrano non lo sa. E quindi, come dire, entrando in produzione grazie a un mercato finanziario drogato, i simpatici sprovveduti, per restarci, in produzione, fin dall'inizio erano costretti a produrre a prezzi stracciati (tanto er leasing costa poco e er capannone nun costa gnente), comprimendo in questo modo i margini di chi invece forniva un prodotto di qualità (sulla base di una lunga esperienza imprenditoriale). Qual è il punto?

Il punto è che la distorsione del mercato del credito alimentava una sovraproduzione che in effetti non conseguiva da un aumento della produttività (intesa come rapporto fra valore aggiunto creato e input produttivi), ma semplicemente dal fatto che aziende potenzialmente poco produttive (perché prive di skills) venivano messe su e tenute in piedi grazie a una congiuntura creditizia del tutto artificiale e distorta, che induceva le aziende di credito a finanziare chiunque, pur di non tenere inoperosa la liquidità della quale disponevano, e che potevano cedere a vil prezzo.

Poi è arrivata la crisi, è con lei la scoperta che non basta produrre per diventare ricchi: bisogna anche vendere.

La reazione dei dilettanti è stata ovvia: abbassare ancora di più i prezzi, non pagare i propri operai, e alla fine fare l'inevitabile chioppo (che chiunque di voi potrà constatare andando a contare i capannoni deserti nella zona industriale più vicina a dove si trova). In questo modo l'ondata di piena degli imprenditori "fai-da-te", causata dal favoloso dividendo dell'euro, cioè dalla possibilità di avere "tassi bassi" (come dice er Biretta), ha devastato le aziende serie in tre modi:

1) comprimendo i loro margini attraverso la concorrenza di prezzo praticata offrendo prodotti di qualità inferiore;

2) aggravando per contraccolpo la crisi di domanda, perché quando gli "imprenditori per caso" poi hanno dovuto licenziare i loro operai, certo questi non hanno pensato di riammobiliare casa per consolarsi!

3) disastrando le banche (colpevoli di non aver operato con prudenza, ma vittime anche loro dei segnali errati forniti da un mercato creditizio drogato), e quindi mettendo in difficoltà una ordinata gestione finanziaria anche di aziende sane (perché è chiaro che dopo aver dato denaro a chiunque, la reazione poi è non darne più a nessuno, altrimenti la madonnina di Basilea III piange).

Lo vedete, no, il legame fra credito drogato e calo della produttività (intesa ad esempio come valore per addetto)? Il credito drogato, spacciato a tassi ridicoli, è servito proprio a tener su aziende che abbassavano il valore aggiunto per addetto, e questo è stato un altro dei percorsi attraverso i quali l'euro ha dannato i paesi del Sud. Al Nord questo non è successo non (tanto) perché fossero bravi, ma per un fatto più banale: nei paesi del Nord con l'entrata nell'euro il denaro ha continuato a costare quanto era sempre costato, cioè poco, e quindi l'ingresso nell'euro non ha distorto il loro mercato creditizio. Il nostro però sì...

Mi ha detto Bisin...
Il ragionamento di mi' cuggino è un referto storico nitido, che si inquadra perfettamente in quella declinazione (come oggi si suol dire) del puro buon senso che noi chiamiamo: logica economica. Ha solo un difetto: è un resoconto verbale. Gli economisti seri, i mainstreamers, come ad esempio il nostro amico Bisin, anche quando sono come lui burberi, hanno delle umane debolezze, hanno un lato delicato, oserei dire femminile.

Ecco: così come alle nostri gentili compagne (o per lo meno ad un sottoinsieme sempre più ristretto di esse) certe cose vanno dette coi fiori, altrimenti fanno finta di non capirle, ai mainstreamers certe cose vanno dette con gli integrali, altrimenti non le capiscono.

Vi renderete conto che in certe circostanze ciò causa delle oggettive difficoltà.

Pensate ad esempio di essere su un sentiero di montagna, e di avvertire un rumore sopra le vostre teste. Un po' di polvere vi segnala che un masso si è staccato, ed è quindi prudente avvicinarsi alla parete. Ma se avete con voi un mainstreamer, la cosa diventa oggettivamente complessa. Intanto, i mainstreamer sono idealisti, insomma, appartengono a quella fottuta corrente di pensiero filosofico che da Platone in giù ha cercato di convincerci, con maggiore o minore successo, che il mondo esterno sostanzialmente non esista. Con i mainstreamers il successo è stato totale, come sappiamo. La conseguenza è che per un mainstreamer un rumore sinistro, o il fallimento di un'impresa, non vogliono dire nulla, semplicemente perché sono mondo esterno, e quindi non sono.

Poi c'è anche il problema di far capire a un mainstreamer che un sasso sta cadendo. Non è che puoi semplicemente urlare: "Pietre!", anche perché il tuo urlo, per il mainstreamer, è mondo esterno, quindi non esiste!

Dovresti, per ottenere un qualche successo, dire una cosa del tipo:

"Alberto, mi permetto di farti notare che esistono fondate evidenze empiriche del fatto che sopra la nostra testa una porzione di materia di massa gravitazionale stimabile attorno ai 10 Kg stia trasformando la sua energia potenziale in energia cinetica e rischi pertanto di impattare col nostro cranio in un numero di secondi che, se mi permetti un calcolo back-of-the envelope, il quale astragga dalla resistenza viscosa del fluido atmosferico, che poi sarebbe l'aria, dovrebbe equivalere alla radice quadrata di due per l'altezza relativa del grave diviso

CRASH!

Capito qual è il problema con i mainstreamers? Se gli dici le cose in modo pratico, non ti ascoltano, e se cerchi di dirgliele nel loro linguaggio, nel frattempo avviene la catastrofe!

Nel caso specifico, però, ovvero per quanto attiene al fatto che la crisi di produttività, oltre alle determinanti che sappiamo (l'interazione fra domanda e produttività via legge di Verdoorn e le distorsioni allocative nel mercato del lavoro determinate dalle famose riforme...), sia in parte stata causata dal dividendo dei coglioni, cioè dalla distorsione del mercato del credito che si è tradotta in tassi di interesse reale troppo bassi per il Sud, un aiuto ce lo dà Gopinath et al., 2015.

Il discorsetto di Gopinath è più raffinato di quello de mi' cuggino, ma le conseguenze, e in parte anche la logica, sono simili.

Gopinath considera un mondo di imprese eterogenee e soggette a "attrito" finanziario, ovvero sottoposte a un vincolo di bilancio dipendente dalle dimensioni dell'impresa, dove si presume che le imprese più piccole abbiano maggiore difficoltà a ottenere credito (p. 2). In modelli di questo tipo normalmente la produttività dipende in modo positivo dalla liberalizzazione finanziaria (p. 5), perché comporta afflusso di capitali, un miglioramento nell'allocazione degli stessi, e quindi un aumento della produttività a livello aggregato. Gopinath e i suoi coautori introducono un altro elemento: il costo dell'aggiustamento verso un nuovo livello di capitale produttivo.

La loro motivazione è l'osservazione fatta da Reis, 2013, con riferimento alla crisi del Portogallo. Noi sappiamo, perché ce lo ha spiegato Joao Martins Ferreira do Amaral, che un pezzo di quella crisi è dovuto alle distorsioni allocative causate dal cambio fisso: penalizzando le imprese che operano nel settore dei beni commerciali (e quindi del manifatturiero, ad alto valore aggiunto), il cambio fisso induce gli imprenditori a riallocarsi nei settori protetti (costruzioni e servizi), a più basso valore aggiunto, e (nel caso delle costruzioni) a rischio bolla (un abbraccio ar Biretta che a questo punto si è perso...). Reis aggiunge (a p. 146) un'altra considerazione, ovvero che le imprese esistenti si suppone operino già "at their collateral constraint", cioè abbiano ottenuto tanto credito quanto è giustificabile nei termini delle garanzie reali che possono offrire. Le nuove invece no: ancora non hanno "posted as collateral" nulla! Quindi quando il mercato si apre, solo un'ondata di imprese nuove ed inefficienti ottiene credito. È esattamente il ragionamento di mi' cuggino, solo che Reis (a differenza di quanto dicono Gopinath et al.) lo applica all'interno del settore protetto (nontradable), il quale quindi subirebbe una doppia distorsione allocativa: una da cambio e una da credito.

Gopinath et al. generalizzano il risultato.

Nel loro modello l'eterogeneità nelle dimensioni e negli stati patrimoniali delle aziende fa sì che una "liberalizzazione" che si manifesti attraverso un drastico calo del tasso reale induca una cattiva allocazione del credito e quindi del capitale produttivo, determinando nel complesso effetti avversi sulla produttività.

Ringrazio molto Bisin per avermi segnalato questo articolo, anche se mi dispiace che si sia risentito quando gli ho detto che queste cose me le aveva già raccontate mi' cuggino. I mainstreamers son così. Il loro scopo, come vi raccontai tanto tempo fa, è quello di raccontare storielle che riescano a épater le bourgeois, cioè il lettore, insomma: che siano controintuitive.

Se gli fate capire che in realtà in quello che raccontano di controintuitivo c'è ben poco, che è puro buon senso, ci rimangono di un male!...

Concludendo
Ci sono diverse conclusioni da trarre da questo lungo post.

La prima è che, come trovate scritto nel nostro dizionario e com'era del resto prevedibile, le posizioni del mainstream sono in rapida evoluzione. Se usciamo dal pollaio italiano, fatto di squallidi influencer da quattro soldi, che parlano ex cathedra (spesso dalla cathedra esentasse di qualche organizzazione "multilaterale") di cose che ignorano, gli economisti seri, nel resto del mondo, non si permettono di negare l'evidenza che l'euro sia stato un esperimento rovinoso, e ormai hanno lasciato dietro le spalle, per timore di distruggere totalmente la loro reputazione, l'approccio moralistico secondo il quale il Sud sarebbe fatto di cialtroni e quindi meriterebbe di morire (insomma, l'approccio Severgnini, per chi ha seguito su Twitter: non voglio lordare questa pagina di scienza riportando le sue esternazioni).

Cercano viceversa di far quadrare i loro modelli estremamente stilizzati coi fatti: questo richiede uno sforzo intellettuale del quale sarebbe ingiusto riconoscere il valore, come pure, però, è chiaro che se devi tagliare l'erba una rozza falce è più efficace di un fioretto, e a chi arriva dopo, quando arrivare prima salverebbe vite umane, normalmente si chiede conto del suo comportamento.

La seconda considerazione è che la maggior parte degli abitanti del nostro pollaio non è "malvagia" in senso stretto. Sì, valgono le considerazioni svolte dallo psicoterapeuta nel post precedente: non è difficile risonoscere in molti nostri compagni di percorso, lasciati alle spalle, i segni di quel rifiuto del principio di realtà e di quelle tare psicologiche che lui descrive così: "sono bugiardi, hanno grandi capacità empatiche ma sono affettivamente molto distaccati, provano le emozioni solo superficialmente, sono scollegati da un mondo emozionale profondo, egocentrici".

Quanti ne abbiamo visti!

Ma, questo post credo lo dimostri, sono soprattutto dei giganti della mediocrità e delle vette di ignoranza. A parte Gopinath (che è uscito a luglio), tutto il resto è già roba vecchia (per chi pretende di essere economista), e se anche non fosse puro buon senso, sarebbe letteratura scientifica che chi parla di simili argomenti dovrebbe conoscere. Er Biretta, porello, almeno mi ha scritto in privato, io l'ho mandato a fare in culo in privato, tutelerò fino alla morte il suo anonimato, e finita lì. Ma cosa dire delle decine di colleghi che continuano a sparar boiate in pubblico, fomentati dalla canea urlante dei mediocri livorosi, da questa feccia squallida di persone sconfitte dalla vita, che cercano sui social la strada di un improbabile riscatto, e continuano a inquinare il dibattito, un dibatti urgente, serio, che meriterebbe di essere condotto con la profondità e la documentazione della quale praticamente solo questo blog in Italia continua a dare prova?

La terza considerazione è che non passa giorno senza che la letteratura scientifica non pianti un chiodo sulla bara dell'euro. Ma questo, di per sé, è irrilevante, e non solo perché rispetto a una considerazione razionale delle questioni economiche nel dibattito fa premio la loro dimensione emozionale (e vi rinvio ancora una vota al post precedente, strepitoso), quanto, soprattutto, perché ormai dovremmo aver capito tutti che quello economico è l'ultimo dei problemi. Qui il problema è la libertà, la democrazia. Er Biretta, porello, poro moccioso, lui se ne sta al sicuro, pensa... E non capisce che il suo voto conta sempre di meno, non capisce che non decide lui, né quando le cose non vanno come desidera, né, soprattutto, quando ci vanno. Non capisce che anche nella sua istituzione arriveranno i tagli, arriveranno i commissari dalla Germania, ecc.

Io ho profonda compassione di lui.

Voi penserete: "Ma guarda questo stronzetto presuntuoso come si rivolge a un suo docente! Non sa nemmeno come si chiamano le variabili macroeconomiche, lo accusa di disonestà presentando a sua volta dati se non truccati, per lo meno scelti in modo stranamente selettivo, e, ciliegina sulla torta, presenta un quadro della crisi articolato sulla visione moralistica del 'non abbiamo saputo approfittare del dividendo dell'euro', col quale oggi a Harvard si nettano bella mente le terga, come Bagnai ci ha appena dimostrato...".

Sarete sdegnati, e forse, epidermicamente, mi sentirei di darvi ragione.

E invece a me er Biretta fa compassione, una compassione profonda, perché sarà lui a pagare il prezzo più duro.

E sapete perché?

Perché siccome la crisi ci colpisce uno alla volta, non tutti insieme, siccome ognuno di noi, ma soprattutto lui, vede le foglie e non l'albero, e siccome lui sarà senz'altro uno degli ultimi a essere colpito, data la sua posizione, quando verrà anche per lui il momento di andarsene, uscirà in un paese completamente devastato, dove non ci sarà alcuno spazio per le sue competenze, e quando se ne andrà all'estero troverà tutti i posti di livello equivalente al suo già occupati da quelli di voi che nel frattempo se ne saranno andati, e che per il fatto di essere qui dimostrano di non essere meno intelligenti di lui.

Così, quand'anche gli accada di restare in finanza, il suo posto non sarà dietro una scrivania, ma al cesso, con una ramazza. E se voi poteste misurare, come posso io, l'ampiezza di questa caduta, er Biretta farebbe compassione a voi, come la fa a me.




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