Istruzioni per l'uso

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lunedì 28 luglio 2014

De bello ispanico: un rejoinder a Carlo Alberto

Caro Carlo Alberto,

c'est le ton qui fait la musique. Impossibile provare e anche esternare acredine nei tuoi riguardi (oddio, l'impossible n'est pas français, diceva un altro nano di successo), però tu sei una persona leale e quindi da te mi aspetto che non usi la tattica dialettica, molto femminile, di spostare il dialogo da un piano all'altro (anche se a quanto capisco noi non ripudiamo il nostro lato femminile, considerandolo quello meno peggiore).

Nel merito tecnico, indubbiamente, tu hai il pregio di aver fatto quello che molti nostri colleghi non fanno: ti sei attenuto al tuo campo di specializzazione. Sei microeconomista, hai fatto un'analisi concentrata sui risvolti microeconomici del problema. Unica osservazioni, piattamente keynesiana: la fallacia di composizione. Quello che per il singolo imprenditore è il costo del lavoro, gli ritorna in capo (o altrove) come domanda aggregata. Il giochino di pagare meno gli operai funziona benissimo se lo fa uno solo, funziona bene se lo fanno in pochi, funziona meno se lo fanno in molti, non funziona per niente se lo fanno tutti.

Non entro negli altri dettagli, tanto siamo d'accordo, non stiamo a misurarcelo.

Il vero problema è quello espresso dalla prima frase di questo post (quella dopo i saluti e prima di: "Impossibile provare..."). La sensazione che il tuo articolo dava era quella di essere (legittimamente, per carità), molto più politico che tecnico. Le élite che ci vogliono massacrare hanno bisogno di farci capire che chi si è fatto massacrare sta meglio. Ora, inutile girarci intorno: esattamente come quel buontempone di Malagutti (perdonami il raffronto ingiurioso) nel suo capolavoro di arte povera voleva diffamarmi, ma è stato relativamente attento a non farlo con le parole (lo ha fatto con la scelta delle immagini, coi titoli, coi sottotitoli, con il contesto, con il frame, insomma), anche tu dal punto di vista tecnico sei stato relativamente ineccepibile, e certo in 2000 caratteri non potevi dar pieno conto di quanto dice Patrick Artus e Antoni Soy ha riportato in un blog che presto rimarrà ciò che è già: l'unico organo di informazione in Italia.

Dal punto di vista tecnico.

Ma dal punto di vista etico, secondo me hai collaborato, non a pagamento, come sosteneva qualche lettore scalmanato nel post precedente, ma per intimo gaudio, al frame piddino che vuole che "le riforme" (quali?) siano l'unica via di salvezza.

Ora, quando succederà quello che deve succedere, a me della fine che faranno i Malagutti, gli Zucconi, i Fubini, sinceramente non interessa. Intendiamoci: sarà un'ottima fine: resteranno al loro posto dicendo, con la faccia di bronzo che li caratterizza, l'esatto contrario di quanto avevano detto fino a un momento prima.

Forse.

Ma di te mi interessa un po' di più. Tu non sei come Tabby e Zingy, o almeno finora non hai dimostrato di esserlo. Tu sei un liberale che capisce che se vuole almeno far finta di essere liberale deve almeno far finta di credere a Econ101, e quindi deve almeno far finta di ritenere che pianificare un prezzo, che offuscare i segnali del mercato, che creare un sistema che sistematicamente sottoprezza il risparmio fino all'inevitabile redde rationem, non sia un'ottimissima idea. Hai capito di dover almeno far finta, e hai almeno fatto finta in tante occasioni, fra l'altro riconoscendo la fondatezza di analisi pubblicate in riviste di fascia A dell'ANVUR, puntualmente riportate in questo blog (cosa che i Sarfatti boys generalmente non fanno, nonostante conoscano benissimo gli autori delle suddetta analisi e ci prendano spesso il caffè insieme).

Dare l'impressione che la strada sbagliata porti nel posto giusto (anche se poi non lo hai esattamente detto, anche se poi i 2000 caratteri, ecc.) non è una cosa che mi aspettavo da te. Noi abbiamo un'unica cosa da imparare dalla Spagna: la Spagna ha un partito di sinistra, Podemos. Noi no. Non credo sia colpa mia, credo di aver fatto l'impossibile. Per il resto, mi dispiace, ma come la mappa che ho allegato dimostrava, mediamente l'abbiamo più lungo noi.

In amicizia.

Alberto


sabato 26 luglio 2014

Quelli che la Spagna cresce... (disse Noè)

Ormai l'avrete capito: non ho la stoffa del leader. Quello che mi frega è quello che sardonicamente rimarca il mio direttore (di dipartimento) quando i consigli di dipartimento son meno noiosi del solito: "Professore Bagnai! Lei è un sentimentale...".

Ha ragione. Lo confesso: sono un sentimentale, un romantico, un sognatore, un uomo d'altri tempi, e soprattutto un uomo facilmente influenzabile. Vado a simpatie. Che ci posso fare? Un vero leader dovrebbe essere calcolatore, stratega, freddo, non attingibile da considerazioni di simpatia o antipatia personale. Dovrebbe potersi servire ai suoi scopi di una persona che considera un perfetto pezzo di merda, e dovrebbe altresì obliterare una persona che, per quanto umanamente syn-patica, problemi gliene crei.

Ma io non ce la faccio. Non sono così. Quindi, se vi occorre un leader, citofonate ai marxisti dell'Illinois.

Voi direte: ma perché ci sta raccontando questo? Ma che gli è preso? Ha bevuto troppo?

No, no, non è questo. Non sarà mezza bottiglia di Pecorino a rendermi sincero: sinceri si nasce, e poi vi ricordo che noi Bagnai siamo vinattieri per parte di fava, io son cresciuto sotto palazzo Contucci, a Montepulciano, per chi sa di cosa si tratta... È solo che voglio parlarvi di una persona che a me sta simpatica: Carlo Alberto Carnevale Maffè. Notate che il fatto che Carlo Alberto, che ancora non ho mai incontrato, mi stia simpatico, è di per sé prova di equanimità, perché per circa un anno ne ho sentito tessere le lodi dal più viscido verme che mi sia capitato di incontrare nella mia attività di divulgazione, attività che pure mi ha portato a razzolare in letamai che erano un autentico inno alla biodiversità: "Ma guarda Carlo Alberto quanto è bravo, ma guarda quanto è un signore...".

Sì, Carlo Alberto è un signore, ma se per questo lo è anche Claudio Borghi, o anche Leonardo Becchetti, o anche tutti. Qui l'unico hooligan sono io, and proud of it. La musica che porto in concerto è quella di un periodo nel quale gli artisti (quale mi vanto) risolvevano i loro problemi in un modo piuttosto peculiare (e nessuno si lamentava dei tempi della giustizia civile).

Però anch'io apprezzo lo stile di Carlo Alberto, e con maggiore cognizione di causa del sullodato elminto, e questo per un dato puramente tecnico: essendomi diplomato due volte nel conservatorio post-AFAM, ho dovuto sostenere diversi crediti di retorica musicale, e quindi apprezzo nei tweet e negli articoli di Carlo Alberto il sapiente uso di quelle figure che personaggi "de passaggio" come Cecilia Campa mi hanno insegnato ad individuare ed apprezzare: l'ellissi, in particolare, che, come sapete, non è da confondere con l'aposiopesi, e che, come Rockapasso spesso mi imputa, non è la mia conica preferita, essendo che io in effetti propendo verso l'iperbole, che comunque, se permettete, è sempre meglio della parabola...

(E qui mi fermo, perché la quarta conica, in periodo di prova costume, è meglio non nominarla nemmeno).

Insomma, ve la faccio breve. Oggi il conte Carlo Alberto Mascetti si è prodotto in una supercazzola di primo ordine, che vi segnalo, nella quale secondo me mancano un paio di cosette. Ve le dico al volo.

Dunque: er discorZetto è che la Spagna cresce, e che questa cosa sarebbe spiegata da un fattore macroeconomico, lo sviluppo del tasso di cambio reale (cioè, in sintesi, il fatto che gli spagnoli si sarebbero tagliati gli stipendi più di noi: e tte credo: con una disoccupazione al 25%!), poi da fattori demografici (son più giovani, più dinamici, ecc.), e da correlati fattori microeconomici (son più digggitali...).

Caro lettore italiano, prima di deprimerti, dai un'occhiata qui (lettrice? Tu dalla qui, anche se in effetti logica - o almeno Natura - vorrebbe, cara lettrice, che tu guardassi la mappa che ho segnalato al gentile lettore, e viceversa). Poi, se vuoi farti due risate, seguimi.

Dunque, facciamo così: per non essere accusati di economicismo, cominciamo dalla demografia. Qui il grafico del tasso di crescita della popolazione nei due paesi:


Mmmmh! 'Sta demografia tanto pimpante non la vedo, e il problema non credo sia quello evidenziato dalle mappe sopra citate (non possiamo chiedere a tutti di dedicare la propria vita al cinema): credo dipenda piuttosto da un saldo migratorio negativo (anche se il punto necessiterebbe analisi). La mia sensazione è che dalla Spagna la gente stia scappando, per ovvi motivi. Aggiungo che, così, secondo logica, quelli che se ne stanno andando saranno, come al solito, quelli che se lo possono permettere, cioè i giovani e colti. Sì, la Germagna sta facendo con la Spagna quello che Cecco Angiolieri faceva con le donne, se mi seguite... Ora, che un paese dal quale i ggiovani se ne vanno, lasciando i vecchi più o meno rincojoniti, possa essere tanto digitalmente effervescente, mi sembrerebbe strano, ma di Carlo Alberto mi fido.

La vera ellissi della sua analisi però è questa qui, che non commento: ci penserete voi:


Che poi io a vede' 'sto grafico me immaggino er dialoghetto fra me e il mio amico Romeo Maynard Ciuffa, che avrete visto in altre occasioni...

Lui: "Dice fa dice dico dice che 'a Spagna cresce..."

Io: "Grazie arca! Disse Noè...".

Bene. Io voglio bbene a tutti, ma a Carlo Alberto de ppiù. La prossima volta, da Ferrara (la quarta conica) fatti dare duecento caratteri in più per dirla 'sta cosa, e tutto andrà liscio...

Moneta forte, paese debole, e la dimensione dello Stato

Oggi ho avuto l'opportunità di esprimermi sulla prima pagina del Tempo (qui l'edizione online). Mi son preso la soddisfazione di ricordare a Milano ladrona che Berlino non perdona, e di farlo proprio sul quotidiano di Roma ladrona.

Due piccole postille.

La prima è che l'edizione web del Tempo sembra essere una no-troll zone. O hanno bloccato i commenti, o sono tutti al mare, o i lettori hanno tutti più di 70 anni (quindi il mio pezzo se lo son letto ai giardinetti sulla carta, senza tirarne fuori molto). Magari qualcuno di voi prova ad andare a commentare e vediamo cosa succede? Vediamo se anche lì arriva Conte Zero? Mi manca...

La seconda mi è venuta in mente tornando dalla corZetta a Villa Glori. È strano come quelli che ti danno del nazionalista, del fascista, dell'antisemita, solo perché gli fai notare che è un dato dell'esperienza storica e della ricerca scientifica che aree valutarie non ottimali non possano adottare una moneta comune, assumano poi movenze littorie, curuli, e ti accusino di voler compromettere l'integrità della nazione italica, osservando come il tuo ragionamento a rigore comporta che il Nord e il Mezzogiorno dovrebbero avere due monete diverse. Insomma: il nazionalismo va bene solo a livello paneuropeo: se però dimostri che a quel livello non funziona, gli "europeisti", pur di non perdere il punto, si rischierano a livello italiano e ti imputano con toni deamicisiani di essere un traditore del Risorgimento, di vilipendere la memoria della piccola vedetta lombarda (vabbe', loro hanno tradito la Resistenza alleandosi con gli eredi dei simpatici buontemponi di Marzabotto, ma questi son dettagli...).

È l'argomento che chiamo della reductio ad condominium, e che ho sviscerato qui.

Ora, il problema della rigidità nominale fra aree disomogenee è da un lato quanto essa sia politicamente sostenibile, e dall'altro quanto credibile sia il dispositivo istituzionale che ovvia ad essa.

Mi spiego cominciando dalla fine. Un condominio non può emettere moneta, perché non ha sovranità di alcun tipo, non ha potere impositivo, eccetera. Quelli che ti dicono "Allora vuoi la moneta dei Parioli" sono evidentemente dei simpaticoni che vogliono buttarla in caciara, e va bene così. Ma che in un'Europa nella quale c'è il Lussemburgo ci possa essere uno Stato italiano meridionale, o una Repubblica Veneta, come è stato per secoli, mi pare meno assurdo. La questione delle dimensioni ottimali dello Stato è stata affrontata da Alesina, il quale giudiziosamente osserva che la tendenza secolare è verso una riduzione delle dimensioni medie. Il problema è esclusivamente politico, e c'è da capire perché il disegno europeo si ponga con tanta ostinazione in controtendenza.

A questo proposito, cosa si perda nel rinunciare alla flessibilità nominale lo sapete e l'ho rispiegato sul Tempo: semplicemente, il paese debole diventa un mercato di sbocco e un sussidiato perenne del paese forte, finché questo può e vuole sussidiarlo. Ora, in Italia il Settentrione già da qualche tempo faceva più o meno finta, a giorni alterni, di non voler più sussidiare il Meridione (cosa che gli era convenuta per decenni e in fondo tuttora gli conviene, anche se naturalmente la sciura Maria non lo capirà mai e il sciur Brambilla - che invece lo sa benissimo - non lo ammetterà mai). Ma ora il problema è più grave, perché non si tratta di non volerlo più fare: si tratta del fatto che siccome Berlino non perdona, Milano e Venezia ladrone, anche volendo, fra un po' non potranno più continuare a riempire quella che Paolo Savona chiama la pentola bucata, pur sapendo che questo sarebbe l'unico modo per utilizzarla come mercato di sbocco.

E allora, ai piddini che si indignano perché la teoria delle aree valutarie ottimali gli infrange il mito del Risorgimento, bisognerebbe far notare che è proprio il loro insistere nel mantenere l'Italia all'interno di un regime monetario che la sfavorisce che alla fine costringerà gli italiani ad ammettere che c'è qualcosa che non funziona nel modo in cui hanno finora affrontato uno dei due problemi della loro economia, quello del dualismo territoriale (l'altro essendo il debito pubblico). Insomma: i poveri piddini, tradendo la Resistenza alla quale nelle loro polverose liturgie fingono di ispirarsi, costringeranno gli italiani a ragionare con un minimo di razionalità anche sul Risorgimento.

Meglio tardi che mai.

Aprite un po' la discussione sul Tempo, e vediamo se arriva il Conte Zero!

venerdì 25 luglio 2014

I piddini secondo Rilke

Ricevo da uno di voi:

Lorenzo ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Improntare il giornale a ottimismo, fiducia e sicu...":

Quando, parecchi anni fa, sono arrivato nel paese dove vivo, mi sono reso conto che i comunisti locali erano quelli che la DC aveva scartato.
E poi: se la lasci tu la dimentichi, se ti pianta lei rimane un grande amore.

Postato da Lorenzo in Goofynomics alle 25 luglio 2014 09:11



e il pensiero corre immediatamente:



Wer sind diese Leute? Was wollen sie von mir? Warten sie auf mich? Woran erkennen sie mich? Es ist wahr, mein Bart sieht etwas vernachlässigt aus, ein ganz, ganz klein wenig erinnert er an ihre kranken, alten, verblichenen Bärte, die mir immer Eindruck gemacht haben. Aber habe ich nicht das Recht, meinen Bart zu vernachlässigen? Viele beschäftigte Menschen tun das, und es fällt doch niemandem ein, sie deshalb gleich zu den Fortgeworfenen zu zählen. Denn das ist mir klar, daß das die Fortgeworfenen sind, nicht nur Bettler; nein, es sind eigentlich keine Bettler, man muß Unterschiede machen. Es sind Abfälle, Schalen von Menschen, die die Christlich Demokratische Union ausgespieen hat. Feucht vom Speichel des Schicksals kleben sie an einer Mauer, an einer Laterne, an einer Plakatsäule, oder sie rinnen langsam die Gasse herunter mit einer dunklen, schmutzigen Spur hinter sich her.


Poveri piddini... Nella loro sporca e oscura traccia dobbiamo camminare tutti noi, ma ancora per poco. Poi li andremo a cercare casa per casa, e leggeremo a loro, che sono così europei, i Quaderni di Malte Laurids Brigge, ovviamente nella lingua di quelli che loro avrebbero voluto fossero i nostri padroni (lingua che loro però non parlano, ma non è certo questo il motivo per il quale in Europa nessuno li ascolta...), sottraendoli alla loro vera passione: er campionato (o, in alternativa, er tolcsciò politico).

Una vita da tifosi, sempre dalla parte degli sconfitti.

Che vita di merda!

Ancora una volta: come si fa a non volergli bene?

Improntare il giornale a ottimismo, fiducia e sicurezza nell’avvenire.

Avete riconosciuto il titolo? Ma certo, è una velina del Minculpop. La trovate qui insieme a tante altre. Ci ho pensato immediatamente quando un amico imprenditore (mi perdonino i marxisti dell'Illinois) mi ha fatto notare questo interessante articolo di Repubblica, inviandomelo con questo commento sconsolato:


Il titolo dell’articolo di Repubblica è FENOMENALE: “l’ESTATE FA SORRIDERE IL SUD. BILANCIO POSITIVO PER LA GDO”
Ora: mi identificate l’unico segno positivo di tutta la tabella sotto?
Solo settimana 28, solo area 4, in uno scenario complessivo drammatico. Ma il bilancio è POSITIVO. SORRIDERE!


C'è ovviamente una spiegazione, ed è ben nota a tutti. Questa:


Quello a sinistra forse non lo conoscete: è Mussolini. Ma quello a destra lo conoscete tutti: è Eugenio Scalfari, all'epoca fascista e felice, una cosa un po' alla Carmen Consoli, per capirci.

Chi non ha fatto errori di gioventù? Scalfari è stato fascista e felice. Mitterand è stato vichysta, and proud of it. Io son stato dodici anni con una zurighese. Chi non ha qualcosa da rimproverarsi?

Ma gli errori di gioventù bisogna superarli, metabolizzarli, e prendere da essi quello che hanno di buono: gli insegnamenti che possono darci. Così ha fatto Scalfari, che dal suo errore di gioventù ha tratto l'insegnamento più importante, quello del metodo, il metodo che il tizio lì a sinistra aveva condensato in queste sagge massime:

1.Rinnovare il tipo di giornale
Il giornale deve essere organo di propaganda dell’italianità e del Regime.
Valorizzare le nuove opere italiane.
Riprodurre in quadro le idee salienti espresse dal Duce nei discorsi più recenti.
Movimentare tutte le pagine e specialmente la prima, con grandi titoli.
Si raccomanda soprattutto un’ardente passione d’italianità e di fascismo, che deve illuminare il giornale in ogni suo numero.
2. Controllo dal punto di vista nazionale e fascista
Controllare le notizie e gli articoli dal punto di vista nazionale e fascista ponendosi, cioè, il quesito se le pubblicazioni sono utili o dannose per l’Italia e il Regime.
4. Ottimismo e fiducia
Improntare il giornale a ottimismo, fiducia e sicurezza nell’avvenire.
Eliminare le notizie allarmistiche, pessimistiche, catastrofiche e deprimenti.


Ah, sì, ovviamente bisogna mettersi al passo coi tempi: al posto di "italianità" avrete la cautela di sostituire "europeismo". E, certo, bisognerà anche assicurarsi che la memoria di tanta saggezza non si sperda. Ma anche a questo ha provveduto il saggio Eugenio: tramandando a Marco Frojo l'eccellenza del metodo.

Dormi tranquillo, Marco. Ieri sera solo un imprenditore pensava a te. Questa sera ti stanno pensando alcune migliaia di italiani (pardon: di europei). Se ti fischiano le orecchie non è un acufene: sono maledizioni. Qualcuno è stanco di questa perenne, smaccata sovversione della realtà. Guarda, Marco Frojo, per farti capire che non ce l'ho con te e che so come va il mondo, e che non ti voglio male, ricorderò ai miei lettori una cosa ovvia: i titoli non li stabilisce mai il giornalista.

Se volete quindi prendervela con qualcuno, prendetevela con Nonno Zucconi. Il direttore responsabile di questa esimia porcata è lui. Se poi accettate un mio consiglio, non prendetevela voi col simpatico nonnetto. Lasciate che sia qualcun altro a occuparsene, qualcuno che ha più dimestichezza con questi casi. Non può durare. Se si arriva alle veline, vuol dire che hanno paura. Sapranno loro perché.



(ah, dimenticavo: cosa ho imparato io dalla zurighese? Ma, ad esempio dove si compra l'unico vacherin degno di questo nome - da Sciboz alla Grand Rue di Fribourg - e poi che non si deve mai bere acqua quando si mangia la fondue. L'unica volta che l'ho fatto sono andato lungo in terra. Dal che si evince che abbiamo qualcosa - poco, ma pur sempre qualcosa - da imparare anche dalle zurighesi...)

giovedì 24 luglio 2014

Riflessione su UE, TCE e TFUE: obiettivi comuni

(da uno studente di 21 anni che non nomino per non stroncargli la carriera ricevo questa lettera che condivido con voi...)

Caro professor Bagnai,

sono John Smith (o Mario Rossi), ho 21 anni e studio economia presso l’Università di Utopia. Le scrissi la prima volta a marzo, invitandola a partecipare ad un conferenza che col mio gruppo studentesco avevo organizzato, ma che lei gentilmente declinò.

[NdT: vedete? Qualcuno che apprezza la mia gentilezza si trova...]

Tuttavia il motivo che mi porta a scriverle oggi è un altro e mi scuso anticipatamente se la tedierò. Sto preparando la tesi triennale e, nonostante sia un grande appassionato per le discipline economiche, ho deciso di farla col professore di Diritto pubblico per andare ad approfondire le mie conoscenze sull’Unione Europea, per capirne meglio le regole e il suo funzionamento. Il titolo sarà “Se dico il titolo il relatore lo sodomizza quindi preferisco ometterlo”. Volevo condividere con lei una riflessione che sicuramente avrà già fatto, ma che trovo alquanto suggestiva.

E’ interessante notare come questi “obiettivi comuni” che gli Stati membri si prefiggono di conseguire mediante la cooperazione e l’instaurazione di un mercato unico, e successivamente della moneta unica, siano andati completamente modificandosi nel tempo. Mi riferisco in particolar modo al  Trattato che istituisce la Comunità Economica Europea, firmato a Roma nel 1957, e il TFUE, che ratifica il precedente col Trattato di Lisbona nel 2007. Entrambi i testi sottolineano l’importanza delle politiche economiche nazionali come questione di interesse comune. Tuttavia in quello del ’57, l’intero capo 2 del titolo II è dedicato alla bilancia dei pagamenti. In particolare l’art. 104, che definisce gli obiettivi comuni che le politica economiche degli Stati membri devono perseguire, mostra come un equilibrio della bilancia dei pagamenti sia necessaria per mantenere la fiducia nella propria moneta e garantire un’armonia tra i paesi comunitari, nonché un alto livello occupazionale e stabilità dei prezzi. L’art. 108 dispone inoltre una precisa procedura da applicare nei casi in cui un paese incorre in un crisi di bilancia dei pagamenti. Nel TFUE, il titolo VIII stabilisce che i principi fondamentali su cui si deve instaurare l’Unione economica e monetaria sono la stabilità dei prezzi e finanze pubbliche sane, oltre un breve cenno alla bilancia dei pagamenti la quale deve essere “sostenibile”.  Inoltre l’ art. 107 del TCE (“Ogni stato membro considera la propria politica, in materia di tassi di cambio, come un problema di interesse comune”) in seguito alla sua abrogazione sembra essere stato completamente dimenticato con l’adozione della moneta unica, perché si, il tasso di cambio nominale non varia, ma quello reale è variato eccome. Questa “omertà” è perfettamente coerente con il mutamento del pensiero economico che è avvenuto negli anni, per il quale la politica economica non deve concentrarsi primariamente sul raggiungimento dell’obiettivo del pieno impiego e il deficit spending come sua realizzazione, ma il dogma prevalente è quello dell’equilibrio finanziario e della stabilità dei prezzi, al fine di conseguire una crescita equilibrata, duratura e sostenibile. E’ inoltre coerente col pensiero di alcuni economisti quali Emerson (che lei spiega bene nel paper “Un external compact per rilanciare l’Europa”, il quale finirà nella mia bibliografia finale) secondo cui la moneta unica avrebbe eliminato gli squilibri di bilancia dei pagamenti grazie ad una maggiore movimentazione dei capitali. Anche questo ragionamento si è rivelato fallace, non a caso nel 2011 la Commissione ha inserito nel pacchetto di misure del Six Pack la procedura per la prevenzione e correzione degli squilibri macroeconomici.

Questo per dirle che guardando indietro si può notare come qualcosa sia andato storto, non tanto naturalmente ma piuttosto artificiosamente. “La storia ci darà ragione”, dicevano.. Al termine di questi studi più approfonditi, riconosco come il suo modello dell’external compact sia quello più adatto per far andare d’accordo questi Stati e spero veramente che la storia le sarà grata. (Non che prima non mi fidavo, anzi..)

Mi scuso professore per il disturbo. La ringrazio per il suo lavoro che ho trovato personalmente molto utile, oltre che estremamente interessante, e la prego di continuare con questa sua “battaglia”, ne abbiamo tutti molto bisogno.

Un saluto
Enrico
 
 
Aggiungo un consiglio e una riflessione. Il mio paper non citarlo (e questo è il consiglio). Nel 1957 c'erano ancora parecchie macerie, o quanto meno non se ne era persa la memoria, come non si era persa la memoria del sangue versato, ed è quindi perfettamente logico che anche il legislatore tenesse conto di un minimo di buon senso (e questa è la riflessione).
 
Ah, aspetta, già che ci sono aggiungo anche una bella notizia. Il sangue che occorrerà versare perché il buon senso torni a prevalere è il tuo e quello della tua generazione. Il problema è che non basterà andare all'AVIS. 
 
Dai, mi voglio rovinare: aggiungo anche un aneddoto. Quando facevo il militare (ufficiale) mi portarono a sparare a un tiro al piattello, e mi divertivo molto. Avevo anche un certo talento, perché sono svelto, e perché riesco a prevedere le cose. Il gestore disse al colonnello che ci aveva accompagnato: "Bisogna che i giovani imparino a sparare, è una cosa che può sempre tornare utile".
 
Pull...
 
Si apra la discussione, la quale procede dal solito principio: sono sempre i dettagli a fare la delizia dell'intenditore: 

A MarcoS

(altro post ad personam)

...e avresti dovuto vedere Uga a 3 anni trotterellare per casa cantando cor Palla la nota canzoncina...


P.s.: una cosa è già successa, l'altra succederà: