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domenica 1 maggio 2016

Terza globalizzazione e primo maggio: lavoro, capitale e Costituzione

Il 01/05/2016 07:25, R A ha scritto:
Salve Maestro,
Chiarisco subito perché le scrivo, per via di uno dei suoi vari articoli su goofynomics, "Eurodelitto ed Eurocastigo", ho pianto nelle ultime due ore. Le scrivo quindi per ringraziarla.
Sono uno studente di psicologia, appassionato di politica e di altre cose, seguo il suo blog da un anno in silenzio ma adesso, ritrovando quel vecchio articolo che avevo saltato per non so quale motivo, ho sentito questo desiderio di scriverle.
Prima era soltanto un professore, divertente, egomaniaco, paziente, colto, sensibile, severo e capace (quindi con tutte le qualità che un buon professore dovrebbe avere) ma un professore sostanzialmente, che stava tentando di inculcare nella testa vuota mia e di altri delle nozioni importanti per renderci anzitutto dei cittadini. Ora no, di qui l'incipit che non si riferisce solo al campo musicale.
Premessa: io a livello razionale non credo più nella sinistra Italiana da un bel po', tuttavia...
Quell'articolo su SEL (o su tutto il centrosinistra), ha provocato in me diverse cose: mi sono arrabbiato davvero anzitutto, mi sono chiesto come questi abbiano potuto svendere così tutto quello in cui credevano e considerazioni su questa linea. Poi è crollato tutto il discorso, ho capito finalmente che di quel discorso ne ero convinto col cuore e non con la testa, e ho iniziato a stare male.
Soprattutto, deve sapere che Dostoevskij è uno dei miei autori preferiti, se non il mio preferito in assoluto, e insomma, pensavo in breve che si riferisse agli altri con quel libro, non a me, a me non poteva succedere, io non ero come Raskolnikov, semmai assomigliavo al principe Miskin! (Idiota lo ero sicuramente, su questo non sbagliavo).
Io non avevo capito Dostoevskij, che parlava a tutti e soprattutto a me.
Mi sono chiesto se fossi sicuro che, se non fossi stato da sempre di base uno non in grado di uniformarsi per più di una settimana a qualsiasi pensiero di qualsiasi gruppo, oltre che un pigro, non avrei fatto la loro stessa fine. Perché anche se ero relativamente piccolo io ci credevo a Prodi, e ho creduto pure a Monti in età meno innocente credendo a giornali che sapevo mentissero su molte cose in maniera sistematica, per esempio. Solo per ideologia. E ho pure propagandato il falso, per anni, credendomi migliore di altri quando spesso anche il più semplice e "rozzo" ragazzo di destra della mia scuola diceva cose più sensate di me, e io lo trattavo da cretino. Mi sono creduto migliore di altri anche sapendo che fosse una idiozia, anche avendo tutti gli strumenti per dubitare che fosse così per un'illusione del cazzo che sceglievo di tenere in vita io credendo a contraddizioni e bugie! (E poi magari schernivo i cattolici, tzè...) 
Prima di questo articolo, ero convinto di dover mettere da parte certe cose del mio carattere e rimboccarmi le maniche, aiutare nel nuovo FSI (so dei vostri contrasti e se dovessi incontrarla vorrei chiederle anche una sua completa versione, anche se ho più di una teoria). È inutile dire che ormai questa prospettiva mi terrorizza. Non voglio diventare come loro. 
Soprattutto ora devo dirlo. Ho già cominciato, ma senza confessione, e gradualmente, se capisce. Un altro dei miei autori preferiti scrisse "l'orrore! L'orrore": di dover dire a tutti che ci hanno pugnalato, e l'hanno fatto perché ci siamo tutti girati di spalle. Ai miei amici, a mio padre e a mio fratello (entrambi m5s), ma soprattutto a mia madre. Che è un'insegnante pubblica, che andava al biliardo con due futuri (ormai passati) membri delle br, che da quando è single e cinquantenne in tre cose crede: il Cattolicesimo, i figli e il PD.
Insomma, è difficile. Spero di farcela.
La lettera è confusa e non si capisce bene anche se l'ho riletta e ricorretta, ma non vorrei tradirla più di quanto abbia già fatto. Il succo è che la ringrazio, ha tutto il mio supporto e spero di incontrarla quanto prima, anche perché deve spiegarmi davvero quale tecnica di meditazione usa per non esplodere in mezzo a tutto questo schifo. 

Con immensa stima,
(emphasis added)

Il mio primo maggio è iniziato così, nel modo giusto, direi: con un riconoscimento per il mio lavoro. A Riccardo voglio solo dire di non prendersela: l'ethos piddino ci impone di considerare e utilizzare i classici come un complesso apparato di segnalazione della nostra appartenenza culturale. Pochi di noi si emancipano fino a utilizzarli per quello che sono: uno strumento di analisi della realtà, la cui validità è confermata dall'aver resistito all'usura del tempo. L'analisi la detta la linea del partito: a quella devi obbedire, senza analizzarla, e Dostoevskij lo devi leggere, senza usarlo. Se alla fine ce l'hai fatta è perché, come dici tu, sei pigro e incapace di uniformarti. Sei arrivato tardi, ma sei arrivato, e per di più in un momento nel quale, come credo si capisca, i ponti levatoi di questa cittadella sono stati tirati su. Complimenti.

Capiti al momento giusto, perché volevo appunto parlarvi di Eurodelitto ed eurocastigo.

Anche secondo me è il post centrale di questo blog, perché evidenzia il nostro principale problema politico: quello causato da un'intera generazione di progressisti che hanno tradito se stessi perché si sentivano migliori degli altri. Pensare che un Fassina o un D'Attorre facciano l'operazione di verità di Raskolnikov è ovviamente utopistico né mi sentirei di consigliarglielo: il coraggio chi ce l'ha non lo può dare, e va anche detto che io rispetto le competenze altrui. I politici sono loro, loro sono stati eletti, loro sapranno come, e ovviamente se ritengono che dire la verità in questo momento li condannerebbe all'estinzione sono liberi di non farlo. Il momento non è semplice, mancano anche le occasioni, per farla, questa operazione, va riconosciuto. Di fatto, la sinistra, intesa come schieramento progressista organizzato a tutela dei diritti dei lavoratori, è spacciata. Fra internazionalisti da operetta come "er Fiatella" (leggetevi la sua tweetline per tirarvi su il morale), timidi praticanti delle mezze ammissioni (più liberi di dire la loro nel PD in contrapposizione a Renzi che dentro SEL in alleanza con il Fognatore Vendola), e superomisti in sedicesimo, tutti false certezze e disprezzo verso il popolo bue e bottegaio che cerca rappresentanza politica al di fuori della cerchia degli eletti, la sinistra è sconfitta.

Il capitale l'ha sconfitta, conquistando in modo tatticamente e strategicamente impeccabile una egemonia culturale inscalfibile. L'errore strategico fondamentale della sinistra credo che ormai ci sia chiaro: ci ho anche scritto un articolo, e lo evidenzio continuamente. L'errore è stato utilizzare le categorie del nemico, lasciare che fosse la destra, che fosse il liberismo, a circoscrivere il perimetro del dibattito.

L'esempio più sfolgorante in questo senso è quello der Nutella, nostro vecchio amico, che scrive libri sul debbitopubbblico tre anni dopo la confessione da parte della Bce che il debito pubblico non è un problema, e va in giro a presentarlo quando ormai perfino Giavazzi, per salvare la faccia, deve dire la verità (cosa per la quale l'ho ringraziato a modo mio sul Fatto Quotidiano). Ma anche gli stolti pinochettiani malgré eux del QE for people non scherzano, quelli che oggi non capiscono, o fanno finta di non capire, che dare una mancia (magari sotto forma di reddito della gleba), anziché un lavoro, è una strategia che rafforza il capitale (più esattamente, è un tassello di una strategia complessiva che l'OCSE aveva dettato in tempi non sospetti, e che Agénor ci ha descritto in modo meticoloso qui).

In entrambi i casi il suicidio politico deriva dall'aver accettato l'impostazione data al dibattito dall'avversario, contribuendo così a legittimarla nonostante fosse smentita dai fatti, infondata teoricamente, e distorta politicamente a vantaggio dell'avversario: il problema è il debbbitopubblico, l'unica politica è quella monetaria, ecc.

Lascio agli storici il discorso nel quale vi scongiuro, in nome di ciò che avete di più sacro (i vostri morti, i vostri figli, o la vostra squadra), di non entrare: se questo sia un errore o un disegno, se questi personaggi, e altri prima di loro, siano in buona o in cattiva fede. Chi si pone questo problema è un povero cretino, per motivi spiegati mille volte (il principale è che questi due atteggiamenti psicologici possono tranquillamente convivere, e quindi pretendere di trarre conseguenze politiche dalla loro discriminazione non ha alcun senso).

Non era per questo che volevo parlarvi di Eurodelitto ed eurocastigo, ma per un altro motivo. Quattro anni dopo quel post aleC, il lettore che mi poneva la domanda dalla quale il racconto prendeva le mosse (e che avevo conosciuto all'incontro descritto nel post), è diventato dottore di ricerca, dopo tre anni di lavoro con me, e qui trovate un capitolo della sua tesi, quello in cui si occupa, in modo ahimè un po' tecnico, del concetto di disoccupazione strutturale e della sua relazione col calcolo del saldi di bilancio utilizzati per verificare il rispetto delle regole europee. Vale comunque la pena di dare un'occhiata: è un altro modo, per me, di festeggiare il mio primo maggio (ringraziando Alessandro per il contributo che ha dato al nostro lavoro).

Una lieta ricorrenza, questa, che i lavoratori festeggiano un giorno all'anno, mentre negli altri 364 (o 365) è il capitale a festeggiare, a modo suo, il lavoro. Come faccia lo abbiamo visto in tante occasioni e sotto tante sfaccettature, ma l'essenza è in alcuni dei post più recenti - quello sulla Lettonia e quello sull'Irlanda (con il relativo aggiornamento statistico): utilizzando le crisi per guadagnare terreno sul lavoro.

È significativo in questo senso, ed è una vera chicca per intenditori quali voi siete, il discorZetto che la Bce faceva nell'ottobre 2011:







Vedete? Anche se io all'epoca non lo sapevo, la Bce nell'ottobre del 2011 aveva già detto tutto, perché bastava far parlare i dati, e i dati questo dicevano: erano stati gli squilibri nella finanza privata ad ampliare la dicotomia fra centro e periferia che si sarebbe poi dimostrata fatale all'arrivo della crisi. Il settore pubblico non c'entrava, ma... attenzione! Per la Bce una colpa questo settore ce l'aveva! E qual era? Ma è chiaro: quella di non aver risparmiato abbastanza (cioè depresso abbastanza la crescita) prima della crisi ("many governments failed to build up a surplus position substantial enough..."). Cosa avrebbero dovuto fare i governi, insomma, secondo la Bce? Rubare di più ai poveri prima della crisi (sotto forma di minori stipendi ai dipendenti pubblici, minori pensioni, minori prestazioni sociali e sanitarie, ecc.) per poter dare di più ai ricchi durante la crisi. Insomma: avrebbero dovuto comportarsi tutti come l'Irlanda. Portare al 40% del Pil il debito pubblico prima della crisi, per poterlo poi portare al 120% allo scopo di salvare le banche (e mandare assolti i simpatici banchieri), tutelando i profitti a danno dei salari.

Bello, no?

Inutile dire che a questa analisi manca un tassello fondamentale, che a voi non sfugge, ovvero il fatto che per i governi della periferia questa strategia era resa impraticabile da una serie di problemi: il fatto che i tassi troppo bassi allentassero il loro vincolo di bilancio (cioè il fatto che se il denaro è troppo a buon mercato, elementari regole economiche suggeriscono che si tenderà a sprecarlo), il fatto che il cambio rigido e sopravvalutato metteva in difficoltà l'economia e determinava (insieme ai tassi troppo bassi) una riallocazione del capitale verso settori a bassa produttività e a basso valore aggiunto, ecc. ecc.

Ma oggi volevo farvi un altro discorso.

Vedete?

Tutto era già scritto.

Nel mio ultimo libro, e in innumerevoli post, abbiamo delineato una analisi articolata della fase storica nella quale ci è toccato di vivere. All'inizio degli anni '80 la fine dell'epoca della repressione finanziaria approfondisce il divario fra salari e profitti. A partire da quel momento il capitalismo affida la propria sopravvivenza al finanziamento della domanda tramite debito, prima pubblico, poi, perso ogni residuo freno inibitorio col crollo del muro di Berlino, privato. La montagna di debito periodicamente frana, e le crisi vengono utilizzate, con la logica del "fate presto", per penalizzare ulteriormente il lavoro, ponendo le basi per una ulteriore finanziarizzazione (cioè fragilizzazione) del sistema. Sono tendenze mondiali, che però in Europa incontravano una maggiore resistenza, perché gli stati europei erano usciti dalla loro ultima guerra civile (la Seconda guerra mondiale) con costituzioni socialdemocratiche che presidiavano i diritti economici dei lavoratori. Per frantumare questo presidio era necessario adottare la logica politica del vincolo esterno, cioè la possibilità di giustificare politiche fortemente regressive (ovvero: di impoverimento dei poveri) con necessità superiori e oggettive (ce lo chiede l'Europa), scaricando la responsabilità dello schiacciamento del lavoro dai capitalismi locali verso le istituzioni sovranazionali, quelle che chiedono le famigerate riforme.

L'euro era necessario qui, perché qui c'erano delle istituzioni che avrebbero reso più complesso il lavoro che il capitale stava comunque svolgendo a livello planetario. Ecco, vedete:


È scritto a p. 230 de L'Italia può farcela, dove esplicitamente si riconosce la dimensione globale del fenomeno (per non parlare di quello che viene dopo, nel testo).

Ma allora, si chiedeva qualche post fa Fabrizio Laria, come è possibile che i miei colleghi ancora mi facciano la lezioncina "Bagnai la fai facile, il problema è più ampio, non è solo colpa dell'euro ma soprattutto della globalizzazione?"

Sono vicinissimo alle parole di Fabrizio:

Fabrizio Laria ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Some unpleasant democratic arithmetic":

Addendum - A distanza di qualche ora, la mente continua a portarmi sulla figura che più mi ha colpito stamattina: quella del prof. Franzini. Non lo conosco professionalmente e l'ho mai visto prima, ma l'impressione a caldo è stata di una persona di valore. Una persona che, per strumenti concettuali/culturali, libertà di giudizio (CEPR permettendo) e sensibilità sociale, certe evidenze dovrebbe coglierle prima degli altri. E per il quale, quindi, il problema di arrendersi alle stesse quando qualcun altro gliele fa notare non dovrebbe neppure porsi. Eppure si percepiva nettamente che nessuna evidenza, neppure quella, palese, della contraddittorietà insanabile delle sue affermazioni rispetto alle premesse condivise con Bagnai e Tancioni, avrebbe potuto smuoverlo dal suo schema mentale di fondo: ANDARE AVANTI, COSTI QUEL CHE COSTI.



Per quanto possa valere la mia opinione, Maurizio è esattamente come lo descrive Fabrizio: persona di valore, di elevata sensibilità sociale, libera di giudizio (e anche convinta, purtroppo e nonostante tutto, che si debba andare avanti costi quel che costi - agli altri, ovviamente!).

Questo ci riporta in qualche modo al punto di partenza, alla domanda iniziale di questo post, e di Eurodelitto ed eurocastigo. Perché persone così giuste difendono cose così sbagliate? Perché colleghi migliori e più preparati di me si appiattiscono, nella prassi, sulle posizioni di un Oscar Giannino senza che questo faccia suonare un campanellino di allarme nella loro testa?

Un pezzo della risposta è in Eurodelitto ed eurocastigo: è stata la consapevolezza della loro superiorità (scientifica? Sociale? Etica?) a condurli al tradimento di quanto di migliore c'era in loro. Hanno tradito se stessi perché si ritenevano migliori degli altri: ripeto questa formula nella quale secondo me c'è tutto. E questo è il pezzo che, naturalmente, non potrà esser loro perdonato (soprattutto non potrebbe esserlo da loro stessi, ed è per questo che preferiscono "andare avanti" anziché riflettere sull'enorme errore fatto).

Poi però c'è un altro pezzo. Ricordate quando sopra vi ho detto che a novembre 2011, scrivendo I salvataggi che non ci salveranno, non ero consapevole del fatto che la Bce avesse detto praticamente le stesse cose un mese prima? Ora, ascoltate questa obiezione di Franzini: "non condivido questa idea che tutto quello che succede ai salari dipende dall'Europa".

Molti hanno osservato, in particolare su Twitter: "ma i tuoi colleghi il tuo libro l'hanno letto?". La risposta, ovviamente, è no. Risulta immediatamente chiaro se si mette a sistema la domanda di Maurizio con la citazione del mio ultimo libro. So che voi avete una certa tendenza a non perdonare questo tipo di atteggiamento, sul quale io invece sono piuttosto indulgente e scherzoso: "io il libro non l'ho letto ma...", alla fine, mi fa meno alterare di "io non sono un economista ma...". Dovrebbe esservi chiaro perché: perché nemmeno io ho letto tutto quello che avrei dovuto leggere, perché nessuno può riuscire a farlo.

Ora, se da un lato (tanto per fare un esempio) l'aver intuito più o meno in contemporanea alla Bce, ma indipendentemente da essa, quale fosse la natura del problema mi fa onore, considerando, fra l'altro, che le basi statistiche delle quali disponevo io erano senz'altro meno raffinate e dettagliate di quelle delle quali dispongono i suoi uffici, dall'altro, però, scoprire l'acqua calda, o, come si dice in inglese, reinventare la ruota, non è motivo di vanto per uno scienziato, il quale avrebbe il dovere di conoscere tutto quanto è stato fatto, per fare un pezzo di strada in più partendo da dove sono arrivati gli altri. Aggiungo che nel dibattito sarebbe stato molto meglio poter dire già dal 2011 "guardate che la Bce dice una cosa diversa da quella che dite voi austeriani!".

Questo è il motivo per il quale anche se i miei colleghi, non solo i rinnegati che hanno tradito i principi primi della loro scienza per motivi di opportunità politica (gli esempi sono noti), ma anche quelli integri come Maurizio, non hanno letto il mio libro, in fondo non me la sento di biasimarli. Peraltro, è un libro (l'ultimo) che chiama pesantemente in causa l'etica professionale della nostra professione, e quindi, come dire, se non lo leggono sono assenti giustificati: quello che ho da dire, per loro, non è piacevole. Ma, soprattutto, più vado avanti con lo studio e più mi rendo conto di non aver detto in fondo nulla di particolarmente originale. Ecco, magari ho unito i puntini, quello sì. Ma i puntini c'erano tutti, e da tempo.

Me lo ha confermato il lavoro fatto preparando il piccolo corso che ho tenuto, e che penso di ripetere prima o poi, allo Spaziottagoni di Roma per la Mameli Onlus. Un'occasione per sistematizzare e formalizzare un minimo il discorso portato avanti nel blog in modo rapsodico, e nel libro in modo... inutile (perché nessuno lo legge)!

La domanda che mi sono posto nell'ultima lezione, dopo aver scherzato un po' su quelli che "oggi c'è la Cina" mostrando qualche dato che credo vi sia noto:


(l'elaborazione è tratta da questo sito, e la fonte dei dati è il sito di Angus Maddison, che ci ha lasciato sei anni fa ma vive nella sua opera), la domanda, dicevo, era questa: cosa sappiamo noi della terza globalizzazione?

Per capirci: la prima è quella situata storicamente nel periodo classico del gold standard (diciamo dal 1870 al 1914) ed è ben descritta in questo utile lavoro di Violaine Faubert; la seconda è quella che accompagna il mondo durante le Trente glorieuses, che hanno visto una ripresa del commercio internazionale, e la terza è quella che inizia quando succede questo:


cioè quando i salari si fermano dappertutto (sì, Maurizio, tranquo: lo so), mentre la produttività resta sul suo trend di crescita del 3% l'anno, con l'ovvia conseguenza che la quota salari scende, e la disuguaglianza aumenta.

Ecco: cosa sappiamo noi di questa fase storica ed economica, della terza globalizzazione e del suo elettrosalariogramma piatto? Quello che sappiamo l'ho riassunto in questo grafico:


Cerchiamo di descriverlo in una serie di proposizioni.

[1] Il calo della quota salari è innescato dalla fine della repressione finanziaria
La "repressione" finanziaria, cioè il controllo dei movimenti internazionali di capitale, e il controllo da parte dello Stato del circuito del risparmio, in particolare attraverso la cooperazione fra banche centrali e ministeri del Tesoro, è descritta per filo e per segno da Reinhardt e Sbrancia (2011) in un lavoro che vi ho citato più volte.

Nel discorso su globalizzazione e salari c'è un punto che normalmente sfugge (ed è lo stesso che sfugge nel discorso su Italia ed euro). Esattamente come nel caso dell'Italia il problema è localizzato in un punto ben preciso, che dai dati risulta in modo inequivocabile, cioè l'aggancio all'ECU nel 1997 dopo la forte rivalutazione fra 1995 e 1996:


allo stesso modo l'appiattimento dei salari reali (e quindi il calo della quota salari) inizia in un intervallo di tempo ben preciso e sincrono in tutti i paesi del mondo (lo sa, Maurizio, come vedi: lo so, lo so, tranquo: lo so). Ce lo documenta in particolare questo lavoro di Diwan (2001), che mostra l'andamento della quota salari non solo nei paesi avanzati (cosa della quale mi sono occupato spesso anch'io), ma anche in quelli emergenti:



le uniche eccezioni essendo i paesi asiatici e i paesi OCSE non anglosassoni e non colpiti da crisi finanziarie:



Ora, fatte salve queste eccezioni, il turning point della quota salari si vede dov'è: come nota Diwan, e come ci siamo già detti diverse volte, esso si situa fra il 1975 e il 1980 praticamente ovunque.

Ciò pone un evidente problema: se vogliamo spiegare una cosa che accade in quel periodo, dobbiamo farlo usando qualcosa che accade nel medesimo periodo (o magari un po' prima).

Proprio come le tesi sul declino italiano dei dilettanti, quelle basate sul "nanismo delle imprese", o magari sul "familismo amorale", sulla "corruzione", e su altra sociologia spicciola da bar, mostrano la corda perché nulla dimostra che questi fenomeni siano coincisi con l'inizio del declino stesso (cioè si siano presentati o rafforzati fra 1995 e 1997: ne parlammo esattamente tre anni or sono e ora è un articolo scientifico), allo stesso modo le spiegazioni del crollo della quota salari globale basate sullo sviluppo del commercio (come quella, molto affascinate e articolata, di Helpman et al (2012)) non sono particolarmente convincenti, per il semplice motivo che dal 1945 ad oggi il commercio si è andato sviluppando in modo pressoché costante, sia in termini quantitativi che in termini normativi. La soluzione di continuità, se vogliamo vederla, potrebbe essere eventualmente l'avvio del WTO. Fra 1973 e 1979 (cioè nel periodo in cui i salari cominciano a cedere) si svolge l'unico round del GATT che nessuno ricorda, il Tokyo round, e se di questi negoziati ce ne siamo dimenticati forse un motivo ci sarà, ed è probabilmente che non sono stati determinanti nell'impartire una spinta alla globalizzazione degli scambi, che quindi non può essere presa come spiegazione del massiccio e globale arretramento dei salari verificatosi in quel periodo.

Anche perché un'alternativa plausibile c'è. Se leggiamo Reinhardt e Sbrancia, vediamo che il maggior numero di misure di liberalizzazione dei mercati finanziari interni e dei movimenti internazionali dei capitali si situa appunto nel periodo che va dal 1975 al 1984 (Table 2).

Correlazione, certo, non vuol dire causazione: le due cose potrebbero essere accadute insieme per caso, o perché Saturno era entrato nel Sagittario. Vai a sapere... Ma il punto è che abbiamo precise evidenze teoriche ed empiriche del fatto che la liberalizzazione dei mercati finanziari, cioè la fine della repressione finanziaria, schiaccia i salari. Che la liberalizzazione dei movimenti di capitali abbia effetti avversi sui redditi da lavoro oggi lo dice il Fmi (Furceri e Loungani, 2015, Capital Account Liberalization and Inequality). Questo è l'abstract, per vostra edificazione:

Chiaro? Gli autori giungono a questa conclusione (che è quella sottostante al nostro lavoro) analizzando i dati forniti da due basi dati interessanti:

1) il KAOPEN di Chinn e Ito (misura di liberalizzazione degli scambi finanziari), e
2) lo Standardized World Income Inequality Database (SWIID) di Solt (che si capisce cosa misuri...)

I risultati sono statisticamente robusti: la liberalizzazione dei movimenti internazionali di capitali (capital account liberalization) ha un impatto positivo sulla disuguaglianza, cioè la aumenta. Qui il disegnino di cosa succede nel corso degli anni all'indice di Gini quando aumenta l'indice KAOPEN:

Per inciso: impatto positivo vuol dire che se aumenta la liberalizzazione dei movimenti di capitali, aumenta la disuguaglianza, cioè chi è povero diventa più povero. Quindi, come dire: l'impatto è positivo per i ricchi ma  negativo per i poveri...

Ovviamente anche questa è solo una (raffinata) regolarità statistica, ma ci sono ben precisi motivi, elencati da Furceri e Loungani, che ci consentono di argomentare che la terza globalizzazione (liberalizzazione finanziaria) deprime la quota salari:

1) in teoria, l'apertura dei mercati finanziari dovrebbe consentire di ripartire meglio il rischio (diversificando), per cui, ad esempio, se il povero risparmiatore italiano che ha un governo corotto co' du ere vuole mettere al sicuro i suoi risparmi, invece di "metterli ai bbotte" (investirli in Bot), con potenziale rischio di default, può investirli anche in titoli statunitensi, giapponesi, ecc. Insomma: la globalizzazione finanziaria dovrebbe permettere una mutualizzazione del rischio finanziario fra risparmiatori di paesi diversi, minimizzando l'impatto avverso delle crisi sui loro portafogli. Purtroppissimo però sappiamo fin da Kose et al (2009) che le cose non stanno esattamente così:

Eh già: "in theory"!

I paesi meno avanzati non hanno beneficiato di questa condivisione del rischio, e, aggiungo, anche all'interno dei paesi avanzati l'accesso al credito è segmentato e la qualità delle istituzioni tale da rendere un pericoloso boomerang (per i poveri) l'aprirsi dei mercati. Esempio: il bond argentino rifilato alla vecchietta. Chi è ricco, è anche ben consigliato, e mediamente evita le sòle. Chi è povero è terreno di caccia dei simpatici promotori (ai quali va il mio abbraccio, e presto andrà anche quello del mercato). Quindi, come dire: il teorico risk sharing si traduce in pratica in una situazione nella quale il rischio viene assorbito dai meno ricchi (e più inconsapevoli). Il che, ovviamente, fa aumentare la disuguaglianza.

2) la liberalizzazione dei movimenti di capitale aumenta la disuguaglianza anche per due effetti legati alla dinamica degli IDE. Il primo è quello della "complementarità fra capitale e lavoro specializzato". Cosa significa? Significa che se non sei abbastanza istruito da saperlo usare, con un macchinario evoluto (prendo ad esempio un PC, ma altri se ne potrebbero fare) al massimo ci schiacci le noci (che non è l'uso più produttivo). Quando un'azienda si sposta in un paese più povero per profittare del basso costo del lavoro, nel paese di accoglienza aumenta quindi a domanda di lavoro specializzato, il che acuisce il divario salariale fra lavoratori specializzati e non (e quindi la disuguaglianza). D'altra parte, quello che è avanzato per un paese arretrato, spesso è arretrato per un paese avanzato. Quindi, la macchina che si sposta dal paese ricco a quello povero fa salire i salari del ricco nel paese povero, e fa scendere i salari del povero nel paese ricco (pensate alla delocalizzazione del tessile o del calzaturiero: da noi sono attività relativamente low-skilled - non è meccanica di precisione, per dire - mentre in Laos sono relativamente high-skilled). Chiaro quello che succede?

3) se non fosse chiaro, c'è il secondo effetto legato alla dinamica degli IDE, un effetto che qui abbiamo invece ricordato spesso. La possibilità di delocalizzare aumenta il potere contrattuale dell'imprenditore: o accetti quello che ti offro, o me ne vado (ricordate l'Electrolux)? Non è mica una novità! Ne parlava Rodrik già nel 1997, e poi ad esempio Harrison (2002) (che nel suo abstract ci ricorda come il controllo dei movimenti internazionali di capitali e la spesa pubblica tornino a vantaggio della quota salari...). Un po' più sorprendente trovarlo scritto oggi in pubblicazioni del Fmi, come appunto il già citato Furceri e Loungani:

"Una minaccia credibile di riallocare la produzione all'estero può portare a un incremento del rapporto fra profitti e salari e a una diminuzione della quota dei salari sul reddito". Lo dice il Fmi, non la Camusso (fra una risata e l'altra).

4) c'è poi un ultimo punto che invece a Furceri e Longani per ora sfugge, mentre a noi è chiaro fin dal Tramonto dell'euro, e riguarda la liberalizzazione dei mercati finanziari interni (e quindi non gli investimenti internazionali, siano essi di portafoglio o diretti). Come si evince da Reinhardt e Sbrancia (2011), la fine della repressione finanziaria, cioè, in sintesi, del periodo in cui i governi mantengono il diritto di decidere a quale prezzo finanziare il proprio debito, si traduce, ovviamente, in un innalzamento dei tassi di interesse (determinati dal mercato a proprio beneficio). Qui c'è il disegnino, se occorre:


Ora, è evidente che un cambiamento istituzionale che incrementa la retribuzione del capitale finanziario va, in re ipsa, a discapito dei salari. E infatti i maggiori interessi corrisposti ai detentori dei titoli sono naturalmente stati conseguiti riducendo progressivamente la spesa pubblica in investimenti, prestazioni sociali, ecc. Lo scopo era "affamare la bestia", cioè ridurre il ruolo dello Stato nel circuito di gestione del risparmio, per devolvere risorse alla finanza privata. Scopo raggiunto.

Siamo pronti per la seconda proposizione.

[2] La stagnazione dei salari causa la finanziarizzazione dell'economia
Non è una novità. Ce lo siamo detti molte volte: se il lavoro non viene retribuito correttamente, la domanda di beni può essere sostenuta solo finanziandola col credito, cioè col debito, che in una prima fase è debito pubblico (come ricordava Graziani) e poi diventa debito privato. Una cosa, in fondo, banale, che solo cretini ancorati alla logica di "IO" possono non intuire. Peraltri, gli imbecilli che adottando le categorie del nemico ancora parlano di "debitopubblico" fanno un errore tattico micidiale. Infatti, se si parte dal presupposto che il debito "pericoloso" è quello pubblico, allora poi diventa facile impostare il dibattito in termini di "castacriccacoruzzione" e quindi di una ontologica nocività e superfluità del debito. Ma le cose non stanno assolutamente così. Il debito esplode durante la terza globalizzazione perché esso diventa necessario per finanziare la domanda in un momento in cui la liberalizzazione dei movimenti di capitali e dei mercati finanziari interni permette al capitale di schiacciare i salari. In altre parole, chi, a sinistra, insiste ancora a parlare di spesa pubblica (magari per dire che bisogna farne di più), porta comunque l'acqua al mulino della destra, offuscando il fatto che gli squilibri finanziari di cui siamo vittime nascono dal conflitto distributivo (più esattamente: dall'averlo perso).

Anche qui, tornerà utile il disegnino:


In questa slide, che ho fatto per l'Ecole Centrale di Parigi, si vede che la ripartenza del debito pubblico coincide con il momento in cui l'elettrosalariogramma diventa piatto. Non ci sono santi, è così e basta. Ma la nostra sinistra "critica" (er Nutella) preferisce addentrarsi in fregnacce alla Lannutti sulla "truffa del debito pubblico" (le solite minchiate sul fatto che una parte è dovuta al pagamento di interessi, scemenze da digiuni di matematiche), mentre, dall'altra parte, economisti nel circolo del Fmi ci dicono che la spesa pubblica va a favore dei salari e che il problema è la mobilità del capitale privato!

Lo capite, ora, cosa vuol dire vivere in una provincia (culturale) dell'Impero?

Ma passiamo alla terza proposizione.

[3] La disuguaglianza causa crisi finanziarie
E qui, come dire, ci soccorre la dottoressa Grazia Arcazzo (non credo sia parente di Graziani). L'aumento della disuguaglianza rende necessario a chi è sempre più povero di indebitarsi sempre di più. Alla fine arriva il botto (che è amplificato dall'apertura internazionale dei mercati per quel discorso sul risk sharing che non c'è, del quale vi ho parlato sopra). Questa è una cosa che a noi è sempre stata ben chiara, ed è oggetto di recenti analisi econometriche.

Ma:

[4] Le crisi finanziarie causano disuguaglianza
Ecco: lo snodo cruciale è questo, e ne abbiamo parlato spesso. La logica del "FATE PRESTO"! Crisi previste, anche se verosimilmente non causate (come era senz'altro prevista, ma certamente non causata dalla Merkel la crisi migratoria) vengono sfruttate per portare a termine il disegno di oppressione del lavoro, giustificando in termini politici delle misure nocive per gli interessi economici della maggioranza con la logica dell'emergenza. Pensate alla crisi del 1992, con lo smantellamento degli ultimi brandelli di scala mobile, e poi la riforma del meccanismo di contrattazione. Pensate all'ultimo "FATE PRESTO", quello del 2011, quando in nome di una crisi finanziaria dello Stato del tutto inesistente e smentita dagli stessi organi dell'Unione Europea sono state riformate le pensioni, sono aumentate le imposte, ecc. Tutte misure fortemente regressive (le accise sulla benzina non sono un esempio di equità sociale, per dire, eppure tutti quelli che ululano contro la flat tax le hanno accolte con grande favore, perché ci salvavano da una cosa che non c'era: il default. Ragionare per appartenenza è sempre sbagliato).

Anche su questo, come dire, io credevo di essere stato originale, ma non era così. Che le crisi fossero il meccanismo attraverso il quale il capitale si avvantaggia in modo persistente sul lavoro lo aveva detto Diwan, nel 2001, nel lavoro che vi ho citato sopra. Questa la sintesi:


Ecco, il dato essenziale è questo, quello evidenziato in fondo: nel mondo della terza globalizzazione la battaglia fra capitale e lavoro non è costante, ma concentrata in brevi periodi di lotta, che coincidono con le crisi finanziarie, durante i quali il lavoro sistematicamente perde: sono le "cicatrici distribuzionali" delle quali parla Diwan. Perché durante le crisi il lavoro perda ce lo immaginiamo. Se anche i sindacalisti non fossero quei perfetti (utili) idioti che il Signore ci ha dato in sorte, capite bene che durante la crisi la crescita della disoccupazione li indebolirebbe comunque (la disoccupazione toglie al sindacato potere contrattuale), e poi la logica dell'emergenza giustifica tante cose!

Ripeto: è il FATE PRESTO. Ma le conseguenze del FATE PRESTO non svaniscono presto: al contrario, durano per sempre.

Ovviamente, se la disuguaglianza porta alle crisi, e le crisi portano alla disuguaglianza, capirete bene che siamo in un meccanismo tendenzialmente instabile, dove i due effetti si rinforzano, potenzialmente senza che se ne veda la fine. Capite anche che il risultato di questi effetti è una polarizzazione estrema del reddito, cioè lo svuotamento della classe media, cioè un neofeudalesimo dove l'aristocrazia finanziaria domina sui servi della globalizzazione mediante un efficiente sistema di valvassini "de sinistra" che possono aggredire i diritti economici dei lavoratori, trincerandosi dietro l'appartenenza, che tranquillizzerà le loro vittime (vedi la lettera dalla quale siamo partiti).

Ora, vedete, se le cose stanno così, e purtroppo, se lo ammette anche il Fmi, stanno così, dopo aver tranquillizzato Maurizio (che peraltro, lo ribadisco, è la persona che Fabrizio ha dipinto: corretta, animata da passione civile, aperta al dialogo, ecc.) che un po' di quello che lui sa lo so anch'io, possiamo adesso far notare a Maurizio qualcosa che lui ha perso di vista. Perché se ha ragione (e ha ragione, almeno per quanto la nostra esperienza ci dimostra) Diwan nell'affermare che il conflitto distributivo si concentra in episodi di crisi, allora tutto quello che contribuisce a innescare questi episodi di crisi (cioè, in buona sostanza, i cicli di Frenkel), va nell'interesse del capitale.

Il cambio fisso (e quindi, a fortiori, le unioni monetarie) rientrano in questa categoria.

Non solo Frenkel e Rapetti (2009), ma oggi anche il Fondo Monetario Internazionale per bocca di Ghosh et al. (2014) ci ricordano che tutte le crisi finanziarie dei paesi emergenti sono state precedute da una qualche forma di fissazione del cambio. Inoltre, Bohl et al. (2016) ci chiariscono l'ovvio, cioè che non solo il cambio fisso rende meno facile l'aggiustamento degli squilibri esterni (cosa confermata da Ghosh et al 2014), ma anche che aggrava le conseguenze delle crisi (e quindi, deprimendo crescita e occupazione più a lungo, rende più vulnerabili i lavoratori alle aggressioni del capitale).

Chiaro?

Chiaro a cosa serve l'euro qui da noi?

Serve a fare il lavoro che, com'è noto, è stato auspicato da JP Morgan: liberarsi delle costituzioni antifasciste, che sono un ostacolo sulla via del progresso (quello dei profitti, ovviamente). E non è mica da oggi che lo sappiamo: noi, che siamo un po' sempliciotti, che la facciamo facile, ci siamo però letti Kevin Featherstone (al quale io, se non avessi aperto questo blog, non sarei mai arrivato da solo), che chiarisce per filo e per segno quale sia la political economy della moneta unica e in cosa essa minacci(asse) il modello sociale europeo. Quello delle costituzioni keyesiane, per capirci.

E qui si arriva al punto.

Perché, naturalmente, dire che il problema è globale, che la colpa non è (o non è solo) dell'euro, per i miei colleghi anche di ottima volontà, come Franzini, è un ovvio espediente autoassolutorio: l'equivalente "alto", "colto" (non dimentichiamoci che siamo partiti dalla fottuta spocchia dei miei colleghi intellettuali di sinistra) della versione di Oscar, del "dove andremmo con la nostra liretta" che riecheggia in tanti portierati e in qualche radio. A sinistra: "eh, ma il problema è il grande capitale internazionale, che possiamo fare, l'euro non c'entra...".

Questo fatalismo non fa molto onore a chi lo pratica, se non altro perché non c'è onore nel voler combattere solo le battaglie (che si credono) vinte. In realtà, da quanto precede emerge abbastanza chi è il nemico da combattere, e come combatterlo. Il nostro nemico politico (se viviamo di redditi da lavoro) è la liberalizzazione finanziaria, sui mercati interni e su quelli esteri. Sui mercati interni, il nemico è l'indipendenza della Banca centrale (e questo ormai ci è chiaro). Su quelli esteri, la totale liberalizzazione degli IDE (che poi è sempre asimmetrica: tutti sapete che quando il nostro capitalismo ha voluto comprare all'estero, gli sono state opposte barriere invalicabili, e tutti ormai vedete che invece il nostro paese è in svendita...). Dobbiamo combatterlo in primo luogo difendendo quello che lui ci vuole togliere: la tutela dei nostri diritti incarnata dalla Costituzione del 1948.


Oggi abbiamo un'occasione per farlo: l'occasione è il referendum sulla riforma costituzionale. A voi che, invece di impegnarvi a cambiare voi stessi capendo bene cosa sta succedendo, per poi cambiare il prossimo vostro (cosa impossibile senza aver raggiunto consapevolezza), preferite avere un cazzo di foglietto di carta sul quale tirare un frego per mettervi a posto al coscienza, bene: a voi dico: quel cazzo di foglietto di carta, cari amici qualcosisti, è la scheda del referendum costituzionale, e il frego va tirato sul NO. Sarà un miglioramento paretiano: dopo, voi, vi sentirete più utili, penserete di aver fatto "qualcosa" (perché capire, e far maturare una coscienza di classe negli oppressi del neofeudalesimo, ovviamente, quello non è qualcosa: io faccio solo chiacchiere, come diceva un povera scipita ieri su Twitter). E in effetti avrete anche fatto qualcosa: avrete dato al signor Capitale Internazionale un segno di dissenso dal suo progetto di compressione dei vostri diritti, progetto che ci era stato recapitato, come ricorderete, con lettera riservata personale a firma dei signori Trichet e Draghi.

Vi ricordate?

Questa battaglia politica, per chi vorrà combatterla, sarà durissima, e la vittoria non è assicurata. Non solo: è largamente una battaglia di retroguardia. La battaglia, come ho argomentato svariate volte, la si sarebbe dovuta fare sul jobs act, un provvedimento fallimentare in termini di occupazione (come dissi prima e tutti vedono poi), ma che avrà certamente effetti sulla distribuzione funzionale del reddito (li vedremo fra un annetto o due). Sarà una battaglia durissima perché una sterminata legione di cretini di sinistra ha fatto l'errore tattico cruciale del quale vi parlavo sopra: accettare le categorie analitiche dell'avversario, interpretare la crisi come una crisi di debito pubblico, magari anche nel momento in cui si contestavano le politiche di austerity. Ma la cosa giusta va fatta nel modo giusto. Non puoi dire: "Sì, è una crisi di debito pubblico, però c'è stata troppa austerità". Devi dire: "È una crisi di finanza privata - perché lo dice la Bce - quindi non va fatta alcuna austerità".

Ma i nostri ottimati di sinistra sono dei poveracci, degli incolti, delle persone opportuniste, vigliacche, che hanno consentito al peggiore di loro (Renzi) di regnare incontrastato sulla base di una menzogna: quella che lo Stato fosse il male da risanare. Nessuno contesta che ci siano abusi: ma ci sono stati anche quando crescevamo al 3.5% l'anno. Schiacciandosi sulla retorica liberale, invece di rifiutarsi di considerarla come categoria dialetticva, i politici e gli economisti "de sinistra" rendono facile far passare per un progresso una riforma che riduce da 350 a 100 i senatori (si risparmia!), che abolisce le Province (come chiesto dalla Bce) e il CNEL: finalmente qualcuno riduce i costi della politica!

Ma quanto sono questi costi?

Bò...

E delle altre misure? Del rapporto fra Stato e autonomie? del fatto che con questa riforma si cristallizza una situazione nella quale il governo centrale rimane dominus incontrastato (nonostante la creazione di una fasulla "camera delle autonomie") e può così procedere a mani libere sulla strada delle privatizzazioni (soprattutto di quella della sanità) praticando un doppio scaricabarile, cioè gettando la responsabilità delle sue scelte classiste e a favore della finanza internazionale (quella che ci offrirà tante belle assicurazioni private) dicendo da una parte che "glielo chiede l'Europa", e dall'altra che "le Regioni non sono in grado di assicurare i servizi"? Ne vogliamo parlare, di questo?

Naturalmente, per equilibrio, mi sembra opportuno fornirvi le ragioni particolarmente penetranti esposte dal comitato per il Sì. Dopo di che, sempre per equilibrio, vi segnalo che è sorto anche un comitato per il No: lo hanno costituito alcuni amici di questo blog, a voi noti, fra i quali mi piace ricordare Ugo Boghetta (le cui analisi potete trovare qui, qui, e qui), e Pier Paolo Dal Monte, al quale dobbiamo una icastica disamina della sociopatia liberista (la trovate nel suo blog sul Fatto Quotidiano), oltre a Andrea Magoni e Roberto Buffagni, che tante volte avete letto qui con commenti sempre molto argomentati.

Il comitato si chiama Indipendenza e costituzione, e pone un problema che a noi dovrebbe essere chiaro. Il problema non è fare un plebiscito sul simpatico giostraio di Rignano (quello che vuole a tutti i costi metterla così è lui, forse perché, come già Trippas, sente di aver bisogno di rinsaldare il proprio consenso...). Il problema è approfittare di questa occasione per portare all'attenzione dei nostri concittadini il tema centrale, quello qui che abbiamo imparato ad analizzare grazie ai libri di Giacché e Barra Caracciolo: l'incompatibilità fra Costituzione Italiana e Trattati Europei. Le ragioni di questa incompatibilità evidentemente sfuggono ai promotori di altri comitati per il No, tutti Europa e distintivo (dalla "a" di ANPI alla "z" di Zagrebelski). Questo è uno dei tanti motivi per i quali a me, in particolare, oggi interessa meno che mai "scendere in campo". Perché per vincere bisognerà (bisognerebbe) parlare con persone ed entità che sono oggettivamente state il Male, che hanno creato oggi, difendendo l'euro, i presupposti di quell'austerità che, come sappiamo, era già stata, nella nostra storia, il frutto avvelenato del fascismo, persone che hanno inneggiato ad Efialte Trippas, persone che viaggiano col santino ingiallito di Spinelli sul cruscotto. Insomma: la sentina del dibattito e la fiera del paralogismo: l'Europa che ci salva dalla guerra, la grande moneta per la grande competitività, questa paccottiglia cialtrona e stantia.

Questo, a me, non potete chiederlo. Ma voi, se volete fare qualcosa, dovete dialogare anche con questa roba qui.

Personalmente non mi faccio molte illusioni sul senso strategico di questa battaglia. Come ci siamo detti fin dall'inizio di questo post: abbiamo un problema culturale (quello di chi ha tradito se stesso perché si sentiva migliore degli altri) e un problema politico, quello di un capitalismo assoluto che non conosce freni inibitori perché non conosce, in questa epoca, un modello alternativo. Questi problemi il referendum non ce li risolve. Quando Jacques mi dice: "Sai, in Russia tutti sapevano due cose: che il sistema era fallimentare, e che sarebbe durato per sempre", queste parole suonano consolanti, ma poi, però, riflettendoci, penso che il sistema fallimentare sovietico aveva un'alternativa, militarmente e tecnologicamente ben attrezzata. Dov'è, oggi, l'alternativa al sistema disuguaglianza-debito-crisi-disuguaglianza che vi ho descritto nei miei libri e in questo post? L'unica cosa che possiamo fare è cercare di respingere l'assalto a quei presidi che, in caso di crisi, permettono al capitali di lacerare con cicatrici profonde i diritti del lavoro. Ma possiamo invertire la tendenza?

Su questo ho molti dubbi, ma di una cosa sono certo: diffondere consapevolezza un senso lo ha, sempre. Aiutare il dibattito a uscire dal pantano dello sterile battibecco su Renzi (da lui facilmente derubricabile a una ripicca di rosiconi) per portarci con calma, con pazienza, con tenacia, il tema europeo, è importante. Credo possa contribuire a evitare che venga sottratto troppo terreno al lavoro prima di una ipotetica svolta, che potrebbe essere determinata dalla consapevolezza del capitalismo dominante del fatto che tenere insieme l'Europa nel modo sbagliato non è solo inefficiente (o efficiente, se vuoi dividerla), ma anche molto costoso. Di questo abbiamo parlato più volte, e ogni tanto mi arriva qualche refolo da ovest che induce a una certa speranza. Negli Usa qualcuno sa che il problema esiste. Questo non vuol dire né che voglia risolverlo, né che la soluzione contemplata sia favorevole ai nostri interessi di classe. Ma vuol dire che non dobbiamo arrenderci.

Bene: questo volevo dirvi, nel mio primo maggio. Chi vuole fare qualcosa, ora ha qualcosa da fare: raccogliere firme, organizzare dibattiti, diffondere consapevolezza. Gli servirà a tenersi occupato, e anche, perché no, a capire quanti siamo veramente a pensarla in un certo modo (dato non banale).

Io, per me, ora mi riposo: sto scrivendo e cucinando da questa mattina, e incombe su di me l'incubo di fare i compiti col riottoso Palla.

Un primo maggio cominciato bene, ma finito decisamente male!


(...bè, non è ancora finito: poi ci beviamo tre bottiglie di Amarone con un giornalista e Marco Basilisco, alla faccia vostra...)

sabato 30 aprile 2016

Lettonia, Irlanda e Ungheria nell'ESA2010

Buonasera Pforessor Bagnai,

Le scrissi in passato per commentare il "cambio di rotta" di AMS.
 
Questa volta avrei bisogno di un Suo chiarimento circa i dati Eurostat
pubblicati nei suoi recenti post sulla Lettonia e
sull'Irlanda-Ungheria, non avendo trovato da solo una risposta ai miei
dubbi:

cercando per curiosità di scaricare i dati sulla Spagna e, consultando
il database Eurostat, ho notato che erano disponibili i dati del 2014
e 2015, ma sia gli importi, sia il nome del file sono diversi da
quello da Lei utilizzato nel post sulla Lettonia. Il percorso
utilizzato nella ricerca è questo:
http://ec.europa.eu/eurostat/web/national-accounts/data/database.

Non so se ho cercato il file sbagliato (GDP and main components -
output, expenditure and income - nama_10_gdp), visto che il Suo era
"nama_gdp_c").

Le differenze fra gli importi cambiano anche i rapporti fra quota
salari e quota profitti, a seconda del file consultato. Allego un file
excel con i dati riferiti a Irlanda e Ungheria, confrontandoli con
quelli da Lei usati nel post di oggi (a destra).
Vista la mia inesperienza (sto imparando a cercare i dati grazie al
blog) ho deciso di chiederLe questo chiarimento.

Se a causa degli impegni non avrà tempo e voglia di rispondere non c'è
problema, mi rendo conto che in questo momento avrà cose ben più
urgenti da fare.

Grazie mille, 
M.L. 

(...no: niente è più urgente dei dati: Uga aspetterà la cena...)

M.L. ha ragione. Vi dicevo che rispetto al sistema contabile precedente, considerato qui, l'ESA2010 non cambia molto, e così è, ma in effetti siccome quest'ultimo è il sistema più recente e ora in vigore, andiamo a vedere come stanno le cose (i dati si ricavano qui). Questo, fra l'altro, ci permette di aggiungere un pezzettino alla storia. La struttura dei conti è sostanzialmente identica, con l'unica accortezza che per riconciliare col dato del PIL la somma delle componenti della domanda dovrete tener conto in alcuni casi di una discrepanza statistica (che è riportata ovviamente dal database). Vi do le tre tabelle aggiornate al volo: gli andamenti sono sostanzialmente quelli evidenziati nei post precedenti, con l'unica precisazione che in Lettonia pare che la distribuzione del reddito tenda a riequilibrarsi dopo il 2013 (ma per i redditi da lavoro siamo sempre quattro punti sotto la situazione iniziale). In Irlanda invece le cose stanno decisamente peggio che se usiamo i conti ESA95 (quelli del post precedente).




In sintesi: si conferma che con la svalutazione interna il lavoro ci perde, e mi sembra anche abbastanza superfluo ripeterlo. Il lavoro perde per definizione quando il meccanismo di aggiustamento è il taglio dei salari. Spero che questo sia chiaro. Non mi aspetto che gli editorialisti del Corriere ci arrivino (o, se ci arrivano, che ve lo dicano), ma il fatto che se ti pagano di meno guadagni di meno (anche se il PIL cresce perché il capitalista guadagna di più) credo possiate tutti accettarlo come relativamente scontato.

E con queste belle parole, auguro buon appetto (a chi è stato pagato abbastanza)!

L'errore del liberista


    Io e ll'asino mio! In oggni cosa
Ve sce ficcate voi pe Ccacco immezzo.
In ogni freggna sce mettete un pezzo
Der vostro, e jj'appricate la scimosa.
    Ma, ffratèr caro! e ssete stato avvezzo
Co sto po' dd'arbaggìa prosuntuosa?
Tutto sapete voi! ggnente ha la dosa,
Si pprima voi nun je mettete er prezzo!
    "Io vado, io viengo, io dico, io credo, io vojjo:
L'ho ffatt'io, l'ho vvist'io, sce sò annat'io..."
Pe ttutto sc'entra l'Io der zor Imbrojjo.
    Chi ssete voi? la tromma der Balìo,
Er Papa, Marc'Urelio in Campidojjo,
la Santa Tirnità, Ddomminiddio?!

Giuseppe Gioachino Belli
Roma, 14 gennaio 1833




Enrico Nardelli ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Irlanda vs Ungheria":

Alberto,

ho fatto leggere questo post ad una persona intelligente, che vuole capire e che non sa proprio nulla di concetti economici (ma conosce la comunicazione e la psicologia umana).

Alla prima uguaglianza mi ha detto: "ma per spendere non devo prima aver guadagnato? Non si dovrebbe quindi scrivere REDDITO = SPESA?".

L'ho rapidamente convinta che è la stessa cosa dal punto di vista matematico e mi ha risposto: "matematicamente, sì, ma comunicativamente e percettivamente no". Ed ha aggiunto "devo prima guadagnare, per poter spendere. È vero che la mia spesa è il reddito di un altro, ma ognuno di noi interpreta 'in prima persona' ciò che legge".

Ho pensato che se oltre alle varie migliaia di seguacie (absit iniuria verbis) e gli aficionados vari, che per te si getterebbero nel fuoco ad occhi chiusi, dobbiamo far capire questi argomenti anche a qualche milione di persone "disorientate", forse questa osservazione non è proprio da buttar via...

Postato da Enrico Nardelli in Goofynomics alle 30 aprile 2016 18:01




Eh, vedo che capirsi è difficile...

Ma tanto tanto tanto...

Eppure basterebbe poco...

Niente come questo commento chiarisce la fondamentale distanza del pensiero libbberista dalla realtà e dal pensiero keynesiano (e i danni che tre decenni di propaganda libbberista hanno fatto nelle coscienze dei nostri cosiddetti simili). Caro Enrico, tu pratichi un certo understatement nel definire il tuo amico una persona intelligente e (o "ma") disorientata. Il fatto è che tu hai di fronte a te un genio. Vedi, lui intanto è miglia avanti il liberista medio, perché ha comunque capito che se lui spende qualcuno guadagna. Tutto questo Oscar non lo sa (o forse non lo sapeva, perché ho come la sensazione che ora gli abbiano ordinato di saperlo). Ma, ed è qui la genialità, il tuo amico è anche uno che ha trovato modo di guadagnare senza che nessuno spenda, cioè di generare reddito dal nulla.

Perché il problema non è che se "IO" spendo allora qualcuno guadagna. Il problema è che se nessuno spende allora "IO" non guadagna (non è un refuso). Se leggi bene il commento del tuo amico, vedrai che questo pezzo manca.

La comunicazione, e i suoi esperti, mi lasciano abbastanza freddo, e ti spiego anche perché.

Il nostro problema, purtroppo, non ammette una soluzione democratica. Una parentesi autoritaria e violenta è inevitabile. Punto. Non sto dicendo che ci sarà una dittatura o fregnacce simili (anche se tutto può essere). Sto dicendo che questa cosa non la risolveremo nelle urne: la risolveremo a Wall Street (e ambienti connessi). Tutto quello che possiamo fare è puntare sulla qualità (umana), creare una comunità dove trovare rifugio nei momenti difficili che ci attendono. Partire da "IO" non è un buon inizio, salvo in un raro insieme di eccezioni in cui ce lo si può permettere (e normalmente "IO" non lo sa, perché solo dopo la sua morte si capisce se "IO" poteva fottersene del mondo o meno). Lo dimostra, se non altro, il fatto che, come vedi, "IO" non è una buona categoria analitica in termini di fatti economici.

La forza del pensiero keynesiano è quella di aver dato pari dignità a domanda e offerta, cioè a "io" e alla sua controparte. Questo richiede un piccolo sforzo di astrazione: intuire e interiorizzare la circolarità dei flussi economici (cosa che tu hai fatto), e capire che esattamente come non esiste l'inizio di una circonferenza (se non in un senso del tutto arbitrario e soggettivo, tanto arbitrario e soggettivo da essere sostanzialmente inutile ai fini didattici o analitici), ha poco senso prioritizzare "IO" rispetto alla gerarchia dei fatti economici. Il pensiero frantumato, egocentrato, psicotico dell'economia neoclassica, questo mondo fatto di omini tutti uguali condannati a volere tutti la stessa cosa nello stesso momento, il mondo dell'agente rappresentativo razionale ottimizzante, conduce per forza di cose alla sociopatia. L'atomizzazione del processo decisionale e della struttura sociale connaturata al modello walrasiano, volta a rendere matematizzabile il calcolo economico, e intesa a privilegiare il ruolo dell'individuo, in fin dei conti si traduce in una Weltanschauung totalmente distopica, dove la decisione di produrre (e quindi di guadagnare) è scissa e sopraordinata gerarchicamente rispetto a quella di spendere. Quest'ultima viene considerata accessoria, derivata, ed è esattamente questa la motivazione al tempo stesso antropologica e operativa per la quale siamo in una spirale deflattiva da carenza di domanda: perché viviamo circondati da persone che ragionano partendo da "IO", guidate da persone che usano un modello fatto di "IO" e pensano che l'economia cominci da quanto produce "IO".

"Devo poter guadagnare"... senza che nessuno spenda?
Il mondo inizia da te?

Sicuro sicuro?

Sicuro sicuro sicuro?

A me sta anche bene. Ma rendiamoci conto che qui siamo nella psicosi, nella patologia, non c'è strategia comunicativa che tenga rispetto a questa etica farlocca del sacrificio (lavoro-pago-preténdo), a queste incrostazioni deamicisiane, a questa morchia ottocentesca che ancora intorbida la riflessione economica dell'italiano medio, e soprattutto dell'italiano medio-alto! Non è (solo) il problema di interpretare "in prima persona" (methron anthropon). E se anche (lecitamente) fosse, è utile scardinare da subito le categorie di chi ragiona così, dei novelli Cagliostro che hanno trovato modo, col loro sacrificio e la loro superiorità morale da filistei in redingote e basettoni a cotoletta, di estrarre reddito dal nulla (credono loro)...

In termini politici, anche se mi duole sembrare divisivo, con chi ragiona così temo che non ci sia molto da fare. Il problema è pre-razionale, pre-logico, e quindi anche pre-comunicativo. Non ci arrivi col logos. Non ce la fai. Esattamente come chi usa le categorie del nemico (helicopter money) è il nemico, chi asseconda l'economia di "IO" sarà sempre e comunque intrinsecamente impermeabile all'idea che gli scambi debbano essere tendenzialmente equilibrati, sarà sempre e comunque schiavo di un pensiero unilaterale (creditore buono, debitore cattivo; surplus bello, deficit brutto; inflazione brutta, deflazione bella...), sarà sempre e comunque prono alla logica dei rapporti di forza, e pronto a impersonarla, nella speranza (comunque vana) di poterla orientare a proprio vantaggio.

Non è un problema logico, né comunicativo. Non si tratta semplicemente di capire che se A=B allora B=A (il che aprirebbe l'eterno problema di quelli che "iopelamatematicanuncesoportatopé"... La "cultura" del piddino, tutta trivio e distintivo...). Il problema è etico. Il problema è capire che il mondo esiste. Guarda che non occorre, né basta, essere intelligenti per capirlo. L'intelligenza è un enorme ostacolo, e su questo esiste una letteratura scientifica specifica (Longagnani ci ha citato un paper fantastico, sul quale dobbiamo tornare). L'intuizione di Brigitte Granville, comunicatami la prima volta che la vidi ("gli uomini colti sono i nostri nemici") è comprovata da peiper pirreviued.

Se qui siete una comunità estremamente selezionata (e lo siete) è anche perché ho deciso programmaticamente di rivolgermi a pochi, mettendo dei filtri. Ed è per questo che anche se il modello keynesiano in effetti nei libri di testo viene detto income-expenditure model, preferisco partire dal lato della spesa.

Perché il modello keynesiano (ma anche di questo parliamo un'altra volta) non è il modello di Keynes. Keynes lo chiarisce da subito che senza aspettative di domanda non c'è produzione, e quindi, come dire, una sua idea di cosa inneschi il processo ce l'ha e la dice. Ma soprattutto perché se ce l'hai fatta tu, e soprattutto se ce l'ho fatta io (al quale questi argomenti interessano così poco), in fondo, volendo, potrebbero farcela anche altri. Non so tu, ma "IO" non credo di essere un genio. Credo di essere abbastanza integro moralmente da dire in pubblico le stesse cose che sono scritte nei libri e nei lavori scientifici attinenti al mio campo di indagine (vi ho dato mille prove del fatto che questa purtroppo è un'eccezione nella mia professione - ma vi ho anche detto che le cose sarebbero cambiate e stanno iniziando a cambiare).

Ma di essere un genio non lo credo proprio.

Il che, appunto, riconferma che il problema non è logico né comunicativo.

Il problema è etico.

In altre parole, l'errore del liberista (ragionare in termini di "IO", cioè ragionare in termini di offerta ignorando la domanda) non è un errore logico: è una scelta morale (e moralistica). Quanto sia corretta lo dimostrano i fatti ogni volta che a queste persone è concesso di governare. Normalmente finisce con una guerra mondiale, il che non depone esattamente a loro favore.

Salutami il tuo amico, ovviamente, da parte di "IO".

Irlanda vs Ungheria

...e ci risiamo: anche stamattina, a Coffee Break La 7, i soliti argomenti da bar.

Nonostante la conduzione equilibrata dell'ottimo Pancani, e la disponibilità de La 7, che ringrazio, ad accogliermi (in fondo, sono solo uno che dice cose che a Harvard dicono da vent'anni, e a Cambridge - quello vero - da cinquanta...), è desolante vedere come la qualunquologia sia egemone.

Si va da "la svalutazione che crea il debito" (ma se la Germania era un paese forte, perché la sua valuta non avrebbe dovuto rivalutarsi? Ed è possibile la rivalutazione di un paese senza la svalutazione di un altro? Insomma, nel mondo dei qualunquologi un marco compra più lire ma con una lira compri gli stessi marchi: a gente così non vorrei mettere in mano nemmeno cinque euro per andare a prendere il pane dal fornaio! E se la svalutazione promuove esportazioni e crescita, come ci conferma il Fmi, come farebbe a far crescere il rapporto debito/PIL? In effetti, questo è cresciuto negli anni '80, quando eravamo agganciati allo SME, e ve l'ho fatto vedere migliaia di volte), al miracolo irlandese, e all'Ungheria nazzzzzzzista bbbrutta che fa i muuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuri (grande classico, qui interpretato da Furio Colombo).

Qualche post fa vi ho spiegato, parlando della Lettonia, che in un sistema economico la spesa è necessariamente uguale al reddito (tenendo conto, ovviamente, degli scambi internazionali, cioè degli acquisti fatti a o dall'estero e dei redditi percepiti o corrisposti all'estero).

Insomma:

SPESA = REDDITO

che poi significa:


CONSUMI + INVESTIMENTI + ESPORTAZIONI NETTE = SALARI + PROFITTI

(cioè: la spesa delle famiglie e delle imprese, tenuto conto degli scambi con l'estero, deve corrispondere ai redditi percepiti dai lavoratori dipendenti e dai "capitalisti").

La svalutazione "esterna" (del cambio) rilancia il reddito perché rilancia le esportazioni nette (se avete problemi con questa affermazione citofonate al Fmi, o guardatevi questa slide del suo chief economist). Quella interna (cioè il taglio dei salari) deprime la spesa perché... ecco: perché taglia i salari, appunto, e quindi deprime il reddito.

Nel lungo periodo, magari anche prima che finisca come diceva Keynes, può anche darsi che entrambe le strategie portino a una nuova crescita (che poi dipende anche da quanto succede al resto del mondo e a tante altre cose - ad esempio, al sistema finanziario: vedi sotto la storia dell'Irlanda). Ma nel breve la scelta fra le due strategie è chiaramente una scelta di classe. La svalutazione interna è una scelta fascista di compressione dei salari (quando dico "fascista" intendo innanzitutto "mussoliniana", ma di questo vi parlerò in un post separato, e poi "classista" e "paternalista", secondo l'accezione più generica del termine). Quindi, come dire: se sei un fascista ovviamente porti ad esempio i paesi che l'hanno praticata. Attenzione: questa è una condizione sufficiente ma non necessaria. Ad esempio, io non credo che Massimo Franco, che in trasmissione a La 7 ha lodato il caso irlandese, sia fascista: sono sicuro che sia un sincero democratico, e infatti ha espresso preoccupazione per quanto sta succedendo in altri paesi dove la svalutazione interna è stata portata alle estreme conseguenze (vedi ad esempio la Grecia). Credo però che non abbia visto i dati che ora vi mostro, riferiti all'aggiustamento nell'Irlanda brava che ha fatto le riforme e nell'Ungheria brutta che alza i muri (dimenticandoci sempre di dire che li alza perché l'Europa le chiede di farlo allo scopo di controllare le frontiere esterne, preciso obbligo sancito dal Trattato di Schengen, obbligo la cui inadempienza viene rinfacciata alla Grecia con ipocrisia farisaica tipicamente alamanna...).

Cui le due tabelle:




Le variabili, ve lo ricordo sono il PIL (Y), consumi interni (C), investimenti fissi lordi (I), esportazioni nette (NX), salari (W), redditi da capitale/impresa e misti (GOS), imposte indirette nette (NT) e i relativi rapporti.

Sintesi: nell'Ungheria nazista, che alza i muriiiiiiiiiiiiiiiiii, un governo conservatore è riuscito a mantenere la quota salari W/Y sostanzialmente inalterata, fra il 45% e il 45% del PIL nel periodo per il quale Eurostat ci fa la cortesia di elargirci i dati (che si ferma a tre anni or sono). Ovviamente, l'Ungheria ha svalutato il fiorino quando è stato necessario, come vedete da qui (sono fiorini per euro, quindi quando la linea sale il fiorino svaluta e ce ne vogliono di più):


ma questo non ha portato ad alcun innalzamento significativo della quota dei profitti.

Nell'Irlanda, membro eletto dell'accolita degli stati virtuosi, un governo laburista ha realizzato il miracolo economico nazionalizzando banche a stecca (piccolo dettaglio che al dott. Franco era sfuggito, nonostante abbia portato il rapporto debito pubblico/Pil dell'Irlanda dal 42,4% al 119,9% del Pil in cinque anni - ma loro sono virtuooooooosi!), e schiacciando la quota salari W/Y di quattro punti, che poi sono esattamente i quattro punti dei quali è cresciuta la quota dei profitti GOS/Y.

Cosa c'è di strano? In un paese che salva le banche con soldi pubblici e recupera competitività schiacciando i salari perché non può aggiustare il cambio, i salari diminuiscono e i profitti aumentano (in rapporto al reddito totale). Questo è il mondo che, a quanto mi sembra di capire, piace al dott. Franco (magari perché non aveva avuto modo di approfondire questi aspetti, o forse perché credo sia il mondo che legittimamente piace al suo editore, che è un capitalista e quindi fieramente schierato a difesa della sua quota di prodotto, il profitto. Sarebbe utile poterne discutere con serenità, cosa che non dipende da noi, ma dal rifiuto di certa stampa di dare spazio a voci indipendenti).

Ci dicono che piace anche agli irlandesi, ma io ci credo poco.

A me non piace.

E a voi?




giovedì 28 aprile 2016

Atlante e la Valchiria (allacciate le cinture)

(...post pubblicato a screzio dall'iPhone. Parla Charlie Brown. Io me sto a tajà dalle risate...)


BELLA LA MIA VALCHIRONA!:

 

 

D:  "Parliamo del fondo salva-banche Atlante. Cosa avete deciso su possibili aiuti di Stato?

 

R: "Non prenderemo alcuna decisione definitiva se non saremo informati della questione. Se le autorità italiane ritenessero che c'è un aiuto di Stato, ci informerebbero. Noi possiamo porre domande, ma fino ad ora non abbiamo ragioni per farlo".

 

D: Non vi preoccupa la presenza della Cassa Depositi e Prestiti, un'entità controllata dallo Stato?


R: "Le nostre procedure non dipendono dal coinvolgimento o meno di un ente privato o pubblico.Dipende dai prezzi. Se sono di mercato, va bene".

 

D: Atlante potrebbe acquistare tranche di cartolarizzazioni di crediti deteriorati a prezzi sopra quelli di mercato...


R: "E' un'ipotesi poiché non conosciamo il prezzo di mercato per questo nuovo prodotto di crediti deteriorati. Parte della questione è creare un mercato".

 

D: Userete come riferimento il prezzo di 17,6 centesimi stabilito durante la risoluzione delle 4 banche?


R: "Ma questo non c'entra nulla. Sono due argomenti completamente diversi".

 

D: Atlante prevede che molte banche convergano in un solo fondo. Non c'è un problema di concorrenza?


R: "Ci sarebbe se lo scopo fosse colludere sui prezzi o dividere il mercato, ma non è questo lo scopo in questo caso. Se vuoi lasciare che le persone trovino soluzioni di mercato, devi permettere loro dicoordinarsi.“ 


(Fonte: http://www.repubblica.it/economia/2016/04/28/news/margrethe_vestager_atlante_un_modello_per_le_banche_italiane_sull_inchiesta_google_non_siamo_anti-usa_-138644229/)

 

Fuuuurbi: hanno già il copione pronto! Siccome non c’è un mercato [falso], il mercato lo fa Atlante [che ha finalità pubbliche] con i primi acquisti [che rappresentano una quota infinitesimale del mercato e sono fatti con finalità pubbliche]!!!

 

…la valchiria ha appena condannato il sistema bancario italiano ad una nuova crisi.

 

Se Atlante resta con 2 miliardi che leva vuoi che faccia (non per niente il ceo di intesa, Messina, dice che vuole una leva “limitata” = massimo altri 4 miliardi)? Se poi fa leva folle diventa iper-speculativo ed i suoi titoli assorbono il capitale dei suoi stessi sottoscrittori (Unicredit, Intesa, Banco Popolare, blah blah) in modo esponenziale.

 

Basta quindi che i fondi esteri scarichino le sofferenze (il mercato c’è ed è sottile, quindi è facile manipolarlo) e ci troviamo al 5-10% invece che al 40%.

 

E come fa a quel punto questa travet che pensa di esser fuuuurba a dire che il mercato lo fa Atlante, con CDP dentro  che si presenta a comprare al 40%?

 

Fondi privati dicono 10, un carrozzone quasi pubblico dice 40. Chi distorce il mercato?

 

In pratica la settimana prossima o quella dopo mi aspetto un dumping furibondo sulle sofferenze (ma anche un po’ su tutto il comparto) da parte dei fondi.


Voglio veder che dicono quando Banco Popolare va in [beep] e MPS va a zero...

 

Naturalmente ciò tira giù subito Unicredit e…. alè si balla …. Poi a logica vanno giù i titoli nordici e... slurp... goduria ribassista... grazie ai coglioni “europei”...

 

Se indovino mi compri un bignè al cioccolato, ok?

 

Senno pago io un cannolo.

 

Sconsolati saluti


Charlie Brown



(...accetto la scommessa, ma col cannolo poi che devo farci? Io son sempre del parere che prima delle elezioni USA un casino simile non lo lasceranno scoppiare. Certo, se la signora esterna un po' a vanvera... Mercato? Ma che ne sa una socialista danese del mercato!? D'altra parte, secondo me l'allegra combriccola eurista de noantri da un lato non si rende conto di essere sotto botta [e se poi la Valchiria decide che invece è aiuto di Stato?] e dall'altro non è preparata a dare l'unica risposta adeguata: mastica! Chi vivrà vedrà...)